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Stati Uniti d’Europa. Dopo l’ennesimo Blair è altamente certo il sine die
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Articolo di Vincenzo Donvito
20 gennaio 2019 14:35
 
 Dopo il voto negativo del Parlamento britannico alla proposta del capo del governo, Theresa May, di accordo con l’Ue per la Brexit, cercare di capire porta solo in una direzione: addio agli Stati Uniti d’Europa (SUE, o con la lingua internazionale per eccellenza, USE). Ovviamente per noi federalisti SUE/USE è sempre stato l’obiettivo, come quello dei padri fondatori Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E continuiamo a vedere la situazione in questa ottica, per quanto difficile e sognatrice essa sia stata fin dall’inizio. Ma la politica può anche essere un sogno, e nella fattispecie, considerata l’Europa solo meno di un secolo fa, forse non era tanto sogno. Quello che qui vogliamo cercare di capire, ragionandoci a mente aperta, per quanto ci riesca non essere ideologici, è cosa succede ora. Dal punto di vista pratico, della nostra vita di tutti i giorni: dalle merci che ci scambiamo con Londra, Parigi, Berlino, Madrid, Mosca, Washington e Pechino, alla nostra apertura mentale (sempre con questo giro d’orizzonte delle capitali che abbiamo elencato) che, grazie essenzialmente agli strumenti di comunicazione che usiamo tutti i giorni a 360 gradi, salvo improbabili arresti per imposizione autoritaria esterna alla nostra volontà, non possiamo più limitare.
La nostra sensazione di addio agli SUE/USE, ci arriva e si consolida grazie a Tony Blair, ex premier britannico che sulla Brexit ha dispensato il suo pensiero ad alcuni media con un – molto in sintesi: O nuovo referendum o caos. Siamo tentati dal discreditare il personaggio, quello che si è convertito al cattolicesimo romano in una manifestazione di Comunione e Liberazione (1), quello che si è inventato coi suoi omologhi americani le armi di distruzione di massa per avvallare l’invasione dell’Iraq, ma lo accenniamo senza usarlo. Ci basta e ci avanza il suo “Nuovo referendum o caos”. Per l’aspetto interno (UK) della sua proposta ci interessa solo rilevare che chi propone un nuovo referendum dovrà poi vedersela con la sua concezione e la sua politica di Stato di diritto: perdo un referendum, e siccome reputo i vincitori dei venditori di fumo e degli incapaci, non essendo in grado di dare loro un qualche suggerimento per cercare di farci tutti meno male, ecco la mia proposta rivoluzionaria di fare un nuovo referendum…. E se qualcuno poi, non contento del risultato di questo secondo ne proporrà un terzo, che cosa gli racconterà Tony Blair? Lasciamo perdere, anche perché siamo molto esterni alle logiche istituzionali degli imperi democratici, figurati poi alla logica dell’Impero su cui non tramonta mai il sole.
A noi - che per quanto italiani ci sembra utile e vogliamo sognare ragionando come quelli europei del manifesto di Ventotene - ci interessa fare le cose con chi ci sta. E siccome ci teniamo a merci, politiche e pensieri anche come si sono evoluti in quello che siamo riusciti a fare fino ad oggi con questa Unione Europea (UE), non abbiamo intenzione di fermarci: l’UE non è uno status quo ma un punto di passaggio. Cominciamo quindi a fare grandi discorsi per cercare di galvanizzarci e galvanizzare chi ci ascolta, magari trattando male i britannici e la non-soluzione di Tony Blair? Non lo facciamo per un semplice motivo: non crediamo di avere referenti istituzionali comunitari a cui far giungere questo nostro messaggio. Non perché l’Unione (UE non SUE/USE) non si può fare senza i britannici (anche se questo, comunque, non è un aspetto da sottovalutare), ma perché coloro che ci rappresentano a Bruxelles non sono in grado di ragionare, proporre, articolare qualcosa che non sia la mera gestione dello status quo con Uk come pezzo mancante. E non potrebbero essere altrimenti….problemi di Dna: inconcepibile un percorso dell’attuale UE verso gli SUE/USE senza i britannici. Proprio perché l’UE ha mosso i primi passi, è nata e si è sviluppata con l’Uk. E se non vogliamo essere una sorta di fantasma del passato che sopravvive come una sorta di burocrazia fine a se stessa, dobbiamo reinventarci tutto. A partire dalla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo. Nessun percorso in discesa, ma neanche in estrema salita, come qualcuno potrebbe pensare considerando la “miseria” europeista che l’Italia sta vivendo ora. Alla ”miseria” dello Stivale, pur se non sarebbe tanto isolato (Ungheria, Polonia, etc), ci sono le freschezze tedesche e spagnole (quelle francesi sono…. tutte ancora da capire) e quelle dei “nuovi/neofiti”. Insomma, i numeri “sovranisti” saranno ben contenuti non solo da quelli “non-sovranisti”, ma dal fatto che questi ultimi hanno potenzialmente una capacità di convincimento che, in regime di non-ideologia avanzante, non dovrebbero non essere osservati anche dai più scettici. Questo nuovo Parlamento e i tanti nuovi volti istituzionali che, pur se non di diretta emanazione del Parlamento, si affacceranno alla gestione dell’Unione significa che ci potrebbero essere i presupposti per partire da capo. Sì, proprio “partire da capo”, dalle origini, facendo tesoro di quanto già fatto (UE) nel male e nel bene, ma da capo. Un processo politico che parta da un presupposto: l’UE fatta fino ad oggi non ci ha portato verso gli Stati Uniti d’Europa. Bisogna quindi rifare l’UE in quella direzione che ci avevano indicato i cosiddetti padri fondatori.
I tempi, quindi, cambiano e, a dir poco, siamo sicuri che la nostra generazione che ha visto nascere l’UE e l’eurozona non potrà essere protagonista di questo nuovo slancio rileggendo e riscoprendo le origini. Al momento possiamo solo dire “sine die”. Ci tocca, però, informare ed educare le nuove generazioni. Partendo dalla constatazione che al momento siamo senza Uk (comunque come andrà a finire la telenovella della definizione della Brexit), e questo ci rende le cose un po’ più difficili.

1 – non ci interessa la sua conversione, ma dove e come lo ha fatto: a nostro avviso il contrario di come crediamo che possa essere la maturazione di uno spirito religioso… e comunque lo scriviamo nella consapevolezza che noi – non-credenti – non siamo le persone più adatte per esprimere giudizio sull’intimo di un individuo, ma lo siamo sulla manifestazione pubblica di questo intimo.
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