UE e talebani: rimpatri afghani al costo della normalizzazione del regime
L'Unione europea si trova davanti a un dilemma sempre più difficile da ignorare: per rendere possibili i rimpatri forzati di cittadini afghani, Bruxelles e alcuni Stati membri stanno costruendo canali di dialogo con il regime talebano, un governo non riconosciuto a livello internazionale e accusato di gravissime violazioni dei diritti umani.
Come riporta Focus on Africa, questa tendenza alla normalizzazione dei rapporti in nome della gestione migratoria sta sollevando critiche crescenti da parte di organizzazioni umanitarie e istituzioni europee.
La Commissione europea ha confermato di aver inviato una lettera alle "autorità di fatto" afghane — formula diplomatica per indicare i talebani senza riconoscerli formalmente — per sondarne la disponibilità a un incontro tecnico a Bruxelles sul tema dei rimpatri. L'iniziativa, coordinata con il ministero della Giustizia svedese, fa seguito a un primo incontro già svoltosi a Kabul nel gennaio 2026 e nasce da una lettera congiunta inviata nell'ottobre 2025 da una ventina di ministri dell'Interno e della Migrazione europei, che chiedevano un maggiore sostegno dell'Ue per i rimpatri verso l'Afghanistan.
Le discussioni riguarderebbero in via prioritaria i soggetti privi di diritto di soggiorno nell'Ue e considerati una minaccia per la sicurezza. I colloqui tecnici includerebbero anche questioni logistiche come la gestione dell'aeroporto di Kabul e l'organizzazione dei voli charter. La Germania si è distinta come uno dei paesi più attivi su questo fronte: dal 2024 ha già rimpatriato oltre 100 afghani tramite voli facilitati dal Qatar, e a fine febbraio 2026 ha operato il primo volo diretto senza intermediari. Anche l'Austria ha mantenuto contatti diretti con rappresentanti talebani, arrivando ad ospitarne una delegazione a Vienna.
Bruxelles sottolinea che i contatti con le autorità afghane "non costituiscono in alcun modo un riconoscimento" del regime. Eppure, le critiche arrivano da più parti. Il Parlamento europeo ha approvato il 21 maggio 2026 una dura risoluzione in cui si oppone esplicitamente a qualsiasi forma di normalizzazione diplomatica con i talebani, giudicando incompatibile con le gravissime violazioni dei diritti umani in corso l'idea stessa di invitare rappresentanti del regime a Bruxelles. Gli eurodeputati chiedono che ogni rapporto diplomatico sia subordinato al ripristino dei diritti fondamentali, in particolare di donne e ragazze.
E il quadro in Afghanistan è tutt'altro che rassicurante. Dal ritorno al potere nel 2021, i talebani hanno emesso oltre 70 editti che limitano sistematicamente la vita delle donne: l'Afghanistan è oggi l'unico paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe, e dal dicembre 2024 il bando è stato esteso anche agli istituti medici. Le donne sono state escluse dal sistema legale, dalle università e dal lavoro nelle organizzazioni non governative. A queste restrizioni si aggiungono la stretta sulla stampa, la chiusura di media indipendenti, gli arresti di giornalisti e le denunce dell'ONU su torture, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti ai danni di rimpatriati.
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio forzato possa violare il principio di non respingimento. Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che un contatto diretto con i funzionari talebani potrebbe esporre richiedenti asilo e dissidenti afghani a rischi aggiuntivi.
L'Afghanistan, nel frattempo, attraversa una delle peggiori crisi umanitarie al mondo: secondo il Programma Alimentare Mondiale dell'ONU, oltre 17 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare.
La contraddizione è difficile da nascondere: l'Europa che condanna formalmente il regime talebano come il peggiore violatore dei diritti umani al mondo, in particolare quelli delle donne, tratta con quel regime per rispedirvi i propri "indesiderati". Come hanno denunciato più voci critiche, non esistono davvero incontri "solo tecnici" quando si tratta di conferire legittimità operativa a chi sistematicamente calpesta i principi su cui l'Unione europea dichiara di fondarsi.