Giovedì 9 luglio 2026
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Violenza domestica e tutela dei minori. Corte Diritti dell’Uomo condanna l’Italia

Articolo · Chiara Focardi ·

La Corte  dei Diritti dell’ Uomo (Edu), con sentenza del 2 luglio 2026 n. 9993/24, cosiddetto caso Ubeda, ha condannato all'unanimità l'Italia per violazione degli articoli 3 (proibizione dei trattamenti inumani e degradanti) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione EDU.

 

I ricorrenti sono una madre cittadina francese che vive in Italia e i suoi due figli. La madre aveva sporto denuncia nell'aprile 2021 contro il padre cittadino italiano dei bambini e suo ex convivente, denunciando che, durante la loro relazione, era stato violento nei suoi confronti e verso i bambini, sia fisicamente che psicologicamente. Nel maggio 2021 lei e i figli sono stati inseriti in una struttura di accoglienza, dove sono rimasti fino al luglio 2024.

 

Dopo una prima richiesta di archiviazione del PM, il padre viene rinviato a giudizio nel febbraio 2024. Un'udienza fissata per gennaio 2025, a quanto risulta, non si è tenuta. Sul fronte civile, nel maggio 2021 la signora Ubeda aveva chiesto al Tribunale per i Minorenni l'affidamento esclusivo dei figli, la decadenza del padre dalla responsabilità genitoriale, l'autorizzazione a lasciare l'Italia e il mantenimento. Il Tribunale ha impiegato più di tre anni per dichiarare la decadenza dalla responsabilità genitoriale (maggio 2024), senza pronunciarsi sulle altre richieste.

 

Il PM aveva liquidato un episodio in cui l'uomo avrebbe tenuto un coltello alla gola della donna come un «brutto scherzo» e aveva affermato che fosse difficile provare la mancanza di consenso al rapporto sessuale, considerato che «è normale che gli uomini debbano superare un minimo di resistenza che ogni donna tende a opporre quando è stanca dalla vita quotidiana e un uomo fa una avance sessuale». 

 

La Corte ha ritenuto che tali affermazioni riflettano «una cultura sessista e stereotipata».

Altra violazione riguarda il procedimento davanti al Tribunale per i Minorenni. La Corte EDU ha censurato la durata ultra-triennale del procedimento e, soprattutto, il contenuto dei provvedimenti redatti su modulo prestampato, avendo «del tutto omesso di esaminare le denunce di violenza domestica o le dichiarazioni rese dalla signora Ubeda e dai due bambini riguardo alla condotta violenta subita». La Corte ha sottolineato la necessità di «valutare espressamente le denunce di violenza domestica, la loro credibilità e fondatezza, nonché la compatibilità della condotta in questione con il diritto all'affidamento e alla visita».

 

La Corte ha riconosciuto la tempestività della reazione iniziale delle autorità italiane (l'apertura del procedimento penale e l'inserimento in struttura), ma ha censurato la sproporzione della misura. Mentre la madre e i bambini sono rimasti confinati per oltre tre anni in una stanza di 15 metri quadrati, con «significative e ingiustificate limitazioni alla loro vita quotidiana derivanti dalle regole operative della struttura», nessuna misura restrittiva è stata adottata nei confronti del padre.

 

La pronuncia evidenzia il paradosso di un sistema che, per proteggere le vittime, finisce per punirle due volte: le isola, le confina, le priva della libertà, mentre l'autore della violenza resta libero e non subisce conseguenze.

 

La Corte ha liquidato 15.000 euro a ciascun ricorrente a titolo di danno non patrimoniale (45.000 euro complessivi) e 15.000 euro congiuntamente per spese e costi. 

 

Per la prima volta, la Corte EDU censura in una sola pronuncia il triplice fallimento del PM (richiesta di archiviazione viziata da stereotipi), del giudice minorile (inerzia e omissione valutativa) e del sistema di protezione (sproporzione della misura). La Corte EDU ha così sottolineato come un soggiorno di oltre tre anni nel centro di accoglienza aveva comportato conseguenze significative per il benessere psicologico e fisico dei minori e li aveva sottoposti a una grave limitazione dei loro diritti e libertà fondamentali.

 

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