Giappone. Verso la legalizzazione dell'eutanasia passiva
Sebbene in Giappone non esistano specifiche preclusioni di tipo religioso contro l'eutanasia, vi sono stati diversi casi travagliati come quello di Piergiorgio Welby e l'Arcipelago ha cominciato ora a orientarsi verso un'accettazione della 'morte dignitosa'.
Lo ha testimoniato oggi una decisione con cui l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute' si e' pronunciata per la prima volta in favore di una disattivazione degli apparati di sopravvivenza per i pazienti terminali che abbiano dato un consenso in proposito.
E' la prima decisione mirante ad autorizzare nell'Arcipelago una forma di eutanasia passiva che finora era stata ufficialmente sempre respinta.
Ancora lo scorso aprile un sondaggio condotto fra medici, infermieri e altri addetti alla sanita' in tutto il Paese aveva indicato che solo il 39% era propenso a 'staccare la spina' nei casi di morte cerebrale.
Pur non essendo un paese confessionale, infatti, il Giappone continua a essere ampiamente permeato da concezioni tradizionalistiche sulla complessa integralita' degli esseri viventi, cui invece ha fatto riscontro negli ultimi anni un crescente ampliamento del dibattito sociale sulla 'morte dignitosa'.
Lo scorso anno, per esempio, ha fatto scalpore il caso di una dottoressa che aveva deciso di rimuovere le apparecchiature che erano le sole a mantenere in vita un uomo da tempo in coma profondo.
La sanitaria ha detto di avere agito sulla base dei desideri espressi in precedenza dal degente: i familiari hanno contestato la decisione, ma i giudici si sono limitati a infliggere alla donna una condanna simbolica con la condizionale.
Gia' in precedenza altri casi simili finiti alla ribalta delle cronache giudiziarie avevano fatto molto discutere, ma tuttora non esiste alcuna legge sulla 'songenshi', come viene chiamata in giapponese la morte dovuta al distacco di apparati di sopravvivenza senza sommnistrazione di farmaci per accelerare il decesso.
E' cosi' che il passo fatto dalla commissione ad hoc e' stato estremamente prudente: prima di adottare ufficialmente qualsiasi posizione l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute ha deciso di chiedere il parere di tutti i suoi aderenti.
Tra i principali problemi in tale contesto vi e' la definizione di malati terminali, che gli esperti favorevoli all'eutanasia passiva hanno ora descritto come 'pazienti in stato di morte cerebrale o destinati con tutta evidenza a morire nel giro di ore o di giorni nonostante qualsiasi cura'.
Quanto alla disattivazione degli apparati di sopravvivenza, la commissione ha indicato che la decisione dovrebbe essere 'presa razionalmente e obiettivamente da almeno due medici, compreso il medico curante', sulla base di un documento da cui risulti chiaramente una volonta' del paziente in tal senso.
(Fonte Ansa)
Lo ha testimoniato oggi una decisione con cui l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute' si e' pronunciata per la prima volta in favore di una disattivazione degli apparati di sopravvivenza per i pazienti terminali che abbiano dato un consenso in proposito.
E' la prima decisione mirante ad autorizzare nell'Arcipelago una forma di eutanasia passiva che finora era stata ufficialmente sempre respinta.
Ancora lo scorso aprile un sondaggio condotto fra medici, infermieri e altri addetti alla sanita' in tutto il Paese aveva indicato che solo il 39% era propenso a 'staccare la spina' nei casi di morte cerebrale.
Pur non essendo un paese confessionale, infatti, il Giappone continua a essere ampiamente permeato da concezioni tradizionalistiche sulla complessa integralita' degli esseri viventi, cui invece ha fatto riscontro negli ultimi anni un crescente ampliamento del dibattito sociale sulla 'morte dignitosa'.
Lo scorso anno, per esempio, ha fatto scalpore il caso di una dottoressa che aveva deciso di rimuovere le apparecchiature che erano le sole a mantenere in vita un uomo da tempo in coma profondo.
La sanitaria ha detto di avere agito sulla base dei desideri espressi in precedenza dal degente: i familiari hanno contestato la decisione, ma i giudici si sono limitati a infliggere alla donna una condanna simbolica con la condizionale.
Gia' in precedenza altri casi simili finiti alla ribalta delle cronache giudiziarie avevano fatto molto discutere, ma tuttora non esiste alcuna legge sulla 'songenshi', come viene chiamata in giapponese la morte dovuta al distacco di apparati di sopravvivenza senza sommnistrazione di farmaci per accelerare il decesso.
E' cosi' che il passo fatto dalla commissione ad hoc e' stato estremamente prudente: prima di adottare ufficialmente qualsiasi posizione l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute ha deciso di chiedere il parere di tutti i suoi aderenti.
Tra i principali problemi in tale contesto vi e' la definizione di malati terminali, che gli esperti favorevoli all'eutanasia passiva hanno ora descritto come 'pazienti in stato di morte cerebrale o destinati con tutta evidenza a morire nel giro di ore o di giorni nonostante qualsiasi cura'.
Quanto alla disattivazione degli apparati di sopravvivenza, la commissione ha indicato che la decisione dovrebbe essere 'presa razionalmente e obiettivamente da almeno due medici, compreso il medico curante', sulla base di un documento da cui risulti chiaramente una volonta' del paziente in tal senso.
(Fonte Ansa)
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