Italia. Editoriali ed interviste pubblicati il 23 e 24 dicembre 2006 su Piergiorgio Welby (2)
Leadership radicale
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006
Breve inchiesta sulla capacità dei radicali di formare e talvolta guidare la coscienza pubblica. Anche questo Natale se lo sono aggiudicato con la campagna originata dalla volontà di Welby. Pareri laici e cattolici
Roma. In Italia, culla della cristianità e sede del Vaticano, a due giorni dal Natale, le prime pagine di tutti i giornali in edicola - compreso questo - non parlano che del "caso Welby". Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l'uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un'influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. "Una singolare forza politica - dice lo storico Gian Enrico Rusconi - che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare. Non è un partito anche perché se lo fosse divenuto sarebbe entrato nella stessa dinamica. E' un caso unico in Europa, probabilmente legato proprio alla personalità del suo fondatore. Un movimento che ogni dieci anni prende improvvisamente un punto essenziale e lo pone al centro dell'agenda politica del paese, dopodiché viene come riassorbito da tutte le patologie della politica, di cui soffre come gli altri, salvo riemergerne dieci anni dopo. E infatti temo che adesso, dopo il 'caso Welby', accada esattamente questo: che ci marceranno sopra per altri dieci anni, rovinando tutto".
In un sistema chiuso
E' come se i radicali fossero l'altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell'anomalia. "A cominciare naturalmente dall'anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. E' il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l'etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere". E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse - come il referendum sulla fecondazione assistita - sono state quelle che hanno visto dall'altra parte della barricata la Chiesa cattolica. "Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo", osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: "L'Italia, per l'influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza". La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. "Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L'uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l'uomo non c'è nulla. e' lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea".
La forza dei radicali, secondo Baget Bozzo, starebbe dunque non in loro stessi, ma nel "nichilismo avanzante". Forse dunque i radicali riescono a esercitare un'influenza così significativa sulla vita pubblica, apparentemente tanto al di sopra delle loro forze, non perché siano capaci di sollevarsi per i capelli, come il barone di Munchausen, ma perché sollevati dallo spirito del tempo? "Deboli come organizzazione di partito, ma fortissimi come avanguardia del potere ideologicamente dominante", dice Antonio Socci, citando l'esempio della campagna referendaria sulla legge 40, quando "il Corriere della Sera si trasformò per l'occasione in giornale-partito, con tutti i grandi giornali". Ma questo tocca un problema più generale. "Il fatto che la quasi totalità dei giornali è fatta da persone che quando raccontano l'Italia raccontano in realtà la propria redazione, i propri piccoli circoli, se non semplicemente i propri familiari".
Di parere opposto è invece il liberale Piero Ostellino, secondo il quale i radicali "sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare". Tutti gli altri "danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano". Una grande occasione l'ha avuta il centrodestra, cioè il cosiddetto partito liberale di massa. "Ma poi alle dichiarazioni di principio non ha fatto seguire l'azione politica, sono mancati i fatti". Eppure, da un punto di vista liberale, non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbero i partiti essere organizzazioni capaci di rappresentare, elaborandole unitariamente, le diverse istanze di diversi gruppi sociali più o meno omogenei, nel contrasto con i partiti rappresentanti istanze (gruppi sociali, interessi, aspettative) opposte? L'alternativa non è l'atomizzazione in mille micro-partiti confessionali, valoriali, per definizioni inabili alla mediazione politica? "In linea teorica sì - risponde Ostellino - resta il fatto, però, che portatori di principi, cioè di un'idea della società nella quale si voglia vivere, i partiti devono pur esserlo, per poi tradurre tutto questo in azione politica, con tutti gli inevitabili compromessi del caso. Altrimenti, cosa traducono, su cosa si effettua la mediazione?".
Anche Socci non manca di riconoscere ai radicali grandi capacità. "Rappresentano l'élite e fanno benissimo il loro lavoro, sono i cattolici che non fanno altrettanto bene il loro, sui media e nel dibattito pubblico, dove un punto di vista originale e non subalterno proprio non si vede". Resta però il fatto che "sul Corriere, un giorno sì e l'altro pure, viene intervistato un radicale, come non accadeva nemmeno ai dirigenti dc degli anni Cinquanta". E forse si potrebbero aggiungere anche i grandi giornali internazionali, e specialmente anglosassoni, dove raramente le corrispondenze dall'Italia mancano di dare rilievo alle posizioni radicali. Per merito, per lo spirito del tempo o per diverse ragioni.
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"Quando sentite parlare di qualità e di dignità della vita, allontanatevi"
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006, di Giulio Meotti
Roma. Avvocato libertario e pro-life delll'Intemational Task Force on Euthanasia, allievo del crociato dei consumatori Ralph Nader, con il quale ha scritto quattro libri, editorialista di Weekly Standard e del Wall Street Journal, Wesley J. Smith ha testimoniato in tribunale per salvare la vita di Terri Schiavo, la ragazza della Florida lasciata morire di inedia. Inserito dalla rivista National Journal fra i cinque più importanti esperti americani di bioetica, Smith sostiene che se Piergiorgio Welby fosse morto per il distacco del respiratore, accompagnato da una sedazione moderata, non sarebbe eutanasia. Diversamente, in caso di utilizzo terminale dei farmaci, dovremmo parlare di suicidio assistito.
"Negli Stati Uniti è diritto di un uomo rifiutare l'ausilio del respiratore - ci spiega Smith - Se Welby è morto a causa della sedazione massiccia di morfina, sarebbe omicidio eutanasico. La natura deve fare il suo corso e la morte non segue sempre il distaccco del respiratore. Diverso è il rifiuto dell'ausilio per l'alimentazione. L'uccisione di un essere umano attraverso iniezione letale non è paragonabile al rifiuto di una macchina, come è successo a Giovanni Paolo II'. Si verificano anche casi di morte per effetto involontario della sedazione. "Nei trattamennti medici associati al rischio per il paziente. La palliazione è un trattamento medico necessario, a differenza della dose massiccia di morfma intenzionale e ricercata".
Un paziente può decidere se le cure che sta ricevendo gli procurano più danni e dolore che non sollievo. "Mio padre è morto di cancro e ha rifiutato le cure quando eraano diventate insopportabili. Abbiamo il diritto di rifiutare i macchinari, ma quando la decisione diventa giudizio di valore sul fatto che la vita del malato non è 'degna di essere vissuta', a causa di una disabilità o di una presunta 'qualità della vita', la decisioone deve essere considerevolmente rivista. Nel 1978 ci fu il caso Quinlan, che verteva sul distacco del respiratore e aprì la strada al cosiddetto 'diritto di morire'. Il concetto di autonomia del paziente non può essere usato per dare una vernice di rispettabilità al dovere di morire".
I futilitaristi e il medicidio
In questo caso, i "futilitaristi", come li chiama Smith, devono essere fermati. "Da questo dipendono le nostre vite, la nostra dignità e quella di chi più amiamo. L'etica della 'qualità della vita' è un'interpretazione totalmente laica di ciò che chiamiaamo 'santità della vita'. Il transumanesimo è quasi una religione". Le tattiche degli attivisti dell'eutanasia sono le stesse da un seecolo: "Il ricorso a eufemismi per descriveere l'omicidio e attaccare gli oppositori come teocrati che cercano di imporre la superstizione sulla società. I sostenitori delll'eutanasia ritengono che la personale auutonomia sia indispensabile alla piena eguaglianza e che malati, disabili e sofferenti dovrebbero avere il diritto di scegliere 'tempo, modo e metodo' della morte.
