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AVVERTENZE
07/10/2026 – 13/10/2026
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FRANCIA. Attacco hacker contro i supermercati, colpiti i frigoriferi: persi milioni di euro di cibo
ITALIA. Il Madoff delle Langhe rinviato a giudizio con 25 capi di imputazione e Fideuram risarcisce
Il panorama energetico globale sta attraversando una fase di profonda turbolenza, alimentata da tensioni geopolitiche internazionali che continuano a ripercuotersi sui costi di gas e carburanti. A questo scenario si aggiunge una criticità tutta italiana: l'assenza di una visione strategica nazionale in materia di politica energetica, che lascia il Paese scoperto di fronte alle emergenze e rallenta la transizione ecologica.
Secondo le ultime analisi di mercato riportate da Reuters, le famiglie e le imprese europee dovranno fare i conti con prezzi del gas elevati per almeno un altro anno. Anche nello scenario più favorevole — che ipotizza una risoluzione del conflitto con l'Iran e un inverno mite —, il continente europeo si trova a dover ricostituire riserve di stoccaggio scese a livelli record di scarsità, con prezzi di riferimento già cresciuti di oltre il 150% nel corso dell'anno.
A pesare pesantemente sono state le interruzioni della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, che hanno bloccato circa il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto (GNL) provenienti da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Gli analisti prevedono che gli stoccaggi europei raggiungeranno appena il 75-78% entro il 1 novembre (circa 10 punti percentuali sotto la media quinquennale), lasciando intravedere tensioni persistenti anche per l'estate del 2027.
Il caro-carburanti e l'impatto sulle catene logistiche
Parallelamente alla crisi del gas, i mercati globali del diesel registrano forti contrazioni. I dati elaborati da BBC Verify evidenziano come il calo delle esportazioni globali — scese da 6,8 milioni di barili al giorno nel 2025 a 5,8 milioni nel settembre 2026 — sia imputabile principalmente al conflitto nel Golfo e agli attacchi alle infrastrutture in Russia.
Il dimezzamento delle esportazioni di gasolio dal Medio Oriente, causato dal blocco dello Stretto di Hormuz, e la contrazione dei flussi dalla Russia (penalizzati dagli attacchi dei droni e dalle sanzioni) hanno spinto i prezzi al dettaglio su livelli record. Trattandosi del carburante che muove camion, furgoni e navi, l'aumento si sta già ripercuotendo sull'intera spina dorsale delle catene di approvvigionamento globali.
In questo contesto di vulnerabilità internazionale, l'Italia sconta limiti strutturali rilevanti. La politica energetica nazionale continua a muoversi senza una pianificazione coerente a livello europeo e mondiale.
Le principali criticità si riflettono in due ambiti chiave:
Frenata sulle rinnovabili: Nonostante l'urgenza di affrancarsi dalle fonti fossili, l'iter burocratico e amministrativo ostacola e non facilita l'approvazione dei numerosi progetti di energia rinnovabile attualmente in corso.
Mancanza di investimenti nella mobilità sostenibile: Si registra una cronica carenza di investimenti mirati alla riduzione dei consumi attraverso il potenziamento del trasporto pubblico locale e il rilancio del trasporto merci su rotaia, settori che potrebbero alleggerire drasticamente la dipendenza dai derivati del petrolio.
Senza un cambio di rotta deciso che acceleri la transizione verde e snellisca le procedure autorizzative, il sistema Paese rischia di rimanere pericolosamente esposto ai prossimi shock geopolitici ed economici globali.
Qui il video sul canale YouTube di Aduc

Mentre i bollettini ufficiali tentano di mascherare la fragilità strutturale del Paese celebrando rimbalzi congiunturali o stagioni turistiche record, la realtà produttiva italiana racconta una storia ben diversa. La produzione industriale è in costante affanno e continua a registrare segnali negativi, con una sola grande eccezione a tenere a galla le statistiche: il comparto energetico. Un’eccezione che non è sintomo di vitalità, ma il mero riflesso del costo dell'energia su cui l'Italia non ha nessun controllo e di dinamiche tariffarie che gravano, anziché beneficiare, sul resto della catena del valore.
In questo scenario, l’inflazione torna a mordere, erode il potere d’acquisto delle famiglie e mette sotto pressione i bilanci aziendali. In un sistema sano, il manifatturiero, fonte di stabilità e creazione di valore aggiunto nel lungo periodo cresce in modo marginale.
Per colmare la narrazione del declino, si ricorre spesso al mantra del turismo come “petrolio della nostra economia”. Si tratta di una visione miope e rischiosa per diversi motivi:
Volatilità geopolitica: Il turismo non dipende unicamente dall'attrattività del patrimonio culturale o paesaggistico locale, ma è fortemente condizionato dai contesti internazionali, dai conflitti geoeconomici, dalle crisi sanitarie e dalle politiche dei vettori aerei globali.
Valore aggiunto e occupazione: Pur essendo un settore importante, il turismo offre una qualità dell'occupazione spesso stagionale e con livelli salariali mediamente più bassi rispetto al manifatturiero avanzato.
Impossibilità di sostituzione: Un Paese industriale del G7 non può convertire la propria struttura produttiva nei soli servizi di accoglienza senza impoverire il proprio tessuto tecnologico e di ricerca.
Un'agenda politica di omissioni e occasioni perdute
La crisi della produzione industriale non è una fatalità meteorologica, ma il risultato di decisioni strategiche mai prese o costantemente rinviate. Diversi nodi irrisolti testimoniano la mancanza di una visione industriale organica:
La vertenza ex Ilva: Quella che un tempo era la perla dell'acciaio europeo versa in un limbo infinito tra amministrazioni straordinarie, incertezze ambientali e assenza di una politica siderurgica nazionale. Senza una produzione primaria di acciaio, l'intera filiera meccatronica e manifatturiera italiana perde indipendenza e competitività.
Ipoteca energetica e rinnovabili: Nonostante i proclami sulla transizione ecologica, la burocrazia continua a strozzare l'installazione di impianti a fonti rinnovabili. Le imprese pagano l'energia a prezzi significativamente più alti rispetto ai competitor europei, penalizzando la produzione locale.
Il settore immobiliare e la crisi abitativa: Il mercato immobiliare è stato lasciato a se stesso proprio mentre le grandi città e i distretti produttivi affrontano una drammatica crisi dell'alloggio. L'assenza di piani trasversali per l'abitare sociale (social housing) e la rigenerazione urbana priva l'economia di uno dei suoi storici volani interni e ostacola la mobilità dei lavoratori.
Trasporti e logistica bloccati: I mercati dei trasporti pubblici e della logistica integrata continuano a soffrire di un’impronta statale o para-statale rigida che spesso frena la concorrenza, l'efficienza e l'ingresso di investimenti privati capaci di modernizzare le reti.
Telecomunicazioni e accentramento: Nel settore delle telecomunicazioni e delle infrastrutture digitali assistiamo a un costante ritornello di interventi statali e operazioni di ri-nazionalizzazione o controllo direttivo (come nelle vicende che coinvolgono i grandi player nazionali), invece di favorire un mercato dinamico fondato su investimenti in fibra e reti di nuova generazione.
L'abbandono delle Piccole e Medie Imprese (PMI): Le micro e piccole imprese manifatturiere — da sempre fiore all'occhiello ed elemento distintivo del Made in Italy nel mondo — continuano a essere soffocate da una pressione fiscale sproporzionata e da un labirinto burocratico imponente. Mancano misure strutturali di detassazione del lavoro e sburocratizzazione capaci di premiare l'innovazione e la crescita dimensionale.
Serve un cambio di rotta strutturale
Senza una politica industriale di ampio respiro che rimetta al centro la produzione manifatturiera, la semplificazione burocratica e la competitività energetica, con forti iniezioni di destatalizzazione e liberalizzazione, il rischio è quello di scivolare verso una deindustrializzazione irreversibile. Affidarsi all'illusione che il terziario turistico possa da solo sorreggere l'impalcatura socio-economica di una grande nazione europea significa rassegnarsi a un futuro di maggiore fragilità e dipendenza economica da fatti e situazioni verso i quali possiamo solo essere remissivi.

Nei procedimento di separazione, divorzio o affidamento dei figli, il contributo al mantenimento riveste sempre un ruolo fondamentale non solo per la sua quantificazione ma anche per la modalità di pagamento.
Capita, sempre più spesso, che la casa dove i minori vivranno sia gravata da mutuo oppure che il contratto di locazione sia troppo elevato da sostenere per il genitore collocatario prevalente.
In questi casi può essere disposto, soprattutto quando anche i redditi dell’altro genitore, non sono tali da imporre un diverso contributo al mantenimento.
Il genitore non collocatario invece di versare un assegno di mantenimento procederà al pagamento del mutuo oppure al pagamento del canone di locazione.
Ebbene, secondo quanto sancito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26608/2026, le somme versate a titolo di mantenimento per pagare l’affitto o il mutuo rientrano nel reddito imponibile e devono essere dichiarate.
L’Agenzia delle Entrate aveva contestato ad una donna di non aver mai dichiarato il contributo al mantenimento percepito per sé e per i figli e, pertanto, notificava alla stessa gli avvisi di accertamento.
La donna impugnava le cartelle e le Commissioni tributarie annullavano gli avvisi per l’imposizione, ai fini Irpef, degli assegni di mantenimento percepiti, per sé e per i figli, per redditi mai dichiarati.
L’Agenzia dell’Entrate, quindi, si rivolgeva alla Corte di Cassazione sostenendo che questi assegni di mantenimento costituiscono reddito imponibile che deve essere parificato al reddito per lavoro dipendente.
La Corte di Cassazione analizzava la documentazione prodotta, con particolare attenzione alle somme annualmente corrisposte dall’ex coniuge per provvedere al pagamento del canone di locazione, e concludeva: “In tema di imposte dirette a seguito della separazione personale dei coniugi, ai fini dell’insorgenza dell’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi, ai sensi degli artt. 10, comma 1, lett. c), e 47 (ora 50) comma 1, lett. i) del dPR n. 917 del 1986, e dell’art. 3, comma 1, del dPR n. 42 del 1988, nelle formule applicabili “ratione temporis”, qualora l’autorità giudiziaria abbia fissato un importo onnicomprensivo per il mantenimento di moglie e figli specificando che la somma riconosciuta è comprensiva dell’eventuale canone da corrispondere per locazione di un immobile, quanto corrisposto per il canone rientra nell’ammontare del reddito percepito dal coniuge beneficiario che deve essere sottoposto ad imposizione nel limite di legge, fermo restando che quando dell’immobile locato fruiscano pure i figli, anche la porzione della cifra prevista per il pagamento del canone di locazione deve essere calcolata nella misura di metà, salvo diversa previsione dell’autorità giudiziaria”.

Non è una questione di essere favorevoli o contrari a una determinata posizione sui diritti dei bambini e degli adolescenti LGBTQIA+. E non dovrebbe diventarlo.
La questione che ci interessa è più semplice e, proprio per questo, più politica: che cosa significa oggi tutelare concretamente i diritti dell'infanzia attraverso istituzioni indipendenti, capaci di dialogare anche quando non condividono le stesse posizioni?
L'8 ottobre, la Garante italiana per l'infanzia e l'adolescenza, Marina Terragni, ha annunciato l'uscita dell'Italia da ENOC (European Network of Ombudspersons for Children), la rete europea dei Garanti per l'infanzia. La motivazione dichiarata è il mancato accoglimento della richiesta di pubblicare una propria dissenting opinion sul documento annuale della rete dedicato ai diritti dei bambini e degli adolescenti LGBTQIA+.
La Garante rivendica una questione di libertà di dissenso e di trasparenza. È una questione seria. Ma proprio perché è seria merita una domanda: la risposta al mancato riconoscimento di una posizione dissenziente deve essere l'abbandono del luogo nel quale quel dissenso avrebbe potuto continuare a essere esercitato e discusso?
Il giorno di Strasburgo
La coincidenza è significativa.
Lo stesso 8 ottobre, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha pronunciato una sentenza sull'Italia che dovrebbe far riflettere tutti: L.Z. e D.Z. c. Italia. Una madre e un figlio sono rimasti separati nonostante decisioni giudiziarie che avrebbero dovuto consentire la loro riunificazione.
La Corte ha parlato di ritardi, insufficiente diligenza e mancanza di cooperazione tra le autorità competenti, la famiglia affidataria e il tutore. Ha inoltre individuato un problema sistemico nell'esecuzione delle decisioni dei tribunali per i minorenni.
È una sentenza che ci ricorda una cosa elementare e insieme terribile: un diritto riconosciuto non è necessariamente un diritto realizzato. Tra una norma, una sentenza e la vita di un bambino ci sono le istituzioni. E quelle istituzioni devono funzionare insieme.
È questa la ragione per cui la vicenda ENOC ci interroga.
ENOC è una rete europea che mette in relazione autorità indipendenti impegnate nella tutela dell'infanzia. Non è un tribunale e non è un governo sovranazionale: è uno spazio di confronto. E il confronto serve soprattutto quando non si è d'accordo. Se tutti condividessero sempre la stessa posizione, una rete non servirebbe.
La domanda che poniamo alla Garante non è dunque: "Perché hai dissentito?". Al contrario: dissentire fa parte della funzione di garanzia. La domanda è: perché trasformare il dissenso nella rottura del luogo nel quale le istituzioni europee che si occupano di infanzia possono confrontarsi?
Autonomia non è solitudine
L'Autorità garante è indipendente: lo dice la legge che l'ha istituita. Ma l'indipendenza non è un privilegio personale dell'autorità che la esercita, è una garanzia per i bambini e per gli adolescenti.
Proprio per questo deve essere accompagnata dalla responsabilità di spiegare le scelte che incidono sulla capacità dell'istituzione di cooperare con gli altri soggetti che condividono la stessa missione.
Non chiediamo una Garante meno indipendente.
Chiediamo una Garante più forte nella cooperazione.
Non chiediamo che rinunci alle proprie convinzioni.
Chiediamo che continui a portarle nei luoghi nei quali possono essere ascoltate, contestate e discusse.
Da tempo sosteniamo che la tutela dei diritti fondamentali non possa fermarsi alla loro proclamazione. Abbiamo chiamato questo spazio effettività amministrativa dei diritti fondamentali. È ciò che accade quando un diritto, già riconosciuto dalla legge o da un giudice, deve attraversare uffici, servizi, amministrazioni, procedure, responsabilità e tempi prima di tradursi nella vita concreta di una persona.
La sentenza di Strasburgo ci ha appena ricordato quanto possa essere drammatica questa distanza quando riguarda un bambino e il rapporto con la propria madre. Ma la stessa logica vale anche sul piano istituzionale: per rendere effettivi i diritti dei bambini servono istituzioni che non si limitino a proclamarli, ma siano capaci di cooperare.
Per questo chiediamo alla Garante di incontrare i tutori volontari e le organizzazioni che ogni giorno lavorano sul campo. Non per contestare la sua indipendenza, ma per discutere insieme di come rafforzarla.
E soprattutto, per chiedere che l'Italia torni in ENOC. Perché l'Europa dei diritti dell'infanzia non ha bisogno di istituzioni che siano sempre d'accordo: ha bisogno di istituzioni capaci di rimanere al tavolo anche quando non lo sono. E perché, quando in gioco ci sono i diritti dei bambini, uscire da un tavolo dovrebbe essere sempre l'ultima possibilità, non la prima risposta al conflitto.

"Nessuno mi ha mai chiesto scusa", ha detto Zuncheddu in conferenza stampa di presentazione del film. Nonostante la sentenza di assoluzione e la privazione di oltre metà della propria vita, non ha ancora ricevuto il maxi-risarcimento formale dallo Stato. Attesa che ha dato il via a una mobilitazione civile e politica, promossa dal Partito Radicale e culminata nella proposta della cosiddetta “Legge Zuncheddu“, per istituire un assegno di sostentamento per garantire dignità economica alle vittime di ingiusta detenzione in attesa della liquidazione finale.
Uscirà il 15 ottobre nelle sale italiane il film “Zustissia” che, con la regia di Francesco Piras racconta la storia di Beniamino Zuncheddu.
Nel 1991, un triplice omicidio commesso sui monti del Sud Sardegna porta alla condanna di un uomo innocente: Beniamino Zuncheddu. Tre gradi di giudizio culminati con un ergastolo. Venticinque anni dopo, un giovane avvocato decide di lottare - pro bono - per restituirgli la libertà. Zustissia è la storia di una vita rubata dal più lungo errore giudiziario della storia italiana: 33 anni. E’ anche la storia della battaglia che l’avvocato Mauro Trogu e altri alleati hanno ingaggiato per arrivare alla revisione del processo e all’assoluzione, giunta il 26 gennaio 2024.
È un film d’inchiesta, d’impegno civile, d’amicizia e d’amore. Amore per “sa zustissia”, amore per la verità, e amore per le montagne, quei monti da cui Zuncheddu è stato tenuto lontano.
Nel cast Paola Giannini, Jacopo Cullin e con Francesco Colella, con Geppi Cucciari e con la partecipazione di Philippine Leroy-Beaulieu.
La storia di Beniamino Zuncheddu deve insegnarci tante cose. E credo che questo sia il momento giusto per riflettere.
Mi colpisce profondamente la straordinaria solidarietà che oggi circonda Beniamino. È una cosa bellissima, che mi emoziona e mi dà speranza. Anche grazie al regista Francesco Piras.
Ma mi pongo anche una domanda: quanti di quelli che oggi gli esprimono affetto, al momento del suo arresto, avranno puntato il dito contro di lui, considerandolo un assassino?
Siamo spesso troppo veloci nel giudicare e nel condannare. Essere garantisti significa anche ricordare che persino una sentenza definitiva può essere sbagliata.
Ma Beniamino non è soltanto il simbolo di un errore giudiziario. Beniamino è anche il carcere.
Trentatré anni dietro le sbarre. Una vita segnata, un corpo provato, una speranza che lentamente si spegneva. Quando l'ho incontrato, Beniamino stava quasi smettendo di credere nella possibilità di dimostrare la propria innocenza. Aveva problemi di salute, non riceveva cure adeguate. Il carcere lo stava consumando.
Lui dice: "Sono un sopravvissuto, non un eroe". E in queste parole c'è una verità enorme.
Vorrei che la sua storia ci aiutasse a riflettere sulla necessità di riformare la giustizia, ma anche sulla realtà delle nostre carceri. Vorrei che quando si parla dei diritti delle persone detenute non si rispondesse sempre con rabbia, insulti e pregiudizi.
Perché fino a poco tempo fa nessuno sapeva che Beniamino sarebbe stato assolto. Eppure era sempre lo stesso uomo.
La dignità di una persona non dovrebbe dipendere da una sentenza.
Se vogliamo davvero rendere giustizia alla storia di Beniamino, dobbiamo imparare anche questo: giudicare meno, ascoltare di più e non dimenticare mai l'umanità di chi vive dietro le sbarre. Questo Beniamino Zuncheddu lo sa bene

AAA cercansi politiche per la casa. A Firenze, come in molte altre grandi città. E come in mezza Europa, dove la questione abitativa irrompe nell’agenda del dibattito pubblico sebbene esista da anni. Ma l’attenzione è stata “risvegliata” anche dalle iniziative dell’uscente premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha scommesso su questo tavolo in vista della prossima sfida elettorale iberica. Tuttavia le sue proposte sono più articolate di quelle di cui si discute da noi: non solo blocco degli sfratti e proroga dei contratti, ma pure facilitazioni importanti per l’acquisto della prima casa. Il problema dentro al problema è che sui nostri lidi la discussione rischia di impantanarsi in uno sterile ping-pong tra le responsabilità dei poteri locali e quelle del governo nazionale.
La questione-casa è troppo grossa perché possa essere risolta da uno solo degli attori in campo. Il blocco degli sfratti proposto dal sindaco di Campi Bisenzio Andrea Tagliaferri in un’intervista a Repubblica Firenze, è generosa e di per sé urla la drammaticità sociale del fenomeno: da una parte poche case sul mercato degli affitti a prezzi che non siano drogati, nei comuni dell’area fiorentina, da quelli del capoluogo, talmente insostenibili da convincere a dare forfait anche chi è chiamato a Firenze per lavorare. E dall’altra la sempre più spiccata, e spesso obbligata, tendenza a vedere nella rendita anche di una sola casa in affitto la base su cui costruire il reddito familiare di chi la possiede, in un’area che pare aver rinunciato a puntare su attività produttive e reindustrializzazione.
Una morsa per liberarsi dalla quale non può bastare indicare nel governo, che ha forti responsabilità, l’unico che può risolvere la questione, come ha fatto capire la sindaca Sara Funaro: il problema è talmente annoso che si potrebbe risalire all’incapacità di farlo da parte di governi di segno politico anche opposto a quello attuale.
La stessa sindaca di Scandicci Claudia Sereni ha ricordato che la questione degli sfratti è “delicatissima”, ma ha un senso se ci sono interventi strutturali che la sospensione per pochi mesi dei provvedimenti non può sostituire.
C’è anche da chiedersi come sia possibile che i tentativi interessanti, come quello del Comune di Firenze qualche anno fa, di lanciare un fondo di garanzia a favore dei proprietari ai quali gli inquilini non abbiano potuto pagare l’affitto sia rimasto, a quel che se ne sa, uno strumento pochissimo utilizzato. Sfiducia dei proprietari in quel sistema? Poca voglia di rendere pubblico il canone d’affitto praticato? Alcuni giorni fa il segretario generale della Cgil fiorentina, Bernardo Marasco, ha proposto una mappatura degli alloggi sfitti e la creazione di un’agenzia sociale per la casa. Ma da soli i Comuni non possono farcela. Ed un governo nazionale da solo neanche, senza la partecipazione di soggetti come sindacato e Anci. E senza la consapevolezza che, per parafrasare una nota pubblicità, serve un grande progetto per un grande problema.
(pubblicato su Corriere fiorentino- Corriere della Sera del 13/10/2026)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attribuito agli attacchi ucraini contro le raffinerie di petrolio russe la riduzione globale delle esportazioni di diesel e l'impennata dei prezzi in tutto il mondo, affermando che il presidente Volodymyr Zelensky "vuole creare problemi al mondo".
"Farebbe meglio a smetterla subito", ha detto Trump, prima di suggerire che l'Ucraina dovrebbe "avere un nuovo leader capace di raggiungere un accordo".
Altri, tuttavia, hanno puntato il dito contro la guerra tra Stati Uniti e Israele con l'Iran, ritenendola la causa del calo delle esportazioni di carburante raffinato dalla regione del Golfo.
Dopo che Trump ha annunciato un controverso accordo per importare gasolio dalla Russia, promettendo "prezzi più bassi per gli americani", BBC Verify ha analizzato i fattori che hanno influenzato le forniture di carburante negli ultimi mesi e anni.
I dati suggeriscono che, sebbene i conflitti in Ucraina e in Iran abbiano ridotto significativamente le esportazioni globali di gasolio, il calo delle forniture provenienti dagli stati del Golfo a causa della guerra con l'Iran è stato maggiore.
Sebbene l'aumento del costo del diesel colpisca direttamente gli automobilisti, la preoccupazione è più ampia a causa del suo utilizzo in camion, furgoni e navi che costituiscono la spina dorsale delle catene di approvvigionamento globali. Qualsiasi aumento dei costi di trasporto potrebbe infatti ripercuotersi sui consumatori sotto forma di prezzi più elevati.
Secondo gli ultimi dati dell'Agenzia statunitense per l'informazione energetica (EIA), il 5 ottobre il prezzo medio al dettaglio del gasolio negli Stati Uniti era di 6,20 dollari (4,69 sterline) al gallone, poco al di sotto del record di 6,50 dollari al gallone registrato il 21 settembre.
Prima della guerra con l'Iran, un gallone di gasolio negli Stati Uniti costava circa 3,50 dollari.
Analogamente, i prezzi medi del diesel nel Regno Unito stanno attualmente raggiungendo livelli record: i dati del Dipartimento per la Sicurezza Energetica e le Emissioni Nette mostrano che il 5 ottobre un litro costava 199 pence.
Nel 2025, secondo i dati della società di informazioni marittime Kpler, venivano esportati sul mercato globale circa 6,8 milioni di barili di gasolio al giorno. Le esportazioni rappresentano circa un quarto del consumo globale totale di gasolio. Il resto proviene dalla produzione interna dei vari paesi.
Nel settembre 2026, le esportazioni globali erano scese a 5,8 milioni di barili al giorno, con un calo di circa un milione di barili al giorno.
Alcuni paesi, in particolare gli Stati Uniti, hanno aumentato le loro esportazioni di gasolio nell'ultimo anno, ma nel complesso le esportazioni globali nette sono diminuite.
Secondo gli analisti, è proprio questo calo ad aver fatto aumentare il prezzo al dettaglio del gasolio.
Nel 2025 la Russia esportava circa 810.000 barili di gasolio al giorno, ma a settembre 2026 tale cifra era scesa a circa 140.000 barili al giorno, con un calo di circa 670.000 barili al giorno.
Jonathan Leader Maynard, del King's College di Londra, afferma che "molti analisti" riterrebbero che il calo delle esportazioni russe di prodotti petroliferi, incluso il gasolio, sia dovuto "principalmente agli attacchi dei droni ucraini" piuttosto che alle sanzioni internazionali.
Oltre ad essere un importante esportatore di petrolio greggio, il Medio Oriente è anche un significativo polo mondiale per la produzione di gasolio.
Nel 2025 gli stati del Golfo - Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Oman - esportavano circa 1,4 milioni di barili di gasolio al giorno.
Nel settembre 2026, tale cifra era scesa a circa 670.000 barili al giorno.
Questo forte calo è stato determinato dall'impatto della guerra tra Stati Uniti e Iran sul flusso delle esportazioni di gasolio raffinato dagli stati del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il traffico fluviale è stato gravemente compromesso dagli attacchi iraniani contro le petroliere e dal blocco statunitense dei porti iraniani.
Mentre le stime delle società di monitoraggio navale suggeriscono che il flusso di petrolio greggio attraverso la via navigabile sia tornato quasi ai livelli prebellici il mese scorso - in parte grazie all'aiuto della marina statunitense nella protezione della navigazione - il flusso di gasolio raffinato dal Medio Oriente è rimasto ben al di sotto dei livelli prebellici.
I dati suggeriscono che il conflitto con l'Iran ha avuto un impatto maggiore sul calo globale dei volumi di esportazione di gasolio rispetto alla guerra in Ucraina.
Le esportazioni dalla Russia sono diminuite di circa 670.000 barili al giorno, rispetto a un calo di circa 810.000 barili dal Medio Oriente.
Sebbene gli analisti sottolineino che entrambi sono significativi.
"Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha inferto un duro colpo ai mercati energetici globali nel 2026, ma il conflitto in corso tra Russia e Ucraina sta ora amplificando questa pressione, portando alla chiusura delle raffinerie russe", ha dichiarato a BBC Verify Paul de Leeuw, direttore dell'Energy Transition Institute della Robert Gordon University.
Le sue affermazioni sono state riprese da Rory Johnson, analista petrolifero di Commodity Context, il quale ha dichiarato che gli attacchi dell'Ucraina "stanno portando il dolore della guerra in patria, mettendo di fatto fuori dal mercato il secondo esportatore mondiale di gasolio".
(Ben Chu su BBC del 12/10/2026)

La proibizione delle droghe continua a generare conseguenze paradossali: dalla criminalizzazione eccessiva alla militarizzazione dei conflitti, mentre evidenze scientifiche smontano divieti infondati come quello sulla foglia di coca. Nel frattempo, modelli alternativi emergono in Norvegia e Canada, suggerendo che il problema non è la droga in sé, ma come le istituzioni scelgono di affrontarla. Questa settimana affrontiamo il costo reale del proibizionismo e le poche esperienze che provano altre strade.
In questo numero
→ Cari lettori del web di Aduc... volete sostenerci?
→ Foglia di coca, l'OMS conferma il divieto: nessuna prova di danni
→ È ora di consentire l'uso di marijuana in carcere
→ Weekend drogato. L’eccellenza dei fatti e dei luoghi
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 6 a 12 Ottobre 2026
→ USA: la guerra ai cartelli della droga copia il modello anti-terrorismo islamico
→ Carceri, telefonini, droghe e carte di credito. La sudamericanizzazione del sistema?
→ Avvertenze. Newsletter settimanale generalista di Aduc. 07/10/2026
→ Droghe. Newsletter settimanale di Aduc. 06/10/2026
→
ITALIA. Dipendenze, 300mila persone in cura ogni anno: FeDerSerD chiede più personale
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U.E.. Bedrocan fallita: cannabis terapeutica a rischio nelle farmacie italiane
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MESSICO. La guerra dei cartelli rende Sinaloa a "rischio estremo"
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NORVEGIA. L'eroina come terapia: il programma HABIB diventa permanente
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COLOMBIA. Droga su voli militari, sotto accusa l'ex 'first lady' colombiana
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USA. Consumo di droghe tra i giovani quasi ai minimi storici
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ISRAELE. SafeHeart: gli psichedelici per curare il trauma dei sopravvissuti al Nova
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ECUADOR. Giudice assolve 32 pescatori di barche distrutte dagli USA
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MESSICO. Concerti usati per riciclare denaro dei narcotrafficanti
→
COLOMBIA. Narco-sub verso l'Europa che esplodono se intercettati
→
CANADA. Giudice dichiara incostituzionale il divieto di spaccio di droga
→
ROMANIA. Depenalizzazione consumo droghe. Il NO della Procura
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ALBANIA. Nuove regole di tracciamento per la cannabis dal seme alla vendita
→
CANADA. Cannabis legale: negozi non aumentano la criminalità a Toronto e Ottawa
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COLOMBIA. I raid USA non fermano le narcolance dalla Guajira
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U.E.. Ex-primo ministro neozelandese all'UE: "Non puntate solo sulla sicurezza contro le droghe"
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INDIA. Colombia rafforza la cooperazione con l'India contro i cartelli della droga
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USA. NYT: Usa trasferiscono droni "killer" Reaper in Colombia ed Ecuador
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SPAGNA. Andalusia, le narco-bande si militarizzano con armi da guerra e droni
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FRANCIA. Le sanzioni pecuniarie fisse per l'uso di droghe sono in aumento

Nel luglio del 2011, una donna di 22 anni arrivò al checkpoint di Calexico, al confine tra Messico e California, con un passaporto statunitense dalla copertina blu scuro. La sua gravidanza di otto mesi e l'accento di Sinaloa erano difficili da nascondere. Un agente della dogana le pose le domande di routine: da dove veniva, dove era diretta e cosa portava con sé. Nonostante le sue risposte e il documento che aveva presentato, la sottopose a un secondo controllo più approfondito. Altri agenti federali perquisirono meticolosamente i suoi effetti personali e il contenuto dei suoi cellulari. Pochi minuti dopo, una volta completata la rigorosa procedura, le permisero di entrare nel Paese.
La giovane donna, Emma Coronel Aispuro , era nella lista di sorveglianza del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS). Qualche anno prima, intorno al 2007, quando era ancora un'adolescente con la corona vinta in un concorso di bellezza in una piccola città di Durango, aveva sposato Joaquín "El Chapo" Guzmán , cofondatore del cartello di Sinaloa e all'epoca il narcotrafficante più ricercato al mondo. Figlia di Inés Coronel Barreras, un membro di medio rango dell'organizzazione criminale, Emma Coronel stava tornando negli Stati Uniti con uno scopo preciso: dare alla luce a Los Angeles le figlie gemelle di El Chapo.
Niente e nessuno avrebbe potuto fermarla. Il 15 agosto 2011, Coronel entrò nel reparto maternità dell'Antelope Valley Hospital di Lancaster, un sobborgo nella contea settentrionale di Los Angeles. Quel giorno, Emaly Guadalupe e María Joaquina Guzmán Coronel nacquero a un minuto di distanza l'una dall'altra: alle 15:50 e alle 15:51, secondo i registri pubblici. Sui certificati di nascita, lo spazio per il nome del padre fu lasciato in bianco.
La scelta di Coronel non era insolita tra i soci dei boss dei cartelli messicani. Cercano ospedali dotati di tecnologie mediche all'avanguardia e, soprattutto, la cittadinanza statunitense per i loro figli: una garanzia che potrebbe facilitare la ricerca di asilo qualora dovessero fuggire da una guerra tra organizzazioni criminali o dalle costanti minacce che incombono sul narcotraffico. Inoltre, se i figli dovessero essere coinvolti nel cartello, ottenere uno status di immigrazione legale non sarebbe più un problema da risolvere con il governo.
«Alcuni hanno operato in California, conoscono il territorio, hanno contatti lì ed è per questo che mandano le loro mogli a partorire in quello stato, dove, inoltre, ci sono medici migliori», spiega Mike Vigil , ex direttore delle operazioni internazionali della Drug Enforcement Administration (DEA), in un'intervista telefonica con EL PAÍS. «Per molti di loro è un motivo di orgoglio che i propri figli abbiano la cittadinanza statunitense, e la ottengono molto facilmente: nascendo negli Stati Uniti», ha aggiunto.
Esiste una lunga lista di figli di boss dei cartelli nati, vissuti o attualmente residenti in California. Si tratta per lo più di discendenti di leader del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG), due organizzazioni che hanno stabilito centri di distribuzione nelle principali città dello stato, da San Diego a San Francisco. Entrambi i gruppi hanno trascorso anni a contendersi il controllo di Tijuana, la porta d'accesso al corridoio di narcotraffico più redditizio verso gli Stati Uniti.
Anche due figli di Ismael “El Mayo” Zambada , il leader storico del cartello di Sinaloa che sta scontando l'ergastolo in un carcere di New York, sono nati in California: Serafín Zambada Ortiz è nato a San Diego e il suo fratellastro, Ismael Zambada Sicairos , ad Anaheim. Il primo ha scontato cinque anni e mezzo di carcere per traffico di droga; il secondo, soprannominato “Mayito Flaco”, è oggi a capo dell'organizzazione criminale nota come Los Mayos.
Nemesio Oseguera Cervantes , detto "El Mencho", aveva anche legami familiari con la California. Negli anni '80 e '90, quando era ancora uno spacciatore di eroina ben lontano dal diventare il boss della CJNG, i suoi due figli maggiori nacquero nella California settentrionale. Sua moglie, Rosalinda González Valencia , diede alla luce a San Francisco Jessica Johanna e Rubén Oseguera González. Nel 2001 tornò in città attraversando il Golden Gate Bridge per dare alla luce una terza figlia, Laisha Michelle, il cui ultimo indirizzo conosciuto era a Riverside.
In precedenza, nel 1984, nacque in un ospedale di Santa Ana Juan Carlos Valencia González, fratellastro di Rubén Oseguera González . Noto come "El Pelón", "03" e "R3", prese il controllo del CJNG dopo che il suo patrigno, El Mencho, fu ucciso durante un'operazione militare a Tapalpa, Jalisco, nel febbraio dello stesso anno. Ora è il narcotrafficante più ricercato al mondo. Un ranch che acquistò in gioventù, e che il governo sta ora cercando di confiscare, rimane a testimonianza di un periodo in cui attraversava liberamente il confine in entrambe le direzioni grazie alla sua doppia cittadinanza.
Il conteggio include tre figli di Abigael González Valencia, detto "El Cuini", cognato di El Mencho e uno dei principali finanziatori del CJNG. Marlyne, Jasmine e Alexis González Lara vivono da anni nel sud della California. Hanno scelto di rimanere lontani dai riflettori, ma non sono sfuggiti al controllo governativo. Per un certo periodo, Marlyne è stata associata a suo zio, José María González Valencia, nel redditizio settore delle corse di cavalli. I due hanno unito le proprie risorse nel Balgo Racing Team, una società con sede a Hemet, a est di Los Angeles, che ha accumulato 1,6 milioni di dollari in premi, secondo i registri delle competizioni equestri.
Ismael Zambada Sicairos, erede al trono dei Los Mayos – la fazione che si è separata dal cartello di Sinaloa – è nato nel marzo del 1982 al Martin Luther King Medical Center, un ospedale di Anaheim situato a pochi chilometri da Disneyland. All'epoca suo padre, El Mayo, stava costruendo una delle basi del suo impero internazionale della droga nell'area metropolitana di Los Angeles.
Otto anni dopo, nel maggio del 1990, nacque un altro figlio di El Mayo: Serafín Zambada Ortiz, nella città di confine di San Diego. Come i suoi fratelli maggiori, Serafín fu coinvolto negli affari loschi della famiglia e divenne una figura di spicco nei narcocorridos . "Se vuoi sapere il mio nome, sono Serafín, sono il figlio di El Mayo / Sono il primo ad arrivare qui e aspetto i miei fratelli", recita una canzone interpretata da Ernesto Barajas, il cantante degli Enigma Norteño, ucciso a colpi d'arma da fuoco a Zapopan, Jalisco, nell'agosto del 2025.
Fin dall'infanzia Serafín frequentò l'élite dei narcotrafficanti. Il suo padrino di battesimo fu Benjamín Arellano Félix, capo del cartello di Tijuana, e il suo padrino di cresima fu Amado Carrillo Fuentes , "Il Signore dei Cieli". Ma quel legame, suggellato da due sacramenti religiosi, si spezzò quando suo padre ed El Chapo scatenarono una guerra per il controllo di Tijuana. Serafín e la sua famiglia dovettero fuggire dalla città prima di cadere nelle mani dei sicari di Arellano Félix.
Non trovarono rifugio sicuro nemmeno a Culiacán, la roccaforte di El Mayo. Una bomba piazzata in un'auto esplose davanti alla casa dove si stava tenendo una festa per il secondo compleanno di Serafín.
«Da quel giorno, le nostre vite non sono più state le stesse», ha scritto sua madre, Leticia Ortiz Hernández, in una lettera inviata a un tribunale federale di San Diego per chiedere la grazia per suo figlio, allora in attesa di sentenza per reati legati alla droga. «Gli stessi uomini che non molto tempo prima erano stati padrini dei nostri figli in chiesa e avevano promesso di crescerli come buoni cattolici, ora hanno cercato di ucciderli», ha aggiunto. Ha anche affermato che i suoi genitori e i suoi fratelli erano stati uccisi a colpi d'arma da fuoco in un hotel di Mazatlán poco dopo che lei e Serafín, che allora aveva nove anni, avevano lasciato la struttura.
Leticia Ortiz ha raccontato di aver conosciuto El Mayo da bambina in una cittadina di montagna nel Sinaloa e di aver iniziato una relazione con lui a Mexicali nel 1988. Aveva anche attraversato il confine affinché suo figlio potesse ottenere la cittadinanza statunitense e, forse, la possibilità di una vita diversa. Ma Serafín finì per essere coinvolto negli affari di famiglia.
Il governo statunitense lo ha accusato di dirigere una cellula dedita al traffico di cocaina e marijuana. Il suo nome è emerso in tre indagini federali, tra cui quella di José Rodrigo Aréchiga Gamboa, "El Chino Ántrax", il famigerato boss sicario del cartello, ucciso a Culiacán dopo essere evaso dall'ultima fase della sua detenzione a San Diego.
Auto di lusso, un fucile placcato in oro e felini esotici erano tra le stravaganze che Serafín Zambada ostentava sui social media. "Vivevo in una gabbia dorata con lussi inutili", ha scritto in una lettera al giudice Dana Sabraw, che ha seguito il suo caso in un tribunale di San Diego. "Dal 1992 al 2000, i giorni sono stati difficili e sanguinosi, e c'è stata una guerra stupida e insensata in cui molte famiglie sono state distrutte", ha ricordato il figlio di El Mayo.
Il giorno della sentenza, nel marzo 2018, Serafín Zambada espresse rimorso per il suo passato, si scusò per i suoi crimini e disse di voler ricostruire la sua vita per crescere i suoi figli "nel miglior modo possibile". Il giudice Sabraw ritenne credibile il suo pentimento e tenne conto, tra gli altri fattori, della sua giovane età, della sua relativa inesperienza nel traffico di droga e dell'assenza di reati violenti nella sua fedina penale. Gli inflisse la pena minima possibile: cinque anni e mezzo di reclusione. Ciò permise a Serafín di riottenere la libertà pochi mesi dopo.
Vigil, ex agente della DEA, sostiene che la cittadinanza statunitense abbia aiutato i figli dei boss dei cartelli a evitare condanne più severe. "I giudici tengono conto del fatto che siano cittadini di questo Paese, perché i casi che esaminano riguardano per lo più messicani appartenenti ai cartelli. È uno stigma", afferma.
Quando Emma Coronel si recò a Los Angeles per dare alla luce le sue figlie gemelle, seguì l'esempio di sua madre, Blanca Estela Aispuro. Andò in "vacanza" a San Francisco nonostante fosse incinta di diversi mesi, quando, a suo dire, fu improvvisamente colta dalle doglie. Così raccontò la moglie di El Chapo in un'intervista del 2016 a Univision.
Coronel è nata a San Francisco il 3 luglio 1989. Più di trent'anni dopo si è stabilita a Los Angeles, lontana dalla violenza che ha dissanguato Culiacán e altre città del nord del Messico nel mezzo della guerra interna del cartello di Sinaloa. Una delle fazioni avversarie è guidata dai suoi figliastri, Iván Archivaldo e Jesús Alfredo Guzmán Salazar, eredi della fazione criminale nota come Los Chapitos .
«I narcotrafficanti temono sempre che, in caso di scontro con un altro cartello, i loro nemici si accaniscano contro le loro famiglie. Ma se possiedono la cittadinanza statunitense, possono attraversare [il confine con gli Stati Uniti] facilmente», spiega Vigil, indicando un altro motivo per cui i figli dei boss dei cartelli nascono sul lato statunitense del confine.
Per oltre un decennio, Coronel si era preparata a stabilirsi a Los Angeles. Aveva frequentato corsi di inglese e si recava in California ogni volta che poteva per fare shopping e visitare i parenti. In un'intervista con Univision, aveva affermato di apprezzare l'ordine e la pulizia degli Stati Uniti. Questi, spiegò, erano alcuni dei motivi per cui aveva scelto di dare alla luce i suoi gemelli a Lancaster.
Nel febbraio 2016, quando El Chapo era stato ricatturato e detenuto nel carcere di Altiplano, nel Messico centrale , le sue figlie non erano ancora tornate in California. Coronel tornò quindi "per ottenere i loro certificati di nascita, perché ero arrivata prima che li rilasciassero", ha raccontato alla giornalista Anabel Hernández.
Vivere a Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti, facilita anche le visite delle sue figlie, che ora hanno 15 anni, al padre detenuto nel carcere di massima sicurezza ADX in Colorado . "Lo vedono, gli parlano, hanno una bellissima comunicazione con lui", ha detto recentemente Coronel durante una diretta sui social media.
Alejandrina Guzmán Salazar, una delle figlie di El Chapo e sorella di coloro che ancora oggi comandano la sua fazione del cartello, ha cercato di seguire le orme delle mogli dei narcotrafficanti, ma senza successo. Nell'ottobre del 2012, quando era incinta di circa cinque mesi, si presentò al checkpoint di San Ysidro a San Diego con un visto turistico che non le apparteneva. Fu fermata, si dichiarò colpevole di possesso di un documento falso e fu condannata a 65 giorni di carcere.
Fu rilasciata nel dicembre di quell'anno, all'ottavo mese di gravidanza, e deportata a Tijuana. Il suo avvocato, Guadalupe Valencia, ha dichiarato alla CNN che l'obiettivo della sua cliente non era stato raggiunto: "Voleva venire qui a partorire".
(Isaias Alvarados su El Pais del 12/10/2026)
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di non modificare lo status internazionale della foglia di coca, che resta classificata nella Schedula I della Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961, lo stesso livello di controllo riservato alla cocaina. Lo riporta un'analisi pubblicata da Health and Human Rights Journal, che ricostruisce l'iter della revisione richiesta dalla Bolivia e sostenuta dalla Colombia.
La richiesta di riesame era partita dalla Bolivia nel giugno 2023, quando il presidente Luis Arce Catacora aveva notificato ufficialmente al segretario generale dell'ONU António Guterres la domanda di una revisione critica della classificazione della foglia di coca, come ricorda il portale governativo boliviano Coca Ciencia. L'iniziativa era poi stata appoggiata dalla Colombia nel 2024, oltre che da organizzazioni della società civile e dal sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite.
Una revisione accademica indipendente, durata un anno e commissionata dalla stessa OMS, non ha trovato prove di danni significativi alla salute pubblica associati al consumo della foglia nella sua forma naturale, né un rilevante potenziale di dipendenza o abuso. Come riportato dall'organizzazione no profit Filter e ripreso da IDPC, il rapporto ha riconosciuto anche benefici per la salute legati al consumo tradizionale della pianta. Questi risultati confermavano, di fatto, le conclusioni di uno studio OMS del 1995 che non fu mai pubblicato ufficialmente a causa delle pressioni finanziarie esercitate all'epoca dagli Stati Uniti.

