Giovedì 11 giugno 2026
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Italia. Storie di proibizionismo: la camorra si trasforma in multinazionale della cocaina

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In tempo di crisi economica anche la camorra cerca di risparmiare denaro trovando il modo piú economico per rifornire il mercato della droga. Per riuscire in questo difficile compito, i 'trafficanti di morte' hanno iniziato a fare affari direttamente con i produttori di polvere bianca sudamericani, bypassando i tradizionali mediatori, ossia olandesi e spagnoli. E' quanto emerge da una lunga indagine condotta dalla Guardia di Finanza di Napoli, coordinata dalla Dda partenopea, che nel corso dei mesi ha portato al sequestro di 820 chili di droga per un valore di 200 milioni di euro.

"Ambassador 2008": si chiama cosí l'inchiesta che ha visto, nel corso del tempo, 30 indagati, 10 arresti e un giro d'affari di centinaia di milioni di euro. La certezza che i clan del napoletano, soprattutto quelli dell'area vesuviana, stessero stringendo accordi commerciali con il Sud America è stata offerta dal sequestro di 90 chilogrammi di cocaina purissima che era stata nascosta in un pozzo profondo 3 metri a San Javier, in Argentina. Droga pronta per essere trasportata in Italia tramite nave e che è stata sequestrata dalle Fiamme Gialle, in collaborazione con la Polizia federale argentina, prima di essere caricata su un Suv con doppio fondo.

La camorra, quindi, decide di non acquistare piú dai `depositi' europei, ma di andare direttamente dai fornitori. Un'operazione certo rischiosa, ma che comporta guadagni 20 volte maggiori. Se la droga, infatti, viene comprata in Europa, costa 40-45mila euro al chilo, mentre se si acquista direttamente dal fornitore appena 2.500 euro. Un guadagno talmente elevato che i trafficanti corrono persino il rischio di perdere qualche partita.

Secondo quanto ricostruito dall'indagine, l'intero traffico è in mano a società di import-export che comprano grossi quantitativi di stupefacenti dopo aver stretto accordi con i clan. E' il caso di Arturo Luglietto, arrestato lo scorso 30 aprile nell'ambito di un'altra trance dell'inchiesta. Figlio del defunto Giovanni, che ospitó nella sua residenza in Paraguay l'allora latitante Mario Fabbrocino, è considerato un personaggio di spicco dell'organizzazione criminale transnazionale rappresentando l'unico referente del `cartello sudamericano' fornitore della sostanza stupefacente.

Un uomo in grado di curare tutte le operazioni relative all'importazione di ingenti partite di cocaina destinate al mercato campano. Proprio per questo scopo disponeva in Sud America di alcune società di `copertura' dedite alla commercializzazione import-export di piante esotiche. Luglietto, inoltre, godeva della complicità dello spedizioniere doganale Raffaele Iacomino (arrestato anch'egli il 30 aprile, ndr), che faceva in modo da evitare che i container contenenti la droga, una volta giunti nel porto di Salerno, fossero sottoposti a controlli. Un giro d'affari che vede coinvolti anche narcos colombiani, argentini e del Paraguay. E proprio da Luglietto che prende nome l'inchiesta. Il trafficante si definiva, infatti, `ambasciatore' del Made in Naples in Sud America.

Dopo i sequestri effettuati a Vado Ligure (Savona), a fine agosto 2008 e il 29 aprile scorso, in cui furono recuperati circa 500 chilogrammi di cocaina nascosta nelle intercapedini ricavate in mobili della cultura Maya e circa 250 chili di droga rinvenuti in un enorme foro all'interno di un tronco di `Palo Borracho', questa volta è stato il turno del pozzo ricavato in Argentina.
Quattro le persone arrestate: tre argentini e un colombiano.
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