Tribunale respinge la cannabis religiosa dei Rastafari, ma chiede un dibattito nazionale

L'Alta Corte del Kenya ha respinto la petizione della Rastafari Society of Kenya che chiedeva un'esenzione religiosa all'uso della cannabis durante il culto, ma il giudice ha colto l'occasione per sollecitare una riflessione pubblica nazionale sulle politiche vigenti in materia di droghe. La sentenza è stata emessa il 15 luglio 2026 dal giudice Bahati Mwamuye del Milimani High Court di Nairobi.
I Rastafari sostenevano che la cannabis costituisce un sacramento fondamentale della loro pratica spirituale e che il divieto penale ne lede i diritti costituzionali: libertà religiosa, privacy, dignità, uguaglianza e libertà di associazione. La petizione — presentata dalla Rastafari Society of Kenya, dal suo portavoce Mwendwa Wambua (noto come Ras Prophet) e da un altro ricorrente — era in attesa di giudizio dal 2021. I ricorrenti avevano chiarito di non richiedere la legalizzazione totale, ma solo un'esenzione limitata che consentisse l'uso privato della cannabis durante la preghiera e in luoghi di culto designati.
Il giudice Mwamuye ha però stabilito che i ricorrenti non hanno dimostrato che l'uso della cannabis sia un elemento indispensabile della fede Rastafari. Tra le motivazioni, ha citato le stesse ammissioni dei testimoni della difesa: alcuni Rastafari non fanno uso di cannabis, il che indica che si tratta di una modalità di culto preferita, non di un obbligo religioso. Il tribunale ha concluso che non è stato fornito un fondamento costituzionale sufficiente per giustificare l'esenzione richiesta, e ha anche rilevato che i ricorrenti non avevano esaurito i rimedi legali ordinari prima di ricorrere alla tutela costituzionale. La petizione è stata respinta integralmente, con le spese processuali a carico di ciascuna parte.
Contro la petizione si erano schierati l'Avvocato Generale dello Stato, la Commissione per la Riforma del Diritto kenyana e la NACADA (l'autorità nazionale contro l'abuso di alcol e droghe), che avevano sostenuto come la legge persegua il legittimo obiettivo di tutelare la salute pubblica e la sicurezza, e che un'esenzione religiosa sarebbe difficile da regolamentare, aprendo potenziali falle verso il mercato illegale.
Pur rigettando il ricorso, il giudice ha dedicato una parte significativa della sentenza a sottolineare il crescente scollamento tra la normativa vigente — il Narcotic Drugs and Psychotropic Substances (Control) Act del 1994, che prevede pene fino a dieci anni di carcere — e la realtà sociale del paese. Ha osservato che l'uso della cannabis in Kenya è ormai diffusissimo da decenni: prodotti a base di cannabinoidi vengono venduti apertamente nei negozi, mentre riferimenti alla sostanza sono presenti nella musica, nell'arte sui mezzi di trasporto pubblico e nella cultura popolare. Perfino personalità di spicco hanno ammesso pubblicamente di fare o aver fatto uso di cannabis.
"Non si tratta di una questione che riguarda solo la comunità Rastafari — ha dichiarato il giudice Mwamuye — è una questione nazionale che attraversa l'intera società." Ha quindi invocato "una conversazione piena e franca sulla cannabis e sulla direzione da prendere", precisando che il punto non è giustificare l'uso della sostanza né propugnarne la legalizzazione, ma interrogarsi su cosa fare di un fenomeno che ha ormai assunto dimensioni tali da rendere "insostenibile lo status quo". Ha anche sollevato il tema dell'allocazione delle risorse pubbliche, chiedendo se abbia senso continuare a impiegare forze dell'ordine e magistratura nel perseguire il semplice possesso di piccole quantità per uso personale, anziché concentrare quegli stessi mezzi su reati gravi come rapine a mano armata e reati sessuali.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tutela dei diritti culturali in Kenya: nel 2019 un tribunale aveva già stabilito che espellere una studentessa per i capelli dreadlock violava i suoi diritti religiosi, riconoscendo di fatto lo spazio del movimento Rastafari nel panorama dei diritti del paese.
Come riportato da Capital FM Kenya, la sentenza lascia invariata la legislazione vigente: coltivazione, possesso e uso di cannabis rimangono reati per tutti, compresi i fedeli Rastafari. Ma le parole del giudice aprono formalmente la strada a un dibattito pubblico che la magistratura kenyana considera ormai improcrastinabile.