Nonostante questo impianto probatorio, il Comitato di esperti sulla dipendenza da farmaci dell'OMS (ECDD), riunito tra il 20 e il 22 ottobre 2025, ha deciso di mantenere la foglia di coca in Schedula I. Dei 14 esperti che componevano il comitato, nessuno proveniva dalla regione andino-amazzonica né aveva competenze specifiche su coca, popoli indigeni o diritti umani. La motivazione addotta è che la cocaina può essere facilmente estratta dalla foglia e che rimuovere i controlli internazionali comporterebbe rischi gravi per la salute pubblica.
Diverse organizzazioni impegnate sulle politiche sulle droghe, tra cui International Drug Policy Consortium (IDPC), hanno contestato questa motivazione. I controlli sulla coltivazione della coca e sulla produzione illecita di cocaina sono già disciplinati separatamente da altri articoli della Convenzione del 1961 e dalla Convenzione del 1988 sul traffico illecito di stupefacenti. Inoltre, come sottolineato dall'analisi del Transnational Institute (TNI) sulla vicenda, nessun'altra pianta psicoattiva - né l'oppio, né la cannabis, né il khat, il kratom, l'efedra o il peyote - è mai stata classificata sulla base del principio della cosiddetta "convertibilità" in una sostanza più pericolosa.
Alla sessione riconvocata della Commissione sugli Stupefacenti dell'ONU (CND) del dicembre 2025, rappresentanti di Colombia, insieme a Stati Uniti e organizzazioni della società civile, hanno chiesto chiarimenti formali all'OMS su questa interpretazione del principio di convertibilità, osservando che il mandato dell'ECDD e le competenze dei suoi membri sarebbero limitati a valutazioni di carattere medico e scientifico, non legale.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano preso posizione pubblicamente già il 2 ottobre 2025, sostenendo che eliminare la foglia di coca dalla Schedula I avrebbe finito per "premiare i narco-terroristi". La presa di posizione di Washington è arrivata in un momento in cui l'amministrazione Trump aveva avviato una campagna di attacchi militari contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga nei Caraibi e aveva sanzionato il governo colombiano del presidente Gustavo Petro in risposta all'aumento delle coltivazioni di coca.
Per le popolazioni indigene andino-amazzoniche e per le comunità che da decenni chiedono la fine del divieto globale, la decisione dell'OMS è stata descritta come difficile da comprendere e vissuta come un tradimento delle aspettative create dal processo di revisione.

“La crisi del K2 nelle carceri mi ha fatto capire che non è realistico sradicare completamente l'uso di droghe illegali dietro le sbarre. Dovremmo invece trovare strategie per una riduzione del danno sicura e responsabile.”
Entrai nella mia cella e trovai il mio compagno di cella che farfugliava, con uno sguardo perso nel vuoto. L'odore acre di carta bruciata era insopportabile. Mi vennero le lacrime agli occhi. Lo tenni d'occhio per circa 30 minuti per assicurarmi che non morisse di overdose o che non mi aggredisse perché troppo ubriaco per capire cosa stesse succedendo.
Purtroppo, questo è un fenomeno fin troppo comune nelle carceri del New Jersey. La causa è un tipo di cannabinoide sintetico noto come K2.
L'uso di K2 è diventato, secondo le parole di un funzionario penitenziario statale , "un problema serio". Negli ultimi mesi, abbiamo ricevuto diverse circolari dall'ufficio del commissario penitenziario statale che evidenziavano questo problema, esortando i detenuti a non fumare K2 e a segnalare al personale medico o alle guardie chiunque sembri aver bisogno di aiuto. Nei miei 27 anni di detenzione non ho mai visto una sostanza così incontrollata, diffusa e pericolosa come il K2.
Non esiste un database completo che tenga traccia dei decessi per K2 nelle carceri, ma stime prudenti suggeriscono che la droga sia responsabile di decine di overdose fatali in tutto il paese ogni anno. Secondo il Texas Observer , i decessi per K2 in Texas sono aumentati da 16 nel 2023 a 65 nel 2024. Dal 2016 al 2017, le carceri della Florida hanno attribuito una quota considerevole dei loro 62 "decessi accidentali" a overdose di K2, come evidenziato dal Miami Herald. Inoltre, un'indagine del Marshall Project ha rilevato che i decessi per overdose di K2 in Ohio sono aumentati da tre nel 2023 a 13 nel 2024.
La crisi del K2 nelle carceri mi ha fatto capire che non è realistico sradicare completamente l'uso di droghe illegali dietro le sbarre. Dovremmo invece trovare strategie per una riduzione del danno sicura e responsabile, incluso consentire l'uso di marijuana biologica.
La marijuana è legale nel New Jersey e i dispensari in tutto lo stato operano in un ambiente altamente regolamentato. Inoltre, numerose carceri e penitenziari di contea negli Stati Uniti offrono alternative con una filosofia simile, come le "svapate" vendute nei negozi delle carceri come alternativa per i fumatori, o il Suboxone come trattamento alternativo agli oppioidi. In altri paesi, come Germania, Svizzera e Spagna, le carceri hanno offerto programmi di scambio sicuro di siringhe come mezzo per fermare la diffusione di malattie (e l'uso di droghe non è aumentato con l'implementazione di tali programmi).
Uno studio del 2022 , condotto da ricercatori della Washington State University, suggerisce i possibili benefici derivanti dalla legalizzazione dell'uso di marijuana all'interno delle carceri. Lo studio ha rilevato una diminuzione del 37% delle segnalazioni di "avvelenamento da cannabinoidi sintetici illeciti" – ovvero K2 – negli stati che avevano legalizzato l'uso di marijuana. Come riportato dallo studio, quando le persone hanno a disposizione un'opzione più sicura, si possono evitare gravi complicazioni mediche.
Sebbene non rappresenti una soluzione a lungo termine per arginare il consumo di droga, alcuni stati hanno utilizzato la cannabis terapeutica come forma di riduzione del danno per aiutare le persone a disintossicarsi dagli oppioidi e ad attenuare gli effetti collaterali degli stimolanti come la metanfetamina.
Nel caso delle carceri, i prodotti a base di marijuana commestibile non violerebbero le leggi federali antifumo né comprometterebbero la qualità dell'aria. Attualmente, guardie e detenuti devono sopportare il forte fumo e l'odore del K2, che viene consumato quotidianamente. L'odore, simile a quello dei rifiuti provenienti da una discarica vicina, persiste nei nostri alloggi.
Un uomo che si fa chiamare Fastlane ha affermato che è difficile sbarazzarsi della dipendenza da K2. Non appena smette di fumare, il suo corpo ne richiede ancora.
"Mi ha dato alla testa, e posso sempre metterci le mani sopra", ha detto Fastlane. "Se ci fosse qualcos'altro che non mi facesse così male, userei quello. Ma non c'è."
Il K2 è probabilmente la droga più diffusa all'interno delle carceri perché è molto più facile da introdurre di nascosto. A differenza della marijuana biologica, questa droga sintetica può essere spruzzata o mischiata alla carta per eludere i sistemi di rilevamento. Una volta all'interno, il K2 è più economico e più facile da nascondere, perché anche una piccola quantità può essere molto potente. Inoltre, poiché la composizione chimica della droga è in continua evoluzione , non esiste un modo semplice per rilevarne la presenza nei test antidroga, come avviene per altre sostanze.
Non sono solo gli utilizzatori a essere a rischio. Fastlane una volta ha rischiato di uccidere se stesso e il suo compagno di cella in un incendio scoppiato dopo aver fumato K2. Con i prodotti commestibili a base di cannabis, invece, non c'è rischio di incendio.
Un uomo che si fa chiamare Mizzle, che in passato ha avuto problemi di tossicodipendenza, ha affermato che i prodotti a base di cannabis commestibili potrebbero aiutarlo a stare lontano da droghe più pesanti.
"Facevo un uso piuttosto pesante di droghe pesanti", ha detto. "Devo lottare ogni giorno con tutte le mie forze per non assumere droghe come il K2, perché è ovunque. Se potessi mangiare qualche brownie alla marijuana ogni tanto, mi aiuterebbe ad andare avanti e a non sentire il bisogno di usare droghe più pesanti."
Certo, ci sono validi motivi per non consentire l'uso di prodotti a base di cannabis nelle carceri. Potrebbe compromettere la sicurezza se molte persone venissero frequentemente e fortemente sedate all'interno del carcere. Inoltre, approcci di riduzione del danno come questo non affrontano le cause profonde della dipendenza in modo altrettanto efficace quanto un trattamento completo per la dipendenza da sostanze e per i problemi di salute mentale.
I detenuti potrebbero anche abusare di prodotti a base di cannabis commestibili e finire in stati di "green out", ovvero stati mentali caratterizzati da grave paranoia, tachicardia, allucinazioni e ansia estrema, che sarebbero difficili da gestire per il personale carcerario e pericolosi anche per tutti gli altri.
Ma questi problemi di sicurezza e gestione dell'uso esistono già con il K2. Inoltre, le carceri non offrono già sufficienti opzioni di trattamento per la tossicodipendenza e i problemi di salute mentale. Sarebbero necessari regolamenti che stabiliscano la quantità massima che una persona può possedere contemporaneamente e quando può assumere la droga.
Non è un sistema perfetto, ma avere a disposizione prodotti commestibili come alternativa a una droga molto più pericolosa è meglio che non fare nulla.
Ho parlato con alcuni membri dello staff di questa possibile soluzione. Nessuno si è espresso pubblicamente per timore di perdere il lavoro, ma le diverse prospettive sono state interessanti. Più della metà dei nove membri dello staff con cui ho parlato – di diverso grado e posizione – si è generalmente dichiarata favorevole, seppur per ragioni differenti.
Nessuno voleva vedere i detenuti soffrire. Un paio di agenti ipotizzarono che avrebbe alleggerito il loro carico di lavoro, riducendo le overdose e le reazioni violente. Tutti sarebbero stati contenti di non dover più sentire l'odore di carta bruciata. Altri erano più indifferenti, definendo i prodotti a base di cannabis commestibili "il male minore".
Ci sono però membri dello staff che sono categoricamente contrari. Alcuni sono scettici sul fatto che la necessaria regolamentazione verrebbe applicata in modo adeguato. Altri non tollerano l'uso di droghe di alcun tipo e a nessun livello. Altri ancora considerano semplicemente il carcere come una punizione: non dovrebbe esserci via di fuga.
Ma bisogna fare qualcosa. Tutte le altre politiche adottate dal dipartimento penitenziario, come le restrizioni su posta, visite e pacchi, si sono già dimostrate inefficaci. Il K2 è ancora diffuso e rappresenta una minaccia mortale. È ora di iniziare a pensare in modo radicale per salvare vite umane.
(Derek Jason LeCompte, scrittore detenuto nel New Jersey su Prison Journalism Project del 08/10/2026)

Nel saggio “Empatia suicida”, Gad Saad analizza una compassione che, privata di limiti e discernimento, finisce per danneggiare chi la esercita e la società. Attraverso la psicologia evoluzionistica, critica il progressismo postmoderno, il multiculturalismo e il fanatismo egualitario, contrapponendo al narcisismo morale il senso della realtà, la reciprocità e la difesa delle libertà.
Il libro di Saad era stato recensito su InOltre anche da Alfonso Lanzieri. Qui il suo articolo.
È recentemente uscita per Liberilibri l’edizione italiana di “Suicidal Empathy”, dello psicologo canadese di origine libanese Gad Saad, che insegna alla Concordia University di Montréal.
“Empatia suicida” può considerarsi il naturale seguito e complemento di “The Parasitic Mind” (pubblicato nel 2020), un viaggio nella mente umana per scoprire cosa le succede “quando viene zombificata dal sovraccarico ideologico” di quel pensiero tossico diffuso dai dipartimenti umanistici delle università americane, che origina, però, dalla cosiddetta French Theory. L’altro bestseller dell’autore che, sorprendentemente, non è stato ancora tradotto in italiano.
Il testo invoglia alla lettura grazie ad un linguaggio scorrevole alla portata di tutti e riesce a spiegare efficacemente, anche a chi è all’oscuro delle alchimie postmoderne, perché atteggiamenti e comportamenti apparentemente lungimiranti e virtuosi sono invece miopi e autodistruttivi.
La scrittura si snoda all’interno di una vasta cornice di esempi di impazzimento comportamentale che hanno in comune il paradosso generato dalla perdita di contatto con la realtà, sia essa sociale, politica o scientifica.
Le pagine scorrono spinte dall’incalzante ironia dell’autore che sconfina spesso in un sano cinismo: quello della ragione che, liberatasi dal velo del narcisismo morale e dei pietismi consolatori, ingaggia gli elementi che la circondano.
Quello di Saad è uno scritto potente perché, oltre all’aspetto culturale e cognitivo, considera il funzionamento del sistema emotivo e il suo impatto nei processi decisionali.
In altri termini, nella critica feroce alle scelte della sinistra progressista, che, adottando l’approccio postmoderno, ha tradito il liberalismo giungendo a negare verità obiettive come se fossero fantasie fanciullesche, l’autore utilizza le spiegazioni della psicologia evolutiva e della biologia (citando anche alcune meta-analisi a supporto delle sue conclusioni) per ripristinare l’ordine umano delle cose. Quell’ordine che la civiltà liberale è giunta a realizzare e la scienza a consolidare sino a oggi.
Questo è un aspetto di non poco conto. Saad si schiera dal lato dei pionieri perché fonda il suo sistema di analisi sull’“anello mancante”.
Oltre al linguaggio dei concetti e della filosofia, per smascherare quell’insidioso sistema di pensiero che cataloghiamo sotto l’etichetta fraudolenta di Social Justice (costruita su un credo antiliberale, antiscientifico e antilluministico), egli utilizza, infatti, il linguaggio evolutivo.
È proprio l’introduzione e l’uso “clinico” di questo elemento di congiunzione tra le scelte e le capacità raziocinanti degli individui che fa di Saad una preda difficile da catturare sia per gli aguzzini del pensiero postmoderno, sia per gli accademici propensi al virtue signalling.
L’idea centrale del libro, attorno alla quale l’autore cesella un’ampia casistica dalle ripercussioni molto diverse (della quale non si riesce a dare completamente conto in questa sede, anche per la consistenza del volume che è di oltre 300 pagine), è che l’Occidente ha perso il senso del limite nell’impiego di una delle sue virtù più importanti: l’empatia, sempre più “mal riposta”. È così che avviene il suicidio della civiltà occidentale.
Alla base di questo senso empatico fuori controllo c’è un profondo senso di colpa per la fortuna di essere nati nella parte più libera e sviluppata del mondo (che ha, però, raggiunto la sua grandezza in modo truffaldino) e per il fatto di essere bianchi: i peggiori malfattori della storia che devono scontare il peccato originale del dominio sulle altre civiltà.
Chi è in balia dell’“empatia suicida” si rende così protagonista del suicidio della civiltà occidentale per “dimostrare le sue nobili virtù come forma di pio odio verso se stesso” e senso di vergogna verso l’Occidente.
Il potenziale esito è l’instaurazione della “tirannia della penitenza” (P. Bruckner) che conduce all’estinzione per autosoppressione, in nome di un bene supremo che solo gli iniziati possono cogliere.
Poiché l’accademia progressista tende a fare a pugni con la psicologia evoluzionistica, trascurando che gli esiti culturali sono condizionati da imperativi biologici, è più propensa ad adottare una visione costruttivista, per cui è la cultura a determinare i fenomeni umani. Si tratta della versione “tabula rasa della mente umana” (così la definisce Saad).
A tal proposito, l’autore scrive: “Da questo punto di vista, i criminali non nascono mai, ma vengono sempre creati. In altre parole, poiché tutti gli esseri umani nascono con le stesse potenzialità, è solo l’ambiente a plasmare il futuro percorso di vita delle persone” (p. 44).
A riprova di ciò, citiamo solo due tra i casi reali descritti nel libro.
Il primo è quello di una “compassionevole” donna bianca, Amanda Kijera, intenta a dimostrare che quello degli uomini neri che stuprano è solo uno stereotipo diffuso dal racconto della supremazia bianca. A tal fine, la donna va a Haiti dove un nero, dall’apparente aspetto pacifico, la stupra violentemente.
Al ritorno negli Stati Uniti scrive: “Le donne non sono la causa della loro oppressione; lo sono le politiche oppressive e il patriarcato bianco, ancora irrisolto, che domina la scena mondiale” (p. 147). E aggiunge che è “grata per l’esperienza” (dello stupro!).
L’altro caso riguarda il Regno Unito dove, tra il 1997 e il 2013, 250 mila ragazze minorenni sono state vittime di abusi sessuali da parte di bande organizzate (note in inglese come “grooming gang”), composte per lo più da uomini di origine pakistana, senza che vi sia stata un’adeguata azione di prevenzione e di contrasto da parte delle autorità britanniche.
Ciò per paura di apparire islamofobe. In tal caso, la vera colpevole sarebbe la società britannica incapace di integrare le comunità musulmane.
Quando l’empatia è eccessiva ed è indirizzata verso gli obiettivi sbagliati, assume pericolose forme patologiche. Può soffocare l’istinto umano di sopravvivenza pur di appagare l’irrefrenabile istinto compassionevole di esseri spiritualmente plusdotati, in grado, però, di nuocere a se stessi e agli altri.
Anche l’empatia, come le altre emozioni umane, può andare incontro a malfunzionamenti. E l’“empatia suicida” è frutto di una disregolazione emotiva (tipica di molti disturbi psichiatrici) che impedisce al sistema cognitivo e comportamentale di fare le dovute distinzioni tra le situazioni e le persone che ci circondano.
Come osserva Saad: “La nostra empatia non vale per tutte allo stesso modo”. E “l’empatia suicida sradica questo calcolo basato sull’evoluzione” (p. 40).
L’autore continua affermando che “gli esseri umani non si sono evoluti per mostrare un’empatia così virtuosa nei confronti del proprio stupratore” (p. 39). Ci parrebbe puro buon senso! Eppure stiamo scomodando la teoria evoluzionistica per spiegarlo al vasto pubblico.
Posto che le emozioni assolvono una funzione evolutiva, siano esse positive o negative, Saad sostiene che il volerle ignorare o sopire profondamente, come pretende di fare, ad esempio, il “pacifismo deontologico”, dando spazio solo a una sconfinata comprensione delle ragioni altrui, comporterebbe l’estinzione dei pacifisti.
Se due società vicine non si attaccano, è perché temono la possibile, reciproca reazione violenta e vendicativa. E se si equivalgono in termini di forza, aggressività, rabbia, senso di vendetta e capacità di perdono, è probabile che non si faranno mai guerra. Tali elementi possiedono quindi chiari vantaggi adattivi.
Scrive Saad: “Una società in cui tutti i membri aderiscono al pacifismo deontologico (ossia il pacifismo considerato come un principio assoluto inviolabile, in qualsiasi condizione) verrebbe rapidamente invasa da altre tribù che non condividono questa propensione alla concordia” (p. 33).
E continua: “I pacifisti deontologici soffrono di empatia suicida in quanto disattivano i meccanismi adattivi destinati a garantire la loro sopravvivenza, al servizio di una visione del mondo disadattiva” (p. 33).
Nel denunciare il tragico fallimento delle politiche multiculturaliste delle flaccide democrazie occidentali, che hanno creato il terreno ideale per chi vuole distruggerle, lo psicologo canadese formula la “teoria culturale della mente”.
La tesi è che gli stessi valori possono essere interpretati in modo differente in ambiti culturali diversi. L’errore occidentale sta nel dare per scontato che comportamenti virtuosi e comprensivi verso gli appartenenti ad altre culture saranno ricambiati con gratitudine, gettando le basi del dialogo interculturale all’insegna della tolleranza.
Nulla di più sbagliato. Eloquenti sono le parole di Saad: “L’Occidente manca di una teoria culturale della mente quando si tratta dell’infinita generosità che offre ai membri provenienti dalle società islamiche. Le virtù positive che ho elencato sopra sono interpretate come varie manifestazioni di debolezza femminilizzata” (p. 86).
E poi: “Non sorprende quindi che molti uomini di lingua araba mi abbiano detto in arabo: “L’Occidente è una donna da montare”” (p. 86).
Le democrazie liberali sono giunte a riconoscere agli individui le libertà civili e politiche secondo un criterio universalistico che consente di considerare le persone uguali tra loro, grazie ad un coerente percorso storico che ha visto il sedimentarsi di cultura, religione (il cristianesimo), lingua e istituzioni democratiche.
Il fatto che il valore occidentale della tolleranza renda possibile, in linea di principio, la convivenza tra culture diverse non significa che queste siano tutte uguali e tutte facilmente integrabili nei sistemi costituzionali, secondo la visione edulcorata del multiculturalismo.
Insomma, come spiegatoci da Popper, anche la tolleranza deve incontrare dei limiti, pena la sopraffazione dei tolleranti da parte degli intolleranti. E al superamento dei limiti concorre in modo decisivo proprio l’“empatia suicida”, quando postula una tolleranza sconfinata che Saad definisce “orgiastica”.
A tal proposito, l’autore si chiede: “L’Occidente dovrebbe tollerare le spose bambine, i delitti d’onore e le mutilazioni genitali femminili? Dovremmo essere empatici nei confronti della barbarie di altre culture?” (p. 89).
E se non si hanno la statura morale e il coraggio di tracciare netti confini, per paura di essere tacciati di islamofobia, non potrà mai realizzarsi una dignitosa e civile coesistenza tra culture differenti. Sempre ammesso che ciò sia possibile.
Nel capitolo finale intitolato “Vaccino contro l’empatia suicida”, nel quale sono proposti i rimedi per contrastare la deriva empatica di inizio millennio, tra cui quello di offrire e pretendere reciprocità nelle relazioni sociali quale limite razionale all’empatia utile a preservare il sistema emotivo e la società, Saad riprende il discorso sulla necessità di “non soccombere al falso pregiudizio dell’uguaglianza”.
Confondere l’uguaglianza formale delle persone davanti alla legge con la pretesa di annullare le differenze (di genere, di religione e culturali) è il modo sicuro per discriminare irragionevolmente gli individui in una cornice di fanatismo egualitario che ha perso il contatto con la realtà.
L’amore per la verità non può farci dubitare delle elementari certezze sottolineate dall’autore: “Le differenze individuali esistono. Gli uomini e le donne sono diversi. Le culture sono distinte. Le religioni predicano messaggi radicalmente diversi” (p. 262).
Trattare allo stesso modo situazioni molto diverse tra loro è il rifiuto del principio già enunciato da Aristotele nell’Etica Nicomachea e rappresenta un ottimo viatico per istituzionalizzare mortificanti e artificiose situazioni di squilibrio che compromettono competizione, cooperazione e solidarietà. Tutti tratti della società che devono trovare un equilibrio condiviso.
Prendiamo il caso della riserva di posti in molti dipartimenti universitari americani a favore delle “vittime” degli svantaggi intersezionali, che prescinde dalla reale competenza e dalla qualità della ricerca dei candidati. Oppure la tendenza a sostituire il sacrosanto principio dell’uguaglianza dei punti di partenza con l’uguaglianza dei risultati.
Sono entrambi esempi di come una società può uccidere il merito individuale e candidarsi alla sua involuzione, pur di affrancarsi dal senso di colpa per aver generato “ingiustizia sociale”.
Il prossimo passo potrebbe essere l’introduzione del diritto alla candidatura al Premio Nobel dell’uomo qualunque per non frustrare le ambizioni della gente comune. Saad la definirebbe una nobilissima forma di “empatia suicida”.
E a proposito di scienza, non possiamo non evidenziare come la straordinaria compassione verso le “vittime”, a vario titolo, della società giunga a condizionare pesantemente anche la ricerca scientifica.
In altri termini, sono i canoni della battaglia per il progresso sociale a riconfigurare il perimetro dei progetti di ricerca da sostenere, rispetto a quelli da tralasciare perché non compatibili con certe posizioni politiche o ideologiche.
Si delinea così un mondo nel quale la conoscenza è determinata solo da ciò che merita compassione e non costituisce fonte di potenziale sofferenza per i suoi destinatari. D’altronde, è risaputo che il bastone epistemologico colpisce tutti con la stessa veemenza, non essendo chiamato, per fortuna, a risparmiare nessuno.
Vista la portata del tema, ci sembra opportuno chiudere con un’ultima citazione di Saad che, senza il timore di apparire eccessivi, potremmo trovare come epitaffio sulla tomba della civiltà occidentale: “Questo riflette lo straordinario degrado presente in alcune discipline “accademiche”. Il punto non è mai quello di far progredire la scienza, la ragione e la logica, ma di creare narrazioni di empatia e cura radicate in una rete ricorsiva senza fine di vittimismo intersezionale. Il metodo scientifico, ovvero l’epistemologia per la ricerca della verità, diventa secondario rispetto a un’epistemologia della cura” (p. 68).
(Vincenzo Russo su Inoltre del 12/10/2026)

Nel mondo i narcos continuano a darsi da fare. Questo fine settimana eccelle il Marocco (non solo migranti che per alcuni esaltati giustificano la sospensione di Schengen alle frontiere con la Spagna dopo i fatti di Ceuta) che, grande produttore di hashish soprattutto nella regione montuosa del Rif, registra un sequestro di 3,5 tonnellate nel porto di Tanger Med.
Un disavveduto in materia, come sembrano essere tanti tra i decisori istituzionali, penserebbe che di conseguenza, visto che l'hashish marocchino va per la maggiora come qualità e quantità nello spaccio e consumo del Belpaese, i prezzi dovrebbero salire alle stelle… no, non è così, perché anche se la domanda è altissima, l’offerta è talmente alta che, pur con un sequestro di questa portata, i prezzi di vendita al dettaglio non crescono.
Intanto i nostri fornitori che partono dall’Africa anche per le pasticche - Libia nel nostro caso… che ricorda non essere solo luogo di transito di migranti - sono state vittime di 1,3 milioni di pezzi sequestrati.
La nostra penisola, isole comprese, non è stata da meno nelle sue performance del fine settimana appena passato, unendo sempre l’Italia da Palermo a Varese, passando per Livorno, Torino, Roma, Napoli, Pescara, Latina, Cesena, Catania, Bergamo, Biella, Siena, Salerno, Follonica, Bari, Arezzo, Lucca, Carrara, Ferrara, Matera, Cosenza, Prato…. considerando sempre i dati che siamo riusciti a raccogliere dalla nostra indagine tra i media.
Mentre a Prato - carcere Dogaia settimana scorsa - si è consumato uno dei riti in forma estrema (acquisto di droga all’interno pagando con carta di credito), non si può dire che non ci siano state altrettante emulazioni come nelle carceri di Cosenza e Torino, dove in quest'ultimo la droga era impacchettata con telefonini e chiavette usb; o Napoli, dove il drone che portava le sostanze oltre le mura di cinta è stato intercettato, ha perso il suo prezioso bagaglio, ma è riuscito a fuggire e, ovviamente, a prepararsi per il prossimo giro.
Immaginiamo tutto l'ambaradan di forze dell’ordine impegnate per far rispettare la legge che, vietando consumo (pur se depenalizzato) e vendite, hanno dovuto impegnarsi in questa corsa allo spacciatore, trascurando per esempio i controlli stradali che, sempre in questo fine settimana, non sono riusciti ad impedire 43 morti (in crescita rispetto al weekend precedente).
Questo carosello narrativo ci ricorda non tanto che ci vorrebbero più forze dell’ordine (come lamentano tutti i politici locali e nazionali ma poi non fanno nulla, soprattutto non aumentano gli stipendi da fame che percepiscono gli addetti del settore)… ma ci ricorda che, visto che le politiche principali sono per dissuadere dal consumo chi non è interessato ad essere dissuaso e consuma costi quel che costi, … che il problema non sarebbe vietare ma regolamentare, come avviene per le droghe legali tabacco e alcol. E non si può escludere che ne trarrebbero vantaggio le carceri con meno detenuti, sistema giustizia con meno processi, ordine pubblico con meno problemi, diffusione e pratica della legalità. Ma qui gioca l’ideologia, brutta bestia per vivere in democrazia.
Qui i numeri, per la settimana appena passata e dall’inizio dell’anno, delle conseguenze del proibizionismo sulle droghe illegali.
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 280.520 |
| droghe pesanti (kg) | 90.200 |
| dosi droghe sintetiche | 107.800 |
| piante di cannabis | 77.400 |
| vittime | |
| morti | 3 |
| arresti | 1.942 |
| giorni di reclusione | 984 |
Settimana da 6 a 12 Ottobre 2026
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 19.700 |
| droghe pesanti (kg) | 18.000 |
| dosi droghe sintetiche | 5.500 |
| piante di cannabis | 12.200 |
| vittime | |
| morti | 0 |
| arresti | 11 |
| giorni di reclusione | 21 |
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 6 a 12 Ottobre 2026
Pubblica Amministrazione 28,30%
Telecomunicazioni 19,60%
Energia 14,20%
Viaggi 9,20%
Salute 8,30%
Banca 6,30%
Prodotti ffnanziari 06,10%
Condominio 03,20%
Acquisti 02,20%
Diritti immigrati 01,40%
Assicurazioni 01,20%

Il bilancio 2025: ricavi da 1.022 a 982 milioni, EBITDA in calo di 9,2 milioni, patrimonio netto da 84,3 a 74,1 milioni. Crescono di 39,9 milioni le immobilizzazioni immateriali e di 6,7 milioni i fondi rischi (con gli «Altri fondi» da 2,2 a 16,5). Sul portafoglio clienti attesi dati ufficiali.
Quaranta milioni di ricavi in meno in dodici mesi. È il dato che emerge dal bilancio d’esercizio 2025 di Estra Energie Srl, società di vendita gas e luce controllata al 100% da Estra S.p.A. (a sua volta asset energetico chiave della multiutility Plures S.p.A.).
Estra è partecipata da: Plures S.p.A. (al centro di un precedente focus del giornale online La Firenze che Vorrei) con il 40% circa, Coingas S.p.A. (Arezzo) con 25% circa, Intesa S.p.A. (Siena) con il 25% circa e Viva Energia Holding Finanziaria (Ancona) con il 10% circa.
Non è un’indiscrezione. Sono numeri ufficiali disponibili dal bilancio depositato in Camera di Commercio.
Va ricordato che nel settore energetico le fluttuazioni dei ricavi dipendono in gran parte dall’andamento dei prezzi all’ingrosso del gas e della luce (PUN e PSV), e non necessariamente da una contrazione dei volumi fisici venduti.
Fatta questa premessa, l’analisi dei dati ufficiali apre interrogativi specifici.
Perché calano ricavi e margini ma l’utile resta identico?
Le vendite passano da 1.022,4 milioni del 2024 a 982,1 milioni del 2025, -3,9% pari a -40,2 milioni. L’EBITDA scivola da 94,8 a 85,6 milioni, -9,2 milioni. L’utile netto resta stabile: 36,4 milioni nel 2024, 36,2 nel 2025.
I dati trovano conferma nel comunicato stampa del 19 maggio scorso sull’approvazione del bilancio 2025, in cui Estra Energie dichiara ricavi per 982,7 milioni di euro, EBITDA per 84,4 milioni, EBIT per 49,4 milioni e utile netto per 36,2 milioni.
A cosa si deve il balzo delle immobilizzazioni immateriali?
In un anno volano da 65,1 a 105,0 milioni, +39,9 milioni. Nel dettaglio l’avviamento sale da 31,3 a 51,4 milioni e compaiono 15,8 milioni di «immobilizzazioni in corso e acconti» che l’anno prima erano a zero. Gli ammortamenti immateriali salgono da 23,1 a 28,4 milioni. Secondo i principi OIC 24, poste di questo tipo nascono di norma da conferimenti o fusioni di ramo d’azienda con perizia, o da investimenti su piattaforme IT. Sarà la Nota Integrativa 2025 a chiarire natura e sostenibilità.
Perché si assottiglia il patrimonio e crescono i fondi?
Il patrimonio netto scende da 84,3 a 74,1 milioni, registrando una flessione di 10,2 milioni. Pesa la voce «Varie altre riserve» che passa da zero a -14,8 milioni e la riserva per copertura flussi. Movimenti che ordinariamente riflettono la politica dei dividendi ai soci e la gestione dei derivati di copertura.
Contemporaneamente, i fondi rischi e oneri salgono da 13,1 a 19,8 milioni, con gli «Altri fondi» che balzano da 2,2 a 16,5 milioni. Voce che per prassi può comprendere certificati ambientali, bonus, indennizzi, contenziosi. Anche qui si attende la Nota Integrativa.
Poi c’è il capitolo clienti, che non è nel bilancio ma il mercato osserva.
Nel medesimo comunicato del 19 maggio la società indica in circa 707.000 i clienti finali serviti al 31 dicembre 2025.
Secondo quanto appreso da fonti qualificate, nel primo semestre 2026 il portafoglio del Gruppo Estra sarebbe sceso da circa 864 mila a circa 835 mila clienti, -29 mila in sei mesi. Per la sola Estra Energie la flessione sarebbe da circa 708 mila a circa 684 mila, -24 mila, concentrata sul domestico (-19,3 mila tra customer base e nuove acquisizioni) e sulle gare PA (-5,1 mila), con retail a -4,8 mila e business stabile a +0,2 mila. I clienti storici resterebbero oltre l’80% del totale.
Se confermato, sarebbe un trend in grado di spiegare parte della dinamica di ricavi e costi di acquisizione.
Contattata via email dalla redazione per un commento sul portafoglio clienti, Estra Energie ha fatto sapere di non voler commentare. Restiamo a disposizione per ogni chiarimento a seguito di questa pubblicazione.
Tuttavia, proprio a fronte del diniego di Estra di commentare o fornire chiarimenti – per adesso – su questi dati ufficiosi, abbiamo attivato un accesso civico generalizzato ad ARERA per i dati ufficiali di switching estratti dal Sistema Informativo Integrato gestito da Acquirente Unico: POD e PDR serviti al 31/12/2024, 31/12/2025 e 30/06/2026, dettaglio Toscana, domestico e gare PA.
Contestualmente abbiamo chiesto ai Comuni soci se abbiano ricevuto informativa ex art. 147-quater TUEL.
Nel frattempo, sul fronte commerciale, si segnala che il 5 ottobre Estra ha comunicato il lancio dell’offerta «Estra Scudo 24» a prezzo fisso per 24 mesi, indicata nel comunicato come risposta all’appello delle istituzioni in una fase di tensione dei prezzi dell’energia. La valutazione dell’impatto di tale iniziativa sul portafoglio clienti resterà verificabile nei prossimi dati ufficiali.
Glossario (per leggere il bilancio di Estra Energie senza essere commercialisti)
Patrimonio netto: ciò che resta all’azienda se deduce le passività dalle attività. Una sua riduzione (in questo caso di 10 milioni) è riconducibile di norma alla distribuzione di dividendi ai soci o a variazioni nelle riserve di rivalutazione/copertura finanziaria.
Ricavi: quanto incassa vendendo gas e luce. Se scendono di 40 milioni, l’azienda ha venduto meno, o a prezzi più bassi.
EBITDA: è il margine operativo lordo, cioè quanto guadagna l’azienda dalla sua attività vera, prima di pagare interessi, tasse, e prima di contare l’usura degli impianti. Se l’EBITDA scende di 9,2 milioni, l’attività caratteristica rende di meno.
Avviamento e immobilizzazioni immateriali: non sono tubi o contatori. Sono valori «intangibili». L’avviamento di solito è il prezzo in più pagato per comprare un’altra azienda rispetto ai suoi beni materiali. Le «immobilizzazioni in corso» sono investimenti, ad esempio su software o piattaforme IT, non ancora finiti. Se crescono di 39,9 milioni in un anno, vuol dire che c’è stata un’operazione straordinaria, come una fusione di ramo d’azienda.
Ammortamenti: è il costo che si spalma negli anni per quell’investimento intangibile. Se l’avviamento sale, saliranno anche gli ammortamenti futuri.
Varie altre riserve negative: nel patrimonio netto può comparire una riserva con segno meno. Di norma accade per due motivi: distribuzione di dividendi ai Comuni soci o perdite su derivati di copertura, cioè assicurazioni finanziarie sul prezzo di gas e luce.
Fondi rischi e Altri fondi: soldi accantonati perché si prevede di doverli spendere. Possono essere per cause legali, per bonus da erogare, per certificati ambientali da comprare. Se balzano da 2,2 a 16,5 milioni, l’azienda si sta cautelando per spese future piu’ alte.
Switching, POD e PDR: Lo switching è quando un cliente cambia fornitore di luce o gas. Ogni contatore ha un codice: POD per la luce, PDR per il gas. Il Sistema Informativo Integrato (SII) gestito da Acquirente Unico, controllato da ARERA, registra tutti i cambi. È l’unica fonte ufficiale per sapere quanti clienti ha davvero un fornitore, senza guardare i comunicati aziendali.
Nota Integrativa: è l’allegato al bilancio dove l’azienda deve spiegare per filo e per segno ogni numero. Senza quella, i numeri del bilancio sono solo titoli.
Nota della redazione: i dati di bilancio 2025 sono tratti dal bilancio d’esercizio di Estra Energie Srl depositato in CCIAA – Registro Imprese e dal comunicato stampa ufficiale del 19 maggio 2026 che riporta circa 707.000 clienti al 31/12/2025. I dati sul portafoglio clienti del primo semestre 2026 sono riportati in forma condizionale e attribuita a fonti qualificate, senza pubblicazione di documentazione di cui la redazione ha preso visione. La verifica è stata attivata con Accesso Civico Generalizzato ad ARERA per i dati ufficiali di switching dal SII di Acquirente Unico e con richiesta ai Comuni soci ex art. 147-quater TUEL. Contattata via mail, Estra Energie ha fatto sapere di non voler commentare. L’articolo pone quesiti industriali su atti pubblici, senza accuse di illecito, e resta a disposizione per replica integrale con pubblicazione di Nota Integrativa, risposta ARERA e risposte dei Comuni appena disponibili.

Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato mette a nudo la fragilità dei conti pubblici delle maggiori economie. Lo shock energetico è soltanto l’innesco: debito, inflazione e nuove esigenze di investimento restringono i margini dei governi. Per convincere i mercati non bastano gli interventi delle banche centrali: servono programmi politici credibili e scelte di bilancio ormai improrogabili.
La tempesta sui titoli di Stato delle maggiori economie mondiali è iniziata con i costi dell’energia. Vero, ma il barile a cento dollari non è stato che l’innesco di un incendio che si è propagato su un materiale assai più infiammabile: il debito pubblico. Bond Usa a 30 anni che raggiungono il record dal 2002, Giappone ai massimi da tre decenni, Europa in bilico su Francia e Italia con spread di Oat e Btp nuovamente in forte risalita.
Le banche centrali corrono a spegnere l’incendio alzando i tassi, ma il getto dei loro idranti arriva alle scadenze di breve termine del debito, meno di due o tre anni. A convincere gli investitori a finanziare il futuro della spesa pubblica a dieci anni e oltre ci devono pensare i mercati.
Per il momento, la risposta degli investitori è chiara: si chiama term premium ed è il compenso aggiuntivo per finanziare Stati molto indebitati. Per assumersi i molteplici rischi che ci sono nel corso della vita di un bond, dall’inflazione all’instabilità politica, occorre una prospettiva di guadagno molto più alta di quanto sia stata nel recente passato.
Le tensioni prodotte dalla miscela esplosiva di questa delicata fase (shock energetici, inflazione e rialzo dei rendimenti) si scaricano sulle politiche di bilancio e chiamano i governi a scelte difficili. Anzi, improrogabili. Lo dice la presidente del FMI Kristalina Georgieva nelle dichiarazioni preparatorie alla riunione annuale del Fondo che si terrà a Bangkok, in Thailandia, dal 12 al 16 ottobre.
Il debito pubblico globale è destinato a superare presto il 100% del Pil. Il FMI aveva stimato un aumento del Pil mondiale del 3% nel 2026 e del 3,4% nel 2027, abbastanza in linea con le previsioni di aprile, ma sotto la media del 3,5% registrata nel 2024-25.
In questo difficile 2026, “l’economia globale – dice la numero uno del Fondo – è tirata in due direzioni opposte: lo shock negativo dell’offerta di energia e lo shock positivo della domanda, derivante dall’intelligenza artificiale”.
E poi ci sono le guerre, aggiungiamo noi, sulla cui prima linea ci sono le economie avanzate. Tutte indistintamente alle prese con l’inflazione, sul cui rialzo si concentrano tutti i fattori chiave della partita: carburanti, alimentari, spese per il riarmo, tariffe doganali e una domanda ai massimi per l’intelligenza artificiale.
Il FMI fa il suo lavoro e perciò benedice le strette varate da Federal Reserve, Bce e Banca del Giappone. Ma, come dicevamo, gli idranti dei pompieri centrali non arrivano lontano.
I mercati richiedono progetti chiari e sostenibili su tre grandi temi legati agli investimenti del prossimo decennio: aumento del fabbisogno energetico collegato al boom dell’intelligenza artificiale, rafforzamento dei programmi di difesa del continente europeo, modernizzazione delle infrastrutture.
La sfida a cui sono chiamati a rispondere i governi dei paesi indebitati è basata sul calcolo di una frazione economica al cui numeratore si trova la somma degli investimenti e al denominatore il costo di mantenimento degli standard attuali del welfare state.
Ma come ricostruire spazi di manovra fiscale? Come trovare, cioè, un margine entro cui un governo può modificare le tasse o la spesa pubblica senza violare i vincoli di bilancio, per non far esplodere il debito pubblico?
Negli anni precedenti, con i tassi vicini allo zero, i paesi maggiormente indebitati riuscivano a convincere gli investitori che la traiettoria dei conti pubblici era sotto controllo. Lo spazio fiscale veniva quindi aperto con il risultato di rimandare i tagli alla spesa e aumentare in modo incontrollato il debito. Vale per gli Stati Uniti e per i paesi europei non “frugali”, a differenza di quelli “frugali”, come Germania e Paesi Bassi.
Negli ultimi quindici anni, malgrado la generosità dei prestatori in Europa e la fede globale sempiterna nel dollaro in Usa, i deficit e la spesa per interessi sono esplosi.
L’aumento della spesa per interessi, la voce contabile killer dell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato prima di pagare gli interessi sul debito), arriva così in un momento di rigidi vincoli di bilancio e priorità di spesa concorrenti.
In questo scenario, una pletora di osservatori economici con le molotov nello zaino invoca la tempesta perfetta ed è pronta a dare l’assalto, online, agli ultimi bastioni del neoliberismo e poi spedire in Siberia il Ceo di BlackRock. I bramini della redistribuzione economica e del ritorno all’aratro attendono fiduciosi l’implosione del capitalismo.
Catastrofisti e buontemponi a parte, la domanda è lecita: quanto può durare la tempesta?
L’unico orizzonte temporale che si intravede è quello elettorale: a brevissimo negli Stati Uniti, seppure in forma parziale di midterm, ma di grande impatto (e contagio) per il resto del mondo; a breve nell’Unione europea, dove si attendono gli esiti di elezioni in 10 paesi membri UE, con Francia e Italia considerate da molti analisti “too big to fail”.
Il che non esclude che le loro sorti siano direttamente collegate all’esistenza dell’Unione europea per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi (27 membri, Maastricht e 3%). Per il debito Usa, invece, c’è anche un aspetto speculativo da parte degli hedge fund, che tanti pensano stiano smontando posizioni e vendendo titoli di Stato.
Resta il punto centrale che emerge dalle analisi del FMI, ovvero che riportare sotto controllo il debito pubblico non è più rinviabile. Il rapporto della Georgieva osserva che, seppure nella tempesta, “i mercati obbligazionari sono ancora ordinati e soprattutto non c’è la mancanza di liquidità del 2008 (credit crunch)”.
Quello che manca, quindi, non sono i soldi, ma programmi politici realistici e perciò credibili per il mercato.
(Valerio Sale su Inoltre del 11/10/2026)

Gli Stati Uniti stanno applicando alla lotta contro i cartelli della droga latinoamericani lo stesso schema militare usato per vent'anni nella guerra al terrorismo islamico. Come riporta il Daily Caller, lunedì il Pentagono ha trasferito diversi droni MQ-9 Reaper dall'Africa a Colombia ed Ecuador, mentre le forze speciali americane continuano ad addestrare polizia ed eserciti locali nella regione.
Il Reaper, soprannominato "hunter-killer" (cacciatore-assassino), è lo stesso velivolo impiegato per anni negli attacchi contro al-Qaida, al-Shabaab e lo Stato Islamico durante la cosiddetta Guerra Globale al Terrore. Il suo arrivo in Sudamerica segna quindi, almeno sul piano simbolico, un salto di qualità nella campagna contro il narcotraffico.
Il generale Francis L. Donovan, comandante dello SOUTHCOM (il comando militare statunitense responsabile dell'America centrale e meridionale), ha spiegato al quotidiano The Hill che la strategia si basa su cinque linee d'azione principali: smantellare le reti illecite, colpirne la logistica, impedire che gli avversari possano riorganizzarsi, rafforzare la sicurezza dei paesi partner e costruire una coalizione internazionale solida.
Dall'inizio del secondo mandato di Donald Trump, ben venti cartelli di base in America Latina sono stati ufficialmente classificati come organizzazioni terroristiche straniere. Una scelta che non è solo lessicale: secondo l'esperta di criminalità organizzata Guadalupe Correa-Cabrera, docente alla George Mason University, l'amministrazione sta effettivamente ricalcando l'approccio adottato contro il terrorismo islamico, sia nel linguaggio sia nelle modalità operative concrete.
Gli episodi recenti confermano la svolta. A marzo un leader del Tren de Aragua è stato ucciso in Ecuador durante un'operazione congiunta tra forze statunitensi ed ecuadoriane. Il 24 settembre le forze speciali americane hanno nuovamente collaborato con la polizia dell'Ecuador per colpire una rete di traffico di cocaina legata a cartelli messicani. Visti questi risultati, anche Guatemala e Honduras hanno inviato richieste ufficiali agli Stati Uniti per ottenere operazioni congiunte simili sul proprio territorio.
Non mancano però le voci critiche su questa impostazione. Correa-Cabrera avverte che concentrarsi esclusivamente sull'eliminazione fisica dei criminali più visibili rischia di lasciare intatte le reali basi del potere dei cartelli, se non si affronta contestualmente il problema della corruzione dei funzionari pubblici che li proteggono e li agevolano. Non a caso, a fine aprile il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato dieci politici messicani, tra cui l'ex governatore dello stato di Sinaloa, con l'accusa di traffico di droga e di armi.
Il rischio, secondo gli analisti, è che un modello pensato per colpire reti terroristiche prive di radicamento istituzionale si riveli meno efficace contro organizzazioni criminali che, in molti paesi latinoamericani, sono profondamente intrecciate con apparati statali e politici locali.

Oggi, Giornata Mondiale della Salute Mentale, si parla dei passi avanti fatti. Ma c’è ancora tanta strada da percorrere.
Troppi pregiudizi, pochi servizi, famiglie lasciate sole e risposte spesso diverse anche tra gli specialisti.
Visitando le carceri, incontro sempre più persone con gravi problemi di salute mentale. E mi colpisce soprattutto il disagio dei più giovani, spesso legato anche all’uso di sostanze. Ragazzi che si tagliano, che cercano nel dolore e nel sangue un modo per sentirsi vivi.
Non ho dati statistici, ma c’è una realtà che mi preoccupa sempre di più: quella delle madri che, non trovando aiuto nei servizi territoriali, arrivano a denunciare i propri figli nella speranza di salvarli, di farli entrare in una comunità, di garantire loro una cura.
E invece si aprono le porte dell’inferno del carcere. Non possiamo aspettare che il disagio diventi un reato per intervenire.
La sofferenza mentale ha bisogno di cure, non di sbarre.

Se ci sono più detenuti, pertanto, bisogna costruire nuove carceri. Poi si è scoperto che ci vuole una decina di anni per costruire un istituto nuovo di zecca e servono molti soldi, troppi
“Il grado di civiltà di un paese si misura dalle sue carceri”, recita un celebre aforisma attribuito a Fëdor Dostoevskij. Se è così (e almeno in parte è così), da noi resta attuale il memorabile discorso pronunciato da Filippo Turati alla Camera il 18 marzo 1904.Il deputato socialista accusa il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di ignorare le condizioni di vita dei detenuti, la pessima qualità del vitto, le umiliazioni e i soprusi a cui erano costretti. Una realtà drammatica, sconosciuta all’opinione pubblica dell’epoca.
Oggi invece è sotto gli occhi di tutti le promesse di affrontarla e risolverla con “riforme strutturali”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da quando è arrivato a via Arenula, ne ha fatti molte. Non si tratta, spiega ogni volta che ne fa una, del temuto “svuotacarceri”, che materializza l’immagine di legioni di criminali che passeggiano impuniti nelle nostre strade. Si tratta sempre di un “piano organico” (luglio 2025). Nel frattempo, le carceri hanno continuato a sovraffollarsi, a causare suicidi e a crollare a pezzi. Nell’ottobre 2022, quando il governo Meloni entra in carica, ospitavano 56mila detenuti. Oggi, dato del 30 settembre, sono 66.063. Diecimila in più.
L’elenco di tutte le promesse fatte è lungo. La prima promessa riguarda l’edilizia penitenziaria. Se “produciamo” più reclusi non è per l’aumento delle pene e dei reati, non è per lo scarso uso di misure alternative, non è perché gli istituti sono pieni di tossicodipendenti e di persone con problemi psichiatrici che dovrebbero stare altrove, ma è perché aumenta la criminalità. Tutti i dati del Ministero dell’Interno smentiscono questa teoria, ma non importa.
Se ci sono più detenuti, pertanto, bisogna costruire nuove carceri. Poi si è scoperto che ci vuole una decina di anni per costruire un istituto nuovo di zecca e servono molti soldi, troppi. Nell’agosto del 2023 Nordio propone di usare le caserme dismesse del demanio. Segue un breve dibattito. Conclusione: non si può fare. Nell’agosto del 2025, la nuova idea è quella di realizzare container e prefabbricati nei cortili e negli spazi liberi delle carceri. Che non ci sono, com’è noto.
Nel settembre 2024 la patata bollente viene passata a un commissario straordinario all’edilizia carceraria. È il manager Marco Doglio, tuttora in carica. L’obiettivo del piano è recuperare 10.600 nuovi posti complessivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di 900 milioni di euro. Il piano prevede la consegna di diverse centinaia di posti già tra la fine del 2025 e il primo semestre del 2026. Risultato? Ignoto. Tuttavia, sulla base dei dati dell’associazione Antigone, da allora la capienza del sistema è scesa di 41 posti; quella effettiva, invece, di 250. Cioè, invece di avere qualche migliaio o qualche centinaio di posti in più, ce ne sono 250 in meno.
Quindi i detenuti aumentano, il tasso di sovraffollamento anche, mentre la capienza diminuisce. A Regina Coeli crolla la cupola della seconda rotonda. A San Vittore precipita il tetto dell’aula bunker. A Sollicciano i magistrati sequestrano sette sezioni. Rivolte, rabbia, cimici, scarafaggi, violenze.
Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto alla Consulta di valutare se l’ordinamento vigente violi la Costituzione (il principio di umanità e la finalità rieducativa della pena) laddove non preveda una norma che permetta il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando questa deve essere scontata in condizioni inumane o degradanti. Se la Corte dicesse di sì, ci sarebbero migliaia di ricorsi di detenuti che chiederebbero il rinvio dell’esecuzione della pena (e cioè la scarcerazione).
Sarebbe una bomba per il sistema carcerario. Per questo la sentenza, che è attesa da giorni, tarda. Forse alla fine la soluzione sarà quella di una “sentenza monito”, come quelle già fatte per l’ergastolo ostativo e il fine vita: la richiesta al Parlamento di legiferare rapidamente.
(Michele Magno su StartMag del 10/10/2026)

Nelle nostre città e nei piccoli centri si assiste da tempo a un fenomeno evidente e preoccupante: la progressiva chiusura delle piccole attività commerciali a favore della grande distribuzione. Sempre più vetrine restano buie, lasciando interi quartieri privi dei classici "negozi sotto casa". 111mila sono le attività che, secondo un’elaborazione di Confesercenti, hanno chiuso tra il 2019 e 2025, penalizzando in particolare i piccoli comuni.
La causa principale di questo impoverimento urbano risiede nell'impossibilità, per i piccoli dettaglianti, di competere sul terreno del prezzo. La grande distribuzione beneficia di economie di scala che permettono loro di offrire prodotti a costi che le piccole botteghe non possono permettersi di replicare.
Tuttavia, un'alternativa a questa estinzione sarebbe possibile e non passa da una guerra dei prezzi persa in partenza, ma dalla costruzione di un modello di valore alternativo.
Le alternative per reinventare il negozio di quartiere
Per continuare ad attrarre i consumatori, il piccolo dettaglio potrebbe fare leva su risorse che le grandi catene non riescono a riprodurre facilmente:
1. Qualità accessibile e filiera corta
La svolta parte dalla selezione. Offrire prodotti di alta qualità, in particolare biologici e a km zero che, se anche questi si trovano nella grande distribuzione, siccome quest’ultima è riuscita a rendere di massa anche buona parte dei prodotti di nicchia, la concorrenza della bottega, mantenendo un margine equo che non li renda inaccessibili (come troppo spesso avviene oggi in quei pochi che hanno già fatto scelte simili), rappresenterebbe una leva vincente.
2. Servizi su misura e flessibilità
L'introduzione di servizi come la consegna a domicilio e la personalizzazione dell’acquisto — preziosi soprattutto per le fasce di popolazione più anziane o per chi ha orari di lavoro complessi — unitamente a orari di apertura più prolungati o flessibili, potrebbe fare la differenza.
3. Il negozio come spazio di socialità e conoscenza
Il vero vantaggio competitivo della bottega resta il fattore umano. Ridurre il negozio a un semplice luogo di transazione economica ne decreta la sconfitta. Il piccolo commerciante potrebbe trasformare il proprio spazio in un punto di incontro e di relazione:
Relazione e ascolto: Un'attenzione diretta, con meno mediazioni pubblicitarie, al cliente, con consigli personalizzati e un'accoglienza calda.
Socializzazione: Un luogo in cui le persone non vanno solo per acquistare, ma per scambiare opinioni, chiedere consigli al commerciante e agli altri clienti, farebbe sentire tutti parte di una comunità. Importante che i negozi siano anche strutturalmente in condizione di favorire questi incontri e scambi.
Divulgazione: Eventi, degustazioni e momenti dedicati a far conoscere la storia, l'origine e le caratteristiche dei prodotti offerti.
Un nuovo equilibrio per le nostre comunità
La desertificazione non è un destino ineluttabile. Ridefinendo la funzione del piccolo dettaglio — da semplice rivenditore a presidio sociale e garante di qualità — sarebbe possibile restituire centralità alle botteghe di quartiere, trasformandole in luoghi vivi e indispensabili per la vita cittadina. Il commerciante/venditore dovrebbe porsi come soggetto con una “mission” piuttosto che, come spesso avviene oggi, luoghi in cui si fanno acquisti veloci, soprattutto in molti dei negozi “etnici”, che spesso non sono neanche tali, ma rivenditori per acquisti di “emergenza”, visto anche gli orari prolungati che praticano.
Una situazione che se diffusa potrebbe servire anche alla riconquista di territori urbani che oggi sono abbandonati a degrado e malavita. Nonché negozi che potrebbero diventare punti di riferimento per anziani e single, persone sempre più numerose. Riumanizzare, potrebbe essere la parola d’ordine.

Con il diesel sopra quota 2,25 euro al litro, molti automobilisti valutano il cambio di alimentazione. Ma tra ricariche domestiche, colonnine pubbliche e costo dell’auto, il risultato non è quello che tutti si aspettano
La stangata ai distributori giustifica il passaggio da un’auto diesel a una vettura elettrica? È la domanda che diversi italiani si stanno ponendo mentre i prezzi dei carburanti superano nuovamente quota 2,25 euro al litro. La risposta non è semplice. Infatti, il risparmio reale dipende da diversi fattori: percorrenza chilometrica, infrastruttura domestica e costo totale del veicolo. Ecco tutti i numeri e i calcoli per risparmiare sul pieno.
Il costo del pieno di diesel e benzina continua a pesare come un macigno sui bilanci familiari. I rilevamenti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) registrano il prezzo medio nazionale del gasolio in modalità self-service a 2,258 euro al litro, con la benzina attestata a 2,035 euro/l. Sule tratte autostradali, invece, il diesel sale fino a 2,281 euro/l. Nonostante lievi oscillazioni giornaliere, il quadro economico d’insieme rimane rigido.
I dati UNRAE evidenziano un’evoluzione nelle immatricolazioni. Con 139.356 nuove vetture registrate nel mese di settembre (+9,9% su base annua) la quota delle vetture full electric sfiora il 7,6% (+2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), mentre le ibride plug-in raggiungono l’11,1%. La crescita della penetrazione di mercato, tuttavia, non garantiscono una convenienza automatica per ogni categoria di automobilista. Infatti, continuano ad avere un peso determinanti diverse variabili quali l’investimento iniziale, le tariffe energetiche e le tipologie di percorso.
Il margine di risparmio dell’elettrico si concretizza principalmente in presenza di ricarica residenziale o aziendale a tariffa agevolata. Al contrario, il risparmio sul pieno rispetto ai motori termici si riduce sensibilmente usando esclusivamente colonnine di ricarica pubbliche ad alta potenza. È quanto emerge analizzando la spesa di auto di fascia media a diverse alimentazioni per una distanza standard di cento chilometri: una vettura a benzina con una resa stimata di 18 chilometri al litro, una diesel da 20 chilometri con un litro e un’elettrica dal consumo medio di 17 kilowattora ogni cento chilometri.
Sulla base dei listini attuali, per percorrere cento chilometri con l’auto a benzina servono circa 11,31 euro, mentre per il diesel la cifra si attesta a 11,29 euro. La musica cambia drasticamente per l’auto elettrica. Tuttavia, c’è una condizione fondamentale: la modalità di ricarica. Sfruttando la presa di casa, ipotizzando una tariffa domestica di 0,25 euro al kilowattora, la spesa per coprire la stessa distanza crolla a 4,25 euro. Se, invece, ci si affida alle colonnine pubbliche (dove il costo medio è di circa 0,60 euro al kilowattora) il conto da saldare per cento chilometri raggiunge i 10,20 euro.
Proiettando queste cifre su una percorrenza media annuale di 15.000 chilometri, la forbice economica tra le diverse opzioni si fa ancora più evidente. Per alimentare un’auto a benzina o diesel servono circa 1.694 euro all’anno. Passando all’elettrico con ricarica prevalentemente domestica (con costo di circa 0,25 euro al kilowattora) il costo annuo scende a circa 638 euro, garantendo un risparmio netto che supera i 1.050 euro. La prospettiva cambia però radicalmente se ci si sposta sulle colonnine pubbliche a tariffa piena. Infatti, in questo scenario la spesa sale a 1.530 euro l’anno, riducendo il beneficio economico a poco più di 160 euro complessivi.
È importante sottolineare che questi calcoli prendono in considerazione il solo costo dell’energia. Per formulare un’analisi finanziaria impeccabile bisognerebbe anche ragionare in termini di costo totale di possesso (Total Cost of Ownership) includendo nell’equazione la svalutazione del mezzo, la rata di acquisto o di finanziamento, i costi assicurativi, la manutenzione ordinaria, l’eventuale installazione di una wallbox casalinga e l’effettivo accesso agli incentivi statali disponibili.
Dall’analisi emerge che chi macina molti chilometri ogni giorno, viaggia soprattutto in ambito urbano o extraurbano e dispone di un punto di ricarica privato otterrebbe la massima convenienza nel passare all’elettrico. Infatti, in questo contesto, il risparmio sul carburante permetterebbe di ammortizzare rapidamente il maggior prezzo di listino dell’elettrica.
Al contrario, i benefici del cambio di alimentazione sono ridotti per chi percorre meno di 10.000 chilometri all’anno o deve affidarsi esclusivamente alla rete pubblica. La ragione è che in assenza di un garage accessibile e con percorrenze contenute, il tempo necessario per recuperare l’investimento iniziale si allunga a tal punto da rendere discutibile il cambio auto.
La convenienza si riduce ulteriormente per chi macina molta strada a velocità sostenute, dove i consumi delle batterie salgono e le ricariche rapide costano di più.
(Edoardo Lisi su Energia Oltre del 09/10/2026)

Il numero uno di OpenAI non è né uno studioso né uno scienziato ma un miliardario circondato da schiere di avvocati
(Peggy Noonan - The Wall Street Journal)

Il carcere di Prato, la Dogaia, si guadagna sempre più crediti per essere al centro dell’attenzione. Fatti di cronaca e violenze di ogni tipo oggi diventano secondari dopo che è stata scoperta una carta di credito che, pur se intestata ad un familiare di un detenuto, quest'ultimo la utilizzava per acquistare droghe nel carcere stesso. Ci vengono in mente i cortili di alcune carceri sudamericane (molto rievocati in diversi film) dove, dominati da un qualche gruppo di narco protetti dalle stesse autorità carcerarie a mo’ di sistema di controllo interno, si svolge una vita come se fosse il mercato di un piccolo paese. Va da sé che se in questo mercato ci sono telefonini di ogni tipo, c’è poco da stupirsi.
E’ la fotografia della totale dèbacle del sistema carcerario italiano, ormai in corsa per fare concorrenza ai sudamericani.
Ci vengono in mente le carceri dei Paesi scandinavi dove il trattamento logistico delle persone è ben al di là dei nostri letti a castello in stanze fatte per quattro detenuti dove ne vengono ospitati anche otto. O le carceri del Canada dove le autorità concedono siringhe sterili perché i detenuti, consumando droghe, non si ammalino ulteriormente oltre la loro dipendenza. E ci vengono in mente i tanti discorsi, soprattutto di sottosegretari e ministri del settore, che promettono e dicono, ma che poi sono smentiti da realtà come quella di cui stiamo scrivendo.
Non riusciamo ancora a capire se il modello del sistema carcerario italiano abbia una propria originalità o si rifaccia a quelle sudamericane. L’unica certezza è che, visto quanto accade a Prato, ci sia tendenza ad emulare quello oltre Atlantico.
Crediamo sia proprio il caso, ammesso che qualcuno abbia orecchie per intendere visto che i carcerati che votano sono pochissimi e quindi mediamente di scarso interesse per i decisori politici… sia proprio il caso di un pesante intervento. Non certo per rendere peggiore la qualità di vita di persone recluse privandole della loro libertà, ma per metterle in condizioni di farsi meno male e non privandole dei diritti umani e civili di cui godono.

Negli anni ’80 e ’90, l’Italia visse una fase di trasformazione energetica che oggi appare quasi esemplare per coerenza narrativa e capacità di mobilitazione collettiva. In un’epoca segnata dalle crisi petrolifere del 1973 e del 1979, il Paese scelse di puntare sul gas naturale come soluzione strategica. Il gas era meno inquinante del carbone e del petrolio, più economico e flessibile nelle applicazioni domestiche e industriali. Fu allora che nacque lo slogan “Il metano ti dà una mano”, accompagnato dall’immagine di un cielo azzurro sopra le città e un altro sempre azzurro sul quale galleggiavano le stesse città, simbolo di un futuro più pulito e accessibile. Quella campagna, promossa da SNAM e sostenuta da associazioni ambientaliste come Legambiente, era pubblicità accettata popolarmente di una politica energetica precisa, basata sulla legge 28 novembre 1980, n. 784, che avviò la “metanizzazione del Mezzogiorno” e finanziò la costruzione di reti di distribuzione in centinaia di comuni.
Oggi, a oltre quarant’anni di distanza, il confronto tra quella stagione e la situazione attuale rivela somiglianze inquietanti e differenze profonde. Allora, il gas fu presentato come un ponte verso un sistema energetico più razionale e sostenibile. Oggi, lo stesso ruolo di “combustibile di transizione” gli viene riconosciuto, ma in un contesto molto più complesso e controverso. Da un lato, le reti del metano restano fondamentali per garantire flessibilità al sistema elettrico, soprattutto in una fase in cui le fonti rinnovabili – per loro natura intermittenti – richiedono backup affidabili. Le imprese del gas sottolineano come le infrastrutture esistenti possano accogliere biometano, idrogeno verde e metano sintetico, contribuendo alla decarbonizzazione delle emissioni senza strappi bruschi. Dall’altro, la crisi geopolitica legata alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, più la volatilità dei prezzi del gas, hanno messo in luce la vulnerabilità di un modello ancora troppo dipendente da una fonte fossile, per quanto “meno sporca” delle altre.
La differenza principale tra ieri e oggi sta nella consapevolezza dei limiti del gas. Negli anni ’80, il metano era visto come una soluzione quasi definitiva. Era pulito, economico, moderno. Oggi sappiamo che, sebbene emetta meno CO2 e inquinanti locali rispetto a carbone e petrolio, il gas naturale resta una fonte fossile, con emissioni volatili che ne compromettono il bilancio climatico sull’intero ciclo di vita. Inoltre, la transizione energetica non è più solo una questione di sostituzione tecnologica, ma di trasformazione del sistema socioeconomico. Richiede non solo il passaggio da un combustibile all’altro, ma una revisione profonda dei modelli di consumo, della pianificazione urbana, della mobilità e dell’efficienza energetica.
Un’altra differenza cruciale riguarda il ruolo dell’opinione pubblica. Allora, la campagna del metano riuscì a creare un immaginario condiviso. Il “cielo azzurro” che avevamo sotto i piedi era una promessa concreta di progresso e benessere. Oggi, la transizione energetica fatica a trovare una narrazione altrettanto potente. Le rinnovabili sono tecnicamente mature ed economicamente competitive, ma la loro diffusione incontra resistenze locali, burocrazia e una frammentazione politica che rende difficile costruire un consenso ampio. Inoltre, mentre negli anni ’80 lo Stato giocava un ruolo centrale nella pianificazione energetica, oggi il quadro è più frammentato. Tra mercato libero, incentivi discontinui e obiettivi europei spesso disallineati dalle capacità nazionali, l’Italia rischia di ripetere gli errori del passato, puntando ancora troppo sul gas come “soluzione ponte” senza definire con chiarezza la destinazione finale del viaggio.
Un altro elemento di continuità che merita attenzione riguarda la capacità delle infrastrutture di durare nel tempo e di condizionare le scelte future. Le reti del metano costruite negli anni ’80 e ’90 sono ancora oggi al centro del sistema energetico italiano. Questo dimostra che le decisioni energetiche hanno effetti di lungo periodo, e che le scelte di oggi – sulle rinnovabili, sull’idrogeno, sull’efficienza – definiranno il paesaggio energetico dei prossimi decenni.
In questo senso, la lezione degli anni ’80 non è solo storica, ma metodologica Una transizione efficace richiede non solo tecnologie adeguate, ma una visione chiara, una narrazione condivisa e la capacità di coinvolgere cittadini, imprese e istituzioni in un progetto comune. Allora, il cielo azzurro del metano era una promessa di modernità. Oggi, la sfida è costruire un immaginario altrettanto potente per le rinnovabili, l’efficienza e la sobrietà energetica, smettendo di credere che cambiare fornitore sia la soluzione più furba, ma cominciando ad avviare l’Italia lungo un percorso che deve portare, finalmente, oltre i fossili.

Con la sentenza n. 157, depositata il 2 ottobre 2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l'art. 35 della legge n. 833 del 1978 laddove non prevede che la convalida del trattamento sanitario obbligatorio in degenza ospedaliera, e della sua eventuale proroga, si svolga con le garanzie della difesa tecnica. E si tratta di una difesa obbligatoria: chi non nomina un avvocato di fiducia sarà comunque assistito da un difensore d'ufficio, designato dal giudice tutelare.
Il caso da cui nasce la questione racconta bene la quotidianità dei reparti psichiatrici. Nel novembre 2025 un uomo viene ricoverato in TSO su ordinanza del sindaco di Empoli e, ascoltato dal giudice tutelare, chiede che vengano chiamati i suoi avvocati, indicandone nome e cognome. Della richiesta, a quanto risulta, nessuno si fa carico: il trattamento viene convalidato il 7 novembre e la proroga il 13. Il Tribunale di Firenze, investito del ricorso, solleva la questione il 29 dicembre 2025.
La pronuncia chiude il percorso aperto dalla sentenza n. 76 del 2025, che aveva imposto la comunicazione dell'ordinanza all'interessato, la sua audizione prima della convalida e la notifica del decreto. Allora al paziente era stata restituita la propria voce davanti al giudice; oggi gli si garantisce qualcuno capace di tradurla in argomenti giuridici e di farla valere in un contraddittorio vero.
Il passaggio decisivo sta nella presa d'atto di che cosa sia davvero il TSO. Per decenni lo si è pensato come un atto sanitario accompagnato da un controllo giudiziario quasi notarile, sbrigato sulle carte del Comune e sui due certificati medici. La Corte lo guarda invece per ciò che è prima ancora che un trattamento, cioè una compressione della libertà personale che non di rado ferisce anche la dignità di chi la subisce, e parla di «evidente assoggettamento fisico della persona a un potere pubblico in grado di vincere con la forza ogni sua contraria volontà». Valgono dunque tutte le garanzie dell'art. 13 Cost. La finalità di cura non cambia la natura della coazione; semmai l'ha resa più insidiosa, perché è servita a lungo a sottrarla allo sguardo del diritto. Il termine di confronto è la convalida dell'espulsione dello straniero, per la quale la sentenza n. 222 del 2004 aveva già preteso il difensore: ciò che conta è il bene giuridico in gioco, e non l'etichetta civile o penale del procedimento. Dove c'è un corpo trattenuto con la forza, dunque, devono esserci un giudice e un avvocato.
La parte più significativa della decisione supera persino la richiesta del giudice che aveva sollevato la questione. Il Tribunale di Firenze domandava una difesa soltanto facoltativa, e la Corte va oltre con un argomento di eguaglianza sostanziale. Un diritto esercitabile solo su iniziativa dell'interessato finisce per proteggere chi ne ha meno bisogno: chi è abbastanza lucido da comprendere l'avviso, chi ha una famiglia che si muove, chi può pagarsi un professionista. Restano fuori proprio le persone senza rete, che al TSO arrivano dopo che, o forse perché, ogni altro servizio ha fallito. Una difesa facoltativa, scrive la Corte, si tradurrebbe in una «int intolerable discriminazione fondata sul tipo di patologia mentale e sulla condizione economica e sociale».
Quanto alle modalità, la persona va informata della facoltà di nominare un difensore di fiducia nel momento in cui le viene comunicata l'ordinanza sindacale; se non lo fa, il giudice tutelare ne designa uno d'ufficio tra gli iscritti agli elenchi previsti dall'art. 29 disp. att. c.p.p. L'avvocato deve essere avvisato tempestivamente, può partecipare all'audizione e riceve la notifica del decreto di convalida o di non convalida, e le stesse garanzie valgono per la proroga. La difesa d'ufficio è qualificata come prestazione imposta dallo Stato, alla quale non si può rinunciare.
Sarebbe sbagliato leggervi un atto di sfiducia verso gli psichiatri. La Corte afferma anzi che la competenza degli operatori è «la prima garanzia non soltanto della appropriatezza clinica, ma della stessa legittimità giuridica del trattamento». Per troppo tempo i reparti hanno portato da soli un mandato che la società affidava loro senza nominarlo, dietro porte chiuse e senza testimoni, e dunque senza nessuno in grado di attestare la correttezza del loro operato. Un luogo in cui nessuno entra nasconde gli abusi, ma lascia anche tutta la responsabilità di ogni scelta su chi la compie. Avvocato e giudice vi portano un controllo e, insieme, una condivisione pubblica della decisione sull'uso della forza.
Il rischio, adesso, è che la difesa d'ufficio si riduca a un rituale, come accade in tante convalide penali, con il difensore chiamato all'ultimo momento che non conosce il caso e si limita a firmare il verbale. Il rinvio agli elenchi penali lascia aperto il problema della preparazione specifica sulla legge 180 e sulla comunicazione con persone in crisi. Per questo il richiamo della Corte ai soggetti «preposti all'esercizio delle funzioni di amministrazione della giurisdizione» investe Ordini forensi e uffici giudiziari, e non soltanto il Parlamento, al quale la sentenza rinnova l'invito a valutare un curatore speciale e figure di mediazione capaci di favorire percorsi consensuali. Il TSO, ricorda la Corte, «coglie il momento di acuzie di un disagio psichico che spesso si radica in situazioni di marginalità sociale»: le garanzie difensive sono necessarie, ma ciò che a monte non è stato fatto non lo recupera nessun processo.
È questo il dato più amaro. I TSO che si ripetono sulla stessa persona, spesso negli stessi luoghi e a opera degli stessi sanitari, non segnano soltanto il fallimento terapeutico del territorio e dei servizi: sono la rinuncia alla cura e l'abbandono di chi si pretende di curare.
Non saranno avvocati e magistrati a cambiare le sorti di queste persone. Ma il loro ingresso potrà restituire visibilità e, nei casi più fortunati, tutela a chi la società, con buona pace di Basaglia, ha consegnato fino a oggi alla solitudine dei reparti psichiatrici.

