Italia. Il ddl Fini aggraverebbe il quadro proibizionista e repressivo
Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, e l'avv. Giuseppe Rossodivita, della direzione di Radicali Italiani, a seguito dell'audizione tenuta presso la commissione Sanita' del Senato sul disegno legge Fini in materia di droga, hanno rilasciato la seguente nota stampa."Il disegno di legge Fini aggrava il quadro proibizionista e repressivo in particolare su quattro punti: la caduta delle differenze tra droghe leggere e droghe pesanti; il ripristino di una dose massima che fa da soglia tra consumo e spaccio; l'inasprimento delle sanzioni, sia penali che amministrative; l'alternativa obbligata tra carcere e comunita'.
Il combinato disposto di queste norme colpirebbe soprattutto i 3-4 milioni di consumatori abituali dei derivati della cannabis. Nella misura in cui le forze dell'ordine fossero ulteriormente distolte dalla lotta contro il crimine per inseguire i consumatori, l'amministrazione della giustizia si troverebbe ad affrontare un ulteriore aggravio del gia' insostenibile carico di lavoro. Nel farlo, non potrebbe piu' contare sul margine di apprezzamento da parte del giudice, che sarebbe obbligato a considerare spacciatore, e dunque a sanzionare penalmente, chiunque produce, commercializza, ma anche detiene oltre a una certa quantita' qualsiasi sostanza stupefacente proibita, anche nel caso in cui sia dimostrabile che la detenzione e' unicamente a fine personale. Per la cannabis, le pene aumenterebbero: da un anno (per i casi di lieve entita') a vent'anni nella proposta di legge, mentre oggi si va dai 6 mesi ai 6 anni. Quanto alle sanzioni amministrative, la facolta' di archiviare il procedimento e' stata espunta nel disegno di legge, con la conseguenza che dovranno senz'altro essere applicate le sanzioni (sospensione della patente o divieto di conseguirla, sospensione del passaporto, ecc.). Chi e' gia' stato condannato, anche non definitivamente e per altri reati, potrebbe essere sottoposto fino a due anni di misure cautelari limitative della liberta' personale che consegnerebbero alle forze dell'ordine un potere da Stato di Polizia, esponendo i cittadini e le stesse forze dell'ordine ad abusi di ogni tipo.
Riguardo alla possibilita' di evitare il carcere sottoponendosi a trattamenti di recupero. A ben guardare, la strategia non e' priva di rischi: puntare tutto sulle comunita' penalizzerebbe terapie sostitutive e di riduzione del danno che solitamente non implicano il ricovero in strutture apposite, e per le quali i servizi pubblici per le tossicodipendenze e i medici di base possono svolgere un ruolo fondamentale. E' inoltre provato che la cura in comunita' di recupero ha scarsissime possibilita' di successo se effettuata da parte di un cittadino costretto a scegliere tra comunita' e carcere. Per i consumatori di cannabis, la questione assume connotati di vera e propria farsa. Non essendo tossicodipendenti nel senso clinico del termine, cioe' non soffrendo ne' crisi di astinenza ne' altri disagi significativi dalla non assunzione di droghe, come possono essere "curati" dalla comunita' terapeutica?
Se dunque e' vero che la tossicodipendenza non si cura in carcere, come lo stesso Presidente del Consiglio ha riconosciuto, e' falso che la proposta di legge Fini presenti valide alternative, che non possono basarsi sul ricovero coatto, ma sulla restituzione al cittadino della liberta' e responsabilita' delle proprie scelte, compresa quella di avvalersi dell'aiuto di un medico al quale non venga piu' negata la liberta' di proporre le terapie piu' adatte".
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