La cura, a differenza dell'uccisione, costa tempo, denaro e angoscia emotiva. Ma nobilita e libera". Intorno al caso Terri Schiavo si è celebrata una guerra culturale sul principio eguaglianza. "Chi appoggiava Michael Schiavo diceva che era il solo modo per rispettare i desideri di Terri. Coloro che si batterono per salvarla rispondevano che era una copertura della disumanizzazione delle cosiddette 'non persone'. 'Non persone' sarebbero gli embrioni e i feti, alcuni bioeticisti dicono anche alcuni nuovi nati, Terri Schiavo e Ronald Reagan durante le fasi finali dell'Alzheimer. Il vero problema è una visione asfissiante di ciò che ci rende umani e può portarci nell'abisso, un mondo puramente materialistico e darwinistico dove il 'forse' diventa il 'giusto'. Gli esseri umani sono più della somma delle loro funzioni".
Con un neologismo pregnante, Smith parla di "medicidio". "La legalizzazione dell'eutanasia ferirebbe la società, corrompendo la medicina, discriminando i vulnerabili e aprendo le porte a un precipizio morale come è avvenuto in Olanda, dove il Parlamento legalizzerà l'infanticiidio eugenetico. I medici olandesi sono arrrivati a uccidere malati terminali, disabili e depressi che non erano fisicamente malati. Delle 130 persone uccise da Jack Kevorkian, il 'dottor Morte', 90 non erano terminali: la maggior parte di loro erano depressi e disabili. Dopo che l'uccisione è stata accettata come soluzione a un problema, domani sarà vìsta come la soluzioone a centinaia di altri problemi".
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Parole chiare di un medico (cattolico) totalmente privo di pregiudizi
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006, di Cristina Giudici
Milano. Quando a un convegno organizzzato nel 2004 dalla sua Fondazione italiana di Leniterapia ha dichiarato di aver aiutato "a morire bene" un suo paziente, malato terminale di cancro, attraverso la sedazioone, lo hanno accusato di essere favorevole all'eutanasia. E quando invece i radicali recentemente hanno cercato di coinvolgerlo in quello che lui definisce "un circo mediatico" per sollevare il caso di Piergiorgio Welby, si è tirato indietro perché non voleva essere trascinato in un dibattito che secondo lui è "ideologico" perché si è confuso il diritto a rifiutare l'accanimento terapeutico con l'eutanasia.
Piero Morino è un medico anestesista e dirige l'Unità cure palliative dell'Asl 10 di Firenze. E' cattolico e ci tiene a precisare che l'eutanasia significa "somministrare un farmaco letale a un paziente che vuole morire, mentre la sedazione è l'intervento che si dovrebbe concordare con il malato per aiutarlo a morire quando la medicina non è in grado di controllare un sintomo refrattario che provoca sofferenze insopportabili. Lo ha detto anche Pio XII nel 1954", insiste. "Alla domanda se fosse lecito dare della morfina a un malato che soffre anche se questa può portarlo gradualmente alla morte, rispose di sì".
Secondo Morino, il compito della medicina è curare e anche aiutare i pazienti terminali a morire in modo naturale. Senza ricorrere all'accanimento terapeutico. Ecco perché nella sua Unità lui utilizza la pratica della "pianificazione anticipata delle cure". "Nella cartella clinica registro il dialogo con i malati", racconta. "A tutti spiego con franchezza quali siano le implicazioni reali della loro patologia, in modo che possano decidere fino a che punto siano in grado di sopportare la sofferenza. Se mi chiedono di aiutarli, lo faccio. Se al contrario mi dicono di essere disposti a sopportare le pene dell'inferno, rispetto ugualmente le loro volontà".
Infatti il dottor Piero Morino ha redatto la Carta di Firenze, sottoscritta da numerosi medici, che stabiliscono delle regole per instaurare un rapporto paritetico fra medico e paziente attraverso un'alleanza terapeutica. "Si ispira al principio della libertà di scelta", spiega Morino. "Anche quando questa sia in contrasto con quella del meedico, ne derivi un pregiudizio per la salute, o persino per la vita del paziente".
E come si misura la distanza fra questa libertà di scelta e l'eutanasia? "Il paziente che viene sedato e così condotto gradualmente alla morte è una persona che muore a causa della propria malattia, mentre l'eutanasia è un omicidio e io non la praticherò mai. Ritengo che i medici debbano rimanere estranei al dibattito, che è assolutamennte ideologico, sull'eutanasia. Quello semmmai è un compito che spetta alla politica.
Noi dobbiamo limitarci a informare i nostri pazienti sull'evoluzione della malattia perché decidano fino a che punto vogliono arrrivare. La morte non è una patologia, ma un avvenimento fisiologico, come la nascita. E bisogna saperla accettare. Altrimenti la sofferenza fisica diventa un campo di guerra fra la scienza e la malattia. La cosa più immportante per un medico che lavora a fianco
dei malati terminali è saperli ascoltare e farsi guidare da loro".
"Sa cosa dicono spesso i malati che quando arrivano da noi sono ormai esausti, disperati, troppo sofferenti per saper prenndere una decisione? 'I medici mi avevano detto che ce la potevo fare, che non dovevo arrendermi ma continuare a lottare e a sperare'. E sa quanti medici decidono da soli di arrivare alla sedazione perché capiscono che i loro pazienti non ce la fanno più? Tantissimi. Ecco perché bisogna rivedere il rapporto fra il medico e il paziente e non confondere la libertà di scelta con l'eutanasia". E nel caso di Piergiorgio Welby avrebbe staccato la spina? "Certo - dice Morino - ma il problema è un altro: è come arrivare a non attaccare la spina. Se Welby fosse stato informato correttamente sul proogresso della sua malattia, forse avrebbe deeciso di non ricorrere a un ventilatore autoomatico. Ed è proprio questo che cerco di fare tutti i giorni: evitare che si arrivi ad attaccare la spina".
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Quando alla destra piaceva morire
Da Libero del 23 Dicembre 2006, di Armando Plebe
Caro Finì, alla destra piaceva morire. Non per il disgusto della vita, al contrario, perché un'autentica vitalita' significa affrontare serenamente sia la vita sia la morte. Chi è animato da guesto intento è praticamente invincibile. Ben lo sapevano gli antichi Stoici. Ritiene che questa mia riflessione sia estranea agli ideali e alla mentalità del suo partito?
Questa domada mi è sorta spontanea l'altro ieri sera. Nella puntata di Otto e Mezzo dedicata al caso Welby è infatti emersa una stortura ideologica che non va passata sotto silenzio. Non intendo qui affrontare il caso specifico, ma denunciare un errore che potrebbe essere dannoso. Risulterebbe cioè dalla trasmissione che la destra italiana sia consenziente con l'ortodosia clericale nel ritenere che la conservazione della propria esistenza sia il bene supremo a cui un uomo degno di rispetto sarebbe tenuto. È sembrato cioè che soltanto i radicali avanzino dei dubbi sulla priorità che nelle scelte di un individuo dovrebbe avere il non rinunziare alla propria vita.
Ideali patriottici
Senonché, se ha senso parlare di una mentalità di destra sia nel passato sia al giorno d'oggi, questa supremazia del conservarsi in vita non le si addice proprio. Tralascio l'argomento che sarebbe forse il più vistoso, l'esaltazione che gli uomini di destra di tutti i tempi hanno compiuto di chi sacrifica la propria vita per la sua nazione. Ormai gli ideali paatriottici non sono più di moda, anche se risuona pur sempre nelle orecchie di non pochi il verso famoso secondo cui "bello e decoroso è morire per la patria". Oggi i confini tra quel che è patriottico e quel che non lo è sono più labili di un tempo, e può essere controverso appellarsi ad essi. Ad esempio, va considerata o no un'azione patriottica sacrificaare la propria vita per la missione italiana in Libano, voluta dalla sinistra allo scopo essenziale di mettere in difficoltà Israele?
