Italia "Eutanasia: politici divisi, ma una strada c'e'" di Claudio Martelli
"L'eutanasia spesso è un falso problema: diverso è "lasciar" morire e "fare" morire. Tenere in vita una persona a tutti i costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto d'amore, un gesto cristiano. Non è eutanasia". Queste parole dell'intervista di don Luigi Verzè al Corriere della Sera hanno riaperto la discussione sollevata poche settimane fa dalla lettera di Welby al presidente della Repubblica. Welby chiedeva di poter morire per interrompere le proprie sofferenze e quelle che la sua condizione di totale dipendenza infligge ai suoi cari. Marco Pannella si è proposto come colui che staccherebbe la spina se a chiederglielo fosse Welby. Lo stesso gesto compiuto anni fa da don Verzè. Un suo carissimo amico, ha raccontato, si rivolse a lui: "Io non posso più vivere senza questo respiratore, perciò, ti prego, staccami". E don Verzè confessa: "Piangendo dal cuore dissi: staccatelo".
L'eminente medico e sacerdote certo non ignorava di aver compiuto (secondo l'art. 579 del Codice penale) un atto che comporta la condanna da 6 a 15 anni di reclusione per "chi cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui". Perciò sorprende che nella stessa intervista don Verzè aggiunga: "Temo sia impossibile definire una legge su questi casi, sarebbe una sorta di prepotenza". Purtroppo una legge c'è e per la legge, che lo si chiami eutanasia o gesto d'amore cristiano, è un crimine; largamente praticato (dicono i sondaggi), ma in clandestinità.
È questo il motivo che ha determinato il presidente Napolitano a rispondere a Welby, che invocava una discussione e una nuova legge, per augurarsi che "un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione e l'elusione di ogni responsabile chiarimento".
Piergiorgio Welby è copresidente dell'associazione radicale Luca Coscioni e molti laici hanno salutato con favore la confessione di don Verzè e i suoi argomenti "per un gesto cristiano d'amore" di fronte alle sofferenze di un malato terminale tenuto artificialmente in vita. È un buon segno che, almeno in questa circostanza, il tema della fine della vita con tutti i suoi dilemmi e la sua "zona grigia" in cui "sfumano" i confini tra la vita e la morte e i limiti della responsabilità medica e scientifica, non si sia assistito al solito cozzo di pregiudizi.
Del resto non c'è tra i laici una posizione maggioritaria a favore del diritto individuale di darsi la morte. Certamente molti laici la pensano così, ma non la maggioranza. Così tra i cristiani non c'è una maggioranza contraria in assoluto all'eutanasia anche se una robusta minoranza la pensa così. La difesa della dignità della vita, cara ai cattolici come ai cultori dell'etica degli antichi, può dunque ispirare al Parlamento un nobile compromesso almeno quando è certa la volontà del paziente.
Ma i contrasti riemergono a proposito del cosiddetto "testamento biologico" o "dichiarazione anticipata di fine vita". Eppure, anche qui, a meno di trasformare la nostra opinione in dogma e pretendere di affrontare ogni dilemma declinando il dogma, credo che una discussione più approfondita mostrerebbe che i contrasti sono più verbali che sostanziali.
Per esempio, don Verzè dichiara la sua contrarietà al testamento biologico "perché di fatto viene dettato dal medico. Lo spiegherò al mio amico Veronesi. Nessuno può mettersi nei panni di se stesso quando si dovesse ammalare, nè sapere come reagirebbe. E un atto di superbia. E poi cosa ne sappiamo di dove sarà la scienza in futuro?". Sono argomenti seri ma non paragonabili a quello sollevato poche righe prima dallo stesso don Verzè: "Penso a quando non appare la coscienza, come nel caso di Terry Schiavo: non ho diritto di lasciar morire una persona che non può esprimersi". Giusto, giustissimo: ma allora come non avvertire che il modo più sicuro per evitare che altri, chiunque altro, si arroghi il diritto di decidere quando dobbiamo morire è proprio quello di registrare, finché siamo liberi e lucidi, la nostra volontà su come affrontare la fine della vita?
(Fonte: Oggi, 18 ottobre 2006)
L'eminente medico e sacerdote certo non ignorava di aver compiuto (secondo l'art. 579 del Codice penale) un atto che comporta la condanna da 6 a 15 anni di reclusione per "chi cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui". Perciò sorprende che nella stessa intervista don Verzè aggiunga: "Temo sia impossibile definire una legge su questi casi, sarebbe una sorta di prepotenza". Purtroppo una legge c'è e per la legge, che lo si chiami eutanasia o gesto d'amore cristiano, è un crimine; largamente praticato (dicono i sondaggi), ma in clandestinità.
È questo il motivo che ha determinato il presidente Napolitano a rispondere a Welby, che invocava una discussione e una nuova legge, per augurarsi che "un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione e l'elusione di ogni responsabile chiarimento".
Piergiorgio Welby è copresidente dell'associazione radicale Luca Coscioni e molti laici hanno salutato con favore la confessione di don Verzè e i suoi argomenti "per un gesto cristiano d'amore" di fronte alle sofferenze di un malato terminale tenuto artificialmente in vita. È un buon segno che, almeno in questa circostanza, il tema della fine della vita con tutti i suoi dilemmi e la sua "zona grigia" in cui "sfumano" i confini tra la vita e la morte e i limiti della responsabilità medica e scientifica, non si sia assistito al solito cozzo di pregiudizi.
Del resto non c'è tra i laici una posizione maggioritaria a favore del diritto individuale di darsi la morte. Certamente molti laici la pensano così, ma non la maggioranza. Così tra i cristiani non c'è una maggioranza contraria in assoluto all'eutanasia anche se una robusta minoranza la pensa così. La difesa della dignità della vita, cara ai cattolici come ai cultori dell'etica degli antichi, può dunque ispirare al Parlamento un nobile compromesso almeno quando è certa la volontà del paziente.
Ma i contrasti riemergono a proposito del cosiddetto "testamento biologico" o "dichiarazione anticipata di fine vita". Eppure, anche qui, a meno di trasformare la nostra opinione in dogma e pretendere di affrontare ogni dilemma declinando il dogma, credo che una discussione più approfondita mostrerebbe che i contrasti sono più verbali che sostanziali.
Per esempio, don Verzè dichiara la sua contrarietà al testamento biologico "perché di fatto viene dettato dal medico. Lo spiegherò al mio amico Veronesi. Nessuno può mettersi nei panni di se stesso quando si dovesse ammalare, nè sapere come reagirebbe. E un atto di superbia. E poi cosa ne sappiamo di dove sarà la scienza in futuro?". Sono argomenti seri ma non paragonabili a quello sollevato poche righe prima dallo stesso don Verzè: "Penso a quando non appare la coscienza, come nel caso di Terry Schiavo: non ho diritto di lasciar morire una persona che non può esprimersi". Giusto, giustissimo: ma allora come non avvertire che il modo più sicuro per evitare che altri, chiunque altro, si arroghi il diritto di decidere quando dobbiamo morire è proprio quello di registrare, finché siamo liberi e lucidi, la nostra volontà su come affrontare la fine della vita?
(Fonte: Oggi, 18 ottobre 2006)
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