Giovedì 4 giugno 2026
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Sosta selvaggia a Firenze. Paradigma di una città che sbanda

Articolo · Stefano Fabbri ·
Ah, l’amore! Cosa ti spinge a fare. Anche a parcheggiare in luoghi proibitissimi fino ad offrire il petto, o meglio il parabrezza, a una multa. Così, la sera di San Valentino, erano decine le auto parcheggiate abusivamente proprio ai piedi del sagrato della basilica di Santa Croce: ordinatissime, affiancate l’una all’altra, come se un codice misterioso — tipo quello usato nel linguaggio dei cetacei — le avesse spinte tutte allo stesso approdo. Più probabilmente è stato il fattore emulazione e del sottile piacere del rischio: sarà bastata la prima auto ad osare, poi le altre sono arrivate ad imitarla. Il risultato è la spianata di quattro ruote dove non dovrebbero essercene neanche due. E a poco è servita la protezione del Santo degli innamorati ad evitare la sanzione: le multe di quella sera in piazza Santa Croce, secondo Palazzo Vecchio, sarebbero state più di una trentina. Ora, lasciando stare i santi ed occupandoci di fanti — o meglio di moderni cavalieri a motore — è un fatto consolidato che trovare un parcheggio, soprattutto in centro storico negli orari in cui vi si può accedere, è più difficile del ritrovamento dell’abusato ago nel pagliaio. Ma viene da chiedersi come tale urgenza possa debordare nella piazza vigilata dal marmoreo Padre Dante dove le vetture non potrebbero neanche transitare. E ancor più se le giuste osservazioni alla gestione della città a proposito di viabilità e sosta — ma non solo su quelle — possano essere sostenute da chi ci mette del proprio a rendere la situazione ancora più difficile. Un po’ come se un critico all’invasione degli affitti turistici, giusto per fare l’esempio di uno dei temi più caldi, alla chetichella gestisse quattro o cinque strutture simili. Si potrà dire che è difficile distinguere quale sia la causa e quale l’effetto di questo tipo di comportamento. E che la carenza, o addirittura l’assenza, di luoghi in cui trovare un parcheggio in regola possa spingere all’infrazione delle norme dopo una estenuante ricerca. E pure che infrangere le regole possa rappresentare una forma di protesta e ribellione, sebbene il posteggio improvvisato in piazza Santa Croce non avesse l’aria di un flash-mob. Così come non lo sembra quanto accade la sera nelle strette strade dell’Oltrarno. E si potrà infine sostenere a ragione che una multa, in fin dei conti, costa meno di quanto alcuni garage privati del centro chiedano per ospitare una vettura qualche ora. Ma ci sono dei limiti che ragionevolmente non possono essere valicati. E questo per almeno due motivi: il primo è che non possiamo usare il celebre motto del Marchese del Grillo, per cui «Io so’ io, e voi...», altrimenti viene meno anche il minimo denominatore delle regole comuni; il secondo è per cercare di guarire dall’antica patologia fiorentina per cui si brontola solo se c’è qualcosa che ci tocca direttamente, se lede un nostro interesse sebbene momentaneo. In questo senso le auto di San Valentino sono un po’ il paradigma di una città che sta sbandando con tutto il corpo, non solo con la testa. Ciò detto, alzi la mano quell’automobilista — e chi scrive lo è — che non ha mai messo due ruote della vettura sul marciapiede e le quattro frecce accese per il tempo di scaricare i sacchi della spesa davanti a casa, ma almeno con l’ansia che in quei secondi stia per passare un disabile o una mamma con carrozzina e pargolo. L’architetto Francesco Gurrieri, da poco scomparso, in una conversazione sostenne che le aree pavimentate in cotto, anziché in pietra o asfalto, suggeriscono una specie di timore in chi pensa di passarci sopra con le ruote gommate, luogo vissuto per natura come estraneo ad esse. Proviamo anche con la psicologia. Non si sa mai.
 
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