Giovedì 9 luglio 2026
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I Rastafari in tribunale per la cannabis come rito religioso

AFRICA - KENYA
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La Rastafari Society of Kenya attende con trepidazione una sentenza dell'Alta Corte di Nairobi, attesa per il 15 luglio, che potrebbe riconoscere il diritto dei fedeli di fare uso di cannabis nell'ambito della libertà di culto. Come riporta Africanews, la vertenza giudiziaria risale al 2021, quando la società Rastafari depositò un ricorso formale per ottenere la depenalizzazione dell'uso spirituale della cannabis, localmente nota come bhang.

 

Per i Rastafari, la cannabis non è una sostanza ricreativa bensì un sacramento: viene utilizzata durante rituali comunitari per favorire la meditazione, promuovere la pace interiore e avvicinarsi a "Jah", ovvero Dio. Il portavoce della Rastafari Society, Mwendwa Wambua — noto come Ras Prophet — ha dichiarato: "Il Rastafari è la nostra cultura e fumare marijuana è parte di questa cultura. Per questo la dobbiamo difendere in un tribunale."

 

Il problema è che la legislazione vigente in Kenya non lascia spazio ad alcuna eccezione religiosa. Una legge del 1994 — il Narcotic Drugs and Psychotropic Substances (Control) Act — punisce il semplice possesso di cannabis con un minimo di dieci anni di reclusione e multe fino a un milione di scellini kenioti (circa 7.750 dollari). Il traffico può comportare l'ergastolo. Il ricorso presentato dai Rastafari contesta le sezioni 3, 5 e 6 di questo stesso provvedimento, chiedendo di sospenderne l'applicazione per quanto riguarda il possesso, la coltivazione e il consumo della pianta a fini spirituali in abitazioni private o nei tabernacoli designati.

 

I legali della comunità sostengono che le norme vigenti pongano i fedeli Rastafari di fronte a un dilemma costituzionale: rispettare la legge o praticare la propria fede. L'avvocato Shadrack Wambui ha argomentato che l'uso della cannabis, nel contesto del culto Rastafari, è direttamente legato all'esercizio della coscienza religiosa e rientra quindi nelle tutele garantite dalla Costituzione keniana in materia di libertà di religione e di privacy. La norma, a giudizio dei ricorrenti, non supera il test di proporzionalità: l'articolo 31 della Costituzione protegge la sfera privata delle scelte individuali che non danneggiano terzi, e criminalizzare condotte private equivarrebbe a un'ingerenza eccessiva dello Stato.

 

La comunità denuncia da anni una sistematica persecuzione da parte delle autorità: irruzione nelle abitazioni, perquisizioni durante le riunioni di preghiera, sequestro di piante, distruzione di tamburi rituali e in alcuni casi il taglio forzato dei dreadlock. Diversi aderenti sono stati arrestati ripetutamente per il solo fatto di possedere la pianta. Il portavoce Wambua ha riferito episodi di ispezioni domiciliari ripetute, dichiarando: "Vengono a casa tua e ti perquisiscono."

Il movimento Rastafari — i cui fedeli sono spesso riconoscibili per i dreadlock, considerati un segno d'identità spirituale e politica — ha già ottenuto un primo importante riconoscimento legale: nel 2019 un tribunale keniota aveva stabilito che l'espulsione di una studentessa Rastafari dalla scuola a causa dei capelli intrecciati costituiva una violazione dei suoi diritti religiosi. Nonostante questo precedente, la discriminazione nei confronti della comunità non è cessata.

 

Ogni sabato i fedeli si ritrovano in un piccolo centro a Kibera, uno dei più grandi insediamenti informali di Nairobi, per pregare, cantare e suonare i tamburi Nyabinghi. Il centro ospita anche la Haile Selassie Foundation, che insegna ai giovani mestieri pratici come la tessitura e la lavorazione di perle, allo scopo di offrire alternative alla criminalità. L'interesse per il Rastafarismo è in crescita, soprattutto tra le nuove generazioni che cercano un'identità spirituale radicata nella cultura africana e nei valori panafricanisti e anticolonialisti del movimento.

La sentenza del 15 luglio potrebbe segnare un punto di svolta nel dibattito keniota sulla libertà religiosa e sulla politica in materia di droghe.

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