Venerdì 28 agosto 2026
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Perché in Europa si fanno sempre meno figli anche con un welfare generoso

Articolo · Redazione ·

Congedi, asili e trasferimenti aiutano soprattutto chi ha già una prole. Chi deve ancora diventare genitore è frenato da stipendi bassi, case costose, lavori precari e relazioni personali indebolite dall’uso dello smartphone. Così una scelta rinviata diventa un problema collettivo

 

Lo scorso giugno il Financial Times ha pubblicato un articolo dal titolo sorprendente: “Nordic fertility support measures are not working”. Sorprendente perché riguarda proprio quei paesi del Nord Europa che per decenni abbiamo indicato come modello: congedi parentali generosi, asili fortemente sovvenzionati, elevata occupazione femminile, welfare efficiente e una divisione dei compiti familiari assai più equilibrata di quella mediterranea. Eppure anche nel Nord Europa la natalità continua a diminuire.  È un paradosso che ci impone, dati alla mano, di riflettere con la dovuta calma per comporre un quadro assai articolato, nel quale più fattori concorrono allo stesso tempo. Gli studi più recenti indicano, con sufficiente chiarezza, che a monte esiste innanzitutto una questione di sicurezza economica.

 

Nel rapporto “The Real Fertility Crisis”, pubblicato nel giugno 2025, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa) ha rilevato che gli ostacoli economici costituiscono di gran lunga il principale impedimento dichiarato da chi non riesce ad avere il numero di figli desiderato. Dentro questa categoria stanno il reddito disponibile, la stabilità lavorativa, l’abitazione, il costo dei servizi per l’infanzia e, più in generale, la percezione di poter o meno sostenere nel tempo una famiglia. Manca un senso di sicurezza nel futuro lavorativo per traguardare un impegno economico personale ultradecennale rivolto alla vita almeno pre-adulta del nascituro o della nascitura.

 

L’Ocse arriva sostanzialmente alla stessa conclusione. Il rapporto “Society at a Glance 2024” individua fra i principali fattori associati alle scelte di fertilità l’occupazione, la disoccupazione, il sostegno economico alle famiglie e, soprattutto, il costo dell’abitazione. Sottolinea inoltre che, in molti paesi, il tentativo di consolidare prima la propria posizione nel mercato del lavoro e della casa contribuisce direttamente al rinvio della nascita dei figli.

 

In Italia, nel 2025, siamo scesi a 1,14 figli per donna, contro 1,18 dell’anno precedente (dati Istat). Sono nati circa 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto al 2024. L’età media delle madri al parto ha raggiunto 32,7 anni (Istat). L’Ocse osserva che in Italia l’età media alla maternità era già salita da 30,4 anni nel 2000 a 32,4 nel 2022, circa un anno e mezzo sopra la media Ocse. E la quota di donne definitivamente senza figli è raddoppiata: dall’11 per cento della generazione nata nel 1951 al 22 per cento di quella nata nel 1978.

 

Dietro questi numeri c’è un percorso riconoscibile. Si studia più a lungo, si entra più tardi in un lavoro stabile, gli stipendi iniziali consentono meno facilmente di sostenere un affitto o acquistare una casa, si rimane quindi più a lungo nella famiglia di origine. Il desiderio di avere figli viene quindi posticipato. Non ancora a 27 anni, perché il lavoro è precario; non ancora a 30, perché manca la casa; non ancora a 32, perché bisogna consolidare il reddito; e non ancora a 34, perché forse conviene aspettare un altro anno. È così che una scelta temporanea può diventare una condizione definitiva.

 

Il caso italiano è particolarmente severo, ma non unico. Spagna e Italia rimangono stabilmente fra i paesi europei a più bassa fertilità. La Francia, pur essendo a sua volta in diminuzione, ha resistito più a lungo grazie a un sistema di servizi per l’infanzia, trasferimenti e politiche familiari storicamente più strutturati. I paesi nordici hanno fatto ancora di più sul versante della conciliazione fra lavoro e famiglia.  Eppure oggi scendono anch’essi.

 

È proprio questa convergenza a rendere interessante l’articolo del Financial Times. Perché suggerisce che le politiche familiari riescono abbastanza bene ad aiutare chi un figlio lo ha già avuto, ma molto meno a convincere chi non è ancora diventato genitore. Il problema, quindi, ha almeno due livelli. Il primo rimane la situazione presente e prospettica legata alla disponibilità economica: reddito, casa, stabilità lavorativa, costo della vita. Il secondo comincia quando quelle condizioni sono almeno parzialmente soddisfatte.

 

Melissa Schettini Kearney e Phillip B. Levine, nel paper “Why Is Fertility So Low in High Income Countries?”, pubblicato nel 2025 dall’autorevole National Bureau of Economic Research (Nber), parlano di shifting priorities, priorità che stanno cambiando. In società più libere rispetto al passato e con una nuova cultura sociale, famiglia e figli non rappresentano più il percorso obbligato verso l’età adulta. Competono con carriera, mobilità, tempo libero, esperienze, autonomia e realizzazione personale.

