La coca tra tradizione e narcotraffico: coltivazioni oltre il limite

In Bolivia la foglia di coca resta al centro di un equilibrio sempre più difficile tra tradizione ancestrale e narcotraffico. Nel mercato di La Paz le donne aymara continuano a vendere la foglia che da secoli garantisce alle famiglie un reddito per le necessità quotidiane. Come riporta LatinAmerican Post, per le famiglie di Los Yungas, la regione subtropicale del dipartimento di La Paz, la coca rappresenta lavoro, reddito ed eredità da tramandare.
La Costituzione boliviana riconosce la coca come patrimonio culturale e risorsa naturale rinnovabile, stabilendo che la foglia nel suo stato naturale non è uno stupefacente. Ogni 11 gennaio il paese celebra questa tradizione, ricordando il ritorno della Bolivia, nel 2013, alla convenzione internazionale sulle droghe delle Nazioni Unite, ottenuto con una riserva che consente la pratica dell'acullico, la masticazione tradizionale della foglia, sul territorio nazionale.
Dietro la dimensione culturale, però, cresce la pressione dei numeri. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), nel 2025 la superficie coltivata a coca in Bolivia ha raggiunto 36.400 ettari, con un aumento del 7% rispetto ai 34.000 ettari registrati l'anno precedente. La Legge Generale della Coca del 2017 fissa un tetto massimo di 22.000 ettari nelle zone autorizzate dei dipartimenti di La Paz e Cochabamba: la superficie rilevata nel 2025 supera quindi il limite legale di 14.400 ettari, una eccedenza pari a quasi due quinti del totale coltivato.
L'andamento non è però uniforme sul territorio. A Los Yungas, la zona tradizionale per eccellenza, la coltivazione è scesa da 19.230 a 18.430 ettari, un calo del 4%. L'aumento complessivo è trainato soprattutto dal Trópico di Cochabamba, dove la superficie coltivata è passata da 14.275 a 17.471 ettari, con una crescita del 22%.
Daynor Choque, presidente dell'associazione dei coltivatori di coca di La Paz (Adepcoca), ha dichiarato all'agenzia EFE che migliaia di produttori dipendono dalla pianta per avere accesso a sanità, istruzione e lavoro. Allo stesso tempo, Choque ha criticato l'inefficacia delle politiche statali, sottolineando le difficoltà del sistema di controllo comunitario previsto dalla legge sulla coca. Proprio per contrastare la sovrapproduzione, i coltivatori di La Paz hanno presentato un progetto di legge che prevede pene detentive da cinque a otto anni per chi coltiva coca in zone non autorizzate, inclusi parchi nazionali e aree protette, puntando così a scoraggiare sia la coltivazione illegale sia la vendita non autorizzata.
L'articolo di LatinAmerican Post sottolinea come la sola promozione dei derivati legali della coca non risolva il nodo centrale: quanta parte dell'eccedenza possa effettivamente essere assorbita dalla domanda legittima, quella destinata al consumo tradizionale e ai mercati autorizzati. La sfida principale per la Bolivia resta dunque quella di preservare un sostentamento che affonda le radici nella storia e nell'identità del paese, rendendo al tempo stesso applicabili i limiti di coltivazione fissati per legge e più costoso, e quindi meno conveniente, il traffico di cocaina che si innesta sull'eccedenza produttiva.