Anziani non autosufficienti: le famiglie tra impoverimento e burocrazia per avere assistenza

Come riporta Torino Cronaca, sono sempre più numerose le famiglie italiane costrette a fare i conti con una scelta impraticabile: impoverirsi per accedere alle prestazioni pubbliche di assistenza, oppure rinunciare del tutto al supporto dello Stato quando in casa c'è un anziano non autosufficiente.
Il nodo centrale è l'ISEE, lo strumento con cui si misura la situazione economica dei nuclei familiari ai fini dell'accesso alle prestazioni sociali agevolate. Le soglie fissate per i principali aiuti pubblici sono molto basse: la Prestazione Universale sperimentale introdotta dal D.Lgs. 29/2024 — il cosiddetto "Bonus Anziani", attivo per il biennio 2025-2026 — è riservata agli ultraottantenni non autosufficienti con un ISEE sociosanitario non superiore a 6.000 euro l'anno. Chi supera anche di poco questa soglia è automaticamente escluso, senza gradualità.
Il risultato pratico è che molte famiglie della classe media si trovano in una zona grigia: hanno un reddito sufficiente per non essere considerate povere, ma del tutto insufficiente per sostenere i costi reali dell'assistenza privata. Una badante regolarmente assunta, a tempo pieno, può costare tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese, cui si aggiungono contributi previdenziali e tredicesima. Una retta in RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) si aggira mediamente tra i 2.500 e i 3.200 euro mensili, di cui il 50% è a carico del sistema sanitario e il restante 50% ricade sull'assistito e sulla famiglia, con eventuale integrazione comunale calcolata appunto sull'ISEE.
Di fronte a questo schema, alcune famiglie ricorrono a escamotage patrimoniali — donazioni, cessioni di beni, riorganizzazioni del nucleo familiare — nel tentativo di abbassare l'ISEE e rientrare nei requisiti per i sussidi. Un fenomeno che non è illegalità, ma adattamento a un sistema che non prevede vie di mezzo tra l'autosufficienza economica totale e la povertà certificata.
Sul fronte delle RSA, il TAR Piemonte ha recentemente annullato una delibera del Comune di Torino che adottava criteri di calcolo dell'ISEE più penalizzanti di quelli previsti dalla normativa statale, conteggiando il patrimonio mobiliare dell'assistito con modalità difformi dal DPCM 159/2013. Il tribunale ha ribadito che i comuni non possono introdurre sistemi alternativi di valutazione della capacità economica per le prestazioni sociali agevolate, che devono essere uniformi su tutto il territorio nazionale come livelli essenziali di assistenza.
Sul piano legislativo, la riforma organica della non autosufficienza — avviata con la Legge Delega 33/2023 e parzialmente attuata con il D.Lgs. 29/2024 — è ancora lontana dall'essere pienamente operativa. Il decreto attuativo ha drasticamente ridimensionato le ambizioni della legge delega, rinviando molte decisioni chiave a provvedimenti successivi. Secondo le organizzazioni della società civile riunite nel Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, nessuno dei tre obiettivi principali della legge delega è stato ancora raggiunto, e alle famiglie viene chiesto di continuare a muoversi in una "babele di sportelli, luoghi e sedi, con una molteplicità di procedure diverse". Il nuovo sistema unificato di valutazione multidimensionale entrerà a regime, in forma sperimentale, solo dal 2026 e su scala nazionale dal 2027.
La disparità sociale è evidente: chi può permettersi cure private non dipende dall'ISEE né dalla burocrazia dei servizi sociali. Chi invece non ha disponibilità economiche adeguate si trova a dover dimostrare la propria povertà — talvolta costruendola artificialmente — per ottenere un diritto che la Costituzione riconosce a tutti. Un cortocircuito del welfare che colpisce soprattutto i caregiver familiari, spesso donne, che rinunciano al lavoro o al tempo libero per supplire alle mancanze del sistema pubblico.