Proprio per questo non incentrerei la mia argomentazione sulla gloria che il patriottismo da sempre ha conferito a chi sacrifica la propria vita per la nazione. Ma v'è un commplesso di ideali che vanno anche oltre il patriottismo e che dovrebbero indurre l'uomo di destra a non mettere la sua esistenza in cima ai propri scopi. Nell'atmosfera che ha caratterizzato a lungo la destra europea è rimasta famosa quella ballata di Schiller che narra di due amici viventi sotto il potere di un tiranno spietato. Uno dei due, condannato a morte, chiede al tiranno di poter andare dalla madre morente lasciando in ostaggio l'amica. Il tiranno acconsente, convinto che si tratti di una sua vigliaccheria. Ma quando questi si ripresenta puntuallmente, resta tanto colpito da concedere la grazia a entrambi.
Se lo si giudicasse col criterio di Rosi Bindi, per cui la vita è un dono di Dio che l'individuo non può mai permettersi di rifiutare, il personaggio di Schiller andrebbe considerato un peccatore anziché un eroe. Non solo, ma il caso Welby paradossalmente riproduce la celebre vicenda di Socrate che preferì rinunciare alla vita in nome di un ideale di giustizia.
L'ideale di Welby era, com'è noto, la legalizzazione dell' euutanasia' giacché, se non avesse reso pubblico questo suo ideale, già da mesi avrebbe ottenuto silenziosamente di esser lasciato morire, come accade frequentemente in casi del genere. L'ideale di Socrate era convincere gli uomini che la giustizia andasse rispettata anche contro il proprio interesse.
Leggi sovvertite
È invece il mondo della sinistra che ha sempre messo in dubbio, quando non ridìcolizzzato, le battaglie ideali per far prevalere una data norma del codice penale. La sinistra non ha mai voluto una legislazione severa ma ragionevole, ha sempre mirato al sovvertìmennto di ogni legislazione. Certo, i radicali, inquadrati nella coaliizione di sinistra, hanno combattuto una battaglia che può sembrare simile agli ideali tradizionali del non temere la morte. Però l'hanno combatttuta in parte sminuendone il significato. Si sono limitati a insistere sull'opportunità, sia pure sacrosanta, di evitare la sofferenza fisica. Ma un uomo può desiderare la propria morte anche per motivi più nobili che non quello, pur sempre comprensibile, di evitare la sofferenza fisica. La ballata di Schiller è solo uno dei possibili esempi. Ma quanti genitori non hanno esitato a sacrificare la propria vita per la sopravvivenza di un figlio, quanti amici per quella di un amico, quanti idealisti per la realizzazione di un proprio ideale!
Mi sembra importante fare queste precisazioni perché non mi risulta che tra la molta carta stampata che si è consumata sul caso Welby qualcuno le abbia fatte. Eppure si tratta proprio della questione fondaamentale.
Se Socrate avesse rinunciato a mettersi in salvo perché sofferente di ulcera gastrica e non intendeva continuare a soffrire, difficilmente sarebbe passato alla storia. Forse anche fra gli ideali ve ne sono alcuni con la lettera maiuscola, e non crediamo che siano quelli di Rosi Bindi.
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Fuori dai tribunali
Da il Secolo d'Italia del 23 Dicembre 2006, di Gloria Sabatini
La vita e la morte, il dolore e la sofferenza non sono roba da affidare alle carte bollate. "E l'ossesssione dei diritti non può minacciare la libertà". Il giorno dopo la morte di Welby, Eugenia Roccella, storica femminista, oggi giornalista e ricercatrice alla "Sapienza", guarda preoccupata alla deriva ideologica e giacobina del movimento radicale. "Quando sono entrata nel partito erano pragmatici e anti-ideologici, adesso non sanno leggere la realtà e "irruzione della tecnoscienza nella nostra vita. .. ".
Eppure il movimento di Pannella ha anticipato e cavalcato importanti battaglie sui diritti civili?
I temi radicali restano essenzialmente di due tipi: i diritti individuali e il liberismo, tanto in politica estera che in economia. Oggi il problema politico riguarda il rapporto con il centrosinistra, come dimostra il dibattito che c'è stato al congresso tra Capezzone e Pannella. Gli argomenti dell'ex-segretario danno fastidio al centrosinistra, il "tavolo dei volenterosi" è un ponte riformista verso il centrodestra. Sul lato opposto, invece, c'è la battaglia dei diritti civili che allontana dalla Cdl e aumenta la sponda con la sinistra radicale. Mi sembra evidente che Pannella voglia tenera la barra del timone a sinistra.
Ma l'accanimento su Welby che cosa ha dimostrato?
Un giacobinismo ideologico molto distante dagli inizi del movimento radicale; un atteggiamento molto rischioso per la libertà. In questi giorni i radicali hanno dimostrato di ignorare le modificazioni profonde della nostra società e della modernità.
In che senso?
Penso all'irruzione della tecnoscienza come minaccia all'integrità della persona. La vita e la morte non possono essere affidate alle carte bollate, eppure i radicali sono andati avanti con una linea già tracciata senza rimodulare le loro posizioni di fronte ai grandi temi della biopolitica. Hanno il mito dell'autodeterminazione della persona ma l'autodetermìnazìone totale non esiste; ci sono limiti intrinseci come la vecchiaia, la malattia, l'infanzia che non si possono ignorare. La garanzia della libertà personale va trovata nelle relazioni intermedie, nella famiglia, negli affetti. Non si trova nel rapporrto diretto tra individuo e Stato. La famiglia è una zona di mediazione tra individuo e Stato, se non voglio essere subito "soltanto" cittadino in una dimensione che mi schiaccia.
Quindi anche nel ricorso presentato per Welby c'è stata una forzatura?
Ma certo. È stato un atto gravissimo. Il ricorso era una richiesta per obbligare (o non obbligare) a staccare la spina del respiratore: una richiesta illiberale. Dove sta il liberalismo radicale di un tempo? Tutto questo modo di ricorrere ai giudici è una forma di giacobinismo insopportabile. Per me la libertà viene prima dell'ideologia.
Ma torniamo all'eutanasia ...
Intanto credo che non esista l'eutanasia clandestina che scandalizza tanto i miei amici pannelliani. Esiste semmai un "accompagnamento alla morte" che dev'essere concordato con il medico, l'individuo e i propri cari. Ma dev'essere una zona non normata per legge. Non serve un provvedimento ad hoc, le linee guida ci sono già e riguardano la possibilità per il paziente di sospendere le cure. Nel caso di Welby c'è stato un accanimento ideologico pazzesco; anche se oggi dicono che non si tratta di eutanasia perche' è stato tutto legale.
Vita, morte, manipolazione genetica: sono temi di strettissima attualità che riguardano la sfera più intima della persona. I media ritraggono la discussione come un grande derby tra laici e cattolici. È davvero così?
Assolutamente no. Siamo ancora ai vecchi schemi ideologici che schiacciano e semplificano. Anche gli organi d'informazione restano in superficie, i salotti televisivi continuano a invitare sacerdoti e medici. Eppure a livello internazionale, sui temi femminili per esempio, esistono alleanze trasversali e impensabili (femministe radicali con assoociazioni pro life e ambientalisti) proprio perché questi temi scompaginano gli schieramenti costituiti. Non si può dire che da una parte c'è la libertà individualee dall'altra la tirannide e il Medioevo.
Qual è, allora, il nemico comune?
Sono preoccupata per la libertà dell'individuo, che è minacciata molto più di quanto non si creda. La tecnoscienza è la nuova utopia illiberale dei nostri tempi, l'ultima religione della perfettibilità; invece solo se riconosco i limiti dell'umano posso strutturare le libertà possibili. L'imperferzione dell'uomo significa l'unicità.
