La guerra alla droga di Duterte rivive in una serie TV: 12-30mila morti dimenticati

A dieci anni dall'avvio della vera operazione Oplan Tokhang nelle Filippine, arriva sugli schermi Drug War: A Conspiracy of Silence, una miniserie in sei episodi diretta da Shugo Praico per KC Global Media e Rein Entertainment. Come riporta adobo Magazine, la serie continua a suscitare forti reazioni nel pubblico, toccando nervi ancora scoperti nella società filippina.
La storia segue un sacerdote tormentato dai sensi di colpa (interpretato da Ian Veneracion) che si allea con una poliziotta in difficoltà (Jane Oineza) per indagare sulla scomparsa e la morte di un suo protetto. Ispirandosi alla sanguinosa campagna antidroga dell'ex presidente Rodrigo Duterte, la serie affronta temi di violenza sistemica, ambiguità morale e responsabilità istituzionale.
Il vero Oplan Tokhang — nome che in lingua Cebuano unisce le parole "bussare" e "supplicare" — fu lanciato nel luglio 2016, non appena Duterte assunse la presidenza. Le operazioni di polizia si tradussero in migliaia di esecuzioni extragiudiziali. Il governo filippino ha dichiarato 6.252 vittime tra luglio 2016 e maggio 2022, ma gruppi per i diritti umani, Nazioni Unite e Corte Penale Internazionale contestano queste cifre: le stime più accreditate parlano di un bilancio reale tra 12.000 e 30.000 morti, incluse vittime di esecuzioni sommarie e omicidi di stampo vigilante rimasti irrisolti.
La serie non manca di rispecchiare una delle dinamiche più inquietanti di quella stagione: le vittime del vero Oplan Tokhang provenivano quasi esclusivamente da comunità marginalizzate ed erano persone povere, non i ricchi consumatori dei quartieri residenziali né i signori della droga con protezioni politiche. Anche i personaggi della finzione appartengono allo stesso contesto socioeconomico. La guerra alla droga di Duterte, in questo senso, non fu solo una repressione degli stupefacenti: fu anche lo specchio delle storture sistemiche della giustizia filippina, e sollevò interrogativi profondi su chi quella giustizia serva davvero.
Tra le migliaia di morti vi furono anche dei minori, uccisi con la giustificazione del "nanlaban" (avrebbe reagito alle forze dell'ordine), per errore di identità o come danni collaterali. Un rapporto della World Organization Against Torture ha documentato l'uccisione di almeno 122 bambini tra 1 e 17 anni nel periodo luglio 2016–dicembre 2019, un numero considerato per difetto, dato che le famiglie delle vittime erano spesso minacciate dalla polizia e quindi restie a denunciare.