Legittima difesa. La lezione del carcere di Lucca

Non passa giorno che la cronaca giudiziaria non aggiorni il tabellino del grottesco e dell’orribile: dal “refuso” nella circolare del Prap su Sollicciano al caso di Mario Roggero ad Abderrahim Fakir morto in custodia dello Stato, ammanettato sull’asfalto. Ciascun fatto innesca ormai immancabile il rumore social prodotto dal diluvio di giuristi e criminologi improvvisati ma “aumentati” e normalizzati dai modelli di intelligenza artificiale. La morte di due persone in un carcere scivola via travolta da questa corrente.
Nella casa circondariale di Lucca tra il 15 e il 16 luglio un uomo di 23 anni del Bangladesh in custodia cautelare da un paio di settimane si è tolto la vita impiccandosi, e un uomo di 35 anni di origini marocchine è stato trovato morto e le cause del suo decesso sono ancora da chiarire.
La statistica dei suicidi in carcere è diventata finalmente mainstream e in parte capace di rompere il muro di indifferenza o peggio nei confronti del mondo carcerario. Ma ad assuefarsi si fa presto. La morte qualsiasi, per “cause naturali”, dietro le sbarre racconta invece senza alcun alibi lo stato di illegalità dell’esecuzione penale in Italia.
Ho ritrovato il resoconto di una visita che, insieme a Rosa a Marca e Giovanni Rodella dell’allora associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, facemmo il 5 gennaio 2015 nel carcere lucchese di San Giorgio. Trovammo una prigione che incarnava il modello della discarica sociale: poveri, stranieri, senza casa, quasi tutti con la salute fisica e mentale minata dalle dipendenze. Malati per diritto penale.
Erano gli anni post sentenza Torreggiani e, con la spada di Damocle delle sanzioni economiche, politiche e reputazionali, i governi (Letta prima e Renzi poi, sotto la spinta mai ascoltata abbastanza di Giorgio Napolitano) si affannavano, tra l’altro, a rifare i conti delle capienze pur di non affrontare di petto la questione rinunciando a punire (amnistia) e condonando le pene (indulto).
Già allora, quel riconteggio dello spazio disponibile per detenuto imposto dalla CEDU assomigliava più al gioco delle tre carte che al genuino tentativo di mettere le mani nelle macerie di un disastro. Mentre spariva dai protocolli il riferimento alla “capienza tollerabile” - quello riesumato in sostanza dal “refuso” della circolare del Prap su Sollicciano -, metro alla mano, il geometra prestigiatore del Ministero si impuntava contro i ricorsi dei detenuti perché fosse considerato spazio vivibile pro capite anche quello occupato da brande e suppellettili.
Nel gennaio del 2015, attraversando la terza sezione della casa circondariale di Lucca ci ritrovammo “nell'antro di una cella profonda tre passi e larga altrettanto - se si potesse farli liberamente quei passi dopo aver superato le tre persone che stazionano gomito a gomito vicino alla porta, ché le brande coi materassi di gommapiuma a vista occupano il 90% del pavimento e rimane libero solo il passaggio verso il cunicolo in fondo al quale c'è il cesso, anticipato dal piccolo tavolo dove, chi se lo può permettere, tiene il fornellino per il caffè”.
Flashforward al luglio 2026: “La situazione del carcere San Giorgio di Lucca è complicata: qua esiste un problema di sovraffollamento molto accentuato ed è il tema che mi pare più urgente da affrontare, nel senso che ci sono tre detenuti ogni nove metri quadri di cella”. A dirlo è il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli in visita nella casa circondariale dopo la morte dei due cittadini.
Analizzando i numeri forniti in questo decennio dal ministero si ottengono risultati che potrebbero far riflettere chi crede ancora nella possibilità di un diritto penale migliore, di goniometro in riformicchia, e non nella necessità di pensare e costruire qualcosa di meglio del diritto penale - il mantra riformatore di associazioni come Nessuno Tocchi Caino.