Ma l'opinione pubblica è al corrrente di questa minaccia?
C'è molta sottovalutazione perché infondo la nostra vita continua come sempre, certe prospettive, come gli ibridi di cui si parla in Inghilterra, stanno lì ma nessuno li vede. I media, poi, sono molto schierati, i grandi quotidiani -Repubblica, Corriere della Sera - non dicono mai tutta la verità.
Non resta che un'alleanza trasversale tra le forze politiche ...
Spero che succeda, ultimamente ho visto il ministro Bindi meno politica, molto appassionata e comunicativa su questi temi. Anche in Forza Italia sta nascendo una sensibilità di questo tipo e persino nei diesse c'è più cautela.
Il referendum sulla fecondazione non è passato invano?
Direi proprio di no. Lo schiaffoone è stato duro, mai la sinistra ha avuto così poco eco sui suoi militanti.
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"Fermiamo l'eutanasia e la sua cultura del nulla. Noi abbiamo inventato l' eubiosia per contrastarla"
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006
Prof. Franco Pannuti, lei si e' preso cura da più di trent'anni di sofferenti in fase terminale, prima come primario della Divisione di oncologia, poi come presidente dell'Antea, la più grande associazione Italana di assistennza domiciliare. Qual è il suo commento sul caso Welby?
"Sono dispiaciuto e commosso per la tragica conclusione del "caso Welby", ma mi rifiuto di fare commenti dal punto di viista umano. Mi limito a ribadire che sia io personalmente che tutta la Fondazione ANT Italia Onlus siamo da sempre convintamente contrari all'eutanasia, intesa come morte anticipata, ma, allo stesso tempo, siamo da sempre contrari anche all'accanimento terapeutico e all'abbanndono assistenziale" .
La figura del medico come esce da questa vicenda?
"In questi ultimi anni si è spezzato il rappporto di fiducia tra il Malato e il Medico. Occorre capire che al cospetto di certi drammi, nessuno può dire di avere la verità in tasca. Ed è quindi necessario da parte di tutti fare un passo indietro per ricostruire, nell'interesse dei sofferenti e delle loro famiglie, quel patto tra chi vive situazioni di sofferenza e chi invece ha il compito di curare, senza sentire troppo la necessità che i politici possano risolvere il problema per noi".
Che cosa intende per eutanasia?
"La 'voglia' di eutanasia è sempre espressioone di una grande sofferenza, è da consideraare alla stregua di una malattia, che va prevenuta e che non può essere combattuta solo al momento della morte, ma durante tutta tutto il percorso di un'esistenza. Dobbiamo impegnarci per una cultura della lotta alla sofferenza non solo sul piano individuale, ma sul quello collettivo e sociale e non solo a parole. Occorrono persone preparate, disponibili, strutture e soldi per i veri programmi di solidarietà. Nel mondo, in Europa, a partire dall'Olanda e dal Belgio si fa sempre più strada questa cultura della morte, impiegando più risorse per procurare una morte, che oltre a tutto non è sempre indolore e dolce, come spesso si dice, più che ascoltare i reali bisogni dei pazienti e delle loro famiglie".
Come vede l'impegno delle istituzioni in questo senso?
"Credo che si debba sostituire all'idea della morte come strumento di cessazione della sofferenza, una cultura della vita con dignità, perseguita giorno dopo giorno, con amore, che non preveda l'accanimento terapeutiico, l'abbandono e la solitudine",
Qual è la sua proposta?
"Siamo stati costretti ad inventare una parola nuova, eubiosia - che vuoi dire buona vita - per contrastare la marcia quasi trionfale dell'eutanasia così com'è oggi spiegata al pubblico (eutanasia uguale a "dolce morte"). Si tratta invece di "morte anticipata". Noi, invece, dobbiamo porre l'accento sulla vita, sul diritto alla vita, sul diritto alla dignità della vita; e per dignità noi intendiamo il riconoscimennto e l'affermazione dei propri diritti e di quelli altrui con amore, nel nome di Cristo (credenti o no, perchè quei dieci comandaamenti valgono per tutti). Non eutanasia quindi, ma Eubiosia (vita in dignità). Noi non vogliamo staccare nessuna spina e non vogliamo essere considerati quasi dei nazisti se diciamo no all'eutanasia".
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E' ora di dire basta alle ipocrisie. Pensiamo a chi soffre
Dal Quotidiano Nazionale del 24 Dicembre 2006, di Maria Rita
MORIRE CON DIGNITÀ e senza soffrire è diverso dall'eutanasia. E non basta a risolvere un problema così atroce, per chi soffre e sta morendo, per i parenti intorno, miraare ad ottenere una legge "per morire". Una legge che, per altro, manca, una legge che, nel rispetto delle libertà individuali inalienabili del paziente e del medico, sappia ben definire il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, tra pauura di assumersi la responsabilità del trapasso richiesto, con insistenza, al medico da un malato terminale quotidianamente torturato da dolori fisici e psichici peggiori di ogni supplizio, e la deontoloogia e la coscienza di quel medico e i rischi legali che, nell'esercizio della professione, quel medico correrebbe aiutando un malato terminale a morire.
Quel che occorrerebbe, in verità, è un'infinita pietà. Una "pietas" infinita. Un'umana empatia che consenta a ciascuno di noi di calarsi, fino in fondo, nei panni di chi soffre senza speranza e dei famigliari che, adulti e bambini, assistono impotenti al prolungarsi inesorabile del tormento di chi muore soffrendo.
E ancora quel che occorrerebbe è la fine dell'ipocrisia. Il vaso di pandora delle menzogne che si scoperchia per mostrare realtà sommerse, la verità da tutti conosciuta di malati in preda a dolori insopportabili che vengono continuamente ed umanamente aiutati a tollerare quei dolori con l'assunzione massiccia di morfina o di altri antidolorifici, fino a quando il loro cuore non cede. Si dovrebbe, invece, dare loro la dose prevista? Si dovrebbe "dosare" l'antidolorifico, facendo bene attenzione a che il loro cuore non ne abbia a soffrire troppo, per "rispettare" la vita, per non favorirne la morte? E, nel sedare, poi, si dovrebbe lasciare spazio a gran parte del loro insopportabile dolore per non arrecare alcun guasto al loro cuore? Vale, dunque, prolungare il patimento insopportabile di un essere umano, per attenersi a protocolli medicosanitari che del dolore tengono un conto del tutto relativo? Ovvero, tengono conto del dolore in funzione della "conservazione ad oltranza della vita" per dolorosa, disperata, insopportabile, atroce, inumana che sia.
Come non ribellarsi e perché non ribellarsi a tutto questo? Come e perché non ribellarsi a questa concezione della vita? Chi ha assistito malati terminali, chi ha sentito urlare e piangere, per giorni e notti intere, disperatamente, persone straziate da tumori che divorano il corrpo come se ci fossero belve sanguinarie a strappare via la carne, morso dopo morso; chi ha potuto ascoltare le suppliche di esseri umani coperti da piaghe da decubito; chi ha accolto le parole di persone incapaci di intendere se non nelle pause lasciate loro tra una tormentosa fine della sedazione e l'altra; chi non ha più potuto dormire o avuto esaurimenti lunghi una vita, disturbi da stress post-traumatico, dopo aver assistito alla tragica morte di una persona cara, chi ricorda con gli occchi di quand'era bambino, una morte atroce come quella di Welby, sa di che cosa sto parlando.
Credo che abbia proprio ragione Elle Kappa quando fa dire ai suoi personaggi: personaggio N 1: "Bisognerebbe staccare la spina"; personagggio N° 2: "Sì, non senza, però, prima aver sedato gli ipocriti!".