Nel 2025, la spesa media (equilibrio aritmetico di tot spesa per tot soggetti) mensile delle famiglie italiane si attesta a 2.782 euro, stabile rispetto al 2024 (+1,0% in valori correnti).
La spesa mediana (valore medio) è invece pari a 2.338 euro, a dimostrazione del fatto che la maggior parte delle famiglie spende una cifra inferiore alla media.
Forte il divario territoriale col picco di 3.444 in Trentino-Alto Adige e 1.975 in Puglia.
La spesa per il cibo a 25,4% nel sud contro il 17,7% del nord.
Quasi un terzo delle famiglie (29,4%) dichiara di aver limitato la spesa per il cibo.
La spesa dei single è l'unica in crescita (+7,2%).
Divario di spesa tra famiglie di soli italiani (2.859 euro) e famiglie con stranieri (2.074 euro).
Circa 4,8 milioni di famiglie vivono in affitto (media di 438 euro/mese), mentre 3,4 milioni pagano una rata del mutuo (media 565 euro/mese).
La disuguaglianza resta elevata: il 20% di famiglie più benestanti sostiene il 39,2% della spesa totale equivalente, mentre il 20% più povero solo l'8,2%.
L'illusione del dato medio
I dati mostrano come il valore della spesa media (2.782 euro) offra una visione distorta ed eccessivamente ottimistica della realtà economica delle famiglie.
Come ricordava il celebre poeta Trilussa nella sua poesia sulla Statistica: "Me spiego: da li conti che se fanno / seconno le statistiche d'adesso / risurta che te spetta un pollo all'anno / e, se no entra nelle spese tue, / t'entra nella statistica lo stesso / perché c'è un altro ch'ne magna due."
Nel rapporto e’ evidente un paradosso statistico:
Media vs Mediana: Il fatto che la mediana (2.338 euro) sia inferiore alla media di ben 444 euro dimostra che la distribuzione della ricchezza è asimmetrica e schiacciata verso il basso. Pochi soggetti ad altissima capacità di spesa alzano artificialmente la media generale.
Polarizzazione reale: Parlare di una spesa media di circa 2.800 euro cancella le grandi differenze tra un nucleo del Trentino-Alto Adige (3.444 euro) e uno della Puglia o Calabria (circa 2.000 euro), o tra famiglie di soli laureati (3.714 euro) e famiglie di stranieri (1.772 euro).
In sintesi, affidarsi al solo dato medio rischia di nascondere il fatto che, mentre una minoranza mantiene elevati standard di consumo, una quota consistente della popolazione fatica a coprire anche solo i beni di prima necessità.
E purtroppo questi dati sono la conferma che il forte divario tra nord e sud continua e nonostante ogni governo dica di impegnarsi in merito, le statistiche registrano incapacità che, a suo modo, sono le stesse che l’Italia affronta in questi mesi dove non riesce a non rendere drammatica la crisi energetica. Se il divario nord/sud è una costante, figurati come peggiorerà in un Paese con l'economia familiare che galleggia con tendenza al ribasso, l'inlfazione in crescita a 4,2%.
Qui il video sul canale YouTube di Aduc

Chi siamo noi per poter fare a meno di onori e riconoscimenti? Albert Camus se lo chiede e ce lo chiede non del tutto a torto.
Da bambino mi è stato insegnato come le uniche medaglie che avessero peso fossero quelle al Valor militare e anche lì chi lo sosteneva aveva qualche dubbio su potenziali errori ma salvava l’istituzione e la stragrande massa dei suoi membri. Vero è che era di parte, condizionato da una MAVM, presa peraltro il giorno di Caporetto e due MBVM prese qualche mese prima. Nove anni di guerra, complessivamente, più tre di prigionia, uno nel 1917 e due dal 1943 al 1945, possono condizionare le proprie opinioni ma tanto è.
A Roma poi tradizionalmente ci sono due tipi di pataccari. Quelli che vendono patacche e quelli che le collezionano con annessi titoli e medaglie a volte improbabili e non raramente risibili.
I primi derivano da una antica corporazione di trafficanti in reliquie e Fontane di Trevi mentre i secondi hanno ormai come simbolo certi generali coreani, privi del senso del ridicolo e dell’ironia, qualità che nella vita aiutano molto.
Fanno tenerezza se non si trovano a dover gestire qualche forma di potere. Se con le perline e qualche specchio si è potuto comprare Manhattan, niente di strano che con qualche nastro e qualche specchio si possa rendere felici persone convinte che sia questo il senso della vita. Girare persino con i pantaloni impataccati non deve peraltro essere comodo. Niente di nuovo peraltro. “Fu tutto e non fu niente’, recita l’autoironia del Cyrano rostandiano.
Tempi difficili comunque per la soglia del ridicolo.

Qualche mese fa, un'amica ha pubblicato qualcosa sui social media che ha attirato la mia attenzione. Faceva fatica ad ascoltare quelle che definiva "voci di intelligenza artificiale (letteralmente) senza fiato per gli audiolibri".
Quando le ho chiesto quale parte avesse trovato più sgradevole, ha risposto che aveva dovuto interrompere l'ascolto perché mancava la naturalezza del respiro e le variazioni: era tutto troppo schematico.
Potrebbe sembrare una piccola lamentela. Ma mette in luce una questione ben più ampia riguardante il linguaggio e l'intelligenza artificiale: cosa succede quando progettiamo sistemi per produrre linguaggio senza prestare sufficiente attenzione alle persone che lo ascoltano o lo leggono?
La comunicazione non inizia e finisce con chi parla. Anche chi ascolta si impegna a fondo: presta attenzione non solo a ciò che viene detto, ma anche a come viene detto, a ciò che è appena accaduto e a ciò che ci si aspetta possa accadere in seguito. Persino quelle che consideriamo imperfezioni nel linguaggio possono veicolare informazioni.
I linguisti usano spesso il termine "disfluenze" per riferirsi a esitazioni, ripetizioni, false partenze e altre deviazioni da un discorso "fluido".
L'etichetta può farli sembrare difetti da eliminare. Ma nella conversazione umana, fanno parte del messaggio .
Una voce sintetica che elimina le disfluenze può essere grammaticalmente corretta e acusticamente impeccabile, ma risultare impoverita all'ascoltatore, che ha a disposizione meno elementi su cui lavorare.
Il linguaggio non esiste nella nostra mente semplicemente come un catalogo di parole e di come vengono pronunciate e utilizzate. È intrecciato con la memoria, l'esperienza e la nostra conoscenza del mondo, plasmato dal luogo in cui siamo cresciuti, dalle persone con cui siamo cresciuti, dalle attività che abbiamo svolto e dagli scopi che abbiamo perseguito.
La pluripremiata autrice Arundhati Roy coglie in parte questo concetto nel suo libro di memorie Mother Mary Comes To Me, quando descrive la maggior parte di noi come "un brodo vivente e pulsante di memoria e immaginazione".
La frase di Roy è utile per riflettere sul linguaggio, perché la comunicazione umana non è un semplice trasferimento di informazioni da un contenitore cognitivo all'altro. Le parole si scontrano con i ricordi, le aspettative e le supposizioni di un'altra persona. Si scontrano anche con le altre lingue dell'ascoltatore, nonché con questioni meno tangibili come il suo stato d'animo del momento.
Questo è uno dei motivi per cui due persone possono ascoltare la stessa frase e comprenderla in modo diverso, e perché l'umorismo è così ricco di sfumature. Ed è anche il motivo per cui le caratteristiche sociali di una voce contano.
La ricerca della linguista di Berkeley Nicole Holliday mostra come gli ascoltatori formulino giudizi sociali sulle voci, comprese quelle generate dall'IA, e come tali giudizi interagiscano con la percezione della personalità e dell'identità . L'ascoltatore è fondamentale per la comunicazione, e questo crea un problema interessante per l'IA generativa.
Gran parte dello sviluppo dell'intelligenza artificiale generativa si è concentrato sulla capacità del sistema di produrre linguaggio. Molta meno attenzione è stata dedicata a coloro che lo ascoltano.
Questo è importante perché i sistemi di intelligenza artificiale generativa sono diventati nuove entità con cui comunichiamo.
Se trascorriamo ore ogni giorno a porre domande a una piattaforma di intelligenza artificiale, a scrivere e-mail o a parlare con assistenti vocali, stiamo partecipando a un nuovo tipo di ambiente comunicativo, e gli esseri umani hanno una spiccata capacità di adattarsi ai nuovi ambienti.
Molte aziende tecnologiche stanno già cercando di rendere le voci sintetiche meno meccaniche , introducendo disfluenze e marcatori conversazionali tratti dall'interazione umana.
Con lo sviluppo della robotica e la progressiva interazione con le macchine, le voci sintetiche potrebbero acquisire un ritmo e una prosodia più convincenti. Potrebbero essere in grado di riconoscere quando un ascoltatore ha bisogno di chiarimenti, quando una battuta richiede una pausa o quando l'incertezza di chi parla dovrebbe trasparire nel suo modo di esprimersi.
In alternativa, le caratteristiche meccanicistiche – la voce "senza fiato" del mio amico, la risposta perfettamente strutturata, l'assenza di esitazione – potrebbero arrivare a definire il suono di un modello di intelligenza artificiale generativa: una firma linguistica che funziona come una sorta di filigrana. Potremmo smettere di considerarle difetti e iniziare a trattarle come un registro.
Uno sviluppo particolarmente intrigante riguarda ciò che accade quando i sistemi artificiali comunicano tra loro. Nel settembre 2026, una ricerca ha scoperto che agenti di intelligenza artificiale autonomi sviluppavano un vocabolario insolito , metafore ed espressioni codificate in ambienti sperimentali. I ricercatori hanno descritto il linguaggio risultante come difficile da interpretare per gli esseri umani, paragonandolo all'emergere di un linguaggio innovativo nelle comunità umane.
Il linguaggio è stato storicamente plasmato dall'interazione tra gli esseri umani. Le comunità sviluppano nuovi modi di dire o di comunicare, le persone prendono in prestito espressioni le une dalle altre, le fraintendono, le rielaborano e le tramandano.
Ora, in questo ambiente è presente un altro tipo di partecipante. I sistemi sintetici possono generare linguaggio, elaborarlo e interagire con altri sistemi sintetici a una scala e velocità ineguagliabili dagli esseri umani.
Tornando alla lamentela del mio amico: l'intelligenza artificiale dovrebbe avere una voce simile a quella umana?
Se le voci sintetiche mantengono caratteristiche riconoscibili, gli ascoltatori sanno di avere a che fare con una macchina, e questa consapevolezza può avere un valore. Tuttavia, rendere una voce palesemente artificiale non risolve tutti i problemi.
Una voce sintetica può suonare in modo riconoscibilmente artificiale pur riproducendo stereotipi sociali o presupposti limitati su come dovrebbe suonare un determinato tipo di parlante.
La questione, quindi, non è solo se l'IA suoni umana. È anche quale tipo di linguaggio umano la macchina sia addestrata a rappresentare, quale linguaggio venga considerato come modello e cosa accada a tutto ciò che ne è al di fuori, comprese le voci dei gruppi minoritari . L'ascoltatore deve essere al centro di questo processo di progettazione.
Il futuro dell'intelligenza artificiale – e del linguaggio – dipenderà da come gli esseri umani reagiranno al linguaggio prodotto dalle macchine e da come le interazioni tra esseri umani e macchine continueranno a plasmare la comunicazione. Solo il tempo potrà dirlo.
(Celeste Rodriguez Louro - Professoressa associata di linguistica e direttrice del Laboratorio linguistico presso l'Università dell'Australia Occidentale - su The Conversation del 07/10/2026)

Nell'estate del 2026, un numero crescente di visitatori si è diretto verso destinazioni del Nord Europa, in cerca di sollievo dalla calura.
Per anni, le vacanze estive in Europa hanno seguito uno schema ben preciso: dirigersi a sud in cerca di sole. Ma il cambiamento climatico sta iniziando a ribaltare questa logica.
Con l'aumento delle temperature nell'Europa meridionale, le destinazioni tradizionalmente più gettonate si trovano ad affrontare condizioni estive sempre più difficili , dalle temperature estremamente elevate agli incendi boschivi e alla scarsità d'acqua.
Anziché rinunciare ai viaggi estivi, alcuni turisti stanno iniziando a cambiare le destinazioni in cui desiderano trascorrere le vacanze. Questa tendenza ha persino acquisito un nome: la "vacanza al fresco" . Per il singolo viaggiatore, questa può essere una risposta sensata all'aumento delle temperature. Una destinazione più fresca può rendere le attività all'aperto più piacevoli e consentire di continuare a godersi le vacanze estive evitando il caldo più intenso.
Per le destinazioni del Nord Europa, questa potrebbe rivelarsi un'opportunità . Secondo la Commissione europea per il turismo, il Nord Europa (composto da Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Svezia e Regno Unito) ha registrato un aumento del 10% del numero di visitatori tra aprile e giugno 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025 .
Un'agenzia di viaggi ha segnalato un aumento del 74% delle ricerche di destinazioni con temperature più miti rispetto al 2025. Nel frattempo, l'app di viaggi Polarsteps ha lanciato un indice per sfuggire al caldo estivo , analizzando le temperature di 25 destinazioni, dopo aver condotto un sondaggio da cui è emerso che il 35% dei viaggiatori britannici aveva scelto una destinazione estiva con temperature più fresche nel 2026.
Ma se un numero sufficiente di persone prende la stessa decisione, una destinazione che era attraente in parte perché più fresca, più tranquilla o meno affollata può iniziare a subire le folle tipiche del turismo di massa , con un potenziale costo ambientale.
Il singolo viaggiatore si sta adattando con successo ai cambiamenti climatici spostandosi lontano dalle zone più calde. Tuttavia, questo adattamento può ridistribuire la pressione turistica verso destinazioni che potrebbero avere una minore capacità di assorbirla .
Le vacanze al fresco sono state un argomento molto dibattuto nell'estate del 2026.
La Scozia offre un utile esempio.
L'agenzia nazionale per il turismo VisitBritain ha riferito che le prenotazioni di voli per destinazioni scozzesi effettuate nelle sei settimane terminate a metà luglio sono aumentate del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025. Allo stesso tempo, le prenotazioni per Londra, che ha vissuto un'estate estremamente calda, sono diminuite.
Sebbene anche la Scozia abbia registrato temperature a tratti superiori alla media e sia stata colpita da incendi boschivi nei Cairngorms, le temperature sono state di gran lunga inferiori a quelle di Londra e del sud dell'Inghilterra. I primi dati indicano una crescita del turismo in Scozia nel 2026.
Alcune popolari destinazioni scozzesi, come Glencoe, hanno inaugurato nuove infrastrutture nel 2026, tra cui un nuovo parcheggio , per far fronte al crescente numero di turisti.
La crescita del turismo può portare occupazione, spesa e investimenti. Tuttavia, l'aumento del numero di visitatori crea anche pressione su alloggi, infrastrutture, servizi pubblici e ambienti naturali.
Alcune comunità scozzesi percepiscono già il turismo come una fonte di notevole pressione sui territori locali. Nel 2025, il 32% dei residenti delle Highlands e il 48% degli abitanti delle Orcadi ritenevano che il turismo esercitasse una pressione eccessiva sulla loro zona, rispetto all'8% registrato in tutta la Scozia . Edimburgo ha recentemente introdotto una tassa di soggiorno del 5% sulle prime cinque notti di qualsiasi soggiorno, i cui proventi possono essere utilizzati per finanziare progetti infrastrutturali e abitativi locali.
Anche la Norvegia sta registrando tendenze simili. Il numero di pernottamenti di ospiti internazionali prenotati negli hotel norvegesi è aumentato del 3,2% tra maggio e luglio 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 3,28 milioni a 3,39 milioni . La Norvegia ha inoltre introdotto una nuova tassa che consente ai comuni che subiscono pressioni turistiche di applicare un'imposta fino al 3% sugli alloggi turistici .
A Rovaniemi, città della Lapponia finlandese, l'aumento del turismo invernale ha accresciuto la pressione sugli alloggi e sui servizi locali.
Come in altri centri turistici, l'affitto di alloggi ai turisti ha ridotto la disponibilità di abitazioni per i residenti locali e ha contribuito all'aumento degli affitti .
Le "vacanze al fresco" potrebbero rappresentare più di un semplice cambiamento nelle preferenze di vacanza. Potrebbero diventare parte di una più ampia ridistribuzione della pressione sul turismo legata ai cambiamenti climatici.
Circa il 76% degli europei afferma che i fattori legati al clima influenzano ormai le proprie abitudini di viaggio. Tra coloro che stanno modificando i propri piani, il 16% è alla ricerca di destinazioni con temperature più miti.
Tuttavia, ciò comporta dei costi ambientali. I visitatori che trascorrono del tempo in ambienti selvaggi e rurali possono causare danni come calpestio, compattazione del suolo ed erosione. L'aumento della presenza umana può anche disturbare la fauna selvatica e danneggiare la vegetazione. Questo può essere particolarmente evidente in zone montuose e remote, dove gli ecosistemi sono spesso fragili .
Le vacanze al freddo potrebbero aggiungere un nuovo livello di pressione, legato ai cambiamenti climatici, alle problematiche già esistenti . La sfida per le destinazioni del Nord Europa è quella di prevedere come i cambiamenti climatici potrebbero rimodellare la domanda turistica prima che infrastrutture, alloggi e ambienti naturali vengano sovraccaricati.
(Mehri Khosravi - Ricercatrice senior in materia di energia e carbonio presso l'Università dell'East London e l'Università delle Nazioni Unite - su The Conversation del 07/10/2026)

Non più soltanto diagnosi precoce, ma prevenzione attiva del tumore nelle persone più a rischio. È questa la promessa dell'“intercettazione del cancro”, una strategia che sta suscitando crescente entusiasmo nella comunità oncologica internazionale, riportata dalla rivista Nature, e che potrebbe rivoluzionare soprattutto la lotta contro uno dei tumori più letali: il cancro al pancreas.
L'idea alla base dell'intercettazione è semplice quanto ambiziosa. Invece di attendere la comparsa di un tumore già formato per intervenire, i ricercatori cercano di identificare i soggetti ad alto rischio e trattarli nelle fasi iniziali del processo biologico che conduce alla malattia. In altre parole, si tenta di bloccare il cancro prima che riesca a svilupparsi clinicamente.
Questo approccio si fonda sulla combinazione di strumenti sempre più sofisticati di diagnosi precoce, biomarcatori molecolari, analisi genetiche e terapie mirate capaci di agire sulle alterazioni cellulari che precedono la comparsa del tumore.
Secondo la chirurga e ricercatrice Diane Simeone, una delle principali esperte mondiali nel settore, l'applicazione di questa strategia al tumore del pancreas potrebbe rappresentare una svolta storica.
"La combinazione di tecniche di diagnosi precoce e di intercettazione sarà la strategia rivoluzionaria che cambierà davvero la sopravvivenza."
Il cancro pancreatico è considerato una delle forme tumorali più difficili da combattere. Spesso viene diagnosticato quando la malattia è già in fase avanzata, riducendo drasticamente le possibilità di trattamento efficace.
Per questo motivo gli scienziati stanno concentrando enormi sforzi nello sviluppo di metodi che consentano di individuare e contrastare il processo tumorale molto prima della comparsa dei sintomi.
Un ruolo chiave potrebbe essere svolto da daraxonrasib (Rasonque), un nuovo farmaco che agisce contro specifiche proteine responsabili della crescita tumorale. Il medicinale è progettato per disattivare proteine oncogeniche che fungono da veri e propri "interruttori" della proliferazione cellulare incontrollata.
Se i risultati clinici confermeranno le aspettative, farmaci di questo tipo potrebbero essere utilizzati non soltanto per curare il tumore già presente, ma anche per impedire che lesioni precancerose evolvano in una neoplasia invasiva.
L'intercettazione del cancro rappresenta un cambiamento di paradigma per l'oncologia moderna. Per decenni il modello dominante è stato quello della diagnosi e del trattamento del tumore conclamato. Oggi la ricerca guarda sempre più verso una medicina preventiva altamente personalizzata, basata sull'identificazione precoce del rischio biologico individuale.
L'obiettivo finale non è semplicemente aumentare la sopravvivenza, ma ridurre il numero stesso dei tumori che arrivano a manifestarsi.
Se questa strategia dimostrerà la propria efficacia su larga scala, l'oncologia del futuro potrebbe assomigliare sempre meno a una disciplina impegnata a combattere il cancro e sempre più a una scienza capace di impedirne la nascita.

L'economia si contrae, il debito pubblico preoccupa le istituzioni, le truffe finanziarie non arrestano la loro proliferazione. Ma le famiglie italiane tornano a fidarsi dei titoli di Stato e cercano consulenti veri piuttosto che algoritmi. Ecco la settimana secondo i numeri, le scelte delle persone e i veri rischi che nessuno dovrebbe ignorare.

La sanità italiana continua a arrancare tra liste d'attesa, struture inadeguate e decisioni che mettono il profitto davanti alla salute. Le RSA restano un nodo critico: rette insostenibili, anziani in attesa, personale insufficiente. Intanto cresce la consapevolezza che molti servizi sociosanitari dovrebbero essere responsabilità del SSN, non carico privato delle famiglie. Anche i dati sulla disabilità cambiano, ma senza risorse vere il diritto resta sulla carta.
In questo numero
→ Cari lettori del web di Aduc... volete sostenerci?
→ Clima, la scienza non è un’opinione
→ Firenze. La collina spianata per un parcheggio albergo di lusso
→ Rette RSA. Se assistenza e cura non sono separabili paga il SSN
→ Marasma carburanti. Incapacità e mancanza di prospettive. Verso il peggio
→ Quali saranno le conseguenze di El Niño e dei potenziali eventi meteorologici estremi sui viaggi?
→ Avvertenze. Newsletter settimanale generalista di Aduc. 07/10/2026
→ Crisi della casa. No alle restrizioni delle libertà. Stimolare gli investimenti finanziari
→ Droghe. Newsletter settimanale di Aduc. 06/10/2026
→ Italia. Il fine settimana drogato. Tutto come non potrebbe essere altrimenti
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 29 Settembre a 5 Ottobre 2026
→ Politiche energetiche. Isterie e incapacità
→ La raccolta rifiuti a Firenze
→ Il divieto di distruzione dell’invenduto potrebbe ridisegnare l’industria della moda
→ Economia in deterioramento. Da agosto a settembre si va verso un ottobre più incerto
→ Il Governo abbia il coraggio di fissare per legge i prezzi energetici
→ Lettera mensile ADUC — Ottobre 2026
→ Caro carburanti. L’alternativa è nel libero mercato con meno consumi e più ecologici
→ La tavola condivisa e il glucosio che si quieta: cronaca di un metabolismo sociale
→ Salute. Neswletter settimanale di Aduc. 01/10/2026
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ITALIA. Rapporto Gimbe sul SSN
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ITALIA. Cresce la raccolta differenziata, ma aumenta la produzione di rifiuti. Istat
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FRANCIA. Le sanzioni pecuniarie fisse per l'uso di droghe sono in aumento
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NEPAL. Animali venerati ma senza una legge che li protegga
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ITALIA. Ex Ilva, la Corte d'Appello: la salute prevale sugli altiforni
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TAIWAN. Scontro elettorale sulla politica antidroga tra DPP e KMT
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ITALIA. Riforma RSA Piemonte: territori pronti, ma servono risorse certe
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REGNO UNITO. I consigli comunali verdi spingono per le drug consumption room
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U.E.. Calano i consumi di alcol a vantaggio di alternative salutari
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ITALIA. IQVIA, dati di un milione di pazienti non erano anonimi: multa da 7 milioni
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ITALIA. Suicidio assistito. Ass. Coscioni deposita firme per pdl in Lombardia e Piemonte
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ITALIA. Pesaro, sfratto dalla Rsa rischia di dividere coppia sposata da 54 anni
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MONDO. Oms: aspettativa di vita torna ai livelli pre-Covid, ma crescono le malattie croniche
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ITALIA. Varese, medici ospedalieri in Rsa per ridurre i ricoveri degli anziani
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ITALIA. Piemonte, 12 mila anziani in lista d'attesa per un posto in Rsa
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ITALIA. Medici in fuga dal pubblico: nel 2025 le dimissioni superano le pensioni
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IRLANDA. È fondamentale fornire informazioni sulle politiche in materia di droga
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FIJI. Approvata legge sullo scambio di siringhe contro l'emergenza HIV
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U.E.. EFSA ha espresso parere positivo sull'uso di CBD negli alimenti
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U.E.. Il diritto alla cancellazione dei dati vale anche per i registri di battesimo
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U.E.. Consultazione pubblica sul diritto all'oblio degli ex-malati di cancro
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ITALIA. Decreto imballaggi approvato in via definitiva
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USA. Piombo nei Tampax: via libera alla class action contro Procter & Gamble
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SPAGNA. Madrid: 9mila appartamenti per affitti turistici in meno in 2 anni
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GERMANIA. Studio: la legalizzazione della cannabis non ha aumentato i consumi
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ITALIA. Casa, energia e cantieri, le proposte dell'ANCE per le città del futuro
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U.E.. infrazione Ue a Italia, Grecia, Spagna e Malta sull'efficienza energetica
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ITALIA. Lavoro Agosto. Crescono disoccupati, stabili occupati, calano inattivi. Istat
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ITALIA. Avviata la campagna vaccinale 2026-2027
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U.E.. L’inflazione esplode ovunque nella zona euro
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ITALIA. Meloni chiede a von der Leyen più deficit per gli aiuti sull’energia
→ Retta RSA per malato di Alzheimer: chi deve pagarla, SSN o familiari?
→ Polizza sanitaria collettiva: massimale odontoiatrico per persona o nucleo
→ Rimborso TASI negato: avviso definitivo per mancato ricorso in tempo
→ RSA accreditata Lombardia: può chiedere ISEE e fideiussione ai figli?
→ Integrazione retta RSA: come chiedere il pagamento alla ASL
→ RSA R1 chiede di pagare farmaci: è legittimo per invalido al 100%

A Bruxelles d’inverno fa un freddo maledetto. Nel Paese sede delle istituzioni europee, il riscaldamento casalingo a elettricità costa quattro volte in più di quello a gas, che però ad oggi inquina di più e ci rende dipendenti da Paesi terzi. La Commissione da mesi – almeno dallo scoppio della guerra israelo-americana contro l’Iran – come Cassandra ha chiesto ai governi di non tassare l’elettricità più del gas. Al momento il suo appello è inascoltato.
Il 22 settembre, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che la risposta agli shock energetici è puntare sull’energia elettrica. L’Europa è la parte del mondo che, pur avendo più potenziale di elettrizzazione, lo sfrutta meno. Nelle ultime due settimane la Commissione ha recapitato ventisette letterine. Natale è lontano, non sono liste dei desideri ma procedure d’infrazione. Diciotto Stati non hanno recepito le nuove regole sul mercato elettrico che permettono ai cittadini di scegliere liberamente il proprio fornitore e di condividere l’energia che producono.
C’è però un però. Non tutto si può elettrificare. Anche sfruttando tutto il potenziale delle reti, la maggior parte dei consumi resterebbe legata ai combustibili: il calore ad alta temperatura dell’industria pesante, i camion, le navi, gli aerei, la chimica che usa il gas come materia prima. E l’elettricità stessa, per metà giornata, è prodotta ancora da una centrale a gas. Per questa parte serve ragionare su altro: biometano, idrogeno prodotto con energia pulita, nucleare.
L’Ue ha provato a regolare questo aspetto tramite la direttiva sull’idrogeno e i gas decarbonizzati, il regolamento che dovrebbe far entrare nelle nostre reti i gas che un giorno prenderanno il posto del metano. Andava recepita entro agosto, ma a fine settembre l’aveva trasposta un solo paese su ventisette: inaspettatamente, l’Italia.
A gennaio si apriranno le prime aste dell’Ets2, il mercato del carbonio che dal 2028 farà pagare le emissioni di CO₂ ai fornitori di combustibili, e quindi alle famiglie tramite prezzi maggiorati. Di fatto, l’Europa impone un sovraprezzo sul gas prima di aver reso conveniente l’alternativa: chi ha una caldaia, dove l’elettricità costa quattro volte il gas, non la cambierà ma pagherà di più. Il gas deve comunque arrivare da qualche parte.
Quello russo uscirà definitivamente dal mercato europeo in autunno del 2027, e al suo posto arriverà soprattutto gas liquefatto americano, che già fluisce nelle nostre pipeline per il 63 per cento. A un prezzo che però decide solo in parte Washington: le dinamiche geopolitiche legate allo stretto di Hormuz, che da mesi stringe in una morsa il mercato mondiale, avranno un peso fondamentale. Non abbiamo eliminato la dipendenza dalla Russia, ma l’abbiamo trasferita agli Stati Uniti, chiamandola diversificazione.
C’è poi un’altra dipendenza, meno visibile. Per elettrificare servono pompe di calore, batterie, pannelli solari, turbine. Le pompe di calore l’Europa le sa costruire, ma tutto il resto, e soprattutto i minerali critici e le terre rare con cui si fanno magneti e batterie, arriva in larga parte dalla Cina. Pechino ha già limitato l’export di terre rare una volta, e la sospensione di queste restrizioni scade a novembre.
L’8 e il 9 ottobre il commissario al Commercio Maroš Šefčovič sarà a Pechino a chiedere garanzie. Parigi e Berlino pressano il Commissiario, chiedendo a gran voce uno strumento che consenta ritorsioni repentine contro la Cina, nel caso in cui il dragone non accettasse i termini della Commissione o dovesse imporre nuove restrizioni. Ci troviamo quindi a minacciare di chiudere la porta a chi ci garantisce gli strumenti per ridurre la nostra dipendenza tossica dal gas.
Il 15 e 16 ottobre i leader europei si riuniranno a Bruxelles per decidere se le garanzie ottenute da Pechino bastano. Sul tavolo ci sarà una scelta obbligata tra dipendenze. Il gas russo proviene da un paese che minaccia e porta avanti guerra alle nostre porte, quindi è da escludere. Il gas americano invece viene fornito da un alleato che ci odia e che usa i dazi come leva. Il prezzo di quel gas, deciso in uno stretto che l’Iran e i suoi proxy possono chiudere a piacimento.
Le terre rare e le componenti per l’elettrificazione sono possedute dalla Cina che le ha già usate come una clava in passato. Aprire nessuna di queste porte è un’operazione sicura, perché dietro di esse si nascondono i mostri che fino ad oggi ci siamo rifiutati di affrontare. L’unica energia che nessuno può negarci è quella che produrremmo in casa: il nucleare, il biometano, l’idrogeno fatto con elettricità europea.
Nessuna di queste fonti ci rende del tutto indipendenti, ma ognuna avvicina il rubinetto a casa nostra. È la strada più lenta, ed è l’unica che non dipende dalla buona volontà di qualcun altro. A Bruxelles e in tutta Europa, intanto, l’inverno sta arrivando.
(Edoardo Arcidiacono su Linkiesta Europea deò 07/10/2026)

L’Accademia desidera esprimere la propria contrarietà alle tesi negazioniste contenute nel contributo del Presidente dell'Ordine dei Geologi del Veneto, Giorgio Giacchetti, nel volume 'Cambiamenti climatici: scenari, sfide, soluzioni’ e soprattutto per la diffusione del testo nelle scuole secondarie di secondo grado della provincia di Belluno. In particolare, si esprime viva preoccupazione per quanto riguarda l'attribuzione del riscaldamento globale attuale a cause non antropiche, proponendo un'interpretazione in contrasto con le evidenze consolidate nella comunità scientifica. Presentare informazioni distorte o certezze infondate può ostacolare lo sviluppo del pensiero critico e favorire scelte poco consapevoli. Una comunicazione scientifica basata su tesi personali e non condivise può infatti alimentare, nei giovani, confusione, ansia e sfiducia nella scienza e nelle istituzioni, in un momento in cui è necessario che proprio i giovani ricevano corrette informazioni che vedano la sostenibilità economica, ambientale e sociale al centro dell’attenzione.
L’Accademia dei Georgofili, nei suoi oltre 250 anni di attività, ha accompagnato lo sviluppo delle scienze agrarie, nella loro accezione più ampia. Seguendo l’evolversi dei tempi, continua ad affrontare le nuove problematiche che investono l’agricoltura e tutti i rapporti delle attività umane con l’ambiente naturale. Da sempre attenta alle sfide locali e globali, ha affrontato il tema dei cambiamenti climatici quando ancora l’attenzione era limitata a pochi centri di ricerca specializzati, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e adozione di misure di adattamento e mitigazione, insieme a una sensibilizzazione da parte della opinione pubblica e degli operatori del settore. Ne sono testimonianza alcuni scritti del compianto prof. Giampiero Maracchi, già Presidente dell’Accademia, che nel 1975 presentò una lettura in cui metteva in evidenza dai rischi connessi ai cambiamenti climatici, evidenziando l’origine antropica delle emissioni responsabili del fenomeno dell’effetto serra e la necessità di intervenire al presto per individuare soluzioni per la mitigazione e l’adattamento (Letture scelte dei Georgofili negli Anni Giubilari, 2026).
L’Accademia desidera quindi esprimere la propria contrarietà alle tesi negazioniste contenute nel contributo del Presidente dell'Ordine dei Geologi del Veneto, Giorgio Giacchetti, nel volume 'Cambiamenti climatici: scenari, sfide, soluzioni’ e soprattutto per la diffusione del testo nelle scuole secondarie di secondo grado della provincia di Belluno. In particolare, si esprime viva preoccupazione per quanto riguarda l'attribuzione del riscaldamento globale attuale a cause non antropiche, proponendo un'interpretazione in contrasto con le evidenze consolidate nella comunità scientifica. Presentare informazioni distorte o certezze infondate può ostacolare lo sviluppo del pensiero critico e favorire scelte poco consapevoli. Una comunicazione scientifica basata su tesi personali e non condivise può infatti alimentare, nei giovani, confusione, ansia e sfiducia nella scienza e nelle istituzioni, in un momento in cui è necessario che proprio i giovani ricevano corrette informazioni che vedano la sostenibilità economica, ambientale e sociale al centro dell’attenzione.
La relazione fra emissione di gas serra legati alle attività umane (produzione di energia, trasporti, industria, deforestazione, ecc.) e l’incremento dell’effetto serra e dei conseguenti cambiamenti climatici è un fatto ormai riconosciuto dalla comunità scientifica attraverso misure e osservazioni che sollecita a un impegno singolo e collettivo per l’individuazione e messa in atto di soluzioni condivise per garantire il futuro del pianeta e delle prossime generazioni. Una comunicazione chiara e basata su conoscenze scientifiche consolidate aiuta l’opinione pubblica a comprendere temi complessi e a prendere decisioni informate. Distinguere i risultati solidi dalle incertezze ancora aperte rafforza la fiducia nella scienza e contribuisce a contrastare la disinformazione.
Come evidenziato da Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell'Unione Europea, l'Europa occidentale ha registrato nel 2026 l'estate più calda mai rilevata, con una temperatura media di 21,7 gradi centigradi, ovvero 2,5 gradi al di sopra della media del periodo 1991-2020, superando il precedente record stabilito nel 2003. L’Accademia dei Georgofili condanna con decisione ogni tentativo di delegittimare simili evidenze. Le conoscenze sul clima si fondano su conoscenze scientifiche, non su opinioni personali. Invita pertanto le istituzioni competenti e i dirigenti scolastici ad avviare adeguati progetti formativi per gli studenti in modo che l’educazione dei giovani si basi esclusivamente su fonti autorevoli e scientificamente accreditate.
(Simone Orlandini - Univerità Firenze -. Marco Bindi - Università Firenze - su Georgofili Info del 07/10/2026)

L’interrogativo resta nei secoli lo stesso. È nato prima l’uovo o la gallina? Sono nate prima le norme o chi le ha dettate? A leggere le dichiarazioni del capogruppo del Pd in Consiglio comunale Luca Milani si direbbe che l’uovo ha il primato: ci sono delle norme e a quelle dobbiamo attenerci. Anzi, criticare gli esiti dell’adeguamento alla «legge dell’uovo», da parte di cittadini e stampa, rischia di «screditare» le istituzioni. Parliamo della vicenda di uno degli hotel a cinque stelle sulla via Bolognese dove si è pensato bene di sostituire un’uliveta con una bella spianata-parcheggio in pieno stile Honecker, l’ex presidente della Repubblica democratica tedesca, «compasso d’oro» dell’architettura tra le peggiori che esistano sul globo terracqueo, adottata stavolta sulle colline di Firenze.
Tralasciando l’entusiastica valutazione dell’assessore all’urbanistica Caterina Biti, secondo la quale l’intervento ha aumentato il «decoro» dell’area — e tralasciamo pure il concetto di decoroso legato a un intervento urbanistico simile — sono le affermazioni di Milani a suggerire qualche riflessione più generale attorno alla vexata quaestio dell’uovo e della gallina. Dunque, il ragionamento del capogruppo Pd, chiamato ad interpretare il sentimento del più importante partito del governo, è quello per cui se le norme e le autorizzazioni prevedono determinate possibilità, come la trasformazione di un’uliveta in un parcheggio, poco altro si può fare. E ancora meno protestare, come i residenti, perché questo può «screditare» tali decisioni e le istituzioni che le hannoprese . E altro non si può, se non esprimere rispetto. Il che, dal punto di vista istituzionale, è un apprezzabile punto di vista. Ma, per quanto riguarda chi ha responsabilità politiche, stride non poco con il diritto alla critica e, soprattutto, con la mancata risposta a una domanda.
Fatte salve le spesso difficilmente comprensibili decisioni di organi statali, come le soprintendenze, l’apparato normativo dell’autorità locale, il Comune per intenderci, è stato solo erede acritico delle norme esistenti? Oppure si è posto il problema di verificare, ed eventualmente modificare, le direttive precedenti in tempo utile? È normale che chi ha responsabilità di indirizzo delle politiche cittadine teorizzi la subordinazione a ciò che decidono «gli uffici», che peraltro dovrebbero agire in base alle decisioni istituzionalmente concrete della politica e non viceversa? C’è una bellissima scena dell’antico film Fuga di mezzanotte in cui, in un carcere turco, tutto va in crisi perché uno dei detenuti decide di camminare nel senso inverso a cui tutti gli altri procedono in circolo. Chi ha deciso che quella della moltitudine di disperati era la direzione giusta? Boh? Si fa perché si è sempre fatto così. Spiegazione ben poco convincente. Ed è ancora meno convincente il fatto che norme e direttive inadeguate non solo vengano seguite senza alcun cenno di dissenso. Ma che, nei limiti dei propri poteri, non ci si batta perché vengano cambiate prima del loro discutibile esito.
(Pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 07/10/2026)