 

C’è poi un ulteriore fattore che pare giochi un ruolo: l’uso del tempo disponibile. Due studi usciti proprio in queste ultime settimane hanno provato a misurarlo. Gli statunitensi Caitlin K. Myers ed Ezekiel Hooper, anch’essi ricercatori del Nber, hanno sfruttato un esperimento naturale – la vendita esclusiva dell’iPhone tramite AT&T fra il 2007 e il 2011 – per stimare quanto la diffusione e l’utilizzo dello smartphone abbiano concorso al calo della fecondità generale delle donne americane tra i 15 e i 44 anni: un calo che, secondo la fascia di età, varia dal 33 per cento al 52 per cento, a causa delle minori interazioni di persona e della diminuzione dei rapporti sessuali.

 

Molto interessante è lo studio “The Collapse of Teen Fertility in the Digital Era” dei ricercatori Nathan Hudson e Hernan J. Moscoso Boedo dell’Università di Cincinnati, che hanno trovato lo stesso schema in 128 paesi: ovunque arrivi lo smartphone, la fecondità crolla, a prescindere dal sistema sanitario o dalla religione. Hanno utilizzato un trucco statistico elegante e non scontato: la terrain ruggedness, le asperità del terreno. Le aree più accidentate, infatti, ricevono la copertura 4G e 5G più tardi, perché tirare i cavi e piazzare le antenne in montagna o in terreni con diverse asperità costa di più. Quel ritardo, casuale rispetto alla voglia di fare figli, diventa una specie di esperimento naturale. Risultato: dove il 4G e il 5G arrivano prima, le nascite scendono prima e più in fretta. La socialità di persona fra adolescenti più o meno si dimezza, mentre lo svago digitale viene quasi triplicato. Non è solo una questione di soldi: le relazioni profonde da cui nasce una famiglia richiedono un tempo che i vari device assorbono altrove. Ma non confondiamo causa ed effetto.

 

È più facile attribuire la bassa natalità a un generico individualismo che affrontare questioni assai più concrete, come il prezzo delle abitazioni, i salari che crescono lentamente, la precarietà professionale e il costo dei servizi. Una giovane coppia può anche desiderare fortemente di avere figli, ma rimane il fatto che mettere al mondo una creatura è diventata una decisione che molte persone sentono di poter prendere soltanto quando una serie di condizioni sono finalmente allineate.

 

Il problema è che quel momento perfetto spesso non arriva o arriva non secondo le aspettative e le previsioni. E l’Italia presenta un’ulteriore complicazione. La denatalità si autoalimenta. Le generazioni che oggi entrano nell’età riproduttiva sono già meno numerose di quelle precedenti. Anche a parità di comportamento individuale, quindi, avremmo meno nascite. L’Istat parla esplicitamente di una struttura demografica che amplifica la caduta della natalità. Il problema è assai serio perché riguarda chi lavorerà in futuro, chi finanzierà il sistema pensionistico, chi assisterà una popolazione sempre più anziana, quali territori riusciranno a mantenere scuole, servizi, negozi e infrastrutture.

 

Nel loro libro del 2025 “After the Spike: Population, Progress, and the Case for People”, gli economisti americani Dean Spears e Michael Geruso (Università del Texas) mettono chiaramente in luce i tanti rischi di una natalità sempre più bassa. Meno nascite significano anche meno lavoratori e imprenditori e meno contribuenti. L’IA, la robotica e l’aumento della produttività potranno compensare una parte di questo squilibrio, e l’immigrazione potrà compensarne un’altra. Ma nessuna delle due elimina completamente una questione fondamentale: le persone hanno bisogno di una qualche fiducia nella società, nel suo futuro e nella sua capacità di generare continuità. Ed è forse qui che economia e cultura finalmente si incontrano. Per decidere di avere un figlio, bisogna avere sufficiente denaro, certamente. Ma soprattutto bisogna pensare che quel reddito potrà continuare ad esserci.

 

In altre parole, fare figli richiede una particolare forma di fiducia nel futuro: la disponibilità a impegnare oggi risorse, tempo e libertà personale, confidando in un domani che non possiamo conoscere, in una società della quale, guardando in avanti, poco ci fidiamo. Forse è questo che racconta davvero la bassa natalità occidentale. Non tanto una società che ha definitivamente deciso di non avere figli, ma una società che continua ad aspettare le condizioni giuste per averli e che mostra scarsa fiducia nel suo futuro. Una società del non ancora. Il problema è che, in demografia, il non ancora, prima o poi, può diventare troppo tardi.

 

(Danilo Broggi su Linkiesta del 28/08/2026)

 

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