Venerdì 12 giugno 2026
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Serbia. Guerra di mafia tra politica e polizia

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I protagonisti della vicenda sono: Ljiubisa "Cume" Buha, un controverso uomo d'affari in buoni rapporti, secondo alcuni giornali, con esponenti dell'attuale Governo, e Milorad "Legija" Lukovic, ex capo dei "berretti rossi" (le teste di cuoio della polizia serba), ora divenuto un boss del narcotraffico.
Lo scenario e' quello delle rivelazioni a mezzo stampa. Le conseguenze sono quelle di un terremoto politico-giudiziario.
Prima una lunga intervista radiofonica a B-92, Cume -all'estero da diversi mesi- ha accusato Legija di essere non solo uno dei maggiori padrini del narcotraffico, ma anche il mandante di numerosi rapimenti (a scopo di estorsione), omicidi e sparizioni nel mondo della politica. In particolare, l'accusa piu' grave e' quella che vedrebbe Legija autore del rapimento dell'ex presidente serbo Ivan Stambolic nell'agosto del 2000, alla vigilia delle elezioni.
Poi l'accusa di narcotraffico. Sempre Cume, ma stavolta dalle pagine dei quotidiani "Blic", "Nacional" e "Glas", accusa Legija di trafficare in eroina per quantita' che si aggirano intorno ad un quintale al mese. Cume in queste accuse ha coinvolto anche il viceprocuratore Nebojsa Maros, accusandolo di essere sul libro paga di Legija.
Ma questa guerra era iniziata a dicembre, quando un commando aveva fatto saltare la compagnia per la manutenzione stradale "Defense road", e quella volta la vittima era stato Cume. Altri due episodi avvenuti la scorsa settimana, pero' potrebbero essere la causa scatenante di questa vendetta a mezzo stampa di Cume su Legija. Il primo: il siluramento del capo dei servizi segreti Andreja Savic, che secondo analisti serbi sarebbe legato alla incapacita' dei servizi di controllare settori deviati che risponderebbero al sempre piu' potente Legija. Il secondo: un'operazione di Polizia che aveva trovato tre chili di eroina e un grosso arsenale in un negozio a Surcin, quartiere di Belgrado. Negozio intestato a Cume.
Voci e affermazioni in questa guerra tra i due hanno coinvolto anche il primo ministro Zoran Djindjic, che ha dovuto smentire piu' di una volta. A tirarlo in ballo era stata la moglie di Cume, che aveva non solo accusato il marito di narcotraffico, ma pure di una amicizia con Djindjic.
L'esperto di criminologia Milos Vasic ha spiegato la "guerra" per bande sul settimanale "Vreme" cosi': "Le accuse di Cume sono almeno all'80% plausibili. Dopo il crollo del regime di Milosevic, che aveva una funzione di "cupola" per le mafie assicurando una certa tregua, ci troviamo oggi nella situazione di una pozzanghera con troppi coccodrilli: e' inevitabile che si divorino l'un l'altro".
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