Con un gruppo di ordinanze depositate a fine maggio 2026, la Prima Sezione ribadisce che per chi, anche dopo anni di ricovero, ha bisogno di cure continue, i costi sono a carico del SSN
Tra il 27 e il 28 maggio 2026 la Prima Sezione civile della Cassazione ha depositato un gruppo di ordinanze, decise nella stessa camera di consiglio dell'11 febbraio, su ricoveri in RSA di persone con Alzheimer, demenze e gravi patologie cronico-degenerative in Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Toscana. Il principio che ne esce è noto e senza ambiguità: quando le cure non possono essere prestate se non insieme all'assistenza quotidiana, l'intera retta è a carico del Servizio sanitario nazionale, e non divisa tra il 50% di quota sanitaria e la restante quota ai comuni con la compartecipazione dei pazienti.
Il bersaglio è il riparto al cinquanta per cento che ASL e Regioni applicano da anni, appoggiandosi alla tabella allegata al DPCM del 14 febbraio 2001: per gli anziani non autosufficienti, la fase di «lungoassistenza» sarebbe per metà a carico del SSN e per metà del Comune o dell'utente, sicché, passati i primi mesi di ricovero, la famiglia dovrebbe pagare la sua parte. La Cassazione ha però guardato al testo del decreto e non soltanto alla tabella.
L'art. 3, comma 3, qualifica come prestazioni «ad elevata integrazione sanitaria» quelle in cui cura e assistenza non si possono separare, e le riferisce espressamente anche alle patologie cronico-degenerative «nelle fasi estensive e di lungoassistenza». Su questa base la Corte ha censurato la Corte d'appello di Bologna — nel caso di un'anziana con Alzheimer ricoverata nel parmense — per non aver considerato che quelle prestazioni restano a carico del SSR «anche "nelle fasi estensive e di lungoassistenza"» (Cass. n. 16603/2026). Ha inoltre cassato la sentenza con cui la Corte d'appello di Venezia aveva diviso a metà il costo del ricovero di una signora del rodigino, un esito che «non sembra autorizzato dalla lettera» del decreto (Cass. n. 16595/2026).
Negli altri casi la Corte ha respinto i ricorsi delle aziende sanitarie. A Verona l'ASL pretendeva che la quota alberghiera del ricovero di una donna in stato vegetativo permanente restasse all'utente o al Comune, ma i giudici di merito avevano dichiarato nullo il contratto firmato dai familiari e la Cassazione ha confermato che quelle prestazioni sono di competenza integrale del SSN e quindi «gratuite, con esclusione di ogni compartecipazione del Comune o dell'utente o dei suoi familiari o eredi» (Cass. n. 16601/2026). Lo stesso esito hanno avuto due casi toscani di Alzheimer in fase avanzata (Cass. nn. 16777 e 16789/2026) e un ricovero nel bresciano (Cass. n. 16803/2026). È un orientamento che risale alla sentenza n. 4558 del 2012, secondo cui l'assistenza al malato di Alzheimer grave è attività sanitaria, e all'ordinanza n. 2038 del 2023, che ha spostato la domanda dalla prevalenza della componente sanitaria o assistenziale all'inscindibilità delle cure dall'assistenza per quel singolo paziente.
La parte più utile per le famiglie riguarda la prova. Nel caso parmense la Corte d'appello aveva respinto la domanda perché mancava un «piano terapeutico personalizzato» e aveva negato la consulenza tecnica, ritenendola esplorativa. La Cassazione ha chiarito che il piano è un elemento «non espressamente previsto dalla normativa», un indizio dell'inscindibilità e non un requisito, e ha rinviato ai giudici bolognesi perché valutino il verbale di invalidità, il referto specialistico e la scheda dei farmaci antipsicotici già agli atti. Era la stessa linea della Terza Sezione nel 2023, quando aveva scritto che non conta se il piano sia stato concordato o attuato: «Rileva invece che quel piano terapeutico personalizzato fosse dovuto» (Cass. n. 13714/2023). Se il diritto dipendesse dalla redazione del piano — che molte strutture omettono o compilano in modo generico e che le Istituzioni spesso non arrivano neppure a formulare —, le famiglie finirebbero per pagare le inadempienze altrui.
Le ordinanze di maggio mostrano anche i limiti. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di una famiglia fiorentina perché il giudice d'appello aveva escluso, sulla base della documentazione medica, la natura sanitaria delle prestazioni, e quella valutazione di fatto non è sindacabile in Cassazione (Cass. n. 16735/2026). Con un'ordinanza interlocutoria su un caso di Carrara ha poi riconosciuto che la questione del rapporto tra struttura, ricoverato e Comune, e dei presupposti perché quest'ultimo paghi la quota sociale, «non ha trovato soluzioni del tutto allineate», e ha rinviato la questione alla pubblica udienza (Cass. n. 16801/2026).
Il principio, dunque, è solido, ma le cause si decidono nei gradi di merito, sulla documentazione clinica e sulle consulenze medico-legali. Per questo conviene:
Chiedere per iscritto alla struttura e all'ASL come è composta la retta e quale parte copre la Regione;
Ottenere copia integrale della cartella clinica e del diario assistenziale (la cui prima copia è gratuita secondo la Corte di giustizia UE);
Conservare verbali di invalidità, referti, lettere di dimissione e schede della terapia, soprattutto se ci sono farmaci per i disturbi del comportamento;
Non considerare vincolante l'impegno a pagare firmato all'ingresso, che può essere nullo o revocabile;
Farsi consigliare prima di sospendere i pagamenti o di avviare una causa.
Dopo quattordici anni di giurisprudenza costante, che una persona con demenza grave, bisognosa ogni giorno di farmaci, sorveglianza e cure, sia un malato e non un ospite d'albergo dovrebbe essere un fatto acquisito. Invece, per vederlo riconosciuto, le famiglie devono ancora affrontare ricorsi, appelli e giudizi di Cassazione, spesso mentre il loro congiunto resta ricoverato nella struttura con cui sono in causa.
Sentenze citate: Cass. civ., Sez. I, ordd. 27 maggio 2026 nn. 16595, 16601 e 16603; ordd. 28 maggio 2026 nn. 16735, 16777, 16789, 16801 (interlocutoria) e 16803; Cass. civ., Sez. I, 22 marzo 2012 n. 4558; Cass. civ., Sez. III, ord. 24 gennaio 2023 n. 2038; Cass. civ., Sez. III, ord. 18 maggio 2023 n. 13714.
Per saperne di più: la guida ADUC RSA e non autosufficienza

Il governo era impegnato, alla fine del taglio delle accise, ad introdurre la cosiddetta accise mobile, uno sconto sui carburanti che dovrebbe dipendere dai rincari: lo Stato prende i soldi in più incassati grazie all’Iva pagata dai consumatori al distributore, e li usa per tagliare i prezzi.
Al momento non lo ho ancora fatto. I prezzi dei carburanti salgono per il diesel o calano per la benzina nonostante il prezzo del greggio del barile rimane fermo. I prezzi col tetto massimo (cup price) dei maggiori distributori vige ancora, ma ha dovuto rimodularsi verso l’alto per la mancanza della riduzione delle accise.
Il problema, al netto dei clamori mediatici del mancato provvedimento, è che non essendo una cosa semplice mettere in atto un’accise mobile, ed essendo il governo quel che è (molto scarso) in materia energia, non c’è da aspettarsi competenze all’altezza della situazione. E, soprattutto, visioni di un futuro che vadano oltre la ricerca di consenso per provvedimenti ad effetto… come nel caso della sospensione del bollo auto per il 2027, di cui ancora si sa poco a parte che non dovrebbe essere pagato, e che non è altro che una partita di giro perché le imposte (soprattutto quelle delle Regioni, maggiori beneficiarie di questo introito) verranno comunque prelevate in modi più o meno surrettizi.
Scarsità dovuta ad assenza di politiche per far fronte, per esempio, alla mancanza di raffinerie, bombardate nel corso dell'invasione russa dell’Ucraina. Nonché mancanza di politiche per far calare i consumi. La politica italiana di neutralità energetica è stata fallimentare, ché se si fosse investito di più su biodiesel ed elettrico, sulle rinnovabili, sul trasporto pubblico locale e quello su rotaia, oggi non saremmo in questa situazione. Domanda altissima e offerta pressoché bloccata da dinamiche per le quali l’Italia e il suo governo non sono in grado di contare in qualche modo.
Prendere atto di questa situazione, significa che ci aspettano periodi anche peggiori di quelli attuali, visto che le stagioni fredde sono meno clementi di quelle calde, sulle bollette quanto sui consumi.

Con l'arrivo di El Niño, si potrebbero verificare alterazioni dei modelli meteorologici globali e dei climi regionali, che a loro volta potrebbero influenzare le destinazioni dei viaggiatori quest'inverno.
Questo significa la possibilità di safari bagnati nell'Africa orientale, siccità nei Caraibi e nevicate imprevedibili negli Stati Uniti che potrebbero mandare all'aria i programmi di vacanza.
La professoressa Celeste Saulo, segretaria generale dell'Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), ha avvertito: "Dobbiamo prepararci a un evento El Niño potenzialmente intenso, che aggraverà la siccità e le forti piogge e aumenterà il rischio di ondate di calore sia sulla terraferma che in mare".
I Centri di produzione globali dell'OMM indicano una "probabilità eccezionalmente alta, pari a quasi il 100%", che El Niño persista fino a febbraio 2027.
Il Met Office ha aggiunto che si tratta di un "evento senza precedenti" per il clima mondiale, e il professor Adam Scaife, responsabile delle previsioni a lungo termine, ha affermato: "Non ho mai visto un segnale di El Niño così intenso nelle nostre previsioni".
Mentre ai turisti viene raccomandato di prepararsi al fenomeno meteorologico prima della partenza, cosa comporterà El Niño per le tendenze di viaggio quest'inverno?
El Niño è un fenomeno climatico naturale che comporta fluttuazioni della temperatura superficiale dell'oceano nella parte centrale e orientale dell'Oceano Pacifico equatoriale, ha affermato l'OMM.
Le acque insolitamente calde sono in grado di influenzare i modelli meteorologici in tutto il mondo – inondazioni, siccità, tempeste, incendi e ondate di calore – e di innalzare la temperatura media globale.
Un aumento prolungato di 0,5 °C o più rappresenta la soglia per definire un evento El Niño.
Secondo l'OMM, l'indice Nino 3.4, ampiamente utilizzato per misurare le anomalie della temperatura superficiale del mare, ha registrato valori superiori di +2,0 °C alla norma nel mese di luglio.
È probabile che un El Niño di notevole intensità si verifichi verso la fine del 2026, con alcune previsioni che indicano "l'evento più forte mai registrato", ha affermato l'Ufficio scientifico del governo britannico.
L'OMM aggiunge che gli eventi El Niño possono in genere durare fino a 18 mesi.
A settembre, l' OMM ha confermato che El Niño è ormai saldamente instaurato e si prevede che "dominerà i modelli climatici globali" da settembre a novembre 2026, provocando temperature superiori alla media e precipitazioni significative.
L'Ufficio scientifico del governo britannico ha aggiunto che si prevede che l'attuale fenomeno El Niño raggiungerà il suo picco nel dicembre 2026 e potrebbe protrarsi fino alla primavera del 2027.
Non tutte le regioni del mondo saranno interessate da questo cambiamento climatico, ma si prevedono eventi meteorologici estremi in alcune zone dell'India, dell'Asia orientale, del Sud America, di alcune parti dell'Africa e del Pacifico occidentale.
"Gli effetti di El Niño si faranno probabilmente sentire per primi, con condizioni di siccità previste in India e nell'Asia meridionale, in America Centrale e nella regione del Sahel in Africa da giugno a ottobre."
"Le previsioni indicano anche una siccità durante l'attuale stagione dei monsoni estivi. Con lo sviluppo del fenomeno El Niño, gli impatti si faranno sentire nel Pacifico occidentale, nell'Africa orientale, in Australia e in Sud America", ha dichiarato l'Ufficio governativo per la scienza.
L'OMM ha aggiunto che l'aumento delle precipitazioni nell'Africa orientale provocherà intense "brevi piogge" tra ottobre e dicembre.
La dottoressa Ioana Colfescu, ricercatrice senior in climatologia e apprendimento automatico presso il National Centre for Atmospheric Science (NCAS), ha dichiarato: "Normalmente El Niño sposta le fasce di piogge tropicali, con Indonesia e Australia che si seccano, l'Africa orientale e la costa del Perù che ricevono forti piogge, l'Africa meridionale e i Caraibi che diventano aridi, e il sud degli Stati Uniti che ha un inverno umido e tempestoso. Per il Regno Unito, l'effetto è debole."
L'entità dei disagi causati dagli eventi El Niño varierà geograficamente. Non ci saranno due eventi identici. Sebbene le condizioni meteorologiche estreme possano essere più probabili del solito, è difficile prevedere con esattezza come reagirà il clima.
Le Nazioni Unite hanno affermato che è aumentata la probabilità di mesi di caldo estremo, inondazioni, siccità e condizioni meteorologiche avverse in tutto il mondo.
Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi (UNDRR), l'Africa orientale potrebbe subire un aumento del rischio di inondazioni e frane, mentre l'Africa meridionale rischia di essere colpita da siccità e stress idrico più intensi.
Nell'Asia meridionale e sudorientale, siccità, caldo estremo e incendi boschivi potrebbero rappresentare un problema, mentre alcune zone dell'America Latina e dei Caraibi sono soggette a inondazioni, frane e interruzioni nella produzione di energia idroelettrica.
I safari nell'Africa orientale si preannunciano "più piovosi del normale". Con le intense e brevi piogge previste da ottobre a dicembre, esiste il rischio che i campi tendati in Kenya e Tanzania rimangano isolati a causa dell'innalzamento del livello dei fiumi, ha affermato il dottor Colfescu.
Tuttavia, nell'Africa meridionale El Niño di solito porta un'estate più calda e secca: le previsioni indicano Botswana, Zimbabwe, Namibia, Zambia meridionale e gran parte del Sudafrica fino a marzo.
Per quanto riguarda i Caraibi, il dottor Colfescu ha affermato che, sebbene la regione potrebbe registrare un minor numero di uragani, la siccità rappresenta una preoccupazione per i meteorologi caraibici, poiché le isole soffrono per la mancanza di piogge.
Secondo le previsioni, i Caraibi si preparano a godere di un clima soleggiato dopo un autunno con meno uragani, e Bali vivrà un'esperienza simile prima della stagione delle piogge.
Sebbene i Caraibi e l'Africa meridionale possano registrare un inverno più secco, ciò rappresenta un "vero problema" per gli agricoltori e le famiglie che vi risiedono tutto l'anno, ha aggiunto il dottor Colfescu.
Sulle piste, gli sciatori potrebbero godere di nevicate superiori alla media nella parte meridionale dell'ovest americano; tuttavia, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) prevede tempo umido in California, nel sud-ovest e nelle Montagne Rocciose meridionali.
"Il mio consiglio è di affrontare questo El Niño un po' come si fa con le prenotazioni delle vacanze in Scozia: bisogna prevedere un certo margine di flessibilità", ha avvertito il dottor Colfescu.
Ha aggiunto: "Prenotate con rimborso quando possibile, controllate cosa dice la vostra assicurazione di viaggio in caso di disagi dovuti al maltempo e siate pronti a cambiare le date."
Si consiglia ai viaggiatori di seguire gli aggiornamenti delle previsioni meteorologiche e di verificare gli itinerari delle crociere qualora la siccità dovesse interessare il Canale di Panama.
Il dottor Colfescu ha affermato: "Se vi recate in una zona colpita dalla siccità, fate attenzione al consumo di acqua, perché gli abitanti del luogo dovranno ancora conviverci dopo il vostro ritorno. Se fate immersioni o snorkeling, preparatevi alla possibilità di trovare coralli sbiancati su alcune barriere coralline. El Niño aumenta il rischio di sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina, e questo fenomeno si verificherà probabilmente la prossima estate."
Le autorità ecuadoriane hanno emesso un'allerta rossa in vista del previsto evento meteorologico El Niño tra il 2026 e il 2027.
Il Ministero degli Esteri britannico (FCDO) ha emesso un avviso riguardo ai viaggi in Perù: "Si prevede che El Niño genererà precipitazioni insolitamente intense, possibili inondazioni e frane, nonché temperature più elevate, che potrebbero causare disagi ai trasporti e ad altri servizi. Le condizioni meteorologiche estreme potrebbero influenzare i vostri piani di viaggio."
Secondo l'Agenzia meteorologica giapponese (JMA), le condizioni di El Niño persistono nel Pacifico equatoriale dalla primavera del 2026.
"È praticamente certo che continueranno fino all'inverno boreale", ha affermato la JMA.
Ad agosto, la temperatura della superficie del mare nella regione è risultata superiore alla norma, con una deviazione di +3,4 °C , ha aggiunto.
Il ministro degli affari esteri indiano , S. Jaishankar, ha avvertito che il mondo si troverà ad affrontare una "grave crisi alimentare" nei prossimi mesi, poiché le guerre in Ucraina e in Medio Oriente aggravano gli effetti di un El Niño "super".
Dalla fine del 2026 all'aprile del 2027, si prevede che il fenomeno meteorologico El Niño porterà forti piogge, possibili inondazioni, frane e smottamenti lungo le coste settentrionali e centrali del Perù.
"Queste misure potrebbero causare disagi ai viaggi, come la chiusura di strade, e compromettere l'accesso ai servizi essenziali", ha dichiarato il Ministero degli Esteri britannico (FCDO).
Il governatore Gavin Newsom ha dichiarato lo stato di emergenza per mobilitare le risorse in vista della stagione delle tempeste El Niño di quest'inverno.
"Ci stiamo preparando in anticipo per questo El Niño perché ogni californiano merita di essere al sicuro nella propria casa, di rimanere in contatto con la propria comunità e di essere protetto quando arrivano condizioni meteorologiche avverse", ha dichiarato Newsom.
(Natalie Wilson su The Independet del 06/10/2026)

E’ il caso del beneficiario di una polizza vita che lamenta la mancata riattivazione della stessa e, per converso, l’impresa resistente che ritiene legittimo il proprio diniego, in particolare quando la richiesta é stata presentata successivamente al decorso del termine contrattuale di centottanta giorni dalla riduzione della polizza.
La riduzione si verifica usualmente quando, in costanza di un rapporto contrattuale di durata, il contraente abbia corrisposto regolarmente il premio per un determinato numero di anni (ad esempio tre premi annuali), ma le garanzie si riducono automaticamente quando non venga pagata anche una sola rata decorsi 30 giorni dalla scadenza.
Sussistono due meccanismi di causa-effetto interdipendenti: da un lato, il fatto che la polizza abbia avuto effettiva esecuzione — rendendo il contratto valido ed efficace tra le parti per essere stato debitamente onorato tramite il versamento dei premi per un periodo significativo (come, nel caso di specie, un triennio) —; dall’altro, la clausola penale che riduce il beneficio qualora non venga pagata anche una sola rata entro 30 giorni dalla scadenza.
A fronte di ciò, la polizza può essere riattivata. Tuttavia, secondo le condizioni contrattuali, la decisione sull’eventuale riattivazione sarebbe rimessa alla discrezionalità dell’impresa, la quale si riserva di richiedere ulteriori accertamenti sanitari, all’esito dei quali ha poi deciso di non procedere alla riattivazione.
La linea difensiva dell’assicurazione risiede nell’assunto che tale facoltà non sia meramente potestativa e non generi uno squilibrio contrattuale, poiché non sussisterebbe alcun obbligo in capo alla compagnia di riattivare il contratto, neppure nell’ipotesi in cui le condizioni di salute del cliente non fossero peggiorate. Conseguentemente, l’eventuale aggravamento delle condizioni cliniche dell’assicurato avrebbe, al più, rafforzato la decisione di negare la riattivazione, senza costituirne il presupposto di legittimità.
Sul punto, prima di verificare la fondatezza delle argomentazioni della compagnia, occorre evidenziare che, per costante orientamento della Corte di Cassazione, in tali ipotesi la polizza permane in uno stato di “quiescenza del rapporto” e la riattivazione “non determina il sorgere di un nuovo contratto, ma fa rivivere lo stesso rapporto già quiescente”. Resta fermo, in tale contesto, il principio secondo cui la disciplina pattizia derogatoria dell’art. 1924 cod. civ. deve comunque preservare il rapporto di corrispettività tra il pagamento del premio e l’assunzione del rischio da parte dell’assicuratore (Cass. n. 401/1988).
Diventa quindi dirimente comprendere, dal tenore della clausola, quale rapporto intercorra tra la facoltà valutativa dell’impresa e la scelta di disporre gli accertamenti sanitari: occorre stabilire se questi ultimi costituiscano un mero elemento conoscitivo oppure il parametro vincolante a cui ancorare la discrezionalità contrattualmente attribuita all’impresa.
Infatti, ogni qual volta l’interpretazione della clausola non consenta di giungere a una soluzione certa, la previsione contrattuale presenta inevitabilmente un margine di ambiguità. In presenza di tale ambiguità trova applicazione il principio secondo cui le clausole di dubbia interpretazione contenute in un contratto di assicurazione devono essere interpretate, all’esito di una valutazione complessiva del regolamento negoziale, a favore dell’assicurato e in senso sfavorevole al predisponente, ai sensi dell’art. 1370 cod. civ.
Analoga tutela è prevista dall’art. 35 del Codice del Consumo, che impone la redazione chiara e comprensibile delle clausole contrattuali e stabilisce che, nel dubbio, prevale l’interpretazione più favorevole al consumatore. In tal senso si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità, ribadendo che il contratto di assicurazione deve essere interpretato applicando il criterio dell’art. 1370 cod. civ. quando, pur dopo l’applicazione degli ordinari criteri ermeneutici, permangono margini di ambiguità (Cass. n. 18324/2019).
Nella medesima prospettiva è stato altresì affermato che le clausole di polizza che delimitano il rischio assicurato, ove inserite in condizioni generali predisposte dall’assicuratore, devono essere interpretate nel dubbio in senso sfavorevole a quest’ultimo (Cass. n. 866/2008) e che il giudice non può attribuire a clausole polisenso uno specifico significato senza aver previamente fatto ricorso ai criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e ss. cod. civ. e, in particolare, a quello di cui all’art. 1370 cod. civ. (Cass. n. 668/2016).
La giurisprudenza ha inoltre costantemente affermato che il contratto deve essere redatto in modo chiaro e comprensibile, principio oggi espressamente recepito dall’art. 166 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle Assicurazioni Private).
La tesi difensiva dell’impresa assicuratrice appare pertanto destinata all’insuccesso laddove sostiene che la decisione di attivare o meno la polizza prescinda dall’esito dell’accertamento sanitario, poiché ciò finisce per svuotare l’accertamento stesso di ogni contenuto. Derubricare tale verifica ad atto superfluo non solo la rende di fatto inutile, ma trasforma l’esito degli accertamenti in una leva ad uso e consumo esclusivo dell’impresa: se favorevole alla propria tesi, verrebbe usato per negare la riattivazione; se privo di evidenze negative, la riattivazione verrebbe comunque negata adducendo un presunto diritto discrezionale assoluto.
Tale ricostruzione contra legem non è condivisibile. Pertanto, qualora siano previsti accertamenti sanitari il cui esito non rilevi alcun elemento ostativo, l’assicurato ha diritto all’accoglimento della propria richiesta di riattivazione della polizza.

