Mercoledì 2 settembre 2026
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Scuderi (Verdi) è necessario superare il veto degli Stati per costruire un’Europa più forte e federale

Articolo · Redazione ·

Focus Europe Italia ha intervistato a Ventotene l’on. Benedetta Scuderi, eurodeputata del gruppo dei Verdi e membro del Board del Gruppo Spinelli, che riunisce i parlamentari europei favorevoli a una riforma dell’Unione in senso federale, a margine del seminario sulle sfide alla democrazia europea organizzato congiuntamente dal Centro d’Eccellenza Jean Monnet fEUture dell’Università eCampus e dal Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa. Nell’intervista, Scuderi indica nel cambiamento climatico e nella transizione energetica alcune delle principali sfide per l’Europa, sottolineando la necessità di aumentare gli investimenti comuni in mitigazione, adattamento, rinnovabili, efficienza e nuove tecnologie. Secondo l’eurodeputata, l’attuale bilancio europeo, pari a poco più dell’1% del reddito nazionale lordo dell’UE, non è sufficiente per finanziare contemporaneamente politiche climatiche, sicurezza, difesa, politica estera e giustizia sociale. Per questo, sostiene, occorre superare l’attuale modello di “Unione delle nazioni” e procedere verso un’Europa federale, dotata di maggiori risorse proprie, della possibilità di ricorrere al debito comune per finanziare investimenti europei e di maggiori poteri di bilancio per il Parlamento europeo. Sul fronte della politica estera e della sicurezza, Scuderi chiede inoltre di superare il diritto di veto degli Stati membri, considerato uno dei principali ostacoli alla capacità dell’UE di agire come soggetto geopolitico. Una debolezza che, secondo l’eurodeputata, consente alle altre grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump, di trattare con i singoli governi europei anziché confrontarsi con un’Unione capace di parlare con una sola voce. Il risultato, sostiene Scuderi, è un’Europa più vulnerabile alle pressioni esterne, dai rapporti commerciali alle scelte in materia di difesa e sicurezza internazionale.

 

 

Quali sono le sfide principali a cui l’Unione Europea deve far fronte oggi?

Sicuramente il collasso climatico è una sfida che non ha solo l’Unione Europea, ma le cui conseguenze si stanno sentendo moltissimo sui territori europei, dei Paesi dell’Unione e non dell’Unione. E che sta avendo delle conseguenze enormi sulla sicurezza delle persone, sulla salute, ma anche sulla sicurezza alimentare, sulla possibilità di mantenere uno stile di vita dignitoso, soprattutto dei ceti economicamente più svantaggiati.
Questa cosa deve essere risolta ovviamente a livello globale, ma non può essere sicuramente risolta a livello degli Stati nazionali. L’Unione Europea deve unirsi sul clima, come ha già fatto, aumentare le misure che sono state prese, sia in termini di mitigazione e di adattamento. Ma anche e soprattutto finanziare di più, investire di più del suo bilancio per tutto quello che riguarda la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Chiaramente dovrebbe avere un ruolo a livello internazionale molto più forte e cercare di far ricominciare le negoziazioni internazionali, che purtroppo, soprattutto per via della fuoriuscita degli Stati Uniti con Trump, sono diventate sempre più deboli. Così come dovrebbe anche utilizzare la sua forza commerciale e di grande consumatore come strumento per poter influenzare le altre grandi potenze.
All’interno della questione climatica sicuramente c’è la questione energetica, che è una parte dell’adattamento e della mitigazione dei cambiamenti climatici, ma è anche un grandissimo driver per la nostra economia e per la nostra industria.
Noi dobbiamo accelerare sulle rinnovabili, e su tutta una transizione energetica, che non significa solo energie rinnovabili, ma anche efficienza e nuove tecnologie. Significa voler veramente creare un modello energetico diverso da quello attuale, che è basato sul fossile e sullo sfruttamento. E su questo l’Europa deve accelerare, soprattutto perché il nostro essere rimasti indietro nella transizione energetica, ha fatto sì che abbiamo dei prezzi energetici estremamente alti. Questo ha un impatto sulle nostre economie, sulla nostra industria, sulle persone e lo avrà sempre di più.

 

Lei chiede più investimenti da parte dell’Unione, ma il bilancio europeo è all’1%. Tutti chiedono sempre di più all’Unione, e quindi al suo bilancio, però nessuno vuole aumentarlo. Come se ne esce?

Le priorità ovviamente per l’Europa sono tante. Ne abbiamo nominate due, ma c’è sicuramente anche la priorità della costruzione di una politica estera, di difesa comune, della giustizia sociale. Sono veramente tante e in un bilancio così risicato come quello europeo non si riesce a portare avanti niente.

Il punto è che per uscire da questo impasse noi dovremmo ripensare proprio l’idea di Unione, che è quello che stiamo facendo qui a Ventotene, nel quadro del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo emanciparci da un’idea di Unione delle Nazioni ed andare invece verso l’idea di un’Unione federale. Perché è soltanto così che si può avere un bilancio che sia efficace e sufficiente a rispondere alle nostre sfide. Quindi iniziare a credere in un bilancio che veda dei contributi nazionali molto più alti rispetto al mero 1%, che aumenti le risorse proprie, che dia la forza e il potere al Parlamento, che è l’unica istituzione democraticamente eletta, di poter decidere effettivamente del bilancio, e che preveda anche la possibilità di debito comune, che deve voler dire investimenti comuni, quindi a livello europeo, su quello che ci serve per affrontare le sfide del futuro, che sono quelle che abbiamo menzionato.

 

Quali sono i passi che bisognerebbe fare nell’integrazione in politica estera e di sicurezza?

Ovviamente abbandonare l’idea del veto, che è la cosa meno sensata che si possa fare nel momento in cui dobbiamo unirci, ma ogni decisione europea può essere bloccata da un veto di qualsiasi Stato. Questo fa sì che l’Europa non venga presa seriamente. Ed è la cosa migliore per tutte le altre potenze che ci vogliono divisi, perché divisi siamo più deboli, soprattutto in politica estera, di sicurezza e di difesa. E noi continuiamo a dar adito a questo tipo di narrazione che poi ci porta a indebolirci.

Prendiamo il caso Trump. È chiaro che Trump dice: io non parlo con l’Europa perché non so con chi parlare dell’Europa.
La verità è che lui non parla con l’Europa perché se parlasse con l’Europa dovrebbe avere un interlocutore che ha il suo stesso peso. Se parla soltanto con la Germania, con la Francia, con l’Italia parla con degli interlocutori piccoli che non hanno questo stesso peso. Ma è anche vero che lui non sa con chi parlare, perché se parla con Kaja Kallas o con von der Leyen, è molto probabile che quello che loro dicono poi non venga portato a termine per il veto di quello o dell’altro Stato.

Quindi questa Europa monca ci indebolisce davanti a chi vuole usare questa nostra debolezza a proprio vantaggio, che è quello che Trump continua a fare nelle politiche di difesa, chiedendoci delle cose impossibili e ottenendole, nelle politiche imperialiste che sta portando avanti, nelle politiche di distruzione del diritto internazionale e nelle politiche commerciali, mettendoci davanti a dei dazi assurdi su cui noi dobbiamo soltanto soccombere e cercare di non farlo arrabbiare troppo perché non abbiamo la forza politica di poter reagire, perché non decidiamo di stare insieme.

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