Quando con Rosa e Giovanni entrammo a San Giorgio la capienza regolamentare era già stata rivista a 91 nel corso del 2014 dai precedenti 115. Quel giorno erano recluse 134 persone per un tasso di affollamento lordo (senza considerare i posti indisponibili) del 147,25%.
Quando il vice presidente del CSM è entrato a San Giorgio la scorsa settimana i detenuti presenti erano 87 per una capienza regolamentare di 59 e un tasso di affollamento lordo del 147,45%.
La stasi dei numeri racconta il fallimento della politica.
Solo negli anni più recenti il dato delle celle non disponibili, decisivo per descrivere la vera natura della vita dietro le sbarre, è diventato rilevante e rilevato anche nelle relazioni dei Garanti delle persone ristrette. Fatta questa tara, il tasso di affollamento reale della casa circondariale lucchese sale oltre il 240%. Di questo triste record, e mettendolo saggiamente in relazione al caso Roggero passando per via Arenula, ha scritto Adriano Sofri in un bell’articolo qualche giorno fa.
Cos’è successo a San Giorgio che in 10 anni, mentre ogni ministro proponeva il suo piano di edilizia carceraria per incrementare le “camere”, ha visto la sua capienza precipitare da 91 a 59? È crollata un’ala dell’ex Convento delle Monache degli Angeli? No, nessun disastro idrogeologico, le fondamenta della prigione del principe Baciocchi sono dure a cedere.
Flashback al 2016: tra l’agosto e il dicembre di quell’anno la capienza del carcere di Lucca venne ritoccata da 91 a 70 prima e 62 poi. La ristrutturazione in funzione trattamentale di alcuni ambienti che prima erano utili a gonfiare la capacità ricettiva a discapito del senso di umanità, fornì all’amministrazione l’occasione per levare dalle carte un po’ del belletto di cui ci eravamo accorti con Rosa e Giovanni l’anno prima: “Numeri gonfiati come dimostrano le celle viste, conti truccati dal carcere di San Giorgio, dal Dap, e su su fino al ministero della Giustizia”.
Dunque tutto risolto: capienza ridotta per garantire sulla carta lo spazio vitale minimo sotto il quale è flagrante il trattamento disumano, ristrutturazione dei reparti in funzione trattamentale e di socialità. Tutto va bene madama la marchesa.
E in effetti così sembrava reagire la politica che contava e conta in Toscana. Poche settimane prima della nostra visita, i senatori Andrea Marcucci e Manuela Granaiola uscivano rinfrancati dalla visita al San Giorgio nel constatare il decremento dai 155 detenuti ristretti nel dicembre 2013 ai 131 del dicembre 2014.
Pochi mesi dopo, nella relazione dell’allora Garante regionale delle persone ristrette, Franco Corleone, si leggeva che “il colpo decisivo contro il sovraffollamento è stato determinato dalla cancellazione da parte della Corte Costituzionale della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe, nei suoi aspetti più repressivi e penalizzanti” e ai media locali non parve il vero di titolare che in Toscana il sovraffollamento era risolto.
Nell’agosto 2016, Marcucci, il cui inossidabile ottimismo è solo che da ammirare, definiva la situazione migliorata annunciando la prossima apertura di una sezione interamente ricreativa. Il giorno di quella visita nel carcere erano presenti 115 detenuti, mentre la capienza ufficiale stava per essere ridotta da 91 a 70 e poi, di lì a pochi mesi, a 62.
Sono passati dieci anni e la realtà del carcere di Lucca è quella descritta da Pinelli e da quei due cadaveri. La legittima difesa del titolo? Dal potere dello Stato che mente e tortura.
In questi giorni a Santa Maria Capua Vetere è iniziata la fase conclusiva del primo grado nel processo per i fatti del 6 aprile 2020, e non è un tema di tendenza per i social.