Diritti amministrativi, consumi in calo, disservizi pubblici e scelte energetiche sbagliate: l'Italia attraversa una settimana dove il malfunzionamento dello stato e l'incertezza economica pesano sul quotidiano dei cittadini. Dalla casa alla sanità, dai rifiuti all'energia, le istituzioni faticano a risolvere problemi concreti mentre l'inflazione risale e le famiglie stringono la cinghia. Servono coraggio normativo e scelte coerenti, non proclami.
In questo numero
→ Cari lettori del web di Aduc... volete sostenerci?
→ La nuova frontiera dei diritti: l’effettività amministrativa
→ Riconoscimento della paternità e tutela del minore
→ Crisi della casa. No alle restrizioni delle libertà. Stimolare gli investimenti finanziari
→ Droghe. Newsletter settimanale di Aduc. 06/10/2026
→ L’economia familiare galleggia con tendenza al ribasso. Futuro grigio
→ Italia. Il fine settimana drogato. Tutto come non potrebbe essere altrimenti
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 29 Settembre a 5 Ottobre 2026
→ Politiche energetiche. Isterie e incapacità
→ La raccolta rifiuti a Firenze
→ Il divieto di distruzione dell’invenduto potrebbe ridisegnare l’industria della moda
→ I social non hanno ucciso lo stile personale, ma il modo in cui lo comunichiamo
→ Economia in deterioramento. Da agosto a settembre si va verso un ottobre più incerto
→ Il Governo abbia il coraggio di fissare per legge i prezzi energetici
→ Lettera mensile ADUC — Ottobre 2026
→ Caro carburanti. L’alternativa è nel libero mercato con meno consumi e più ecologici
→ La tavola condivisa e il glucosio che si quieta: cronaca di un metabolismo sociale
→ Ceuta, espediente per sospendere il diritto all'asilo
→ Investire Informati. Newsletter settimanale di Aduc. 01/10/2026
→ Salute. Neswletter settimanale di Aduc. 01/10/2026
→ Hezbollah e Venezuela: vent'anni di narcotraffico e riciclaggio
→ L'inverno demografico dal punto di vista australiano
→ Le centrali elettriche a batteria del Vermont
→ Inflazione in crescita pesante a settembre. Chi semina vento raccoglie tempesta
→ Polizza assicurativa con investimenti di tipo "Wrapper"
→ Il peggior compleanno di Dylan Dog!
→ Firenze, bus del mattino: un’ora e mezza per andare a scuola, e in classe non si arriva
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Parcheggiare la bicicletta nel cortile condominiale può essere legittimo, purché non si ostacolino gli accessi e l’utilizzo dello spazio da parte degli altri condomini.
Lo conferma la Cassazione con l’ordinanza n. 26539, pubblicata il 9 ottobre 2026, che ha rigettato il ricorso contro una decisione favorevole alla collocazione delle biciclette nel cortile comune.
La controversia nasceva dalla richiesta di un proprietario, titolare anche di un garage con accesso dal cortile, di vietare il parcheggio di qualsiasi veicolo e ottenere la rimozione delle biciclette delle inquiline di un’altra condomina. La Corte d’appello aveva però accertato che biciclette e piccoli elementi di arredo potevano essere collocati ordinatamente in un’ala del cortile, senza impedire l’accesso al garage né il pari uso degli altri. Il proprietario non aveva provato il superamento dei limiti previsti dalla legge.
Il riferimento è l’articolo 1102 del codice civile: ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, a condizione di non alterarne la destinazione e di non impedire agli altri di utilizzarla secondo il loro diritto. Il cortile non può quindi essere considerato automaticamente uno spazio nel quale ogni sosta è vietata. Occorre valutare le caratteristiche e verificare concretamente gli effetti del parcheggio.
La decisione non riconosce un diritto illimitato a lasciare biciclette ovunque. Una sosta che blocchi un ingresso, ostacoli le manovre o occupi lo spazio in modo da precludere il godimento agli altri può violare l’articolo 1102. Anche i percorsi di sicurezza devono rimanere liberi. Il pari uso non richiede che tutti utilizzino contemporaneamente il cortile nello stesso modo, ma che ciascuno conservi la possibilità di goderne.
Va inoltre verificato il regolamento condominiale: l’assemblea può organizzare gli spazi e le modalità di sosta, mentre eventuali clausole che limitano i diritti dei singoli richiedono una valutazione della loro natura e validità. Anche chi abita in affitto deve rispettare i limiti di utilizzo applicabili al proprietario.
Prima di avviare una lite, conviene chiedere all’amministratore su quale disposizione si fondi l’eventuale divieto e proporre una sistemazione ordinata, eventualmente con una rastrelliera. La questione decisiva è concreta: la bicicletta consente agli altri di accedere e usare il cortile, oppure glielo impedisce?
ITALIA. Scansano (Gr) si mobilita contro la chiusura della Rsa San GiovanniA Scansano, in provincia di Grosseto, è scoppiata la protesta dei cittadini contro l'ipotesi di chiusura della Rsa San Giovanni, la residenza sanitaria assistenziale ospitata nell'ex ospedale del paese. Come riporta MaremmaOggi, un'assemblea pubblica organizzata giovedì 8 ottobre dai consiglieri comunali di minoranza Claudio Chelli, Francesco Marchi e Gian Carlo Tenerini ha registrato una grande partecipazione, segno della preoccupazione diffusa tra la popolazione.
Nella struttura sono ospitati 25 anziani, tra cui una donna che ha appena compiuto 104 anni, assistiti ogni giorno da una ventina di lavoratori. Durante l'incontro è emersa una denuncia pesante: secondo il consigliere Marchi, gli ospiti della Rsa avrebbero trascorso l'intera estate senza aria condizionata, all'ultimo piano dell'edificio, insieme agli operatori costretti a lavorare nelle stesse condizioni. Una circostanza per cui Marchi ha chiamato in causa direttamente il Coeso Società della Salute e l'Asl Toscana sud est.
Marchi ha definito la possibile chiusura "un errore gravissimo" per diversi motivi: il primo riguarda gli anziani ospiti della struttura, descritti come ben ambientati e assistiti in maniera eccezionale dal personale, per i quali un trasferimento in un'altra residenza, anche se più moderna, comporterebbe serie difficoltà di adattamento. Il secondo motivo riguarda il danno al personale, che secondo il consigliere lavora "con amore e competenza" e rischierebbe di perdere il proprio impiego. A questo si aggiunge il contesto economico del territorio scansanese, già colpito dalla chiusura di due sportelli bancari su tre e di diverse attività commerciali: senza la Rsa, il paese perderebbe anche l'unica attività sociale pubblica rimasta.
Alla vicenda si è affiancata anche la presa di posizione della Cisl di Grosseto. Il segretario generale Simone Gobbi, intervenuto all'assemblea, ha sottolineato la necessità di salvaguardare l'occupazione e garantire agli anziani "stabilità e continuità assistenziale", evitando lo sradicamento dal loro ambiente di vita e dalle relazioni affettive costruite nel tempo. Gobbi ha inoltre fatto notare che l'Azienda sanitaria avrebbe potuto investire negli anni per migliorare le condizioni della struttura, anche ricorrendo ai fondi del Pnrr, un'occasione che secondo il sindacato è stata persa.
La vicenda ha una storia che risale almeno al 2022, quando i posti disponibili nella Rsa furono ridotti da 35 a 25 a causa di criticità legate alla sicurezza antincendio, senza che negli anni successivi si arrivasse a un intervento risolutivo sulla messa in sicurezza dell'edificio. La sindaca di Scansano, Maria Bice Ginesi, ha denunciato di aver appreso la prospettiva di chiusura dagli atti del Coeso, senza un preventivo confronto con l'amministrazione comunale, e ha votato contro il bilancio consuntivo dell'ente durante la Giunta esecutiva del 28 settembre. La prima cittadina ha ora convocato un consiglio comunale aperto e chiesto un incontro con Regione Toscana, Coeso e Asl per discutere il futuro della struttura e degli altri servizi sociosanitari ospitati nello stesso complesso, tra cui ambulatori, punto prelievi e ufficio delle assistenti sociali.
ITALIA. Sanità, una famiglia su 5 taglia visite: spesa scende a 113 euroLa spesa sanitaria privata delle famiglie italiane continua a ridursi. Secondo il report Istat sulle spese per consumi delle famiglie nel 2025, la spesa media mensile dedicata alla salute scende a 113,18 euro, contro i 116,22 euro registrati nel 2024. Si tratta di una diminuzione di circa 3 euro, pari al 2,6%, che tuttavia - come precisa lo stesso quadro statistico dell'Istituto - non risulta statisticamente significativa.
La sanità rappresenta così poco più del 4% della spesa media complessiva delle famiglie, che nel 2025 si attesta a 2.782 euro mensili. Come riporta Quotidiano Sanità, il dato più rilevante che emerge dal report non riguarda tanto l'importo in sé, quanto il cambiamento nei comportamenti delle famiglie davanti ai costi di visite mediche e accertamenti.
Nel 2025 soltanto il 74,6% delle famiglie dichiara di non aver modificato le proprie abitudini di spesa sanitaria, contro il 78,6% dell'anno precedente. Il 19,6% delle famiglie ha invece dichiarato di aver ridotto la spesa per visite mediche e accertamenti periodici, mentre solo il 5,8% l'ha aumentata. Quasi una famiglia su cinque, dunque, sta tagliando su un capitolo di spesa che riguarda direttamente la prevenzione e il controllo della propria salute.
Il quadro cambia sensibilmente se si guarda alla composizione familiare e all'età. A spendere di più per la salute sono soprattutto gli anziani: le coppie senza figli con persona di riferimento over 65 destinano mediamente 164 euro al mese alla sanità, pari al 5,8% della loro spesa totale. Gli anziani che vivono soli spendono invece circa 104 euro mensili, pari al 5,4% del loro bilancio, pur avendo registrato un aumento dell'8,4% della spesa complessiva, salita da 1.794 a 1.945 euro al mese.
I dati Istat confermano quindi una tendenza già osservata negli anni scorsi: la spesa per visite ed esami diagnostici privati, pur essendo in larga parte difficilmente comprimibile, è tra le prime voci su cui le famiglie intervengono quando il bilancio domestico si fa più stretto. Una dinamica che si inserisce in un contesto più ampio di contrazione dei consumi reali delle famiglie italiane, toccando una delle aree più sensibili per il benessere dei cittadini.
ITALIA. Rsa Veneto, 1.250 firme al sindaco di Treviso: «Rette insostenibili»Circa 1.250 firme raccolte di persona, porta a porta, sono state consegnate al sindaco di Treviso e presidente di Anci Veneto, Mario Conte, dai rappresentanti dei familiari dei residenti nelle Rsa di EnEa (l'ex Israa) e del Gris di Mogliano Veneto. Come riporta TrevisoToday, la petizione punta il dito contro le liste d'attesa infinite, il numero insufficiente di impegnative sanitarie e il peso crescente delle rette a carico delle famiglie.
Il sindaco Conte ha accolto positivamente l'iniziativa, sottolineando di apprezzare il fatto che le firme siano state raccolte non online ma di persona, e si è impegnato a sostenere il tema sollevato dai familiari nelle sedi istituzionali competenti. Conte ha condiviso la preoccupazione per una situazione che ha definito insostenibile per molte famiglie, riconoscendo anche le ricadute pesanti sui bilanci dei Comuni, spesso chiamati a coprire i costi per chi non è in grado di sostenerli economicamente.
Soddisfazione è stata espressa anche dai promotori della raccolta firme. Eugenio Gallina, presidente dei familiari dei residenti nelle Rsa di EnEa, ha ringraziato il sindaco per la disponibilità a sostenere le preoccupazioni e le proposte avanzate, augurandosi che anche i vertici della Regione Veneto, già invitati a un confronto analogo, accettino di incontrare i rappresentanti delle famiglie.
La petizione è indirizzata soprattutto alla Regione Veneto, con una serie di richieste concrete. In primo luogo i familiari chiedono l'emissione di circa 4.784 nuove impegnative sanitarie: un numero calcolato sulla differenza tra i posti letto attualmente accreditati nelle strutture e quelli che oggi sono realmente occupabili con il sostegno pubblico dell'impegnativa, cioè il titolo che garantisce il contributo della sanità pubblica sulla quota sanitaria della retta.
Tra le altre proposte figura l'introduzione di una tassa di scopo per finanziare i posti letto privi di impegnativa, oltre a un tetto massimo alla cosiddetta retta alberghiera, cioè la quota non sanitaria pagata dalle famiglie, da applicare a tutte le Rsa che ospitano anziani muniti di impegnativa. I promotori chiedono inoltre l'adeguamento annuale del valore dell'impegnativa sanitaria all'inflazione, in modo che il contributo pubblico non perda progressivamente valore reale rispetto ai costi di gestione delle strutture. Viene infine richiesto un intervento legislativo che chiarisca in modo definitivo a chi spetti il pagamento delle rette nei casi di patologie croniche degenerative, un nodo che negli ultimi anni ha generato incertezza e contenziosi tra famiglie, enti gestori e servizio sanitario regionale.
Il tema delle rette delle case di riposo in Veneto è da tempo al centro di proteste e appelli da parte di familiari, sindacati e forze politiche, che denunciano aumenti ritenuti insostenibili per le famiglie e l'insufficienza delle risorse pubbliche destinate al settore della non autosufficienza.
ECUADOR. Missione italiana al porto di Guayaquil contro il narcotraffico
Una delegazione italiana ha visitato il porto di Guayaquil, in Ecuador, a pochi giorni da un importante sequestro di cocaina effettuato dalla polizia locale. Come riporta Agenzia Nova, la missione è guidata dal generale Alessio Nardi, consigliere del ministro degli Esteri Antonio Tajani per le politiche di sicurezza, giustizia, cooperazione e sviluppo, e dall'ambasciatore d'Italia in Ecuador, Giovanni Davoli.
La visita arriva subito dopo che la polizia ecuadoriana ha intercettato 1,6 tonnellate di cocaina dirette in Messico: quasi 1.700 panetti di droga occultati all'interno di un macchinario industriale. Un sequestro che conferma il ruolo del porto di Guayaquil come snodo centrale delle rotte internazionali della cocaina, dove - secondo quanto riferito dall'ambasciata italiana a Quito - il commercio legale verso Europa e Nord America si intreccia con traffici illeciti attraverso container contaminati, imprese di copertura e filiere logistiche infiltrate dalla criminalità organizzata transnazionale.
Alla delegazione hanno preso parte anche i magistrati Giovanni Tartaglia Polcini, consigliere giuridico della Farnesina e direttore aggiunto del programma europeo El Paccto 2.0, e Paolo Di Sciuva, direttore del programma Itajus 2 promosso dall'Organizzazione internazionale italo-latino americana (Iila), insieme ai consiglieri del Consiglio superiore della magistratura Edoardo Cilenti e Dario Scaletta.
Il programma della missione ha previsto una tappa al Terminal Portuario di Guayaquil, dove la delegazione si è confrontata con i responsabili locali su controllo degli accessi, analisi del rischio sui container e nuove tecnologie di sorveglianza, oltre a incontri con i vertici dei porti e con le associazioni di esportatori. Il vice ministro dell'Interno dell'Ecuador, Jorge Rivadaneira, ha accompagnato la delegazione italiana per l'intera durata della visita nella città costiera.
Ultima tappa del percorso è stato il Centro de Fusión de Inteligencia, una struttura finanziata dall'Unione Europea che l'Italia considera di particolare interesse in vista di un rafforzamento della cooperazione internazionale in materia di sicurezza. L'obiettivo dichiarato della missione è potenziare lo scambio di informazioni tra magistrature e forze di polizia dei due paesi e gettare le basi per nuove iniziative di formazione e assistenza tecnica nella lotta alle mafie transnazionali.
MONDO. Narcos latinoamericani: operano fino a 16 paesi europei, dice il Guardian
Un'inchiesta durata quattro mesi del quotidiano britannico The Guardian ricostruisce la portata di un fenomeno che sta cambiando il volto della criminalità organizzata nel continente europeo: cartelli e organizzazioni criminali latinoamericane sarebbero attivi in almeno 12 paesi europei, con indizi che la cifra reale possa salire fino a 16.
L'inchiesta si basa su banche dati, rapporti di polizia e servizi di intelligence, oltre a interviste con giudici, procuratori ed esperti in otto paesi diversi. Secondo quanto ricostruito dai giornalisti, gruppi e fazioni provenienti da Colombia, Brasile, Ecuador, Venezuela, Messico e Stati Uniti risultano attivi in almeno una dozzina di paesi europei e hanno stretto legami consolidati con le mafie locali.
Tra le organizzazioni identificate figurano il cartello messicano di Sinaloa e quello di Jalisco Nueva Generación (CJNG), il Clan del Golfo colombiano, le organizzazioni guerrigliere dell'ELN e le fazioni dissidenti delle Farc, i gruppi brasiliani Primeiro Comando da Capital (PCC) e Comando Vermelho, il Tren de Aragua venezuelano, e le bande di origine statunitense Barrio 18 e MS-13, diffuse anche in El Salvador, Honduras, Guatemala e, in misura minore, in Messico.
La presenza più radicata si registra in Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio e Francia, mentre attività sono state rilevate anche in Germania, Romania, Croazia e Slovacchia. La Global Initiative Against Transnational Organized Crime (Gi-Toc), organizzazione che monitora la criminalità transnazionale, aggiunge a questo elenco anche la Bulgaria.
Daniel Brombacher, politologo e direttore dell'Osservatorio Europa di Gi-Toc, ha dichiarato al quotidiano britannico che si tratta di qualcosa di nuovo: secondo l'esperto, i gruppi latinoamericani si stanno insediando in territori dove prima non esisteva alcuna infrastruttura criminale pregressa. Tra gli esempi citati, la comparsa di laboratori di metanfetamina gestiti da messicani in zone finora inedite, come il sud della Francia e il nord-est della Polonia.
Un elemento ancora più inquietante emerge da un rapporto riservato della procura di San Paolo, basato in parte su dati dell'agenzia di intelligence brasiliana (Abin) e consultato dal Guardian: secondo questo documento, il PCC - il più grande gruppo criminale del Brasile - opererebbe in ben 16 paesi europei, inclusi Regno Unito, Irlanda, Islanda, Serbia, Svezia, Svizzera e Turchia.
I numeri relativi al traffico di cocaina confermano la portata del fenomeno. Tra il 2014 e il 2024 i sequestri di cocaina in Europa sono aumentati del 471%, mentre le autorità hanno smantellato un numero crescente di laboratori locali dedicati alla lavorazione dei derivati della droga. Parallelamente, la produzione di cocaina in America Latina è quasi quadruplicata, raggiungendo un record di circa 4.100 tonnellate nel 2024, con la coltivazione di coca estesa su 385.000 ettari, tre volte la superficie coltivata nel 2014.
Secondo dati Europol citati dall'inchiesta, su 731 reti criminali considerate più pericolose e attive in Europa, 149 risultano collegate a organizzazioni latinoamericane: di queste, 67 hanno membri latinoamericani e 22 sono composte prevalentemente da cittadini latinoamericani. L'Europa, sottolinea il Guardian, rappresenta ormai circa un quarto del consumo mondiale di cocaina, complice un mercato che garantisce margini di profitto più alti rispetto a quelli praticati negli Stati Uniti.
ITALIA. Droga e telefoni in carcere, arrestato agente della Penitenziaria a MonzaUn agente della Polizia Penitenziaria e altre cinque persone sono stati raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare in un'indagine della Procura di Monza e della Squadra Mobile che ha svelato un giro di Droga e telefoni cellulari introdotti nel carcere del capoluogo brianzolo. Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Monza su richiesta del pm Sara Mantovani, riguarda quattro italiani e due cittadini albanesi. Per due di loro è scattato il carcere, per l'agente penitenziario sono stati disposti gli arresti domiciliari, mentre per gli altri tre indagati è stato applicato l'obbligo di dimora. L'agente e un ex detenuto di 34 anni, scarcerato a febbraio, sono accusati a vario titolo di corruzione, detenzione ai fini di spaccio e illecita introduzione di cellulari nella struttura penitenziaria. L'indagine è partita lo scorso febbraio, proprio da una segnalazione della Polizia Penitenziaria di Monza, che aveva intercettato le prime informazioni sui traffici interni alla struttura. Gli accertamenti della Squadra Mobile hanno permesso di ricostruire il ruolo dell'ex detenuto albanese che, sia da recluso sia una volta uscito in affidamento in prova, gestiva il commercio dei cellulari e della sostanza stupefacente all'interno del carcere. (ANSA)
ITALIA. Lo spazio del cibo è sempre più digitale, ma torna la voglia di prossimità. Rapporto Camst-CensisSi mangia prevalentemente da soli, si tende a saltare il pranzo o a consumarlo mentre si lavora, ma difficilmente si rinuncia a postare un piatto sui social o a farsi guidare dall’instagrammabilità. Il 2° Rapporto Camst-Censis “Lo spazio e il cibo – Nuove geografie della socialità” si concentra sulla giornata lavorativa per indagare la relazione che intratteniamo con i luoghi individuali e collettivi del cibo, tra dimensione fisica e digitale, privata e pubblica, vecchie e nuove ritualità. Obiettivo: esplorare la prossemica del cibo per comprendere come cambia la nostra cultura sociale e relazionale, con la consapevolezza che alimentarsi non è solo nutrirsi, ma è un linguaggio sociale.
«Si pubblicano sui social contenuti di eventi di vita reale che si desidera raccontare, condividere con gli altri. Ognuno è regista del proprio storytelling fatto delle cose di sé che si desidera mostrare. Pertanto, l’identità digitale è autentica tanto quanto quella fisica, in un intreccio tra spazio pubblico e privato dai confini sfumati. Esempio emblematico di tale dinamica è il cibo, non più solo nutrimento perché ha assunto una molteplicità di significati legati a identità, senso di appartenenza. Da un lato si pubblicano momenti di convivialità intorno al cibo, dall’altro si scelgono ristoranti e piatti orientati dai post sui social. Ecco l’intreccio digitale – realtà fisica che coinvolge anche la relazionalità tra persone, con il reciproco rinforzarsi delle relazioni sui social e di quelle nella piazza fisica» ha dichiarato Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis.
Le persone pubblicano sui social contenuti di eventi di vita reale che desiderano raccontare, condividere con gli altri. Ognuno è regista del proprio storytelling fatto delle cose di sé che si vogliono mostrare e che si ritiene meritino più di altre di essere mostrate, pertanto l’identità digitale è tanto autentica quanto quella reale, fisica, in un intreccio tra spazio pubblico e privato che ne sfuma i confini. Grande protagonista di tale fenomeno è il cibo: non è più solo nutrimento ma ha assunto una molteplicità di significati legati a identità, senso di appartenenza. Questa evoluzione si intreccia con il ricorso di massa nel quotidiano ai social e con la costruzione discrezionale della propria identità pubblica. Ne sono coinvolti anche i luoghi della relazionalità reale, infatti, come emerso dalla ricerca, la rilevanza dei social nella fase attuale non sminuisce la presenza della piazza fisica: esperienza fisica e digitale non si escludono reciprocamente ma si intrecciano, massimizzando le opportunità relazionali dei due mondi.
La presentazione del Rapporto – questa mattina a Bologna, a Palazzo de Toschi – è stata accompagnata da una riflessione a cui hanno partecipato, oltre a Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis e Sara Lena, ricercatrice dell’Area consumi, mercati e welfare dello stesso Istituto, anche Elena Granata, urbanista e docente presso il Politecnico di Milano, Luca Locatelli, fotografo due volte vincitore del World Press Photo e autore di diverse ricognizioni sui luoghi futuribili di produzione del cibo, Maura Gancitano, filosofa e co-fondatrice del progetto culturale Tlon, e Francesco Malaguti, presidente di Camst. L’evento è stato coordinato dal giornalista e conduttore radiofonico Filippo Solibello.
«I risultati del Rapporto ci invitano a guardare al cibo come a un elemento capace di creare relazioni, generare benessere e rafforzare il senso di comunità. In una società sempre più digitale, il desiderio di condividere momenti di prossimità resta forte, nella vita privata come nei contesti di lavoro. In questo scenario, gli spazi dedicati alla pausa e alla convivialità assumono un valore nuovo: non sono semplicemente luoghi in cui consumare un pasto, ma occasioni di incontro, scambio e appartenenza. Come Camst vogliamo contribuire a questa evoluzione, mettendo la nostra esperienza al servizio delle persone e delle imprese e sviluppando modelli di ristorazione capaci di accompagnare i cambiamenti della società e dei modi di vivere il cibo», ha commentato Francesco Malaguti, presidente di Camst
Dal Rapporto emerge con forza quanto raccontare sé stessi e la propria vita privata sui social, anche attraverso le immagini, sia ormai un’abitudine quotidiana per milioni di persone: l’85,5% del campione ha un profilo social e oltre 1 lavoratore su 2 – il 56,4% – pubblica contenuti con una certa frequenza. In questa rappresentazione il cibo ha un ruolo di primo piano: l’80,7% degli intervistati pubblica online contenuti relativi ai riti quotidiani del cibo (pranzi, cene, aperitivi, ecc.), il 77,5% a esercizi pubblici frequentati, come ristoranti, bar o enoteche, mentre il 68,7% cura l’aspetto visivo del piatto per pubblicarne foto o video sul web.
La cultura food-social non resta confinata alla rappresentazione online, incidendo anche sui comportamenti concreti: l’80,5% dei lavoratori dichiara di scegliere un bar, ristorante, pub o altro locale in base a quanto visto o consigliato sui social e ben il 63,8% valuta bar, ristoranti e locali anche in base alla loro instagrammabilità.
Ma la ricerca mette anche in luce come, accanto a un utilizzo ormai consolidato dei canali digitali, resti forte il bisogno di condividere spazi fisici – piazze, strade o esercizi pubblici – dove la compresenza favorisce la costruzione di relazioni di prossimità. Proprio a tali luoghi viene riconosciuta una funzione importante per il benessere individuale e collettivo: per 8 intervistati su 10 (80,8%) migliorano la vivibilità dei territori, contribuiscono alla qualità della vita collettiva (79,9%) e rendono tangibile uno degli asset della cultura italiana, la convivialità (79,5%). Il cibo si colloca naturalmente al centro di questa dinamica, confermandosi uno dei principali catalizzatori di socialità.
La ridefinizione dei confini tra spazio pubblico e privato investe anche un rito quotidiano come la pausa pranzo. Dalla ricerca Camst-Censis emerge una sorprendente delusione dei lavoratori per lo smart working: il 54,7% dichiara di mangiare prevalentemente da solo (mentre è il 39,2% tra i lavoratori che di solito sono in presenza in azienda), mentre il 36,2% afferma di saltare spesso il pranzo o di mangiare mentre continua a lavorare. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: il 34,9% dichiara di essere stressato dal doversi preparare il pasto quando è in smart working. Il lavoro agile sembra far percepire la mancanza dei colleghi: lo segnala un intervistato su tre (29,6%), mentre una quota analoga ritiene che l’assenza del pranzo condiviso abbia ricadute negative sul lavoro (26,6%). In sintesi, al 60,1% dei dipendenti capita di vivere almeno una delle penalità indicate, al 37% gran parte di esse.
La convivialità sembra mancare un po’ a tutti e non solo a chi lavora alla scrivania domestica. È il campione nel suo complesso ad esprimere infatti l’esigenza di ricostruire occasioni di condivisione: l’85,2% ritiene che un pranzo piacevole favorisca buoni rapporti con i colleghi, l’82,2% associa alla pausa pranzo condivisa un maggiore senso di appartenenza al team di lavoro e il 54,2% la reputa utile a scambiare informazioni.
In questo quadro, il food space – che una volta coincideva esclusivamente con la mensa aziendale, mentre oggi prevede una molteplicità di forme – sembra assumere un ruolo nuovo e cruciale anche in termini di “employer branding”, ovvero di capacità delle aziende di risultare attrattive. Oltre la metà di chi lavora in modalità mista tornerebbe volentieri in ufficio a fronte di migliori spazi e servizi dedicati alla condivisione del cibo (58,5%), mentre la quasi totalità del campione (90%) pensa che offrire uno spazio adeguato dove mangiare sia un importante segnale di attenzione da parte dell’impresa. Tra le caratteristiche desiderate, oltre alla qualità del cibo (87,3%) e alla velocità del servizio (86,7%), anche la piacevolezza dell’ambiente (86,5%), la varietà e la personalizzazione dell’offerta (82,3%) e la possibilità di accesso continuo nel corso della giornata (75,8%).
Se il messaggio per le aziende è piuttosto chiaro – condividere in presenza il cibo e non solo è un’esigenza percepita anche dai lavoratori, magari immaginando modelli nuovi di organizzazione dello spazio, più aperti e flessibili – per la società nel suo complesso i dati emersi fanno riflettere sul benessere e sull’ecologia delle relazioni dentro e fuori i luoghi di lavoro.
(PRNews)
ITALIA. Gli italiani mangiano più spesso fuori casa e scelgono pasti più velociIl pranzo perde centralità e cresce la tendenza a scegliere una sola portata o piccoli piatti da condividere. Nel 2025 bar e ristoranti hanno registrato 7,7 miliardi di ingressi per una spesa complessiva di 82 miliardi di euro. Fondazione Birra Moretti analizza come cambiano i momenti della convivialità e il ruolo della birra.
Gli italiani cambiano modo di mangiare: meno pasti scanditi dalla tradizionale sequenza di antipasto, primo, secondo e contorno e più occasioni per stare insieme fuori casa, anche in momenti diversi della giornata. Si moltiplicano le pause per mangiare qualcosa, i piccoli assaggi e i piatti da condividere, mentre il pranzo perde parte della centralità che aveva un tempo.
Negli ultimi dieci anni, la quota di italiani che considera il pranzo il pasto principale è scesa dal 78,2% al 63,3%. Anche il consumo tra le mura domestiche è diminuito: chi pranza a casa è passato dall’84,5% al 72,9%. Quando invece si mangia fuori, soprattutto durante la pausa pranzo, oltre sei italiani su dieci scelgono una sola portata, mentre appena il 17% ordina il tradizionale menu di tre portate.
È una trasformazione che riguarda il rapporto con il cibo, il tempo e la convivialità. Già nel 2015 Treccani descriveva questa evoluzione con una formula efficace: “Si mangia più volte al giorno e ogni volta di meno”. Dieci anni dopo, la tendenza è sempre più evidente: si mangia in momenti diversi, con maggiore flessibilità e spesso fuori casa.
Nel 2025, secondo i dati citati da Fondazione Birra Moretti, il fuori casa ha totalizzato 7,7 miliardi di ingressi, per una spesa complessiva di 82 miliardi di euro. Un mercato in cui bar, ristoranti e locali accompagnano gli italiani dalla colazione al dopocena.
Fondazione Birra Moretti ha approfondito il fenomeno coinvolgendo gli esperti del proprio Comitato scientifico, tra cui l’antropologo Marino Niola e lo specialista in Scienza dell’Alimentazione e Medicina dello Sport Michelangelo Giampietro, insieme ai partner ASPI e Noi di Sala. Al centro dell’analisi c’è la nuova cultura italiana dei “piccoli pasti” e il ruolo che la birra può assumere nelle diverse occasioni di consumo, grazie alla varietà di stili, gradazioni e possibilità di abbinamento.
“Stiamo assistendo all’evoluzione di un nuovo modo di vivere la convivialità. Il pasto diventa più flessibile, costruito attorno a piccoli assaggi, molteplici occasioni di incontro e momenti di condivisione meno rigidi”, dichiara Alfredo Pratolongo, presidente di Fondazione Birra Moretti. “È un fenomeno interessante che presenta opportunità di crescita per la cultura della birra nel nostro Paese, che in questo nuovo contesto trova una collocazione particolarmente naturale: grazie alla ricchezza dei suoi stili, alla varietà delle gradazioni e alla sua versatilità negli abbinamenti, accompagna con equilibrio questa nuova cultura del mangiare e, soprattutto, della convivialità. Simbolo di socialità e condivisione, uno dei segreti della birra è che ha sempre saputo evolversi insieme alle abitudini alimentari degli italiani”.
La tradizionale scansione dei pasti diventa più fluida e lascia spazio a modalità di consumo differenti. Il cambiamento è particolarmente evidente tra le nuove generazioni, che devono conciliare ritmi di vita accelerati, lavoro e momenti da dedicare agli altri.
A cambiare sono soprattutto i tempi e i luoghi in cui si mangia, ma non il desiderio di stare insieme. La convivialità rimane centrale, anche se trova nuove occasioni e nuovi rituali.
“La sequenza tradizionale dei pasti principali si sta destrutturando in direzione di una frammentazione di luoghi, momenti, usi e consumi diversi. Prime protagoniste del cambiamento sono soprattutto le nuove generazioni, che vivono in costante accelerazione e hanno bisogno di raccordare questi ritmi con gli altri momenti della loro vita, da quelli lavorativi alle pause dedicate alla convivialità”, osserva Marino Niola, antropologo e divulgatore scientifico.
“Ma proprio mentre cambiano i tempi e le forme del consumo, emerge una voglia crescente di comunità, di cui la birra in compagnia diventa un rito celebrativo. La birra intercetta in pieno lo spirito del nostro tempo: si è progressivamente trasformata in una bevanda simbolo della convivialità, dell’amicizia e dello stare insieme all’italiana. E la sua versatilità le permette di accompagnare la grande varietà di sapori della cucina italiana con un abbinamento elastico, non troppo impegnativo o obbligante. È un modo nuovo di declinare l’antico legame tra la birra e i momenti di effervescenza sociale, di scambio, di festa e di apertura all’altro”.
La trasformazione è visibile nei consumi di bar, ristoranti e locali, frequentati in momenti sempre più diversi della giornata. La distribuzione degli ingressi nel 2025 restituisce una fotografia di questa varietà: il 26,7% avviene a colazione, il 19,4% durante la pausa di metà mattina, il 2% per l’aperitivo prima di pranzo, il 17,3% a pranzo, il 14,1% nella pausa pomeridiana, il 4,5% per l’aperitivo serale, il 14,1% a cena e il 2,8% nel dopocena.
I numeri raccontano la moltiplicazione delle occasioni per consumare fuori casa e la ricerca di formule più informali, con piatti da condividere e maggiore libertà rispetto ai rituali tradizionali.
“Oggi le nuove generazioni mettono al centro la convivialità e il piacere di stare insieme, ma lo fanno con modalità diverse rispetto al passato. Non rinunciano al tempo condiviso: vogliono essere loro a decidere quanto dedicarvi, senza sentirsi vincolati ai tempi e ai rituali del pasto tradizionale. Per questo crescono occasioni più informali, fatte di piccoli assaggi, condivisione e libertà di costruire la propria esperienza. Allo stesso tempo aumenta l’attenzione al benessere: si scelgono piatti più equilibrati, ingredienti di qualità e un consumo di alcol più consapevole, privilegiando abbinamenti capaci di valorizzare il cibo senza eccessi. In questo scenario, la birra interpreta perfettamente la nuova convivialità, accompagnando il pasto con naturalezza grazie alla varietà di stili, gradazioni e formati che permettono a ciascuno di trovare l’abbinamento più adatto al momento”, spiega Rudy Travagli, presidente di Noi di Sala, associazione italiana che riunisce i professionisti di sala e cantina.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Il biologico conquista i ristoranti: 7 italiani su 10 lo scelgono fuori casaIl biologico conquista spazio anche fuori casa. Secondo l’Osservatorio SANA 2026 curato da Nomisma, negli ultimi dodici mesi 7 italiani su 10 hanno consumato alimenti o bevande biologiche al ristorante o in altri luoghi di consumo fuori casa. Un dato che conferma il ruolo della ristorazione nel far conoscere nuovi prodotti e avvicinare i consumatori al biologico.
Da questa tendenza riparte Euphoria Bio, il progetto europeo promosso dalla Centrale Ortofrutticola di Tarquinia, che inaugura il terzo anno di attività continuando a puntare sulla cucina come occasione per scoprire l’ortofrutta biologica europea.
Le prime iniziative della nuova annualità sono già partite nel Lazio e hanno coinvolto il Golf Nazionale di Sutri, IV Fuochi a Roma e La Bouvette – Par IV di Tarquinia. Il calendario proseguirà nei prossimi mesi con nuovi appuntamenti.
La ripartenza conferma il legame con Tarquinia e la Tuscia, dove ha sede la Centrale Ortofrutticola di Tarquinia, organizzazione di produttori che promuove Euphoria Bio e opera da oltre quarant’anni nella produzione, lavorazione e distribuzione di ortofrutta.
I dati dell’Osservatorio SANA 2026 mostrano che il consumo di biologico non riguarda soltanto la spesa alimentare domestica. Il 35% degli italiani è infatti un frequent user, cioè consuma alimenti o bevande biologiche fuori casa almeno una o due volte al mese.
Il ristorante diventa così un luogo in cui conoscere ingredienti, provare nuovi abbinamenti e scoprire preparazioni che possono poi influenzare le scelte alimentari quotidiane, anche quando si fa la spesa per casa.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Le catene della ristorazione crescono: pizzerie tra i format più replicabiliLa pizzeria è una delle categorie più rappresentate tra i grandi gruppi presenti sulla piattaforma, con 161 locali tra Nord, Sud e Isole. L’Osservatorio Ristorazione Moderna-TheFork conta complessivamente 767 ristoranti appartenenti a 71 gruppi con più di cinque locali.
La pizza continua a essere uno dei grandi protagonisti della ristorazione italiana. È un piatto amato, accessibile e legato alla tradizione, ma anche una formula che si presta a essere riproposta in più locali, mantenendo un’identità riconoscibile. Una caratteristica che la rende particolarmente adatta alla crescita delle catene di ristoranti.
A fotografare questo scenario è l’Osservatorio Ristorazione Moderna-TheFork, basato sui dati proprietari raccolti dalla piattaforma di prenotazione e dal gestionale TheFork Manager tra aprile 2025 e marzo 2026. L’analisi prende in esame il segmento dei ristoranti con servizio completo in Italia, considerando la distribuzione geografica dei locali, le tipologie di cucina, le prenotazioni, le recensioni, i mancati arrivi e il confronto con altri mercati europei.
Secondo l’Osservatorio, tra le principali tipologie di cucina presenti su TheFork in Italia, quella italiana occupa il primo posto con il 22%, seguita dalla mediterranea con il 13% e dalla pizzeria con il 10%.
Numeri che confermano il ruolo della pizza nell’offerta dei ristoranti italiani. Non si tratta soltanto di un grande classico del consumo informale, ma di una categoria importante per il mercato, capace di mantenere un forte legame con la tradizione e, allo stesso tempo, di svilupparsi attraverso modelli organizzati e replicabili.
La presenza dei format organizzati emerge anche dai dati sulle catene. Nel perimetro analizzato dall’Osservatorio, TheFork conta oltre 18.000 ristoranti attivi in Italia, che arrivano a circa 20.000 includendo le attività stagionali.
Tra questi, le grandi catene, definite come gruppi con più di cinque ristoranti, rappresentano il 4% del totale. Si tratta di 767 locali appartenenti a 71 gruppi della ristorazione.
In questo segmento la pizza occupa una posizione di rilievo, con 132 locali appartenenti a catene nel Nord Italia e altri 29 nel Sud e nelle Isole. Una diffusione che conferma quanto la pizzeria si presti a diventare un format strutturato, capace di essere replicato in diverse città e di raggiungere un pubblico ampio.
Tra gli esempi citati dall’Osservatorio c’è Fradiavolo, nata come pizzeria a Genova e diventata una rete di 34 locali tra Italia ed estero, con aperture anche a Miami e in Francia.
Il percorso del marchio mostra come una pizzeria nata a livello locale possa trasformarsi in un format internazionale, puntando su un modello riconoscibile e replicabile.
Un’evoluzione simile caratterizza anche Pizzium, nata a Milano nel 2017 e arrivata a 54 pizzerie in Italia, di cui 12 nella sola città di Milano.
La forza della pizza non dipende soltanto dalla sua capacità di adattarsi ai modelli organizzati della ristorazione, ma anche dal rapporto che gli italiani continuano ad avere con questo piatto.
Secondo i dati di TheFork, l’82% degli intervistati indica la pizza tra i piatti più amati in assoluto dagli italiani. La percentuale sale all’89% tra le donne.
Un legame che contribuisce a rendere la pizza una proposta particolarmente interessante per chi vuole sviluppare un’attività di ristorazione e raggiungere un pubblico ampio.
“Il quadro che emerge è quello di una categoria capace di tenere insieme identità e trasformazione: la pizza resta uno dei simboli più riconoscibili della cucina italiana, ma è anche uno dei format più adatti a crescere, strutturarsi e intercettare nuove occasioni di consumo fuori casa”, commenta Carlo Carollo, Country Manager Italia di TheFork.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Crociere, crescono i passeggeri: previsto un +4,3% sul 2025Record nel periodo giugno-agosto 2026, con oltre 6,1 milioni di persone movimentate (+4,5%) e un aumento degli accosti delle navi (+14,9%)
A fine 2026 sono previsti 15,4 milioni di passeggeri movimentati, in Italia, su navi da crociera (+4,3% sul 2025) e oltre 6mila accosti (+6,6%). Un numero storico (se le previsioni saranno confermate) che fa seguito a un periodo estivo (giugno-agosto) con oltre 6,1 milioni di persone trasportate (+4,5% sullo stesso periodo del 2025) e 2.314 toccate nave (+14,9%), nei circa 60 porti crocieristici del Paese. Si tratta, in questo caso, di un risultato da record, nonostante una lieve flessione di passeggeri registrato a giugno (-1,5%). I dati provengono da Risposte turismo, società di ricerca e consulenza specializzata nella macroindustria turistica, e sono stati comunicati in occasione della presentazione della XIII edizione dell’Italian cruise day, in programma a Livorno il 23 ottobre.
FRANCIA. Attacco hacker contro i supermercati, colpiti i frigoriferi: persi milioni di euro di ciboLe principali catene di supermercati francesi sono state colpite oggi da un attacco informatico che ha messo fuori uso frigoriferi e congelatori in centinaia di negozi, costringendo quindi a buttare cibo fresco e surgelato per un valore di milioni di euro. L’attacco è stato definito “senza precedenti” dal direttore esecutivo di Cooperative U, uno dei grandi distributori francesi che, insieme a E. Leclerc e Intermarche, hanno confermato a Afp di essere stati colpiti dagli hacker.
«La sicurezza degli alimenti richiede più attenzione a tutti i livelli», ha scritto su X il commissario europeo per agricoltura e alimentazione, Christophe Hansen, condannando l’attacco e affermando che ormai è «una realtà» che questa venga presa di mira per attacchi del genere. Secondo il sito specializzato jebosseengrandedistribution.fr anche i giganti della distribuzione Carrefour Market e Monoprix sono stati interessati dall’attacco, ma ancora queste catene di supermercati non hanno confermato. Secondo quanto riferisce Bfmtv, gli hacker «sono riusciti ad azionare da remoto lo scongelamento dei sistemi di refrigerazione di numerosi negozi». La catene interessate hanno fatto sapere di aver dovuto buttare tutti i prodotti che erano contenuti nei frigoriferi colpiti dall’attacco hacker. E. Leclerc ha confermato a Afp che «l’attacco informatico ha colpito uno dei nostri fornitori di sistemi di refrigerazione» provocando «ripercussioni sulle operazioni dei sistemi in diversi negoziati». Secondo fonti informate, sono stati presi di mira i sistemi di controllo di refrigerazione di una società danese.
Hackeraggio a Revolut, attivata la Dna.
Una fonte vicina al premier francese Sebastien Lecornu ha detto che l’agenzia per la cyber security ha già individuato «una vulnerabilità nel software fornito da una società danese e contattato i venditori». Inoltre «si è messa in contatto con le controparti europee, nel caso che venissero colpiti altri Paesi». L’agenzia, conclude la fonte, sta cercando di «identificare altre società francesi coinvolte per avvisarle» ed «evitare un diffondersi» delle conseguenze dell’attacco informatico. «Prendere di mira equipaggiamento essenziale per preservare prodotti freschi e la forniture alimentari dei francesi è estremamente grave e senza precedenti. E’ inaccettabile», ha scritto su X il direttore esecutivo di Cooperative U, Dominique Schelcher, confermando che l’attacco ha iniziato a provocare il malfunzionamento dei frigoriferi dalla notte di domenica.
L’ufficio del procuratore di Parigi ha confermato all’Afp che è stata aperta un’indagine su questo «attacco informatico in grande scala che ha colpito i frigoriferi di diverse catene di supermercati in tutta la Francia». L’indagine aiuterà «a identificare le vittime e stabilire il collegamento con i danni hanno riportato in termini di perdita di prodotti alimentari e incendi» che sono stati anche stati provocati dall’attacco informatico.
L’attacco avviene in un momento in cui in Europa crescono le preoccupazioni delle conseguenze che potrebbero avere attacchi informatici condotti in tutti i settori. Il presidente Emmanuel Macron, un forte sostenitore dell’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa, lo scorso mese ha ordinato misure proteggere le infrastrutture critiche francesi da attacchi ibridi da parte della Russia. Esperti di cybersecurity hanno spiegato che equipaggiamenti industriali, come appunto i sistemi di refrigerazioni, un tempo isolati da Internet ora sono connessi alla rete attraverso sensori o sistemi di monitoraggio a distanza. Con la capacità di attaccare centinaia di unità simultaneamente l’attacco ha dimostrato «un certo livello di sofisticazione», ha detto Antoine Hautin della società di consulenze per cybersecurity Almond.
(IlSole24Ore)
ITALIA. Reati denunciati in calo dell'1,8%. Milano, Firenze, Roma, Bologna e Torino in testaI dati del Viminale sulla criminalità - in anteprima sul Sole 24 Ore - mostrano, dopo quattro anni di crescita, un calo dei reati denunciati (-1,8% su base annua). I reati denunciati in Italia, nel 2025, scendono a 2,36 milioni. Diminuiscono soprattutto le denunce per furto (-62mila in un anno), mentre altri reati continuano a crescere. Tra questi le truffe e frodi informatiche, i danneggiamenti, le percosse e le estorsioni. Il 47,4% degli illeciti si concentra nei territori metropolitani, dove ai residenti si aggiungono pendolari, studenti e turisti: Milano, Firenze, Roma, Bologna e Torino occupano i primi cinque posti della nuova edizione dell’Indice della Criminalità del Sole 24 Ore che misura le denunce ogni 100mila abitanti.
