Debito emergente: investitori tagliano i bond più rischiosi
Alcuni tra i principali gestori di fondi obbligazionari stanno riducendo l'esposizione ai titoli più rischiosi del debito dei mercati emergenti, mentre un selloff che si sta allargando sui mercati globali del credito rischia di interrompere un lungo periodo di rendimenti positivi per questa classe di attivi. Come riporta Bloomberg, tra le società che stanno ridimensionando le posizioni più esposte figurano Aegon USA Investment Management e JPMorgan Asset Management.
Il debito emergente denominato in dollari ha comunque garantito un rendimento dell'1,4% nell'ultimo anno, nonostante la recente turbolenza sui mercati obbligazionari abbia spinto i rendimenti dei Treasury statunitensi ai livelli più alti degli ultimi vent'anni. Un risultato che, secondo gli osservatori citati dall'agenzia, appare sempre più difficile da sostenere nelle attuali condizioni di mercato.
A preoccupare i gestori è soprattutto la combinazione di fattori che si sta manifestando in queste settimane: il petrolio è salito sopra i 100 dollari al barile, mentre gli investitori si stanno preparando a un contesto di tassi d'interesse globali più elevati e destinati a restare tali più a lungo del previsto. In questo scenario, gli spread creditizi - ossia il premio di rendimento richiesto per detenere debito più rischioso rispetto ai titoli di Stato considerati sicuri - si sono ridotti fino a toccare i livelli più bassi dal 2007.
Proprio questo restringimento degli spread viene interpretato da diversi money manager come un segnale d'allarme: livelli di premio così compressi, storicamente, hanno preceduto fasi di correzione al ribasso per i titoli più rischiosi, dato che non riflettono più adeguatamente i rischi effettivi legati all'inflazione, al costo del denaro e alla stabilità finanziaria dei paesi emittenti.
La cautela dei gestori si inserisce in un contesto più ampio di rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato americani, che ha già spinto diversi investitori istituzionali a rivedere le proprie strategie sul debito dei paesi in via di sviluppo, privilegiando in alcuni casi le obbligazioni denominate in valuta locale rispetto a quelle in dollari, ritenute più vulnerabili all'aumento del costo del denaro negli Stati Uniti.