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006
Breve inchiesta sulla capacità dei radicali di formare e talvolta guidare la coscienza pubblica. Anche questo Natale se lo sono aggiudicato con la campagna originata dalla volontà di Welby. Pareri laici e cattolici
Roma. In Italia, culla della cristianità e sede del Vaticano, a due giorni dal Natale, le prime pagine di tutti i giornali in edicola - compreso questo - non parlano che del "caso Welby". Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l'uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un'influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. "Una singolare forza politica - dice lo storico Gian Enrico Rusconi - che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare. Non è un partito anche perché se lo fosse divenuto sarebbe entrato nella stessa dinamica. E' un caso unico in Europa, probabilmente legato proprio alla personalità del suo fondatore. Un movimento che ogni dieci anni prende improvvisamente un punto essenziale e lo pone al centro dell'agenda politica del paese, dopodiché viene come riassorbito da tutte le patologie della politica, di cui soffre come gli altri, salvo riemergerne dieci anni dopo. E infatti temo che adesso, dopo il 'caso Welby', accada esattamente questo: che ci marceranno sopra per altri dieci anni, rovinando tutto".
In un sistema chiuso
E' come se i radicali fossero l'altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell'anomalia. "A cominciare naturalmente dall'anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. E' il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l'etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere". E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse - come il referendum sulla fecondazione assistita - sono state quelle che hanno visto dall'altra parte della barricata la Chiesa cattolica. "Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo", osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: "L'Italia, per l'influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza". La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. "Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L'uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l'uomo non c'è nulla. e' lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea".
La forza dei radicali, secondo Baget Bozzo, starebbe dunque non in loro stessi, ma nel "nichilismo avanzante". Forse dunque i radicali riescono a esercitare un'influenza così significativa sulla vita pubblica, apparentemente tanto al di sopra delle loro forze, non perché siano capaci di sollevarsi per i capelli, come il barone di Munchausen, ma perché sollevati dallo spirito del tempo? "Deboli come organizzazione di partito, ma fortissimi come avanguardia del potere ideologicamente dominante", dice Antonio Socci, citando l'esempio della campagna referendaria sulla legge 40, quando "il Corriere della Sera si trasformò per l'occasione in giornale-partito, con tutti i grandi giornali". Ma questo tocca un problema più generale. "Il fatto che la quasi totalità dei giornali è fatta da persone che quando raccontano l'Italia raccontano in realtà la propria redazione, i propri piccoli circoli, se non semplicemente i propri familiari".
Di parere opposto è invece il liberale Piero Ostellino, secondo il quale i radicali "sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare". Tutti gli altri "danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano". Una grande occasione l'ha avuta il centrodestra, cioè il cosiddetto partito liberale di massa. "Ma poi alle dichiarazioni di principio non ha fatto seguire l'azione politica, sono mancati i fatti". Eppure, da un punto di vista liberale, non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbero i partiti essere organizzazioni capaci di rappresentare, elaborandole unitariamente, le diverse istanze di diversi gruppi sociali più o meno omogenei, nel contrasto con i partiti rappresentanti istanze (gruppi sociali, interessi, aspettative) opposte? L'alternativa non è l'atomizzazione in mille micro-partiti confessionali, valoriali, per definizioni inabili alla mediazione politica? "In linea teorica sì - risponde Ostellino - resta il fatto, però, che portatori di principi, cioè di un'idea della società nella quale si voglia vivere, i partiti devono pur esserlo, per poi tradurre tutto questo in azione politica, con tutti gli inevitabili compromessi del caso. Altrimenti, cosa traducono, su cosa si effettua la mediazione?".
Anche Socci non manca di riconoscere ai radicali grandi capacità. "Rappresentano l'élite e fanno benissimo il loro lavoro, sono i cattolici che non fanno altrettanto bene il loro, sui media e nel dibattito pubblico, dove un punto di vista originale e non subalterno proprio non si vede". Resta però il fatto che "sul Corriere, un giorno sì e l'altro pure, viene intervistato un radicale, come non accadeva nemmeno ai dirigenti dc degli anni Cinquanta". E forse si potrebbero aggiungere anche i grandi giornali internazionali, e specialmente anglosassoni, dove raramente le corrispondenze dall'Italia mancano di dare rilievo alle posizioni radicali. Per merito, per lo spirito del tempo o per diverse ragioni.
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"Quando sentite parlare di qualità e di dignità della vita, allontanatevi"
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006, di Giulio Meotti
Roma. Avvocato libertario e pro-life delll'Intemational Task Force on Euthanasia, allievo del crociato dei consumatori Ralph Nader, con il quale ha scritto quattro libri, editorialista di Weekly Standard e del Wall Street Journal, Wesley J. Smith ha testimoniato in tribunale per salvare la vita di Terri Schiavo, la ragazza della Florida lasciata morire di inedia. Inserito dalla rivista National Journal fra i cinque più importanti esperti americani di bioetica, Smith sostiene che se Piergiorgio Welby fosse morto per il distacco del respiratore, accompagnato da una sedazione moderata, non sarebbe eutanasia. Diversamente, in caso di utilizzo terminale dei farmaci, dovremmo parlare di suicidio assistito.
"Negli Stati Uniti è diritto di un uomo rifiutare l'ausilio del respiratore - ci spiega Smith - Se Welby è morto a causa della sedazione massiccia di morfina, sarebbe omicidio eutanasico. La natura deve fare il suo corso e la morte non segue sempre il distaccco del respiratore. Diverso è il rifiuto dell'ausilio per l'alimentazione. L'uccisione di un essere umano attraverso iniezione letale non è paragonabile al rifiuto di una macchina, come è successo a Giovanni Paolo II'. Si verificano anche casi di morte per effetto involontario della sedazione. "Nei trattamennti medici associati al rischio per il paziente. La palliazione è un trattamento medico necessario, a differenza della dose massiccia di morfma intenzionale e ricercata".
Un paziente può decidere se le cure che sta ricevendo gli procurano più danni e dolore che non sollievo. "Mio padre è morto di cancro e ha rifiutato le cure quando eraano diventate insopportabili. Abbiamo il diritto di rifiutare i macchinari, ma quando la decisione diventa giudizio di valore sul fatto che la vita del malato non è 'degna di essere vissuta', a causa di una disabilità o di una presunta 'qualità della vita', la decisioone deve essere considerevolmente rivista. Nel 1978 ci fu il caso Quinlan, che verteva sul distacco del respiratore e aprì la strada al cosiddetto 'diritto di morire'. Il concetto di autonomia del paziente non può essere usato per dare una vernice di rispettabilità al dovere di morire".
I futilitaristi e il medicidio
In questo caso, i "futilitaristi", come li chiama Smith, devono essere fermati. "Da questo dipendono le nostre vite, la nostra dignità e quella di chi più amiamo. L'etica della 'qualità della vita' è un'interpretazione totalmente laica di ciò che chiamiaamo 'santità della vita'. Il transumanesimo è quasi una religione". Le tattiche degli attivisti dell'eutanasia sono le stesse da un seecolo: "Il ricorso a eufemismi per descriveere l'omicidio e attaccare gli oppositori come teocrati che cercano di imporre la superstizione sulla società. I sostenitori delll'eutanasia ritengono che la personale auutonomia sia indispensabile alla piena eguaglianza e che malati, disabili e sofferenti dovrebbero avere il diritto di scegliere 'tempo, modo e metodo' della morte.
