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A PROPOSITO DI MASCHERE....
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Articolo di Annapaola Laldi
15 febbraio 2003 0:00
 

"LACROIX: E Collot urlava come un ossesso che occorre strappare le maschere.
DANTON: E cosi' ne verranno via anche le facce". (Georg Buechner)


"Il tuo costume di scena, la maschera indossata con cura per mostrare il meglio di te stesso, costituiva il muro tra te e la simpatia che andavi cercando. Simpatia ottenuta solo il giorno in cui ti trovasti li', nudo......".
(Dag Hammarskjoeld)
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Da molto tempo mi trovo davanti un interrogativo affascinante che si fa piu' acuto al suono delle trombette di Carnevale.
Ma LA MASCHERA VELA O DISVELA?
In altri termini: nasconde davvero le sembianze di chi la indossa, o rende manifesto, invece, qualcosa della sua profondita', che forse neppure la stessa persona, conosce veramente?
E poi c'e' un'altra domanda che trovo interessante: siamo certi che, da questo punto di vista, il carnevale sia un periodo limitato dell'anno, o, piuttosto, tutta la nostra vita e' un unico corso mascherato, nel quale ci esibiamo attaccati a una maschera, se non, addirittura, sfornandone una dietro l'altra?
E, in tal caso, davvero nel tentativo (conscio, semiconscio o inconscio) di dare di noi una determinata impressione -a chi? agli altri o a noi stessi?-, oppure per semplice, irriflessa imitazione? E qual e', poi, il reale effetto della maschera: ci difende o ci espone ancora di piu' ad eventuali attacchi dall'esterno? E rispetto alla nostra interiorita', che gioco fa? Ci rende piu' chiare le cose o ce le confonde?
Che cosa sappiamo davvero di noi stessi? Nella nostra lingua ci definiamo "persone", intendendo, con cio', che siamo esseri umani dotati di "un'identita' singola e personale", come suggerisce, a questa voce, il dizionario di italiano di De Mauro. E da "persona" viene "personalita'" che ancora questo dizionario definisce come "l'essere personale, peculiare di un individuo".
Persona uguale individuo, dunque? Sembrerebbe di si'. Ma il condizionale e' d'obbligo, appena poniamo mente al fatto che la parola "PERSONA", che ci viene pari pari dal latino, in quella lingua, guarda un po', ha il significato di "MASCHERA" -la maschera, che mettevano gli attori dell'antichita' per recitare sul palcoscenico.
Ed e' proprio prendendo spunto da questo significato, che Carl Gustav Jung, nel corso della sua indagine sulla psiche umana, ha usato il termine "PERSONA" per indicare, come dice egli stesso, "un complesso di funzioni che, costituitosi per ragioni di adattamento o per bisogno di comodita', non e' tuttavia identico all'individualita'......" ("Tipi psicologici" 1921).
A volte mi chiedo come mai in questa nostra societa', in cui la liberta' individuale (compresa quella di critica e di satira) e' riconosciuta solennemente dalla Costituzione, in cui molti tabu' si dicono caduti, e in cui, almeno per ora, possiamo distrarci e divertirci per tutto l'anno, sia ancora cosi' in auge il Carnevale che e', in ultima analisi, una remota festa degli schiavi, ai quali UNA VOLTA ALL'ANNO (forse anche due o tre, se andava bene) era concessa LA LICENZA di fare cio' che, per il resto dell'anno, non potevano neppure osare di pensare: essere serviti dai padroni, mangiare a sazieta' e fare altre cose, magari un po' piu' ardite, per le quali il travestimento poteva costituire l'unica garanzia di non essere puniti una volta passata la festa. Ma se uno e' libero, di quale licenza puo' aver mai bisogno?
Il fatto che il Carnevale abbia ancora successo (e non solo nell'aspetto di giocosa, pacifica festosita') non potrebbe essere proprio il segno che nella nostra umanita' di oggi restano irrisolte alcune questioni che sono cruciali per la vita di ognuno di noi e di tutti noi? -Questioni che colgono ogni occasione propizia per bussare alla porta della nostra coscienza. Perche' non consentire loro di presentarsi direttamente, perche' non cominciare a indagarle magari proprio mentre indugiamo a pensare a quale costume o maschera ci piacerebbe -realmente o virtualmente- indossare?
Nota
La prima citazione viene dal dramma "La morte di Danton" del naturalista e poeta tedesco Georg Buechner (1813-1837). La riprendo, nella traduzione di Felice Filippini, da: GEORG BUECHNER, "La morte di Danton, Woyzeck e altri scritti", Rizzoli (BUR), Milano 1955, p. 46. (Recentemente e' uscita una bella edizione piu' completa, a cura di Marina Bistolfi: GEORG BUECHNER, "Opere", Mondadori, Milano 1999)
La seconda citazione, nella traduzione italiana di Eva Oestgren e Guido Dotti, viene da DAG HAMMARSKJOELD, "Tracce di cammino", Qiqajon, Magnano (VC) 1992, p.93. Riporto qui, per completezza, quanto, sopra, ho sostituito coi puntini di sospensione: "....La voce che impartiva ordini venne obbedita solo quando gemette inerme".
Per quanto riguarda Jung, la frase citata, nella traduzione di Cesare L. Musatti e Luigi Aurigemma, e' ripresa da: CARL GUSTAV JUNG, "Tipi psicologici", Paolo Boringhieri, Torino 1977, p. 452. Dallo stesso libro (p. 236), riporto un'altra definizione del termine "PERSONA", che Jung fornisce, parlando del filosofo giapponese del XVII secolo Nakae Toju, perche' mi pare importante: "Toju distingue un vero e un falso Io. Il falso Io e' una personalita' acquisita, sorta da opinioni errate. Si potrebbe designare questo falso Io come 'PERSONA' cioe' come quella rappresentazione complessiva del nostro essere che noi ci siamo formati in base all'esperienza delle influenze esercitate da noi sul mondo circostante e delle influenze esercitate da questo su di noi".
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