USA. Oro, afflussi record da 31 miliardi Usd mentre i Treasury salgono: il segnaleUn flusso record di capitali verso l'oro, arrivato proprio mentre il prezzo del metallo crollava e i rendimenti obbligazionari salivano: è l'anomalia segnalata dal World Gold Council e ripresa da 24/7 Wall St., che la interpreta come un possibile avvertimento sullo stato del mercato dei titoli di Stato americani.
Nel terzo trimestre gli investitori hanno riversato 31 miliardi di dollari negli ETF globali sull'oro fisico, un dato record secondo il rapporto mensile del World Gold Council pubblicato mercoledì. La particolarità è che molti di questi investitori hanno continuato a comprare anche mentre il metallo perdeva valore: a settembre il prezzo dell'oro è sceso dell'8,5%, chiudendo il mese intorno a 4.176 dollari l'oncia. Nello stesso mese "disastroso" per le quotazioni, gli investitori hanno comunque aggiunto altri 10 miliardi di dollari ai fondi oro.
Il dato trimestrale di 31 miliardi rappresenta il flusso complessivo registrato dai due principali fondi oro quotati negli Stati Uniti, SPDR Gold Trust (GLD) e iShares Gold Trust (IAU), all'interno di uno spostamento più ampio nella destinazione dei capitali degli investitori. Gli acquisti sono arrivati da più aree geografiche: gli ETF nordamericani sull'oro hanno raccolto da soli 12 miliardi di dollari nel trimestre, con i fondi statunitensi che hanno aggiunto 3,8 miliardi di dollari nel solo mese di settembre. Le riserve auree globali detenute tramite ETF hanno così raggiunto un record di 4.256 tonnellate metriche.
In controtendenza rispetto ai detentori di quote fisiche, i trader a breve termine hanno invece fatto marcia indietro: le posizioni nette lunghe della categoria "managed money" sui futures sull'oro quotati al COMEX sono scese di circa 84 tonnellate metriche durante settembre. In sostanza, chi possiede oro fisico tramite ETF ha continuato ad accumulare, mentre chi opera sui futures ha ridotto l'esposizione.
L'aspetto più insolito riguarda però il mercato obbligazionario. Normalmente l'oro soffre quando salgono sia i rendimenti dei Treasury sia il dollaro, perché tassi più alti aumentano il costo opportunità di detenere un bene che non produce reddito da interessi. A settembre, tuttavia, il rendimento del Treasury decennale è salito di 53 punti base e il dollaro si è rafforzato del 2%: condizioni che avrebbero dovuto scoraggiare gli acquisti di oro, e che invece non hanno fermato gli afflussi record verso gli ETF sul metallo.
L'8 ottobre il rendimento del decennale USA si attestava al 5,22%, dopo aver toccato un picco del 5,31% il 5 ottobre. Secondo il World Gold Council, l'interpretazione più plausibile di questo comportamento anomalo è che gli investitori stiano prezzando rischi legati ai conti pubblici e al debito sovrano, con un'attenzione particolare rivolta all'Europa.
Nel frattempo, i due principali fondi oro quotati hanno mostrato segnali di ripresa nei giorni più recenti: il 9 ottobre SPDR Gold Trust (GLD) è salito dell'1,58% e iShares Gold Trust (IAU) dell'1,56%, pur restando entrambi in territorio negativo sia nell'ultimo mese sia da inizio anno.
Come riporta 24/7 Wall St., la lettura complessiva del fenomeno è che l'oro stia funzionando, almeno per una parte crescente di investitori, come copertura contro l'instabilità del mercato obbligazionario e i timori legati alla sostenibilità del debito pubblico, più che come semplice bene rifugio contro l'inflazione.
ITALIA. Shopping Natale 2026: italiani prudenti, cresce l'uso dell'AIIl conto alla rovescia verso Black Friday, Cyber Monday e festività natalizie è iniziato, ma gli italiani si preparano ad affrontare la stagione degli acquisti con prudenza. Come riporta HUB Style, secondo l'Holiday Retail Report 2026 di Shopify il 63% dei consumatori italiani dichiara che le condizioni economiche attuali hanno inciso negativamente sui propri programmi di spesa nell'ultimo anno.
Il dato si riflette direttamente sulle previsioni per il weekend di sconti più atteso dell'anno: la spesa media prevista per Black Friday e Cyber Monday scende a 172 euro, contro i 185 euro dello scorso anno. Nonostante questa cautela diffusa, le aziende italiane restano ottimiste: il 74% prevede un aumento delle vendite, puntando su strategie di fidelizzazione, efficienza nelle consegne e gestione dei resi per convincere consumatori sempre più attenti.
Il concetto di valore, per gli italiani, non coincide più soltanto con il prezzo più basso. Qualità superiore alle attese e durata nel tempo dei prodotti pesano quanto lo sconto nella decisione d'acquisto. Il report, che analizza i comportamenti di acquisto in nove mercati internazionali inclusa l'Italia, segnala come i consumatori confrontino più alternative e aspettino con più pazienza l'occasione giusta prima di comprare.
Tra le tendenze più rilevanti individuate dallo studio c'è la crescita del ruolo dell'intelligenza artificiale nel percorso di acquisto. In Italia il 72% dei consumatori dichiara che probabilmente utilizzerà l'AI per almeno un'attività di shopping durante le festività. Scendendo nel dettaglio, il 47% degli italiani si fida a farsi suggerire prodotti da un assistente intelligente, il 37% è disposto a farsi preparare il carrello e il 36% arriva a delegare all'AI il completamento autonomo dell'acquisto.
A livello globale la fotografia è simile: il 54% dei consumatori segnala un impatto economico negativo sulle proprie scelte di spesa, con una spesa media che resta però stabile a 186 dollari. Il 65% dei consumatori nel mondo prevede di ricorrere all'intelligenza artificiale per lo shopping natalizio. Sul fronte globale emerge anche un effetto a favore dei marchi indipendenti e di nicchia: chi utilizza più frequentemente l'AI per gli acquisti dichiara di essere più propenso a sceglierli rispetto a chi non la usa.
Le aziende stanno adattando le proprie strategie a questo cambiamento: il 43% sta sviluppando contenuti generati dall'intelligenza artificiale, il 40% sta ottimizzando i propri negozi online per renderli compatibili con gli assistenti virtuali e il 39% sta investendo in chatbot per l'assistenza ai clienti.
Paolo Picazio, country manager Italia di Shopify, ha sottolineato che i consumatori italiani non hanno smesso di spendere, ma oggi valutano con più attenzione il valore di ogni acquisto: per questo, secondo il manager, le aziende non possono più fare affidamento soltanto sugli sconti per attirare i clienti, ma devono comunicare in modo chiaro il valore reale dei propri prodotti.
U.E.. Europa verso un altro anno di gas caro, riserve ai minimiSecondo quanto riportato da Reuters, famiglie e imprese europee dovranno fare i conti con almeno un altro anno di prezzi del gas elevati. La previsione resta valida anche in uno scenario favorevole, cioè se il conflitto in Iran dovesse risolversi e l'inverno rivelarsi mite, perché il continente dovrà comunque ricostituire riserve di stoccaggio scese a livelli record di scarsità. I prezzi di riferimento europei sono già saliti di oltre il 150% nel corso dell'anno. A pesare sono state le interruzioni nella navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, che hanno bloccato quasi il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto (GNL) provenienti da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, cargo normalmente destinati in larga parte al mercato asiatico. Alcuni paesi, tra cui Stati Uniti, Canada e Nigeria, hanno aumentato le proprie esportazioni per compensare, ma la perdita del GNL mediorientale ha comunque intensificato la concorrenza per i carichi spot che altrimenti sarebbero stati disponibili per l'Europa, rendendo più difficile il riempimento degli stoccaggi durante l'estate.
Gli analisti e i previsori del settore si aspettano che gli stoccaggi europei di gas risultino pieni al 75-78% entro il 1 novembre, data generalmente considerata la fine della stagione di ricostituzione delle riserve, oltre la quale la dipendenza dagli stock per coprire la domanda invernale cresce. Si tratta di un livello di circa 10 punti percentuali inferiore alla media degli ultimi cinque anni, e il punto di partenza è già più basso del solito. Anche in presenza di un inverno con temperature nella media, le riserve dell'Europa nord-occidentale potrebbero scendere fino a circa il 20% all'inizio di aprile.
Secondo l'analista di LSEG Yuriy Onyshkiv, se a questo si aggiungesse una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, la pressione per ricostituire le scorte si trascinerebbe anche nel 2027: "Non è solo il prossimo inverno a essere critico, rischiamo di restare in tensione anche la prossima estate", ha dichiarato l'analista.
Moutaz Altaghlibi, senior energy economist di ABN Amro, ha spiegato che la regione non si trova di fronte a una vera e propria carenza di approvvigionamento, ma manca di un margine operativo sufficiente. Di norma gli stoccaggi coprono il 25-30% del consumo invernale di gas nell'Unione Europea, lasciando il blocco fortemente dipendente dalle forniture via gasdotto e dal GNL, in particolare da Norvegia e Stati Uniti. Qualsiasi interruzione dell'offerta potrebbe quindi provocare nuovi picchi di prezzo, mentre la concorrenza asiatica per i carichi di GNL resta un fattore di pressione costante.
Il quadro attuale richiama alla memoria la crisi energetica del 2022, quando la perdita del gas russo via gasdotto, conseguenza dell'invasione dell'Ucraina da parte di Mosca, aveva spinto i prezzi di riferimento europei oltre i 350 euro per megawattora.
Sul fronte dei consumatori, gli effetti pieni dell'impennata dei prezzi all'ingrosso registrata quest'anno si faranno sentire soprattutto nel 2027, perché i contratti al dettaglio sono tipicamente fissati per un periodo di tempo prima di essere rinnovati.
In Germania, il sito di comparazione tariffe Verivox ha segnalato che le tariffe del gas per i nuovi clienti sono già aumentate del 55% nel corso dell'anno, passando da 8 a 12,4 centesimi di euro per kilowattora. Per i clienti già vincolati da contratti in corso, gli aumenti arriveranno quando questi contratti scadranno.
Come riporta Reuters, la situazione resta quindi sotto stretta osservazione da parte di analisti e operatori di mercato, che non escludono nuovi rincari improvvisi in caso di ulteriori shock sul fronte dell'offerta.
ITALIA. Dipendenze, 300mila persone in cura ogni anno: FeDerSerD chiede più personaleDal 14 al 16 ottobre si tiene a Napoli il XV Congresso nazionale di FeDerSerD, la Federazione italiana degli operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze, che quest'anno celebra i suoi 25 anni di attività. Come riporta Quotidiano Sanità, l'appuntamento, intitolato "Governare la complessità", mette al centro il tema delle nuove dipendenze, il disagio giovanile in crescita e le difficoltà di accesso ai servizi sul territorio.
Ogni anno circa 300mila persone si rivolgono ai Servizi per le Dipendenze (SerD) per ricevere assistenza e intraprendere percorsi di cura. Non si tratta più solo di tossicodipendenza in senso tradizionale: i SerD si trovano oggi a gestire anche problemi legati all'alcol, al tabacco, alle dipendenze comportamentali e a quelle digitali, in un quadro reso più complesso dall'emergere di nuove forme di disagio, soprattutto tra i giovani.
La presidente nazionale di FeDerSerD, Roberta Balestra, sottolinea come oggi le dipendenze rappresentino una delle grandi sfide della sanità pubblica. I servizi territoriali seguono ogni anno centinaia di migliaia di persone, spesso con situazioni cliniche e sociali molto complesse, ma il bisogno di assistenza non sempre riesce a tradursi in un accesso tempestivo alle cure. Per questo, secondo Balestra, occorre ridurre questa distanza rafforzando gli organici, valorizzando le competenze specialistiche e costruendo percorsi capaci di accompagnare realmente le persone, perché nessuno dovrebbe rinunciare a chiedere aiuto per non sapere a chi rivolgersi o per gli ostacoli incontrati nell'accesso ai servizi.
Tra le priorità indicate dalla federazione c'è anche un migliore collegamento tra i SerD, le Case della Comunità, i medici di base e il Terzo settore, al fine di garantire un intervento precoce sulle situazioni di vulnerabilità e assicurare continuità assistenziale, soprattutto alle persone che presentano patologie concomitanti e disturbi psichiatrici.
Il programma scientifico del congresso affronterà anche i temi delle comorbilità psichiatriche, delle patologie infettive, della salute delle persone detenute e del ruolo che l'intelligenza artificiale può avere all'interno dei servizi per le dipendenze. Durante i lavori verrà inoltre assegnata la seconda edizione del premio "Traguardi e prospettive dei Servizi delle Dipendenze", dedicato alla memoria di Guido Faillace, già presidente della federazione.
ITALIA. Congedi paritari, la critica a Roccella: l'obbligo riguarda i datoriLe parole della ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, contraria a rendere obbligatoriamente paritari i congedi parentali tra madri e padri, sono al centro di una critica pubblicata da Scienza in Rete, firmata da Barbara Piccininni. La ministra aveva motivato la propria posizione richiamando una differenza biologica tra i due genitori legata a gravidanza, parto e allattamento, sostenendo che costruire la parità dividendo semplicemente lo stesso numero di giorni tra madre e padre significherebbe ignorare questa differenza reale.
Secondo l'autrice dell'articolo, che per oltre un decennio si è occupata di assistere lavoratrici e lavoratori nella tutela dei loro diritti sociali e lavorativi, il ragionamento della ministra si basa su un equivoco di fondo riguardo al significato della parola "obbligatorio" nella normativa sui congedi. Il congedo di maternità, che dura cinque mesi, viene definito obbligatorio non perché costringa la donna a restare a casa, ma perché la legge vieta al datore di lavoro di farla lavorare in quel periodo: si tratta dunque di un diritto della lavoratrice, non di un obbligo personale imposto alla madre. Estendere questa stessa logica ai padri, spiega l'articolo, significherebbe condividere un diritto e non imporre un vincolo nelle relazioni familiari, con effetti positivi, secondo gli studi citati, sul divario di genere e sul benessere dei figli.
A sostegno di questa lettura vengono richiamati alcuni dati Istat del 2025: il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con figli in età prescolare si ferma al 58,1%, contro il 77,4% registrato tra le coetanee senza figli. Un divario che, secondo quanto riportato da Save the Children, si traduce nel fatto che una donna su cinque abbandona il lavoro dopo la maternità.
Sul fronte dei padri, il congedo obbligatorio di paternità dura attualmente dieci giorni e, a differenza di quello materno, non prevede alcun divieto per il datore di lavoro. Nel 2024 ne hanno usufruito 181.777 padri dipendenti, pari al 64% degli aventi diritto, con forti differenze territoriali: al Nord la quota scende al 59%. Solo un padre su quattro, inoltre, utilizza l'intero periodo a disposizione.
L'articolo ricorda infine che le dichiarazioni della ministra sono arrivate dopo la bocciatura alla Camera di una proposta di legge presentata dalle opposizioni, che prevedeva cinque mesi di congedo obbligatorio e non trasferibile per ciascun genitore, retribuito al 100% dello stipendio.
U.E.. Bedrocan fallita: cannabis terapeutica a rischio nelle farmacie italiane
Il tribunale del Nord dei Paesi Bassi ha dichiarato il fallimento di Bedrocan Nederland e Bedrocan International, la storica azienda olandese che per oltre vent'anni è stata l'unica coltivatrice autorizzata di cannabis a uso medico per conto dello Stato. Il fallimento, pronunciato l'8 ottobre dal tribunale di Groningen dopo che era già stata concessa all'azienda una sospensione dei pagamenti, coinvolge circa 70 lavoratori distribuiti tra gli stabilimenti di Veendam ed Emmeloord. Come riporta Forbes, la società forniva prodotti standardizzati al programma statale olandese sulla cannabis medica dal 2003.
Alla base della crisi c'è la scadenza, il 1° gennaio 2026, del contratto con il ministero della Salute olandese, che punta a liberalizzare il mercato consentendo l'importazione diretta in farmacia senza passare più dal monopolio statale. Il problema è che la riforma legislativa necessaria per questo cambiamento non entrerà in vigore prima del luglio 2028, secondo quanto dichiarato dalla ministra della Salute olandese Sophie Hermans al parlamento lo scorso luglio. Questo vuoto normativo ha lasciato Bedrocan senza il suo principale cliente nazionale e senza un'alternativa di vendita diretta sul mercato interno, un fattore che ha contribuito in modo decisivo al collasso finanziario dell'azienda.
La situazione preoccupa da vicino anche l'Italia, dove oltre l'80% delle infiorescenze dispensate in farmacia proviene dal canale olandese. Secondo il farmacista Marco Ternelli di Bibbiano, la sola varietà Bedrocan copre il 60% del mercato italiano del fiore. Il rischio per i pazienti italiani è dunque tutt'altro che teorico: dal 2 ottobre il distributore danese Stenocare ha comunicato che l'ufficio olandese per la cannabis medica (l'OMC) chiuderà le esportazioni internazionali entro la fine del 2026, una scelta preparata già dal 2024 ma rinviata più volte proprio per dare tempo al legislatore olandese di riformare la legge sull'oppio che regola il settore.
Le alternative sul tavolo appaiono al momento insufficienti a coprire il fabbisogno. Lo stabilimento danese di Køge, che fa parte del gruppo Bedrocan ma non è coinvolto nella procedura fallimentare olandese, produce soltanto circa 2.100 chili l'anno contro le oltre 8 tonnellate garantite finora dai Paesi Bassi, e non produce affatto il Bedrolite, la varietà ad alto contenuto di CBD utilizzata per curare bambini con forme di epilessia resistente ai farmaci, come le sindromi di Dravet e Lennox-Gastaut. Anche l'azienda danese, va ricordato, sta attraversando una fase delicata: il 1° ottobre è entrata in una procedura di ristrutturazione sotto la supervisione del tribunale fallimentare di Roskilde.
In Italia la produzione nazionale affidata allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze dispone di una quota di soli 400 chili per il 2026, a fronte di un fabbisogno stimato tra le 2 e le 3 tonnellate. Alcune aziende private, tra cui Materia Medica Processing, Farmalabor e Tilray, stanno cercando di tamponare la carenza con prodotti alternativi, ma la sostituzione non è semplice: pazienti che da anni fanno affidamento su varietà specifiche rischiano di non trovare un equivalente diretto in termini di profilo di THC e CBD.
Le associazioni dei pazienti chiedono da mesi di riattivare un tavolo tecnico per definire un piano di transizione che eviti interruzioni nelle terapie, ma al momento non risultano comunicazioni pubbliche da parte del ministero della Salute italiano su come intenda sostituire i volumi mancanti dall'Olanda.
MESSICO. La guerra dei cartelli rende Sinaloa a "rischio estremo"
Lo stato messicano di Sinaloa è considerato un'area a "rischio estremo" per aziende e viaggiatori a causa della faida in corso tra due cartelli della droga rivali. È quanto emerge dall'edizione 2027 della Global Risk Map, la mappa globale dei rischi stilata ogni anno dalla società internazionale di sicurezza Global Guardian, che classifica i paesi in base alle minacce per la sicurezza.
Come riporta WKRG nel programma Border Report Live, Tomás Michael Carvallo, analista senior di intelligence di Global Guardian, ha illustrato alla conduttrice Sandra Sanchez i criteri alla base della mappa, che consiglia ad aziende e viaggiatori quali luoghi evitare. Carvallo ha spiegato che la guerra territoriale tra due organizzazioni criminali rivali ha reso Sinaloa uno degli stati più pericolosi del Messico.
Durante l'intervista è stato affrontato anche il caso dell'uccisione, avvenuta il 22 febbraio, del capo del cartello di Jalisco Nemesio "El Mencho" Oseguera da parte delle forze armate messicane. Contrariamente a quanto previsto da molti osservatori, l'eliminazione del boss non ha indebolito né frammentato l'organizzazione. "Il Jalisco New Generation Cartel è invece rimasto relativamente stabile", ha dichiarato Carvallo.
Nel corso del programma è stato inoltre trattato il fenomeno del cosiddetto "huachicol", ovvero il furto e la rivendita illegale di carburante da parte dei cartelli messicani, una delle principali fonti di finanziamento per queste organizzazioni criminali.
La Global Risk Map 2027 di Global Guardian valuta la sicurezza dei paesi di tutto il mondo sulla base di sette criteri principali: criminalità, conflitti armati, terrorismo, instabilità politica, sanità, infrastrutture e disastri naturali, classificando le aree in diverse fasce di rischio, dal livello basso a quello estremo.
FILIPPINE. Sanzioni USA alla Corte penale internazionale, allarme per vittime della guerra alla droga
Il Center for International Law (CenterLaw), organizzazione filippina per i diritti umani, ha condannato le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro la Corte Penale Internazionale (ICC), sostenendo che il provvedimento rischia di compromettere la responsabilità internazionale e di mettere a repentaglio le indagini su presunti crimini contro l'umanità, incluse quelle legate alla campagna antidroga condotta nelle Filippine dall'ex presidente Rodrigo Duterte. Come riporta il quotidiano filippino Daily Tribune, l'organizzazione per i diritti umani ha dichiarato che le sanzioni minacciano l'indipendenza della Corte, utilizzando la pressione economica contro un'istituzione incaricata di indagare e perseguire i crimini internazionali più gravi. Secondo CenterLaw, le misure rischiano di rafforzare l'impunità, rendendo più difficile chiamare a rispondere le persone potenti e limitando al tempo stesso l'accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani. L'organizzazione ha inoltre avvertito che l'azione del governo statunitense rischia di perpetuare un sistema in cui gli individui influenti possono sottrarsi alla responsabilità, mentre le vittime si trovano ad affrontare ulteriori ostacoli nel cercare rimedi legali. Tra le preoccupazioni sollevate da CenterLaw figurano le possibili ripercussioni sull'indagine della Corte sulle presunte esecuzioni extragiudiziali commesse durante la campagna antidroga dell'ex presidente Duterte. Secondo l'organizzazione, il tribunale internazionale ha rappresentato una speranza concreta per le famiglie delle vittime, che hanno faticato a ottenere giustizia attraverso le istituzioni giudiziarie nazionali. Le sanzioni sono state annunciate dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che ha avvertito: "O la Corte pone fine alle sue minacce, oppure noi porremo fine alla Corte", aggiungendo la volontà di smantellare l'istituzione "mattone dopo mattone, se necessario". Le misure, imposte lo scorso 9 ottobre, colpiscono direttamente la Corte nel suo complesso dopo che in precedenza Washington aveva già sanzionato più di una dozzina tra giudici e procuratori dell'ICC. Il provvedimento blocca i beni della Corte soggetti alla giurisdizione statunitense e vieta, in linea generale, a aziende e cittadini americani di intrattenere rapporti economici con l'istituzione dell'Aja, pur concedendo una finestra di 180 giorni per consentire ad alcune operazioni di proseguire mentre gli Stati membri cercano di affrontare le obiezioni di Washington. Le tensioni tra Stati Uniti e Corte penale internazionale risalgono alle indagini del tribunale su presunti crimini di guerra commessi da personale statunitense in Afghanistan e ai mandati di arresto emessi nei confronti di esponenti del governo israeliano in relazione al conflitto a Gaza. Né gli Stati Uniti né Israele hanno mai aderito allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte. CenterLaw ha esortato la comunità internazionale a condannare pubblicamente le sanzioni e a garantire sostegno diplomatico, finanziario e istituzionale all'ICC, ribadendo che la responsabilità penale internazionale non dovrebbe mai dipendere dalla nazionalità degli accusati né essere subordinata agli interessi politici dei governi più potenti.
NORVEGIA. L'eroina come terapia: il programma HABIB diventa permanente
A Bergen, in Norvegia, esiste dal 2022 una clinica dove ai pazienti con una grave dipendenza da oppioidi, che non hanno risposto ai trattamenti tradizionali con metadone o buprenorfina, viene somministrata eroina farmaceutica sotto stretto controllo medico. Si chiama HABIB, acronimo di "Heroin-Assisted Behandling i Bergen" (trattamento assistito con eroina a Bergen), una sigla che in arabo significa anche "mio caro" ed è stata scelta dall'attivista Marianne Pierron. Il centro è stato raccontato dall'International Drug Policy Consortium (IDPC) attraverso una visita del settembre 2025, durante la quale la direttrice della clinica, Vibeke Buljovcic, e Arild Knutsen, presidente dell'Associazione per una politica umana sulle droghe (Foreningen for Human Narkotikapolitikk), hanno illustrato il funzionamento del programma.
Il modello di trattamento assistito con eroina (HAT, Heroin-Assisted Treatment) non è una novità assoluta: è nato in Svizzera negli anni Novanta e da allora si è diffuso in diversi paesi europei, tra cui Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Regno Unito, oltre che in Canada. L'idea di fondo è semplice ma radicale rispetto all'approccio tradizionale: anziché insistere sull'astinenza come unico obiettivo, si offre ai pazienti con dipendenza grave e di lunga data, per i quali le terapie sostitutive convenzionali non hanno funzionato, la possibilità di assumere diacetilmorfina (il nome scientifico dell'eroina farmaceutica) due volte al giorno, in un ambiente clinico controllato e con il supporto di personale sanitario.
Le due cliniche pilota norvegesi, HABiB a Bergen e la gemella HABiO a Oslo, hanno aperto rispettivamente nel marzo e nel gennaio 2022, nell'ambito di un progetto sperimentale quinquennale voluto dal governo norvegese e integrato nel sistema di trattamento con farmaci sostitutivi degli oppioidi già esistente. L'obiettivo dichiarato era raggiungere quei pazienti con una dipendenza da oppioidi così grave da risultare, come si legge nei materiali di valutazione del progetto, fuori dalla portata dei programmi di cura convenzionali.
Una valutazione conclusiva del progetto, pubblicata l'8 giugno 2026 dal Centro norvegese per la ricerca sulle dipendenze (SERAF) dell'Università di Oslo, ha evidenziato miglioramenti significativi nella salute, nella qualità della vita, nella sicurezza e nella stabilità complessiva dei pazienti coinvolti, insieme a un netto calo nel consumo illecito di eroina di strada. Lo stesso rapporto ha però segnalato anche i limiti del modello: si tratta di un trattamento costoso e ad alta intensità di risorse umane e organizzative, che richiede personale dedicato, strutture apposite e un monitoraggio costante dei pazienti, i quali devono presentarsi in clinica per l'assunzione controllata due volte al giorno, sette giorni su sette, senza possibilità di dosi da portare a casa.
Nonostante questi costi elevati, nel settembre 2026 il governo norvegese ha deciso di trasformare il progetto pilota in un'opzione terapeutica permanente. Il ministro della Salute, Jan Christian Vestre, ha annunciato che le cliniche di Bergen e Oslo continueranno a operare stabilmente e che anche altre regioni sanitarie del paese potranno, se lo riterranno opportuno, aprire nuovi centri analoghi. Il trattamento assistito con eroina, nato come sperimentazione clinica a tempo determinato, entra così a far parte in modo permanente del sistema sanitario pubblico norvegese, pur restando riservato ai pazienti con le forme più gravi e resistenti di dipendenza da oppioidi.
ITALIA. Agcom, sanziona due società per circa 830.000 euro sul telesellingL'Agcom ha inflitto una sanzione alle società Retelit Digital Services e Tekmind rispettivamente di 700.000 e 122.500 euro nell'ambito dell'attività di vigilanza sul corretto utilizzo delle numerazioni per finalità di teleselling e telemarketing, iniziata nel novembre 2025 sulla base di numerose segnalazioni. Così l'Authority in una nota, spiegando che le fattispecie oggetto di contestazione hanno riguardato "la mancata attuazione delle misure stabilite dall'Autorità, consistenti nella verifica della correttezza delle numerazioni utilizzate dai call center, inclusa la generazione di numerazioni tramite la tecnica dello spoofing" (la falsificazione dell'identità digitale, ndr). Con filtro anti-spoofing nei primi 8 mesi sono state bloccate oltre 190 milioni di chiamate illecite, sottolinea l'Agcom. (ANSA).
FILIPPINE. Camera approva il divieto di accesso ai social media per i minori di 13 anniLa Camera dei rappresentanti delle Filippine ha approvato a larga maggioranza oggi, 12 ottobre, un provvedimento che vieta l'accesso alle piattaforme social ai minori di 13 anni.
Lo riferisce il sito d'informazione regionale "Channel News Asia". Il voto segue il recente via libera del Senato a un testo analogo, ma piu' restrittivo, che vieta la creazione di account a chiunque abbia meno di 18 anni. Le due Camere dovranno ora conciliare i rispettivi testi e presentare una versione definitiva per l'approvazione del presidente. Il presidente Ferdinand Marcos Junior, che ha spiegato di star studiando il testo del Senato, ha avvertito ieri che un divieto generalizzato potrebbe spingere i minori a nascondere le proprie attivita' online, esponendoli a rischi di adescamento e abusi. L'avanzamento della legge arriva dopo tre sparatorie in scuole filippine dal giugno scorso, che hanno riacceso il dibattito sull'accesso dei minori ai social e ai contenuti online. Il mese scorso un sedicenne ha ucciso almeno due compagni di scuola prima di togliersi la vita, mentre ad agosto uno studente ha ripreso in diretta social l'uccisione di un compagno prima di suicidarsi. La violenza armata nelle scuole era finora rara nel Paese. Le Filippine seguono Grecia, Portogallo, Australia, Malesia e Indonesia nel tentativo di limitare l'uso dei social da parte dei minori. La Malesia ha vietato a giugno la registrazione agli under 16, con verifica dell'eta' sui documenti ufficiali, e ha concesso alle piattaforme tempo fino a gennaio 2027 per adeguarsi. L'Indonesia ha introdotto a marzo un regolamento che impone la disattivazione degli account degli under 16 sulle piattaforme considerate ad alto rischio, tra cui X, Instagram e Roblox. Finora TikTok ha disattivato circa 9 milioni di account in Indonesia, mentre Meta ne ha bloccati 85mila su Instagram e 99mila su Facebook.
(Agenzia_Nova)
ITALIA. Autovelox: «Quasi due anni e mezzo per approvarne uno nuovo: cinque volte il termine previsto»L’analisi della Fondazione Lorenzo Guarnieri, letta in anticipo dal «Corriere»: «Servono in media 903 giorni per approvare un nuovo autovelox contro i 180 previsti». Intanto Bruxelles starebbe verificando l’ampliamento da 15 a 25 dei modelli di misuratori di velocità considerati omologati dal decreto di luglio.
Per autorizzare un nuovo autovelox lo Stato italiano impiega quasi due anni e mezzo. Per considerarne omologati altri già installati è servito alcuni mesi fa un decreto. Che adesso rischia di finire a sua volta sotto la lente della Commissione europea. È il paradosso di un Paese dove - secondo un'analisi della Fondazione Lorenzo Guarnieri, letto in anticipo dal Corriere - servono «in media 903 giorni per approvare un dispositivo destinato a controllare la velocità, cinque volte i 180 previsti». E mentre il tentativo del governo di risolvere il caos delle multe ha sollevato nuovi interrogativi sulla legittimità degli apparecchi, lo studio ricostruisce i ritardi dei procedimenti attraverso i dati del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
L’analisi riguarda 17 decreti di approvazione di nuovi prototipi emessi fra il 2021 e il 2025. Nel 2025 l’unico procedimento concluso ha richiesto 1.198 giorni. Il record resta quello del giugno 2023: 1.232 giorni, quasi tre anni e mezzo. Nei primi due decreti del 2026 esaminati dalla fondazione la media è di 914 giorni. Nel 2018 e nel 2020 non è stato approvato alcun nuovo prototipo. Per leggere questi numeri serve una distinzione: le nuove approvazioni vanno separate dalle estensioni, cioè dagli aggiornamenti di apparecchi già autorizzati. Queste ultime, 22 nello stesso quinquennio, hanno richiesto in media 318 giorni. Mescolando le due categorie, l’attesa scende a circa 573 giorni e il ritardo che pesa sull’ingresso di nuove tecnologie diventa meno visibile.
Il nodo giuridico, secondo alcuni studiosi, resta. Da una parte, la Cassazione ha ripetutamente ribadito che approvazione e omologazione sono procedimenti diversi: la prima non basta a rendere legittimi gli accertamenti di velocità. Dall'altra, il decreto ministeriale dell'8 giugno scorso ha stabilito che i dispositivi conformi ai prototipi individuati nell'Allegato B «si intendono omologati». «Un decreto non può discostarsi dal Codice della strada, che è una legge», aveva infatti avvertito sul Corriere Leonardo Ferrara, docente di diritto amministrativo all'Università di Firenze.
E adesso arriva un'altra complicazione: secondo quanto trapelato, la Commissione europea starebbe verificando perché l'elenco dei prototipi considerati omologati sono diventati 25, dieci in più rispetto ai 15 inizialmente comunicati all’Ue. La questione è se l’ampliamento avrebbe richiesto una nuova notifica. Nessuna bocciatura, per ora, ma un ulteriore interrogativo sulla tenuta giuridica di un provvedimento nato per risolvere il contenzioso sulle multe. Intanto, mentre si cerca di stabilire quali apparecchi possano legittimamente rilevare la velocità, quelli di nuova generazione aspettano anni per essere autorizzati.
«Oggi in Italia sono censiti 4.148 apparati di controllo velocità. Possibile che a distanza di anni non riusciamo a mettere ordine? Servono regole certe e tempi più rapidi e non continue incertezze anche sulle procedure di omologazione. Nel frattempo sulle strade si torna a correre e a morire», attacca il comandante della polizia locale di Verona, Luigi Altamura, componente Anci in Viabilità Italia.
La posta in gioco si misura nelle vite. Secondo gli ultimi dati Aci-Istat, nel 2025 sulle strade italiane sono morte 2.868 persone e 237.822 sono rimaste ferite. Le vittime sono diminuite del 5,3 per cento rispetto al 2024, mentre i feriti sono aumentati dell’1,7 per cento. Il costo sociale, includendo gli scontri con soli danni materiali, è stimato in 22,6 miliardi di euro. Una meta-analisi dell’Università di Firenze associa alla presenza degli autovelox una riduzione fra il 15 e il 26 per cento degli scontri mortali.
C’è poi un secondo ostacolo, meno evidente. Quando un componente elettronico esce di produzione, il costruttore deve chiedere un’estensione per sostituirlo con uno equivalente. Anche questo passaggio richiede un’istruttoria, senza una corsia rapida dedicata. Il rischio è interrompere produzione e forniture di dispositivi già autorizzati. Nel frattempo l’innovazione corre: un apparecchio può ottenere il via libera quando alcune delle tecnologie che incorpora sono già superate. Con ricadute anche sui Comuni e sulle concessionarie, che devono programmare acquisti e manutenzione.
Il confronto europeo indica una strada, ma richiede cautela. In Spagna il laboratorio metrologico nazionale riferisce circa sei mesi per produttori esperti, uno o due anni per quelli meno esperti. In Svizzera, su 15 nuove omologazioni fra il 2017 e il 2025, la media è di 11,4 mesi. In Germania l’istituto metrologico stima circa dodici mesi quando la documentazione è completa e le prove vengono superate al primo tentativo. Tempi e condizioni differenti, accomunati dalla presenza di strutture tecniche specializzate.
La Fondazione propone tre interventi: un’unità tecnica dedicata dentro il ministero; l’affidamento delle verifiche a organismi accreditati da Accredia, lasciando al Mit la decisione finale; una procedura da concludere entro trenta giorni per sostituire componenti fuori produzione con altri equivalenti. Chiede inoltre di rendere pubblici il numero delle domande ricevute, quello delle pratiche concluse e quello delle richieste ancora pendenti. Dati indispensabili per misurare un arretrato che oggi non è quantificato. Perché mentre il governo cerca di risolvere il caos degli autovelox già approvati, quelli nuovi continuano ad aspettare anni per arrivare sulle strade.
(ASAPS del 12/10/2026)
COLOMBIA. Droga su voli militari, sotto accusa l'ex 'first lady' colombianaVoli clandestini verso il Venezuela, trasporto di stupefacenti su velivoli ufficiali, movimentazioni di denaro contante e sospetti legami con una rete di traffico d'armi: sono le pesanti accuse rivolte da Eva Ferrer, consigliera dell'ex presidente di sinistra colombiano Gustavo Petro, contro l'allora 'first lady,' Verónica Alcocer.
Le denunce, riportate dalla rivista 'Semana', hanno suscitato la dura reazione dell'attuale presidente, Abelardo de la Espriella. Il leader di destra ha annunciato di aver ordinato al comandante dell'Aeronautica militare, Juan Jaime Martínez Ossa, di condurre un'inchiesta approfondita per chiarire i fatti emersi sui media in merito a presunte operazioni irregolari e al possibile coinvolgimento di membri delle forze armate. Attraverso il suo account X, il capo dello Stato ha dichiarato che l'Ispettorato generale dell'aeronautica e le unità di controspionaggio si occuperanno degli accertamenti riguardanti il personale, in servizio ed ex, delle unità coinvolte presso il Comando di trasporto aereo militare (Catam). De la Espriella ha inoltre sollecitato la Procura generale, la Corte suprema e le autorità degli Stati Uniti "a prendere nota delle informazioni riportate dalla stampa e a condurre le relative indagini". (ANSA).
ITALIA. Diffamazione social: lecita se poggia su un fatto vero. CassazioneUn uomo era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per aver pubblicato su Facebook una serie di post offensivi contro l'amministratore di un'azienda, coinvolto in una vicenda riguardante alcuni sindaci sardi. Nei post l'imputato definiva il manager "codardo", "ignavo", "coniglio", "venditore di fumo" e "troglodita del diritto, dell'economia e della finanza". La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35656 dell'8 ottobre 2026, lo ha assolto con formula piena.
Come riporta La Legge per tutti, secondo l'accusa, accolta nei gradi di merito, l'uomo attribuiva al manager comportamenti intimidatori nei confronti dei sindaci dell'isola, e per questo lo aveva bersagliato con i cinque epiteti sopra citati sulla propria pagina Facebook.
La Cassazione ha ribaltato il verdetto accogliendo la tesi della difesa: tutte quelle espressioni, pur avendo un evidente contenuto denigratorio, risultavano coperte dal diritto di critica sancito dall'articolo 21 della Costituzione. Il punto decisivo della motivazione, secondo la ricostruzione della testata, sta nel fatto che ogni singola parola usata dall'imputato era collegata a una condotta precisa tenuta dal manager: gli epiteti "coniglio" e "codardo" si riferivano al suo rifiuto di un confronto pubblico sulla vicenda, mentre l'espressione "troglodita del diritto" alludeva a un'interpretazione ritenuta erronea delle norme in materia economica e finanziaria, interpretazione a cui si ricollegava verosimilmente anche l'accusa di essere un "venditore di fumo". Sotto ogni insulto, insomma, c'era un fatto concreto e verificabile.
La sentenza richiama i tre requisiti che, secondo una giurisprudenza consolidata, devono sussistere perché la critica sui social, per quanto aspra o colorita, non sconfini nella diffamazione. Il primo è la presenza di un nucleo di verità alla base delle affermazioni: chi critica deve partire da un fatto reale, non da un'invenzione o da una mera illazione. Il secondo requisito è l'interesse pubblico della vicenda, cioè la rilevanza della questione per la collettività e non per meri interessi personali. Il terzo è il rispetto dei limiti della continenza, ovvero della misura espressiva: la critica non deve trasmodare in un attacco gratuito alla sfera morale della persona, a prescindere dai fatti contestati.
Nel caso specifico, la Corte ha ritenuto che tutti e tre questi requisiti fossero rispettati, tenendo conto anche della marcata conflittualità che caratterizzava il contesto in cui la vicenda si era sviluppata. Un elemento che, secondo i giudici, giustificava un registro comunicativo acceso, pur restando ancorato a episodi concreti e documentabili, senza quindi sfociare in un'aggressione gratuita alla reputazione del manager.
ITALIA. Fondo garanzia polizze vita: tutela fino a 100mila euro per gli assicuratiDopo il caso Eurovita, che aveva lasciato per mesi migliaia di clienti con le polizze bloccate, l'Italia si è dotata di uno strumento strutturale di protezione per chi sottoscrive prodotti assicurativi del ramo vita. Si tratta del Fondo di garanzia per le polizze vita, istituito dalla Legge di Bilancio 2024 e pensato per intervenire quando una compagnia assicurativa viene sottoposta a liquidazione coatta amministrativa, cioè quando non è più in grado di far fronte agli impegni presi con i propri assicurati.
Come riporta La Legge per tutti, il meccanismo garantisce una copertura fino a 100.000 euro per ogni avente diritto: assicurati, beneficiari designati e altri soggetti titolari di diritti sulla polizza. Il limite opera per assicurato e per polizza coperta dal sistema di garanzia, e riguarda i prodotti dei rami vita, incluse le polizze unit-linked e quelle multiramo (Classi I, III, IV e V).
Il tetto di 100.000 euro non è casuale: ricalca quello già previsto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per i conti correnti bancari, offrendo così agli assicurati un livello di protezione paragonabile a quello riservato ai correntisti in caso di crisi di una banca.
L'adesione al Fondo non è facoltativa. Sono obbligate a parteciparvi tutte le compagnie di assicurazione italiane autorizzate a operare nei rami vita, le succursali di imprese extracomunitarie attive in Italia che non possano dimostrare di aderire già a un sistema di garanzia estero equivalente, e gli intermediari iscritti al RUI (Registro Unico degli Intermediari) con premi vita superiori a 50 milioni di euro annui. Per chi non aderisce sono previste sanzioni severe: la revoca dell'autorizzazione per le compagnie o la cancellazione dal registro per gli intermediari.
Il finanziamento del Fondo è interamente a carico del settore, senza alcun contributo pubblico: l'80% delle risorse arriva dalle imprese di assicurazione, il restante 20% dagli intermediari, in base al volume dei prodotti vita intermediati e ai ricavi collegati. L'obiettivo di riserva è fissato allo 0,4% delle riserve tecniche vita, da raggiungere gradualmente entro il 31 dicembre 2035. È importante sottolineare che i contributi versati dalle compagnie e dagli intermediari non sono mai restituibili, trattandosi di un fondo di natura mutualistica costituito a tutela collettiva del sistema.
Sul funzionamento del Fondo vigila l'IVASS, l'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, che ha il compito di approvare lo statuto dell'ente, controllarne l'operato nel tempo e segnalare tempestivamente eventuali criticità riscontrate nelle compagnie aderenti. Un presidio pensato per intercettare per tempo i segnali di difficoltà e intervenire prima che situazioni come quella di Eurovita possano ripetersi, lasciando i risparmiatori privi di tutela per lunghi periodi.
ITALIA. Pet therapy a Monza: il cane Ginger risveglia i sorrisi degli anziani in RsaAlla Rsa Fossati di Monza, una volta alla settimana, una porta si apre e nella sala entra Ginger, cane meticcio nero di dodici anni dal temperamento energico. È il segnale che la seduta di pet therapy sta per cominciare, e secondo quanto racconta La Stampa nella sua rubrica La Zampa, quel momento trasforma immediatamente l'atmosfera della stanza.
Ginger è accompagnata da Federica, educatrice cinofila e coadiutore negli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), il nome tecnico con cui si indicano le attività comunemente note come pet therapy. Nella sala ad attenderli ci sono quattro ospiti della struttura, indicati con nomi di fantasia - Luciano, Antonio, Eleonora e Beatrice - per tutelarne la privacy. Tre di loro sono su sedia a rotelle e ciascuno affronta la seduta con le proprie possibilità residue.
Beatrice, in particolare, presenta importanti difficoltà motorie e di comprensione, che rendono più complesso seguire le proposte e partecipare ai giochi. Ma quando Ginger entra nella stanza, il cambiamento è immediato e difficile da non cogliere: Luciano, Antonio ed Eleonora cercano subito di attirare l'attenzione del cane, allungando le mani per accarezzarlo. Beatrice non riesce a partecipare nello stesso modo per via delle sue condizioni fisiche, ma anche per lei si percepisce il coinvolgimento in quel momento condiviso.
Ginger non ha bisogno di compiere nulla di straordinario: una palla che passa da una mano all'altra, il rumore di un sonaglio che richiama l'attenzione, ed è lei il fulcro di uno scambio in cui ciascuno trova il proprio spazio. La seduta prosegue attraverso piccoli tentativi, gesti spontanei e momenti di attenzione condivisa, mentre Federica guida e sostiene l'attività adattandola alle esigenze di ognuno.
Il progetto alla Rsa Fossati di Monza - struttura della Cooperativa Punto Service - nasce dalla collaborazione tra la direzione della casa di riposo, l'associazione Frida's Friends di Ronco Briantino e Purina, che sostiene l'iniziativa. Si tratta della prima volta in cui l'azienda produttrice di alimenti per animali porta il proprio sostegno a un programma di IAA all'interno di una residenza per anziani, rivolto a persone con decadimento cognitivo, tra cui forme di Alzheimer.
Come spiega la direttrice della struttura, Silvia Dimilito, i cani portano in Rsa energia e serenità, con effetti positivi non solo sugli ospiti ma anche sul personale, sulla reception e sui parenti in visita. Le sedute si svolgono in piccoli gruppi e coinvolgono complessivamente gli ospiti della struttura, che conta 121 posti letto, con situazioni fisiche e cognitive molto diverse tra loro. Secondo quanto riferito dall'équipe educativa, alcuni ospiti arrivano smarriti e faticano a verbalizzare; poi, tra una carezza, una pallina da lanciare e un piccolo gioco da montare per far lavorare il cane, iniziano ad attivarsi. Dopo un'ora di seduta il linguaggio si fa più fluido e la manualità più sciolta.