La cura, a differenza dell'uccisione, costa tempo, denaro e angoscia emotiva. Ma nobilita e libera". Intorno al caso Terri Schiavo si è celebrata una guerra culturale sul principio eguaglianza. "Chi appoggiava Michael Schiavo diceva che era il solo modo per rispettare i desideri di Terri. Coloro che si batterono per salvarla rispondevano che era una copertura della disumanizzazione delle cosiddette 'non persone'. 'Non persone' sarebbero gli embrioni e i feti, alcuni bioeticisti dicono anche alcuni nuovi nati, Terri Schiavo e Ronald Reagan durante le fasi finali dell'Alzheimer. Il vero problema è una visione asfissiante di ciò che ci rende umani e può portarci nell'abisso, un mondo puramente materialistico e darwinistico dove il 'forse' diventa il 'giusto'. Gli esseri umani sono più della somma delle loro funzioni".
Con un neologismo pregnante, Smith parla di "medicidio". "La legalizzazione dell'eutanasia ferirebbe la società, corrompendo la medicina, discriminando i vulnerabili e aprendo le porte a un precipizio morale come è avvenuto in Olanda, dove il Parlamento legalizzerà l'infanticiidio eugenetico. I medici olandesi sono arrrivati a uccidere malati terminali, disabili e depressi che non erano fisicamente malati. Delle 130 persone uccise da Jack Kevorkian, il 'dottor Morte', 90 non erano terminali: la maggior parte di loro erano depressi e disabili. Dopo che l'uccisione è stata accettata come soluzione a un problema, domani sarà vìsta come la soluzioone a centinaia di altri problemi".
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Parole chiare di un medico (cattolico) totalmente privo di pregiudizi
Da Il Foglio del 23 Dicembre 2006, di Cristina Giudici
Milano. Quando a un convegno organizzzato nel 2004 dalla sua Fondazione italiana di Leniterapia ha dichiarato di aver aiutato "a morire bene" un suo paziente, malato terminale di cancro, attraverso la sedazioone, lo hanno accusato di essere favorevole all'eutanasia. E quando invece i radicali recentemente hanno cercato di coinvolgerlo in quello che lui definisce "un circo mediatico" per sollevare il caso di Piergiorgio Welby, si è tirato indietro perché non voleva essere trascinato in un dibattito che secondo lui è "ideologico" perché si è confuso il diritto a rifiutare l'accanimento terapeutico con l'eutanasia.
Piero Morino è un medico anestesista e dirige l'Unità cure palliative dell'Asl 10 di Firenze. E' cattolico e ci tiene a precisare che l'eutanasia significa "somministrare un farmaco letale a un paziente che vuole morire, mentre la sedazione è l'intervento che si dovrebbe concordare con il malato per aiutarlo a morire quando la medicina non è in grado di controllare un sintomo refrattario che provoca sofferenze insopportabili. Lo ha detto anche Pio XII nel 1954", insiste. "Alla domanda se fosse lecito dare della morfina a un malato che soffre anche se questa può portarlo gradualmente alla morte, rispose di sì".
Secondo Morino, il compito della medicina è curare e anche aiutare i pazienti terminali a morire in modo naturale. Senza ricorrere all'accanimento terapeutico. Ecco perché nella sua Unità lui utilizza la pratica della "pianificazione anticipata delle cure". "Nella cartella clinica registro il dialogo con i malati", racconta. "A tutti spiego con franchezza quali siano le implicazioni reali della loro patologia, in modo che possano decidere fino a che punto siano in grado di sopportare la sofferenza. Se mi chiedono di aiutarli, lo faccio. Se al contrario mi dicono di essere disposti a sopportare le pene dell'inferno, rispetto ugualmente le loro volontà".
Infatti il dottor Piero Morino ha redatto la Carta di Firenze, sottoscritta da numerosi medici, che stabiliscono delle regole per instaurare un rapporto paritetico fra medico e paziente attraverso un'alleanza terapeutica. "Si ispira al principio della libertà di scelta", spiega Morino. "Anche quando questa sia in contrasto con quella del meedico, ne derivi un pregiudizio per la salute, o persino per la vita del paziente".
E come si misura la distanza fra questa libertà di scelta e l'eutanasia? "Il paziente che viene sedato e così condotto gradualmente alla morte è una persona che muore a causa della propria malattia, mentre l'eutanasia è un omicidio e io non la praticherò mai. Ritengo che i medici debbano rimanere estranei al dibattito, che è assolutamennte ideologico, sull'eutanasia. Quello semmmai è un compito che spetta alla politica.
Noi dobbiamo limitarci a informare i nostri pazienti sull'evoluzione della malattia perché decidano fino a che punto vogliono arrrivare. La morte non è una patologia, ma un avvenimento fisiologico, come la nascita. E bisogna saperla accettare. Altrimenti la sofferenza fisica diventa un campo di guerra fra la scienza e la malattia. La cosa più immportante per un medico che lavora a fianco
dei malati terminali è saperli ascoltare e farsi guidare da loro".
"Sa cosa dicono spesso i malati che quando arrivano da noi sono ormai esausti, disperati, troppo sofferenti per saper prenndere una decisione? 'I medici mi avevano detto che ce la potevo fare, che non dovevo arrendermi ma continuare a lottare e a sperare'. E sa quanti medici decidono da soli di arrivare alla sedazione perché capiscono che i loro pazienti non ce la fanno più? Tantissimi. Ecco perché bisogna rivedere il rapporto fra il medico e il paziente e non confondere la libertà di scelta con l'eutanasia". E nel caso di Piergiorgio Welby avrebbe staccato la spina? "Certo - dice Morino - ma il problema è un altro: è come arrivare a non attaccare la spina. Se Welby fosse stato informato correttamente sul proogresso della sua malattia, forse avrebbe deeciso di non ricorrere a un ventilatore autoomatico. Ed è proprio questo che cerco di fare tutti i giorni: evitare che si arrivi ad attaccare la spina".
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Quando alla destra piaceva morire
Da Libero del 23 Dicembre 2006, di Armando Plebe
Caro Finì, alla destra piaceva morire. Non per il disgusto della vita, al contrario, perché un'autentica vitalita' significa affrontare serenamente sia la vita sia la morte. Chi è animato da guesto intento è praticamente invincibile. Ben lo sapevano gli antichi Stoici. Ritiene che questa mia riflessione sia estranea agli ideali e alla mentalità del suo partito?
Questa domada mi è sorta spontanea l'altro ieri sera. Nella puntata di Otto e Mezzo dedicata al caso Welby è infatti emersa una stortura ideologica che non va passata sotto silenzio. Non intendo qui affrontare il caso specifico, ma denunciare un errore che potrebbe essere dannoso. Risulterebbe cioè dalla trasmissione che la destra italiana sia consenziente con l'ortodosia clericale nel ritenere che la conservazione della propria esistenza sia il bene supremo a cui un uomo degno di rispetto sarebbe tenuto. È sembrato cioè che soltanto i radicali avanzino dei dubbi sulla priorità che nelle scelte di un individuo dovrebbe avere il non rinunziare alla propria vita.
Ideali patriottici
Senonché, se ha senso parlare di una mentalità di destra sia nel passato sia al giorno d'oggi, questa supremazia del conservarsi in vita non le si addice proprio. Tralascio l'argomento che sarebbe forse il più vistoso, l'esaltazione che gli uomini di destra di tutti i tempi hanno compiuto di chi sacrifica la propria vita per la sua nazione. Ormai gli ideali paatriottici non sono più di moda, anche se risuona pur sempre nelle orecchie di non pochi il verso famoso secondo cui "bello e decoroso è morire per la patria". Oggi i confini tra quel che è patriottico e quel che non lo è sono più labili di un tempo, e può essere controverso appellarsi ad essi. Ad esempio, va considerata o no un'azione patriottica sacrificaare la propria vita per la missione italiana in Libano, voluta dalla sinistra allo scopo essenziale di mettere in difficoltà Israele?
