Italia. Il 53% dei detenuti tossicodipendenti ha problemi psichiatrici
Sono circa 10 mila su una popolazione carceraria di 60 mila detenuti i tossicodipendenti negli istituti di pena italiani che hanno anche disturbi psichiatrici. A segnare per la prima volta in Italia la dimensione del fenomeno e' uno studio condotto in 19 penitenziari nel triennio 2001-2004. Il dato, ritenuto 'enorme' dagli stessi ricercatori, e' stato presentato oggi in un convegno sulle tossicodipendenze e la doppia diagnosi in carcere. "Riteniamo enorme le dimensioni del fenomeno -ha spiegato presentando i dati preliminari dello studio I disturbi piu' frequenti sono i comportamenti antisociali (33,9%), i borderline (26,2), le paranoie (25%), per passare alla depressione, alla schizofrenia e via a seguire.
"Ma -ha tenuto a precisare il tossicologo Gilberto Gerra, del dipartimento nazionale politiche antidroga della presidenza del Consiglio dei ministri- si tratta di disturbi che non sono figli della tossicodipendenza" ma problemi, quindi, sorti spesso molto prima.
Lo studio per ora non ha coinvolto gli extracomunitari ma la cifra di 10.000 persone con problemi di droga e disturbi psichiatrici e' una stima che ingloba anche gli stranieri, calcolando che per loro ci possano essere le stesse percentuali di disturbi verificate fra gli italiani.
Ancora non sono disponibili i dati disaggregati sulle donne ma gli esperti indicano gia' da ora che e' la popolazione maschile quella piu' colpita.
L'obiettivo dello studio e' quello di trovare il prima possibile nuovi protocolli di intervento per persone che hanno ben tre sofferenze: la droga, il disturbo psichiatrico ma anche la detenzione.
Un giusto armamentario farmaceutico, ha spiegato Gerra, e' fondamentale ma non puo' bastare. Oggi, ha detto il tossicologo, si utilizzano poco i neurolettici atipici, di nuova generazione, che costano molto di piu' di quelli precedenti ma che hanno il vantaggio di lasciare il paziente lucido, in grado quindi di sopportare una terapia psichiatrica, necessaria anche per tentare un recupero dalla tossicodipendenza. E l'esperto mette in guardia anche dall'uso di alcuni tranquillanti come le bezodiazepine: "vanno bene per pochi giorni ma dopo solo 3 settimane generano dipendenza". Oltre a questi prodotti, quindi serve individuare percorsi distinti e personalizzati.
"La legislazione attuale e le sue applicazioni non sono sufficienti per offrire opportunita' di recupero efficaci" per i tossicodipendenti, per i quali, secondo don Luigi Ciotti, alla luce dei risultati dello studio presentato oggi, esiste una vera e propria emergenza psichiatrica nella carceri.
"Una situazione sovrapponibile a quella che si trova sulle strada". Molte le azioni da intraprendere a vario livello indicate dal fondatore del Gruppo Abele. "Molti di questi ragazzi hanno una doppia recidiva una volta usciti dal carcere: c'e' una ricaduta nella tossicodipendenza e nella delinquenza per potersi permettere l'uso delle droghe. Ma la recidiva non e' una responsabilita' delle singole persone ma anche delle istituzioni. E per loro c'e' infine una nuova detenzione, che e' quella sociale". Don Ciotti ritiene, di fronte alle cifre che tracciano dimensioni cosi' ampie del problema psichiatrico nelle carceri, che il numero degli operatori 'sia ridicolo'. Sorge quindi un problema di ripensare una organizzazione efficiente, in grado di progettare, per ogni detenuti e malato, un progetto di assistenza, cure e riabilitazione proiettato verso l'esterno, per la vita fuori dalle mura del penitenziario. E il lavoro di alcune cooperative dimostra, ha concluso don Ciotti, che e' proprio l'insieme degli interventi (dal sostegno farmacologico e al lavoro, dalla rete di relazioni, alla certezza di una casa) a garantire i risultati, migliori anche rispetto a quelli delle comunita'.
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