Venerdì 3 luglio 2026
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Sinaloa, il vignettista che ride dei narcos: satira come resistenza

AMERICHE - MESSICO
Notizia ·

Nel cuore del Sinaloa, lo stato messicano da decenni sotto il controllo dei più potenti cartelli della droga del mondo, un fumettista usa matita e umorismo per raccontare la vita quotidiana all'ombra del narcotraffico. Come riporta The Guardian, la satira in questa regione non è semplice intrattenimento: è una forma di resistenza culturale, l'unico linguaggio che consente di parlare di violenza, corruzione e sopraffazione senza esporsi direttamente alle ritorsioni dei clan criminali.

 

Il fumettista è Ricardo Sánchez Bobadilla, autore della striscia "El Ñacas y El Tacuachi", pubblicata sul settimanale Ríodoce — testata sinaloense premiata a livello internazionale — e poi sulla rivista di satira politica El Chamuco. I protagonisti della striscia sono due sicari immaginari che si muovono tra narcotraffico, politica, affari e problemi domestici come qualsiasi altra persona: due criminali di fantasia che agiscono con cinismo e impunità, specchio fedele della cultura alternativa nata dall'insediamento del crimine organizzato nel tessuto sociale messicano.

 

La striscia nasce nel 2008, quando Bobadilla e un gruppo di fumettisti sinaloesi fondano la rivista La Locha — proprio nel periodo in cui l'allora presidente Felipe Calderón dichiarava guerra ai cartelli, scatenando un'ondata di violenza che non si è mai sopita. L'idea di partenza era semplice: il narcotraffico occupava ogni giorno le pagine della cronaca nera locale, ma sempre e solo con immagini di sangue e terrore. Mancava uno sguardo diverso, capace di rendere visibile il fenomeno in tutta la sua complessità culturale: i modi di parlare, la musica, i narcocorridos, l'ostentazione del lusso, le donne operate di chirurgia estetica. Tutti elementi che Bobadilla ha trasformato in materiale satirico.

 

Il fumettista opera in prima linea, in piena consapevolezza dei rischi. La sua carriera è stata costellata da episodi di violenza contro i giornalisti con cui ha lavorato: il primo giornale per cui ha disegnato, A Discusión, ha visto il proprio direttore, Humberto Millán, sequestrato e ucciso nel 2011. Nel 2017, già al lavoro per Ríodoce, è stato assassinato il co-fondatore della testata, il giornalista Javier Valdez. Nel 2022 è toccato a Luis Enrique Ramírez, columnista di El Debate, un altro giornale per cui Bobadilla pubblica le sue vignette. «In tutti i media per cui ho lavorato c'è stato qualche episodio di violenza contro i giornalisti», ha dichiarato il fumettista. «Sono molto consapevole del pericolo».

 

La strategia di sopravvivenza dei fumettisti che si occupano di narco-cultura è precisa: non si citano mai boss specifici né gruppi criminali per nome. Ci si riferisce a situazioni, dinamiche, stereotipi. «Mi prendo gioco dei valori del mondo della droga, che sono assolutamente ridicoli», ha spiegato Bobadilla. Una linea sottile, ma efficace: a differenza dei narcocorridos o delle serie televisive che glorificano i trafficanti, le vignette li deridono — e quella differenza, nel Sinaloa, può valere la vita.

 

Dietro questo lavoro c'è una tradizione culturale profonda. Ridere della morte e del potere è parte integrante dell'identità messicana almeno dai tempi di José Guadalupe Posada, il padre della caricatura politica messicana dell'Ottocento. «La tradizione delle vignette che abbiamo ereditato da Posada deve essere tenuta presente: ridere della morte fa parte della nostra tradizione di vita», ricorda Rafael Pineda, direttore di El Chamuco. In un territorio dove la libertà di stampa è compressa dalla presenza capillare del crimine organizzato, il riso rimane uno degli ultimi spazi di espressione possibile.

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