Proprio per questo non incentrerei la mia argomentazione sulla gloria che il patriottismo da sempre ha conferito a chi sacrifica la propria vita per la nazione. Ma v'è un commplesso di ideali che vanno anche oltre il patriottismo e che dovrebbero indurre l'uomo di destra a non mettere la sua esistenza in cima ai propri scopi. Nell'atmosfera che ha caratterizzato a lungo la destra europea è rimasta famosa quella ballata di Schiller che narra di due amici viventi sotto il potere di un tiranno spietato. Uno dei due, condannato a morte, chiede al tiranno di poter andare dalla madre morente lasciando in ostaggio l'amica. Il tiranno acconsente, convinto che si tratti di una sua vigliaccheria. Ma quando questi si ripresenta puntuallmente, resta tanto colpito da concedere la grazia a entrambi.
Se lo si giudicasse col criterio di Rosi Bindi, per cui la vita è un dono di Dio che l'individuo non può mai permettersi di rifiutare, il personaggio di Schiller andrebbe considerato un peccatore anziché un eroe. Non solo, ma il caso Welby paradossalmente riproduce la celebre vicenda di Socrate che preferì rinunciare alla vita in nome di un ideale di giustizia.
L'ideale di Welby era, com'è noto, la legalizzazione dell' euutanasia' giacché, se non avesse reso pubblico questo suo ideale, già da mesi avrebbe ottenuto silenziosamente di esser lasciato morire, come accade frequentemente in casi del genere. L'ideale di Socrate era convincere gli uomini che la giustizia andasse rispettata anche contro il proprio interesse.
Leggi sovvertite
È invece il mondo della sinistra che ha sempre messo in dubbio, quando non ridìcolizzzato, le battaglie ideali per far prevalere una data norma del codice penale. La sinistra non ha mai voluto una legislazione severa ma ragionevole, ha sempre mirato al sovvertìmennto di ogni legislazione. Certo, i radicali, inquadrati nella coaliizione di sinistra, hanno combattuto una battaglia che può sembrare simile agli ideali tradizionali del non temere la morte. Però l'hanno combatttuta in parte sminuendone il significato. Si sono limitati a insistere sull'opportunità, sia pure sacrosanta, di evitare la sofferenza fisica. Ma un uomo può desiderare la propria morte anche per motivi più nobili che non quello, pur sempre comprensibile, di evitare la sofferenza fisica. La ballata di Schiller è solo uno dei possibili esempi. Ma quanti genitori non hanno esitato a sacrificare la propria vita per la sopravvivenza di un figlio, quanti amici per quella di un amico, quanti idealisti per la realizzazione di un proprio ideale!
Mi sembra importante fare queste precisazioni perché non mi risulta che tra la molta carta stampata che si è consumata sul caso Welby qualcuno le abbia fatte. Eppure si tratta proprio della questione fondaamentale.
Se Socrate avesse rinunciato a mettersi in salvo perché sofferente di ulcera gastrica e non intendeva continuare a soffrire, difficilmente sarebbe passato alla storia. Forse anche fra gli ideali ve ne sono alcuni con la lettera maiuscola, e non crediamo che siano quelli di Rosi Bindi.
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Fuori dai tribunali
Da il Secolo d'Italia del 23 Dicembre 2006, di Gloria Sabatini
La vita e la morte, il dolore e la sofferenza non sono roba da affidare alle carte bollate. "E l'ossesssione dei diritti non può minacciare la libertà". Il giorno dopo la morte di Welby, Eugenia Roccella, storica femminista, oggi giornalista e ricercatrice alla "Sapienza", guarda preoccupata alla deriva ideologica e giacobina del movimento radicale. "Quando sono entrata nel partito erano pragmatici e anti-ideologici, adesso non sanno leggere la realtà e "irruzione della tecnoscienza nella nostra vita. .. ".
Eppure il movimento di Pannella ha anticipato e cavalcato importanti battaglie sui diritti civili?
I temi radicali restano essenzialmente di due tipi: i diritti individuali e il liberismo, tanto in politica estera che in economia. Oggi il problema politico riguarda il rapporto con il centrosinistra, come dimostra il dibattito che c'è stato al congresso tra Capezzone e Pannella. Gli argomenti dell'ex-segretario danno fastidio al centrosinistra, il "tavolo dei volenterosi" è un ponte riformista verso il centrodestra. Sul lato opposto, invece, c'è la battaglia dei diritti civili che allontana dalla Cdl e aumenta la sponda con la sinistra radicale. Mi sembra evidente che Pannella voglia tenera la barra del timone a sinistra.
Ma l'accanimento su Welby che cosa ha dimostrato?
Un giacobinismo ideologico molto distante dagli inizi del movimento radicale; un atteggiamento molto rischioso per la libertà. In questi giorni i radicali hanno dimostrato di ignorare le modificazioni profonde della nostra società e della modernità.
In che senso?
Penso all'irruzione della tecnoscienza come minaccia all'integrità della persona. La vita e la morte non possono essere affidate alle carte bollate, eppure i radicali sono andati avanti con una linea già tracciata senza rimodulare le loro posizioni di fronte ai grandi temi della biopolitica. Hanno il mito dell'autodeterminazione della persona ma l'autodetermìnazìone totale non esiste; ci sono limiti intrinseci come la vecchiaia, la malattia, l'infanzia che non si possono ignorare. La garanzia della libertà personale va trovata nelle relazioni intermedie, nella famiglia, negli affetti. Non si trova nel rapporrto diretto tra individuo e Stato. La famiglia è una zona di mediazione tra individuo e Stato, se non voglio essere subito "soltanto" cittadino in una dimensione che mi schiaccia.
Quindi anche nel ricorso presentato per Welby c'è stata una forzatura?
Ma certo. È stato un atto gravissimo. Il ricorso era una richiesta per obbligare (o non obbligare) a staccare la spina del respiratore: una richiesta illiberale. Dove sta il liberalismo radicale di un tempo? Tutto questo modo di ricorrere ai giudici è una forma di giacobinismo insopportabile. Per me la libertà viene prima dell'ideologia.
Ma torniamo all'eutanasia ...
Intanto credo che non esista l'eutanasia clandestina che scandalizza tanto i miei amici pannelliani. Esiste semmai un "accompagnamento alla morte" che dev'essere concordato con il medico, l'individuo e i propri cari. Ma dev'essere una zona non normata per legge. Non serve un provvedimento ad hoc, le linee guida ci sono già e riguardano la possibilità per il paziente di sospendere le cure. Nel caso di Welby c'è stato un accanimento ideologico pazzesco; anche se oggi dicono che non si tratta di eutanasia perche' è stato tutto legale.
Vita, morte, manipolazione genetica: sono temi di strettissima attualità che riguardano la sfera più intima della persona. I media ritraggono la discussione come un grande derby tra laici e cattolici. È davvero così?
Assolutamente no. Siamo ancora ai vecchi schemi ideologici che schiacciano e semplificano. Anche gli organi d'informazione restano in superficie, i salotti televisivi continuano a invitare sacerdoti e medici. Eppure a livello internazionale, sui temi femminili per esempio, esistono alleanze trasversali e impensabili (femministe radicali con assoociazioni pro life e ambientalisti) proprio perché questi temi scompaginano gli schieramenti costituiti. Non si può dire che da una parte c'è la libertà individualee dall'altra la tirannide e il Medioevo.
Qual è, allora, il nemico comune?
Sono preoccupata per la libertà dell'individuo, che è minacciata molto più di quanto non si creda. La tecnoscienza è la nuova utopia illiberale dei nostri tempi, l'ultima religione della perfettibilità; invece solo se riconosco i limiti dell'umano posso strutturare le libertà possibili. L'imperferzione dell'uomo significa l'unicità.
Ma l'opinione pubblica è al corrrente di questa minaccia?
C'è molta sottovalutazione perché infondo la nostra vita continua come sempre, certe prospettive, come gli ibridi di cui si parla in Inghilterra, stanno lì ma nessuno li vede. I media, poi, sono molto schierati, i grandi quotidiani -Repubblica, Corriere della Sera - non dicono mai tutta la verità.
Non resta che un'alleanza trasversale tra le forze politiche ...
Spero che succeda, ultimamente ho visto il ministro Bindi meno politica, molto appassionata e comunicativa su questi temi. Anche in Forza Italia sta nascendo una sensibilità di questo tipo e persino nei diesse c'è più cautela.
Il referendum sulla fecondazione non è passato invano?
Direi proprio di no. Lo schiaffoone è stato duro, mai la sinistra ha avuto così poco eco sui suoi militanti.
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"Fermiamo l'eutanasia e la sua cultura del nulla. Noi abbiamo inventato l' eubiosia per contrastarla"
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006
Prof. Franco Pannuti, lei si e' preso cura da più di trent'anni di sofferenti in fase terminale, prima come primario della Divisione di oncologia, poi come presidente dell'Antea, la più grande associazione Italana di assistennza domiciliare. Qual è il suo commento sul caso Welby?
"Sono dispiaciuto e commosso per la tragica conclusione del "caso Welby", ma mi rifiuto di fare commenti dal punto di viista umano. Mi limito a ribadire che sia io personalmente che tutta la Fondazione ANT Italia Onlus siamo da sempre convintamente contrari all'eutanasia, intesa come morte anticipata, ma, allo stesso tempo, siamo da sempre contrari anche all'accanimento terapeutico e all'abbanndono assistenziale" .
La figura del medico come esce da questa vicenda?
"In questi ultimi anni si è spezzato il rappporto di fiducia tra il Malato e il Medico. Occorre capire che al cospetto di certi drammi, nessuno può dire di avere la verità in tasca. Ed è quindi necessario da parte di tutti fare un passo indietro per ricostruire, nell'interesse dei sofferenti e delle loro famiglie, quel patto tra chi vive situazioni di sofferenza e chi invece ha il compito di curare, senza sentire troppo la necessità che i politici possano risolvere il problema per noi".
Che cosa intende per eutanasia?
"La 'voglia' di eutanasia è sempre espressioone di una grande sofferenza, è da consideraare alla stregua di una malattia, che va prevenuta e che non può essere combattuta solo al momento della morte, ma durante tutta tutto il percorso di un'esistenza. Dobbiamo impegnarci per una cultura della lotta alla sofferenza non solo sul piano individuale, ma sul quello collettivo e sociale e non solo a parole. Occorrono persone preparate, disponibili, strutture e soldi per i veri programmi di solidarietà. Nel mondo, in Europa, a partire dall'Olanda e dal Belgio si fa sempre più strada questa cultura della morte, impiegando più risorse per procurare una morte, che oltre a tutto non è sempre indolore e dolce, come spesso si dice, più che ascoltare i reali bisogni dei pazienti e delle loro famiglie".
Come vede l'impegno delle istituzioni in questo senso?
"Credo che si debba sostituire all'idea della morte come strumento di cessazione della sofferenza, una cultura della vita con dignità, perseguita giorno dopo giorno, con amore, che non preveda l'accanimento terapeutiico, l'abbandono e la solitudine",
Qual è la sua proposta?
"Siamo stati costretti ad inventare una parola nuova, eubiosia - che vuoi dire buona vita - per contrastare la marcia quasi trionfale dell'eutanasia così com'è oggi spiegata al pubblico (eutanasia uguale a "dolce morte"). Si tratta invece di "morte anticipata". Noi, invece, dobbiamo porre l'accento sulla vita, sul diritto alla vita, sul diritto alla dignità della vita; e per dignità noi intendiamo il riconoscimennto e l'affermazione dei propri diritti e di quelli altrui con amore, nel nome di Cristo (credenti o no, perchè quei dieci comandaamenti valgono per tutti). Non eutanasia quindi, ma Eubiosia (vita in dignità). Noi non vogliamo staccare nessuna spina e non vogliamo essere considerati quasi dei nazisti se diciamo no all'eutanasia".
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E' ora di dire basta alle ipocrisie. Pensiamo a chi soffre
Dal Quotidiano Nazionale del 24 Dicembre 2006, di Maria Rita
MORIRE CON DIGNITÀ e senza soffrire è diverso dall'eutanasia. E non basta a risolvere un problema così atroce, per chi soffre e sta morendo, per i parenti intorno, miraare ad ottenere una legge "per morire". Una legge che, per altro, manca, una legge che, nel rispetto delle libertà individuali inalienabili del paziente e del medico, sappia ben definire il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, tra pauura di assumersi la responsabilità del trapasso richiesto, con insistenza, al medico da un malato terminale quotidianamente torturato da dolori fisici e psichici peggiori di ogni supplizio, e la deontoloogia e la coscienza di quel medico e i rischi legali che, nell'esercizio della professione, quel medico correrebbe aiutando un malato terminale a morire.
Quel che occorrerebbe, in verità, è un'infinita pietà. Una "pietas" infinita. Un'umana empatia che consenta a ciascuno di noi di calarsi, fino in fondo, nei panni di chi soffre senza speranza e dei famigliari che, adulti e bambini, assistono impotenti al prolungarsi inesorabile del tormento di chi muore soffrendo.
E ancora quel che occorrerebbe è la fine dell'ipocrisia. Il vaso di pandora delle menzogne che si scoperchia per mostrare realtà sommerse, la verità da tutti conosciuta di malati in preda a dolori insopportabili che vengono continuamente ed umanamente aiutati a tollerare quei dolori con l'assunzione massiccia di morfina o di altri antidolorifici, fino a quando il loro cuore non cede. Si dovrebbe, invece, dare loro la dose prevista? Si dovrebbe "dosare" l'antidolorifico, facendo bene attenzione a che il loro cuore non ne abbia a soffrire troppo, per "rispettare" la vita, per non favorirne la morte? E, nel sedare, poi, si dovrebbe lasciare spazio a gran parte del loro insopportabile dolore per non arrecare alcun guasto al loro cuore? Vale, dunque, prolungare il patimento insopportabile di un essere umano, per attenersi a protocolli medicosanitari che del dolore tengono un conto del tutto relativo? Ovvero, tengono conto del dolore in funzione della "conservazione ad oltranza della vita" per dolorosa, disperata, insopportabile, atroce, inumana che sia.
Come non ribellarsi e perché non ribellarsi a tutto questo? Come e perché non ribellarsi a questa concezione della vita? Chi ha assistito malati terminali, chi ha sentito urlare e piangere, per giorni e notti intere, disperatamente, persone straziate da tumori che divorano il corrpo come se ci fossero belve sanguinarie a strappare via la carne, morso dopo morso; chi ha potuto ascoltare le suppliche di esseri umani coperti da piaghe da decubito; chi ha accolto le parole di persone incapaci di intendere se non nelle pause lasciate loro tra una tormentosa fine della sedazione e l'altra; chi non ha più potuto dormire o avuto esaurimenti lunghi una vita, disturbi da stress post-traumatico, dopo aver assistito alla tragica morte di una persona cara, chi ricorda con gli occchi di quand'era bambino, una morte atroce come quella di Welby, sa di che cosa sto parlando.
Credo che abbia proprio ragione Elle Kappa quando fa dire ai suoi personaggi: personaggio N 1: "Bisognerebbe staccare la spina"; personagggio N° 2: "Sì, non senza, però, prima aver sedato gli ipocriti!".
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