L'associazione Frida's Friends, fondata nel 2012 e riconosciuta dal 2015 secondo le linee guida dell'Istituto zooprofilattico sperimentale lombardo, segue protocolli che impongono il mantenimento del benessere dell'animale durante ogni attività. Il medesimo sodalizio, insieme a Purina, è già attivo anche in altri contesti sanitari, come il progetto "Quattro zampe in corsia" rivolto ai piccoli pazienti della Casa Pediatrica dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano.
USA. Consumo di droghe tra i giovani quasi ai minimi storici
Un nuovo rapporto della Casa Bianca certifica che il consumo di sostanze stupefacenti tra gli studenti statunitensi si attesta vicino ai minimi storici. Come riporta The Marijuana Herald, il documento, pubblicato a ottobre dall'Office of Data and Research dell'Office of National Drug Control Policy, mostra che l'uso di droghe illecite nell'ultimo anno tra gli studenti si è fermato al 21,1% nel 2025, un dato che si avvicina al minimo record del 19,7% registrato nel 1992.
Secondo l'agenzia federale, il forte calo è iniziato nel 2021, subito dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19, e da allora i livelli sono rimasti bassi fino al 2025, senza il rimbalzo che molti osservatori si aspettavano una volta tornata la normalità sociale.
Per quanto riguarda nello specifico la marijuana, il consumo nell'ultimo anno riguarda il 7,6% degli studenti di terza media (ottava classe nel sistema americano), il 15,6% di quelli di seconda superiore (decimo anno) e il 25,7% dei maturandi (dodicesimo anno). In tutte e tre le fasce il consumo di marijuana resta inferiore a quello di alcol, che tocca rispettivamente l'11,2%, il 23,5% e il 41,1% degli studenti.
Il rapporto riporta anche i dati sul vaping di nicotina, che interessa l'8,5% degli studenti di terza media, il 14,3% di quelli di seconda superiore e il 20% dei maturandi. Tutte queste cifre sulle sostanze derivano dal sondaggio Monitoring the Future, condotto annualmente dall'Università del Michigan.
Il documento della Casa Bianca cita infine dati federali provvisori particolarmente significativi sul fronte delle overdose: nei dodici mesi conclusi a gennaio 2026 si sono registrati 300 decessi per overdose tra adolescenti di 12-17 anni, un calo del 29,6% rispetto ai 426 decessi dello stesso periodo dell'anno precedente.
ISRAELE. SafeHeart: gli psichedelici per curare il trauma dei sopravvissuti al Nova
Nelle ore immediatamente successive all'attacco del 7 ottobre 2023 al festival musicale Nova, in Israele, un gruppo di otto terapeuti ha dato vita a un'organizzazione che oggi rappresenta uno dei principali punti di riferimento per i sopravvissuti alla strage: SafeHeart (in ebraico Lev Batuach). Come riporta The Jerusalem Post, l'organizzazione si distingue per un approccio terapeutico che integra la cura del trauma con competenze specifiche di riduzione del danno legate all'uso di sostanze psichedeliche.
Durante l'attacco, mentre i partecipanti al rave tentavano la fuga e venivano colpiti dagli uomini armati lungo le strade circostanti e all'interno dell'area del festival, molti di loro si trovavano sotto l'effetto di sostanze psicoattive. Questa condizione ha reso il trauma ancora più complesso da elaborare, lasciando i sopravvissuti particolarmente vulnerabili e bisognosi di un sostegno specialistico, capace di tenere insieme la dimensione psicologica del trauma e quella legata all'uso di droghe psichedeliche.
I fondatori di SafeHeart - Guy Simon, Yair Grynbaum, Igal Tartakovsky, Tal Zagursky, Nir Tadmor, Karina Dessau, il professor Roy Salomon e Reut Plonsker - si sono attivati nel giro di poche ore dall'attacco. Il 18 ottobre 2023 hanno formalizzato la nascita dell'organizzazione non profit, con l'obiettivo di offrire una presa in carico specialistica ai sopravvissuti all'attacco al festival musicale. Da allora la rete di 400 terapeuti messa in piedi da SafeHeart ha seguito oltre 2.500 pazienti. I fondatori uniscono una solida esperienza in ambito terapeutico e nella cura del trauma a competenze specifiche sulla riduzione del danno da sostanze psichedeliche, oltre a legami diretti con la comunità dei frequentatori di festival, elemento che si è rivelato cruciale per costruire un rapporto di fiducia con i sopravvissuti.
Una delle responsabili dell'organizzazione, Reut Plonsker, ha spiegato al magazine del Jerusalem Post che molti terapeuti tradizionali tendono a giudicare negativamente l'uso di sostanze psichedeliche. Per questo è stato fondamentale, fin dall'inizio, porsi di fronte ai sopravvissuti come pari, partendo dalla comprensione della loro cultura e del loro mondo, invece che da un approccio moralistico o punitivo nei confronti dell'uso di droghe.
A quasi tre anni di distanza dalla strage, secondo quanto riportato dall'organizzazione, permangono difficoltà significative per molti sopravvissuti, aggravate da un contesto di sicurezza che in Israele non offre momenti di stabilità. Cresce inoltre la percezione, da parte della società, che i sopravvissuti dovrebbero ormai essere "tornati alla normalità" semplicemente perché sono trascorsi tre anni dall'evento - un'aspettativa che l'organizzazione definisce fuorviante rispetto ai tempi reali di elaborazione di un trauma di tale portata.
SafeHeart continua oggi a operare come punto di riferimento per chi, tra i sopravvissuti, non si sente compreso dai servizi di salute mentale tradizionali, proprio per la specificità della propria esperienza, segnata dall'intreccio tra violenza subita e uso di sostanze psicoattive nel momento dell'attacco.
ITALIA. Consumi: timori riducono budget per gli acquisti delle festeConsumatori più prudenti, ma aziende fiduciose sulle prospettive della stagione degli acquisti tra Black Friday & Cyber Monday e festività di fine anno. Se per il 63% degli italiani le condizioni economiche attuali peseranno negativamente sui prossimi regali e sulle giornate di sconti, il 74% delle aziende si aspetta, al contrario, vendite in crescita.
Ad anticipare i trend l’Holiday Retail Report 2026 di Shopify, che analizza le tendenze in nove mercati, tra cui l’Italia, in vista del periodo di shopping più intenso dell’anno.
Un primo conto arriva per il weekend del venerdì nero, atteso il prossimo 27 novembre, in cui la spesa attesa si attesta a 172 euro, rispetto ai 185 euro del 2025. Più che rinunciare agli acquisti, gli italiani sembrano, però, voler dedicare più tempo alla valutazione delle alternative. Il 27% lascia intenzionalmente i prodotti nel carrello mentre decide se acquistarli, il 32% conclude l’acquisto quando il prezzo diminuisce o il prodotto entra in promozione, mentre il 23% decide di acquistare dopo aver avuto più tempo per riflettere. Per il 21%, invece, a fare la differenza sono la spedizione gratuita, una consegna più rapida o condizioni di reso più semplici. Cresce il ruolo dell'AI: tre Consumatori su quattro prevedono di utilizzarla per almeno un’attività di shopping. E secondo il report Shopify, a livello globale, il 71% dei Consumatori che utilizza più frequentemente l’intelligenza artificiale per lo shopping dichiara di essere molto più propenso a scegliere brand indipendenti o di nicchia.
(Radiocor)
ITALIA. La prudenza entra nel carrello della spesa. 78% acquista promozioniAcquisti più frequenti ma con carrelli più piccoli, maggiore attenzione a prezzi e promozioni per far fronte alle difficoltà economiche e una fedeltà sempre meno scontata a insegne e brand.
A fotografare il cambiamento delle abitudini di acquisto delle famiglie italiane sono i dati di YouGov Shopper.
Nonostante un miglioramento rispetto allo scorso anno, il 39% delle famiglie si considera ancora in difficoltà finanziaria, contro una media europea del 32%, con le preoccupazioni economiche che si confermano al primo posto tra le principali paure degli italiani.
La prudenza entra così nel carrello della spesa: quasi otto Consumatori su dieci (78%) dichiarano di voler acquistare maggiormente prodotti in promozione, il 59% è attento ai prezzi e il 57% punta a ridurre la spesa per i prodotti di largo Consumo. Solo poco più di un terzo acquista ciò che veramente gli piace.
Ma è soprattutto il modo di fare la spesa a cambiare. Nell’ultimo anno la frequenza d’acquisto è aumentata del 4,2%, superando in media le quattro visite a settimana, mentre lo scontrino medio è diminuito del 2%, attestandosi a circa 21,3 euro, e il numero di prodotti acquistati per visita è sceso del 3,2%, a 11,7 unità.
I dati mostrano italiani meno fedeli alle abitudini: in media ogni famiglia visita 9,2 insegne diverse nell’arco di un anno. Il supermercato si conferma il formato più resiliente, mentre rallenta la corsa del discount e l'online conserva ancora un importante potenziale di sviluppo.
(Radiocor)
ITALIA. Allarme “svapo” e sigarette elettroniche tra i giovaniÈ allarme “svapo” e sigarette elettroniche tra i giovani. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità, più di uno studente su tre tra i 14 e i 17 anni (il 37,1%, circa 851mila ragazzi) ha utilizzato, nel corso dell’ultimo mese, almeno un prodotto contenente tabacco o nicotina. Dalle sigarette elettroniche alle pod-mod, la diffusione del fumo elettronico sta dando vita a una generazione di adolescenti che diventano dipendenti dalla nicotina spesso ancor prima di percepirsi come fumatori o svapatori abituali. A lanciare l’allarme è la Società italiana per le malattie respiratorie infantili (Simri).
ITALIA. Consumi fuori casa a 102 miliardi, ma crescono solo fascia alta e pranziIl mercato italiano dei consumi fuori casa ha chiuso il 2025 a quota 102 miliardi di euro, un dato sostanzialmente stabile rispetto ai 101 miliardi del 2024, anno in cui la soglia dei 100 miliardi era stata superata per la prima volta. Il quadro, però, nasconde andamenti molto diversi a seconda del tipo di consumo e della fascia di prezzo dei locali, segno che la ripresa del settore non riguarda tutti allo stesso modo.
I dati arrivano dall'Osservatorio del mercato Away From Home, realizzato da TradeLab per Federdistribuzione, l'associazione delle imprese della distribuzione moderna presieduta da Carlo Alberto Buttarelli. La presentazione si è svolta a Roma, ospitata dal Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, il cui titolare Francesco Lollobrigida è intervenuto all'evento insieme allo stesso Buttarelli.
Guardando alle singole occasioni di consumo, il pranzo è l'unico pasto in crescita, con un aumento dell'1,7%. Vanno invece male i momenti di socialità serale: l'aperitivo arretra del 3,1% e calano anche i consumi dopo cena. Una tendenza che Federdistribuzione collega soprattutto al calo del potere d'acquisto delle famiglie italiane, insieme alla difficoltà di molti esercizi a intercettare un consumatore sempre più selettivo, disposto a spendere fuori casa solo quando trova un'offerta percepita come di qualità.
Anche sul fronte della ristorazione il quadro è a due velocità: tra i locali indipendenti avanzano solo le insegne di fascia medio-alta, con una crescita del 2,9%, mentre gli esercizi più economici e popolari sono in difficoltà. La ristorazione in catena resta invece sostanzialmente ferma.
Un ruolo di sostegno per l'intero comparto arriva dal turismo, che pesa per il 22% dei consumi complessivi, pari a 23 miliardi di euro. I turisti stranieri generano da soli 11 miliardi, con una crescita del 7% rispetto al 2024, avvicinandosi sempre di più alla spesa dei turisti italiani, che vale 12 miliardi di euro ma cresce a un ritmo molto più contenuto, attorno al 3%. Complessivamente il mercato si compone per il 78% di consumi dei residenti, pari a 79 miliardi di euro, e per il restante 22% di consumi turistici.
Secondo quanto dichiarato da Buttarelli, le imprese della distribuzione moderna specializzata, anche attraverso il canale Cash&Carry, sostengono la filiera dei consumi fuori casa e contribuiscono alla competitività della ristorazione e all'attrattività turistica del Paese. Dall'indagine emerge inoltre che più della metà degli italiani ritiene che la ristorazione dovrebbe puntare maggiormente sui piatti della cucina tradizionale per rendere più memorabile l'esperienza al tavolo, mentre oltre il 70% dichiara di aver fatto proprie ricette tipiche italiane scoperte o riscoperte proprio durante i pasti fuori casa.
Come riporta ANSA, nei primi otto mesi del 2026 il settore ha già fatto registrare una lieve contrazione delle visite, intorno all'1%, segno che le difficoltà legate al potere d'acquisto delle famiglie non si sono ancora esaurite.
ITALIA. Antitrust: le tv abbassino i prezzi delle partite di Serie AL'Antitrust ha dato il via libera alla Lega Serie A per la commercializzazione dei diritti televisivi del campionato relativi al quinquennio dalla stagione 2029/30 alla stagione 2033/34, ma ha accompagnato l'autorizzazione con indicazioni precise a tutela dei consumatori. Come riporta ilNapolista, il messaggio dell'Autorità è chiaro: la Serie A deve poter guadagnare dalla vendita dei diritti, ma senza che i broadcaster costringano poi i tifosi a spendere cifre eccessive per seguire la propria squadra.
L'approvazione delle linee guida predisposte dalla Lega calcio è arrivata insieme a indicazioni specifiche: favorire "assoluta equità, trasparenza e non discriminazione" tra gli operatori del settore, e studiare un sistema di assegnazione dei diritti tv che possa beneficiare i consumatori in termini di riduzione dei prezzi di fruizione del servizio.
Il bando della Serie A, stando a quanto emerso, potrebbe essere pronto già a inizio 2027: un anticipo pensato apposta per dare il tempo a eventuali nuovi operatori, oggi assenti dal mercato italiano del calcio in tv, di valutare un possibile ingresso nel settore.
Un punto centrale delle osservazioni dell'Antitrust riguarda la struttura dei pacchetti di trasmissione. L'Autorità auspica un sistema in cui più operatori possano trasmettere una parte consistente della Serie A, ampliando così la possibilità di scelta per lo spettatore. Si spinge fino ad auspicare l'eliminazione delle esclusive in favore di pacchetti che prevedano una parte rilevante di eventi condivisi tra diversi broadcaster: un'indicazione di indirizzo, non un vincolo stringente.
Un altro passaggio riguarda l'equilibrio nella composizione dei pacchetti: l'Antitrust invita a pesare adeguatamente il valore delle singole partite, garantendo un bilanciamento nella distribuzione dei big match e degli slot orari serali in cui si concentra il pubblico maggiore, in modo che più operatori possano competere anche sul prezzo offerto agli abbonati.
Resta aperto il nodo della durata dell'accordo: la Lega punterebbe a vendere i diritti per cinque stagioni consecutive, una soluzione che garantirebbe maggiore stabilità economica ai club. Proprio su questo punto l'Autorità ha chiesto che, qualora l'accordo dovesse effettivamente essere quinquennale, venga eliminata l'esclusiva sulla maggior parte delle partite, per evitare che un periodo così lungo si traduca in una rendita di posizione a scapito della concorrenza e, di conseguenza, dei prezzi pagati dai tifosi.
ITALIA. Salute mentale, giornata mondiale: allarme social per i giovaniIl 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale della salute mentale, istituita nel 1992 e promossa a livello internazionale dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'edizione 2026 richiama l'attenzione sul passaggio dalla cura istituzionalizzata all'assistenza territoriale e punta i riflettori, ancora una volta, sul legame tra uso dei social media e disagio psicologico tra i più giovani.
Secondo quanto riporta l'ANSA, in Italia sono almeno otto milioni le persone che convivono con problemi di salute mentale, dalla depressione ai disturbi alimentari fino alle patologie psichiatriche più gravi. Si tratta di una stima in crescita negli ultimi anni, che colpisce in particolare i giovani: per questa fascia di popolazione i social network vengono descritti come un fattore in parte scatenante e in parte specchio del disagio diffuso.
Uno studio pubblicato su The Lancet, citato da Torino Cronaca, ha messo in relazione l'abuso dei dispositivi digitali con conseguenze misurabili sulla salute pubblica: trascorrere più di due ore al giorno davanti agli schermi è associato, a livello globale, alla perdita di circa 2,8 milioni di anni di vita in buona salute a causa della depressione.
I dati raccolti da Alley Oop, la testata de Il Sole 24 Ore dedicata ai temi sociali, restituiscono un altro aspetto critico: sette giovani italiani su dieci sentono il bisogno di parlare con uno psicologo, ma soltanto tre riescono effettivamente ad accedere a un supporto professionale. È quanto emerge dall'Indice Well-Fare 2025 del Consiglio nazionale dei giovani. Molti ragazzi finiscono per rivolgersi a un'intelligenza artificiale per confidare dubbi e difficoltà: uno strumento che non giudica e risponde sempre, ma che non sostituisce un reale percorso di cura. Nei casi più critici, questa sofferenza non affrontata può sfociare in pensieri di autolesionismo, come denuncia il rapporto 2026 dell'Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile.
Anche l'Istat ha dedicato un'infografica alla giornata, rilevando per il 2024 un indice medio di salute mentale di 71,8 su 100 tra i ragazzi di 14-19 anni, un valore superiore alla media generale della popolazione sopra i 14 anni. Un dato che, pur non indicando un quadro drammatico generalizzato, non cancella i segnali di disagio che si concentrano in alcune fasce di età, come riporta Metropolisweb.
Sul fronte dell'offerta di cura, permangono criticità strutturali: secondo i dati ripresi da ANSA, solo quattro Case di comunità su dieci dispongono di un supporto dedicato alla salute mentale pienamente operativo, e appena un Paese su dieci a livello globale ha completato il passaggio dall'istituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici alla cura diffusa sul territorio.
ECUADOR. Giudice assolve 32 pescatori di barche distrutte dagli USA
Un giudice ecuadoriano ha assolto 32 membri di equipaggio di due pescherecci intercettati e distrutti dalle forze militari statunitensi nell'Oceano Pacifico, non trovando prove della loro collaborazione con reti di narcotraffico. Come riporta Orinoco Tribune, la sentenza riguarda otto membri dell'equipaggio del Conquista 2 e 24 della María Candelaria, entrambe imbarcazioni facenti parte di un gruppo di otto pescherecci affondati tra il 28 agosto e il 16 settembre in un'operazione congiunta tra le forze militari statunitensi e il governo dell'Ecuador. I marinai erano stati incriminati per il presunto reato di associazione illecita.
Secondo la ricostruzione del Comando Sud degli Stati Uniti (SOUTHCOM), le imbarcazioni avrebbero funzionato come stazioni di rifornimento galleggianti per i natanti veloci impiegati nel traffico di droga verso il Nord America. I marinai erano stati collegati in via preliminare a Los Choneros, organizzazione criminale ecuadoriana alleata del cartello messicano di Sinaloa e classificata come gruppo terroristico da Washington.
La difesa ha però dimostrato che la Procura ecuadoriana non ha presentato alcun documento ufficiale né alcun rapporto di intelligence del governo statunitense che collegasse gli equipaggi a indagini su traffico di droga o contrabbando di carburante. L'avvocato difensore Juan Alvia ha dichiarato alla stampa che tali documenti semplicemente non esistono, e che il giudice, dopo aver esaminato le prove presentate dalla Procura, ha stabilito che non era stato dimostrato alcun atto illecito da parte delle imbarcazioni o degli equipaggi: nessun reato era stato commesso.
La pronuncia, emessa in primo grado, rappresenta la prima decisione definitiva in una serie di tre procedimenti giudiziari che coinvolgono complessivamente 88 membri di equipaggio provenienti da cinque imbarcazioni distrutte dalle azioni militari statunitensi. Il pubblico ministero non dovrebbe presentare appello, data la mancanza di elementi probatori.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di operazioni militari statunitensi nel Pacifico orientale contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico, condotte in collaborazione con il governo del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Negli stessi giorni, un giudice aveva già disposto il rilascio di altri 28 membri di equipaggio delle imbarcazioni Montecristi e Don Rufo, anch'esse distrutte durante operazioni nel Pacifico, dopo che la Procura non era riuscita a fornire prove sufficienti a sostegno delle accuse.
MESSICO. Concerti usati per riciclare denaro dei narcotrafficanti
L'industria dei concerti e degli spettacoli dal vivo in Messico è diventata, secondo due distinti procedimenti giudiziari statunitensi, un canale privilegiato per riciclare i proventi del narcotraffico. Come riporta Infobae, due vicende giudiziarie separate mostrano come promotori di eventi musicali siano stati usati come veri e propri operatori finanziari da fazioni della criminalità organizzata messicana.
Il primo caso riguarda Jesús Pérez Alvear, noto come "Chucho", promotore con base a Guadalajara titolare della società Gallística Diamante, commercialmente nota anche come Ticket Premier. Nell'aprile 2018 l'Ufficio di Controllo dei Beni Esteri statunitense (OFAC) lo ha inserito nella lista dei "trafficanti di narcotici appositamente designati" in base al Kingpin Act, dopo aver concluso che Pérez Alvear facilitava il riciclaggio di denaro per il Cartel Jalisco Nueva Generación (CJNG) e per l'organizzazione criminale Los Cuinis. Secondo l'accusa, i profitti illeciti venivano mescolati agli incassi legittimi derivanti dalla vendita di biglietti, cibo e parcheggio in occasione della Feria de San Marcos di Aguascalientes, uno dei più importanti eventi fieristici del Paese.
Pérez Alvear, legato al leader di Los Cuinis Abigael González Valencia, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco in un ristorante di Città del Messico nel dicembre 2024. Al momento della morte si era già dichiarato colpevole di riciclaggio per Los Cuinis e aveva accettato di collaborare con la giustizia statunitense.
Il caso ha avuto ripercussioni dirette sull'industria discografica statunitense. Il produttore Ángel del Villar, fondatore e amministratore delegato dell'etichetta Del Records e dell'agenzia Del Entertainment, è stato condannato a 48 mesi di carcere federale e a una multa di 2 milioni di dollari per aver continuato a fare affari con Pérez Alvear anche dopo la sua designazione come narcotrafficante nel 2018. Secondo i pubblici ministeri, tra il 2018 e il 2019 Del Villar organizzò una serie di concerti in collaborazione con il promotore messicano, per transazioni che hanno coinvolto circa 175.000 dollari. La sua società, Del Entertainment, ha ricevuto tre anni di libertà vigilata e una multa di 1,8 milioni di dollari.
Un momento chiave del processo è arrivato con la testimonianza del cantante Gerardo Ortiz, ex artista di punta di Del Records, che si era già dichiarato colpevole di associazione a delinquere in relazione al caso e ha poi testimoniato contro Del Villar. Ortiz ha dichiarato di essere stato indotto con l'inganno a esibirsi in concerti organizzati da Pérez Alvear nonostante il promotore fosse già nella lista nera del governo statunitense; come parte del suo accordo di collaborazione ha ammesso di essersi esibito in sei eventi legati al cartello. Per la sua collaborazione con la giustizia, Ortiz ha evitato il carcere ma dovrà pagare una multa di 1,5 milioni di dollari.
Il secondo caso riguarda l'imprenditore Marco Antonio Moreno Gómez Santelices e la rete di società riconducibili a In House Espectáculos, attiva a Tijuana, Mexicali ed Ensenada in Baja California. Il 18 settembre 2025 il Dipartimento del Tesoro statunitense ha sanzionato Moreno Gómez Santelices insieme al socio Carlos Villela Gómez Santelices, descrivendoli come operatori di una rete di riciclaggio al servizio del Cartello di Sinaloa. Secondo l'OFAC, i due agivano sotto le direttive di Jesús González Lomelí, indicato come riciclatore di alto rango del cartello e associato a René Arzate García, alias "La Rana", legato alla fazione "Los Mayos".
Tra le aziende sanzionate figura Conciertos y Espectáculos Inhouse, nota commercialmente come In House Espectáculos, promotrice di concerti in Baja California con artisti internazionali come Ricky Martin, Roberto Carlos e Alejandra Guzmán. L'OFAC ha descritto la rete riconducibile a Moreno Gómez Santelices come un insieme di "imprese di sicurezza, immobiliari e di intrattenimento che riciclano anche denaro", includendo nelle sanzioni altre società collegate all'imprenditore, tra cui Inteliproof Efficient e Festivales Artistas Mobiliario y Asesoría.
Entrambi i casi evidenziano lo stesso schema: il settore degli spettacoli dal vivo in Messico, con il suo alto volume di transazioni in contanti legate a biglietti, catering e servizi accessori, offre ai cartelli della droga un canale efficace per mescolare denaro illecito con incassi apparentemente legittimi.
ITALIA. Dal 2019 al 2025 scomparse 111mila imprese al dettaglio nei comuniDal 2019 al 2025 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar in Italia. Complessivamente, in 5.103 comuni è scomparsa almeno una tipologia di attività di prossimità di base che prima era presente.
Lo sottolinea Confesercenti sulla base dei dati camerali.
Circa 72mila erano attività di prossimità di base, ovvero negozi che garantiscono l'accesso ai beni e ai servizi essenziali per la vita quotidiana.
Tra questi figurano soprattutto forni, macellerie, tabaccherie, parrucchieri, ma anche distributori di carburante.
Nello specifico, dalla fotografia che la confederazione fa riguardo la desertificazione commerciale, emerge che nel Paese ci sono 1.064 comuni senza negozi alimentari, 566 senza bar e più di 2.500 senza distributori di carburante. Un fenomeno che raggiunge "proporzioni allarmanti" soprattutto nei centri più piccoli. Tutti i 566 comuni italiani senza nemmeno un bar hanno meno di 5mila abitanti, così come tutti i 1.337 comuni senza barbiere o parrucchiere. La desertificazione non si ferma però ai borghi, sottolinea Confesercenti. Tra i comuni con 15mila-50mila abitanti, 140 non hanno un negozio specializzato nella vendita di pane, 138 una pescheria, 97 una libreria, 24 un'edicola e 8 nemmeno una macelleria. Assenze di attività di prossimità di base si registrano anche nei centri tra i 50mila e i 250mila abitanti.
(ANSA).
FRANCIA. Violenze contro i possessori di cryptovaluteLe autorità francesi hanno registrato 77 episodi di violenza contro i possessori di criptovalute dall'inizio del 2026, superando il totale dell'intero anno precedente. I procuratori affermano che le reti criminali organizzate reclutano online giovani complici per commettere rapimenti, estorsioni e irruzioni in abitazione.
L'America Latina è stata contagiata dalla febbre delle motociclette. Pochi motociclisti sono obbligati a indossare il casco. Le norme su patenti, limiti di velocità e guida in stato di ebbrezza vengono spesso ignorate. Eppure i politici mostrano scarso interesse nell'imporre regolamenti più severi . (The Economist)
U.E.. Stoccaggi di gas al minimo storico del 72%: per l’Europa scatta l’allarme e serve un taglio del 7% ai consumiLo studio di Ieefa stima in 3 miliardi il costo delle importazioni extra per coprire il deficit provocato dalla guerra Usa-Iran. Con lo stop al Gnl russo da gennaio 2027 e le iniezioni estive in calo, Berlino e Madrid corrono ai ripari mentre l’Italia detiene il 18% delle riserve.
Le riserve europee di gas naturale scivolano ai livelli più bassi degli ultimi quindici anni alla vigilia dell’inverno, trasformando la dipendenza dagli stoccaggi in una pesante vulnerabilità finanziaria e di sicurezza energetica per l’Unione Europea. Al 3 ottobre 2026, i depositi sotterranei comunitari risultano riempiti appena al 72,4%, il valore percentuale più contenuto mai registrato per questo periodo dell’anno dall’inizio delle rilevazioni storiche nel 2011. Questo deficit di scorte, sommato all’entrata in vigore del divieto totale sulle importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia a partire da gennaio 2027, imporrà ai Ventisette di ridurre la domanda invernale di gas del 7% su base annua, per un volume complessivo equivalente a circa 14 miliardi di metri cubi (bcm).
Il quadro e le stime quantitative emergono dal rapporto di analisi pubblicato dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), che evidenzia come il tentativo di compensare i mancati volumi stoccati ricorrendo a carichi addizionali sul mercato globale comporterebbe un esborso straordinario di 3 miliardi di euro. Una cifra lievitata del 12% rispetto ai costi del 2025 a causa della fiammata dei listini innescata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran.
Le tensioni geopolitiche, i corsi elevati delle materie prime e il pericolo di ondate di freddo improvvise stanno convergendo sull’equilibrio energetico continentale. Riserve sotterranee così esigue riducono il margine di protezione dell’Unione Europea di fronte a possibili deviazioni dei carichi di Gnl verso i mercati asiatici, a nuove interruzioni nelle rotte mediorientali o alla perdita strutturale del gas liquefatto russo dal prossimo gennaio. Secondo i modelli di Ieefa, nel corso della stagione termica compresa tra novembre e marzo i depositi europei potranno erogare al mercato 7,3 miliardi di metri cubi di gas in meno rispetto all’inverno precedente.
Tale contrazione non prelude a un esaurimento totale delle riserve, ma innesca una criticità fisica: all’abbassarsi dei volumi immagazzinati cala la pressione dei giacimenti, rallentando la velocità con cui il gas può essere estratto e rendendo complessa la risposta del sistema a eventuali gelate tardive, come quella verificatasi nel gennaio 2026. Uscire dall’inverno con stoccaggi depressi comporterebbe inoltre una campagna di riempimento estivo molto più onerosa nel 2027, alimentando una nuova spirale rialzista sulle quotazioni.
Il meccanismo ordinario di funzionamento dei depositi si fonda sul differenziale stagionale dei prezzi: gli operatori commerciali acquistano la materia prima durante l’estate a listini più contenuti, la stoccano e la rivendono in inverno traendo profitto dalla forbice tra le due stagioni (summer-winter spread). Tuttavia, il progressivo assottigliamento di questo divario ha azzerato i margini economici necessari a coprire i costi vivi di affitto e manutenzione degli impianti sotterranei. Durante parte dell’ultima campagna di iniezione, lo spread è persino scivolato in territorio negativo, con i contratti del gas estivo scambiati a premio rispetto a quelli per consegna invernale.
Di conseguenza, immobilizzare capitale per stoccare metano si è trasformato da strategia remunerativa in rischio finanziario, provocando un rallentamento marcato delle iniezioni. I volumi immessi nel periodo estivo hanno segnato una contrazione del 30% tra il 2022 e il 2025, mentre nel trimestre aprile-giugno 2026 i conferimenti sono scesi del 16% rispetto all’anno precedente, spiegando il motivo per cui l’Ue si ritrova oggi con i serbatoi fermi al 72,4%.
Prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, gli impianti di stoccaggio fungevano da semplice riserva polmone, mentre i flussi via tubo – prevalentemente russi – assorbivano con la loro flessibilità le variazioni della domanda. Oggi l’Europa dipende direttamente dai depositi per superare i mesi freddi. I dati Eurostat indicano che la quota dei consumi invernali coperta dalle riserve è cresciuta dal 25% del 2021-22 al 30% del 2025-26, toccando un picco del 33% nel 2024-25, stagione in cui i prelievi sono risultati superiori di circa il 50% rispetto al biennio precedente.
Questa dinamica deriva da due fattori concomitanti. Da un lato, i consumi invernali, crollati da circa 222 miliardi di metri cubi nel 2021-22 a 185 miliardi nel 2022-23 grazie ai risparmi d’emergenza, si sono stabilizzati attorno ai 200 miliardi nelle ultime due stagioni, segnalando che la fase dei tagli agevoli alla domanda si è conclusa. Dall’altro, le importazioni complessive di gas nell’Ue sono rimaste sostanzialmente piatte, con i volumi del 2025 allineati a quelli del 2023. Senza una crescita degli arrivi dall’estero, la risalita dei consumi ha gravato per intero sugli stoccaggi, esponendo il sistema a rincari violenti.
La capacità tecnica complessiva dei depositi di gas nell’Unione Europea ammonta a circa 108 miliardi di metri cubi, ma la sua collocazione geografica è fortemente concentrata. Sei Paesi detengono da soli circa l’80% del potenziale totale: la Germania controlla la quota principale con circa il 22%, seguita dall’Italia con il 18%, dai Paesi Bassi con il 13%, dalla Francia con l’11%, dall’Austria con il 9% e dall’Ungheria con il 6%. All’estremo opposto, nove Stati membri – Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Malta e Slovenia – risultano privi di impianti sotterranei sul proprio territorio e fanno affidamento sugli accordi di solidarietà previsti dalla normativa europea per tutelare i propri fabbisogni.
Di fronte alla ritrosia degli operatori privati a stoccare metano a prezzi elevati, diversi governi nazionali sono intervenuti con misure dirette. Nei Paesi Bassi, l’esecutivo ha varato a giugno 2026 una sovvenzione fino a 993 milioni di euro a favore della compagnia statale EBN Capital per incrementare le riserve. A fine settembre, la Germania ha dato disposizione all’importatore pubblico SEFE di acquisire e stoccare entro il 15 dicembre 8 terawattora (TWh) di gas, corrispondenti a circa il 3% della capacità nazionale.
La Spagna ha invece aumentato di oltre un quarto le riserve strategiche di Gnl stoccate presso i propri terminali di rigassificazione. Sul piano regolatorio comunitario, l’obbligo introdotto nel 2022 di raggiungere il 90% di riempimento entro il 1° novembre ha dovuto fare i conti con la realtà dei mercati: con l’impennata dei corsi legata alla guerra tra Stati Uniti e Iran, la Commissione europea ha invitato gli Stati a rivedere al ribasso l’obiettivo portandolo all’80%, al fine di scongiurare acquisti dettati dal panico. Lo scorso settembre, il Commissario europeo per l’Energia Dan Jørgensen ha sollecitato i governi a proseguire nel percorso di riduzione dei consumi energetici per fronteggiare livelli di stoccaggio “eccezionalmente bassi”.
Nelle conclusioni del rapporto, l’istituto di ricerca avverte che investire risorse finanziarie per espandere le capacità fisiche di stoccaggio rischia di vincolare l’Europa ai combustibili fossili per i decenni a venire. La risposta strutturale risiede invece nel contenimento della domanda attraverso l’efficienza energetica, l’elettrificazione industriale, le energie rinnovabili e la diffusione delle pompe di calore, interventi capaci di smussare i picchi di consumo invernale che mettono sotto pressione le infrastrutture.
L’efficacia di questa traiettoria trova riscontro nei dati industriali: nella sola Germania, Ieefa evidenzia che l’installazione di quasi 1,1 milioni di pompe di calore residenziali tra il 2022 e il 2025 ha consentito al Paese di risparmiare 1,3 miliardi di euro in importazioni di Gnl nel triennio 2023-2025. Un percorso confermato dalle stime dell’European Heat Pump Association, secondo cui nei primi sei mesi del 2026 le vendite di pompe di calore residenziali in dodici Paesi europei sono cresciute dell’11% su base annua, favorite anche dalle decisioni di alcuni governi di alleggerire il carico fiscale sull’elettricità.
(Sebastiano Torrini su Energia Oltre el 08/10/2026)
MONDO. OpenAI: non tornano 20 miliardiSecondo Reuters, OpenAI ha comunicato agli investitori ricavi annualizzati di settembre vicini a 50 miliardi di dollari, rispetto ai quasi 70 miliardi indicati in precedenza. La discrepanza sarebbe legata soprattutto ai criteri usati nel confronto con Anthropic e al trattamento delle vendite attraverso i partner cloud. Il traguardo dei 70 miliardi dovrebbe però restare previsto per fine anno. Attenzione quindi alla metrica: sono ricavi annualizzati, una proiezione del ritmo delle vendite, non il fatturato già incassato nell’anno. I titoli tech hanno sofferto, per poi riprendersi.
E intanto OpenAI si difende dai tre ricercatori che dicevano di essere stati licenziati per aver sollevato questioni di sicurezza, l’azienda sostiene che gli stessi avessero commesso una “grave violazione della fiducia”. Due versioni contrapposte, con i dettagli della vicenda ancora da chiarire.
In questo contesto del sano gossip da weekend. Non aiuta la notizia che Andrew Garfield, attore e volto del CEO di OpenAI in Artificial film in uscita a dicembre di Luca Guadagnino sui cinque giorni tra il licenziamento di Altman e il suo ritorno alla guida di OpenAI, ha raccontato a Variety di aver smesso di usare ChatGPT. Prepararsi al ruolo lo ha reso più diffidente verso la tecnologia. Prima lo utilizzava come una sorta di Google sofisticato. Insomma, immedesimazione riuscita. Fidelizzazione del cliente, un po’ meno.
(Mariavittoria Zaglio su MF Class Cnbc - AIClub del 09/10/2026)
Quanto ci costa la crisi climatica? Il dossier di Valori.it
L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale. E ha reso evidente ciò che gli studi dicono da anni: la crisi climatica non è un costo rimandato al futuro. La paghiamo già. In bolletta, al supermercato, nei premi assicurativi, nelle risorse pubbliche che servono a ricostruire dopo alluvioni e frane.
Quantificarla non è semplice. Non ogni evento meteorologico è attribuibile al riscaldamento globale, e le stime divergono anche molto. Ma puntano tutte nella stessa direzione. In questo dossier proviamo a fare i conti con studi, dati ufficiali e testimonianze, guardando a chi paga: le famiglie, le imprese, lo Stato. E a voi, che in 312 avete risposto al nostro questionario raccontandoci quanto vi è costato il clima nell’ultimo anno.
(Valori.it)
ITALIA. Sclerosi multipla, quasi 4 persone su 10 non riescono ad accedere al supporto psicologicoIl Barometro AISM 2026 evidenzia le difficoltà nell'accesso al sostegno psicologico: il 38,3% delle persone che ne hanno bisogno non riesce a ottenerlo
di Redazione
La diagnosi di sclerosi multipla può cambiare profondamente la vita di una persona, imponendo di confrontarsi con l’incertezza del decorso, la paura del peggioramento e la necessità di ripensare progetti personali e professionali. Un carico emotivo che non riguarda soltanto chi riceve la diagnosi, ma coinvolge anche familiari e caregiver. Eppure, accedere a un supporto psicologico adeguato resta difficile per molte persone. A fotografare le criticità è il Barometro della SM e patologie correlate 2026 dell’Associazione italiana sclerosi multipla (AISM), diffuso in occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre. Secondo i dati raccolti, il 38,3% delle persone che avrebbero bisogno di un sostegno psicologico non è riuscito a ottenerlo, a causa della mancata disponibilità del servizio sul territorio, dei costi troppo elevati o della difficoltà di individuare il percorso da seguire. Nell’ultimo anno, il 27% dei rispondenti ha ricevuto un supporto psicologico, mentre il 18,7% dichiara di averne tratto molto o abbastanza beneficio. Poco più di un terzo riferisce, invece, di non averne avuto bisogno.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda le modalità di accesso. Tra le persone che hanno ricevuto un sostegno psicologico, oltre il 60% ha prenotato e svolto il percorso privatamente. Soltanto il 18,6% ha avuto accesso direttamente attraverso il Centro per la sclerosi multipla o il medico di famiglia. Inoltre, il 23,8% ha dovuto gestire autonomamente la prenotazione anche nel servizio pubblico, mentre il 16,6% ha trovato una risposta attraverso AISM, che mette a disposizione una rete di professionisti esperti tramite le proprie sezioni e che, in alcuni territori, rappresenta un’alternativa al ricorso al privato. Anche la sostenibilità economica costituisce un ostacolo. Per il 47,2% di chi riceve supporto psicologico, la spesa incide sul bilancio familiare, mentre il 46,7% dichiara di non ricevere tutto il sostegno di cui avrebbe bisogno. Secondo la stima AISM-IQVIA aggiornata al 2026, il costo medio annuo a carico delle famiglie è di 191 euro. La cifra sale a 250 euro per le persone con disabilità lieve e arriva fino a 2.900 euro per il 10% delle famiglie che sostengono le spese più elevate. Dati che mettono in evidenza una criticità nell’organizzazione dell’assistenza: la possibilità di ricevere un sostegno psicologico rischia di dipendere dalla disponibilità economica, dalla presenza di servizi sul territorio e dalla capacità della persona di orientarsi tra le diverse opportunità.
Il bisogno di supporto psicologico attraversa tutte le fasi della sclerosi multipla e non è necessariamente proporzionale al grado di disabilità. L’ansia, in particolare, è il sentimento più diffuso: il 52,6% delle persone coinvolte nella rilevazione dichiara di provarla. La sua presenza è significativa anche tra chi presenta una disabilità lieve, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, quando l’incertezza sul futuro e il timore di un peggioramento possono incidere profondamente sulla quotidianità. Con l’aumentare della disabilità emergono con maggiore frequenza anche rabbia, depressione e isolamento. Tra le persone con disabilità grave, il senso di isolamento raggiunge il 46,1%. La sclerosi multipla, infatti, non coinvolge soltanto la dimensione clinica, ma può ripercuotersi sulle relazioni, sul lavoro, sulla vita di coppia e sull’autonomia personale. Per questo, il sostegno psicologico può rappresentare una componente importante del percorso di cura, aiutando ad affrontare le emozioni associate alla diagnosi e i cambiamenti che accompagnano l’evoluzione della malattia. L’impatto si estende anche alla famiglia, chiamata a confrontarsi con nuove responsabilità e preoccupazioni. Tuttavia, secondo il Barometro AISM 2026, soltanto il 17,5% delle persone che ricevono supporto psicologico dispone di un percorso che coinvolge anche i familiari.
Un ruolo importante nell’intercettare il bisogno e nell’attivare percorsi di sostegno è svolto dai Centri per la sclerosi multipla. Nel 57,8% delle strutture considerate è prevista la collaborazione di uno psicologo con tempo dedicato alla SM. I dati mostrano differenze significative tra i Centri che dispongono di questa figura e quelli che ne sono privi. Il supporto psicologico alla persona al momento della diagnosi viene offerto sempre nel 61,8% dei Centri con uno psicologo dedicato, contro il 20% delle strutture che non ne dispongono. La differenza emerge anche per il sostegno ai familiari: il servizio viene sempre offerto nel 37,1% dei Centri con uno psicologo dedicato, rispetto al 4,6% di quelli senza questa figura. Tra il 2024 e il 2026, inoltre, la quota di Centri che avviano la valutazione del bisogno psicologico già al momento della diagnosi è passata dal 35,9% al 43,3%. Un miglioramento che, tuttavia, non elimina le criticità organizzative. Il tempo medio dedicato al supporto psicologico è infatti pari a 1,6 ore l’anno per persona in carico, con una presenza più limitata nei Centri di dimensioni minori. “Il Centro ha un ruolo importante nell’intercettare questo bisogno e nell’attivare il percorso, insieme ai servizi del territorio: avere tempo e risorse dedicate ci permette di farlo in modo più sistematico”, sottolinea Ambra Giovannetti, psicologa della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano. La specialista ricorda come l’imprevedibilità della malattia possa rendere difficile accettare la diagnosi e riformulare il proprio progetto di vita. Un percorso psicologico può aiutare a riconoscere e affrontare paura, rabbia e frustrazione, ma anche a gestire le ricadute della condizione sulle relazioni, sul lavoro e sulle aspettative legate alle terapie. Il sostegno, sottolinea Giovannetti, è prezioso fin dalla diagnosi, quando l’ansia può essere elevata anche in presenza di una disabilità lieve. Deve inoltre comprendere i familiari e chi presta assistenza, offrendo loro uno spazio in cui esprimere preoccupazioni e difficoltà.
Per AISM, il sostegno psicologico non può essere considerato un servizio accessorio, ma deve essere riconosciuto come parte integrante della presa in carico delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate. “Quando arriva la diagnosi di sclerosi multipla non si dovrebbe mai restare soli con la paura, né all’inizio né in ogni passaggio di una malattia imprevedibile. Invece i dati ci dicono che troppe persone si trovano a cercare da sole un aiuto, a pagarlo di tasca propria, o a rinunciarci. Il supporto psicologico non è un lusso: è parte della cura, e deve esserci per la persona, per i suoi familiari e per chi si prende cura di lei, fin dal primo giorno. Rendiamolo parte stabile della cura, in ogni Centro e in ogni territorio. Con i Centri clinici, con cui lavoriamo ogni giorno, possiamo costruire questa risposta insieme”, dichiara Gianluca Pedicini, presidente nazionale AISM. L’associazione chiede che il supporto psicologico per le persone con SM, i familiari e i caregiver sia incluso, effettivamente erogato e monitorato nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), con percorsi attivati fin dalla diagnosi e nei momenti più delicati della malattia, come i cambi di terapia, le ricadute, gli aggravamenti e l’introduzione di ausili. Tra le priorità indicate figurano il rafforzamento della presenza degli psicologi nei Centri, soprattutto in quelli più piccoli, e un raccordo stabile con i servizi territoriali, per garantire un accesso pubblico, omogeneo e senza costi a carico delle famiglie. L’associazione sollecita inoltre lo sviluppo del supporto a distanza e una particolare attenzione ai bambini, agli adolescenti, ai giovani e ai loro familiari. La testimonianza di Barbara, una persona con sclerosi multipla, restituisce il significato concreto di queste difficoltà: “Quando mi hanno dato la diagnosi mi sono preoccupata subito di tutto: della terapia, del lavoro, di cosa sarebbe successo dopo. Di tutto, tranne che di me. Nessuno mi ha detto che avrei potuto avere qualcuno con cui parlare, e quando ho capito che ne avevo bisogno ho dovuto cercarlo da sola. Non tutti possono permetterselo, e non dovrebbe dipendere da questo. Avere accanto qualcuno che ti aiuta a dare un nome alla paura cambia il modo in cui vivi la malattia, e anche quello della tua famiglia”. Una richiesta che, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, riporta al centro una questione fondamentale: garantire un’assistenza completa significa prendersi cura non soltanto dei sintomi della malattia, ma anche del benessere psicologico delle persone e delle famiglie che la affrontano ogni giorno.
(Sanità Informazione)
ITALIA. Tumori, adolescenti esclusi dalle cure innovative: meno della metà accede ai protocolli AieopTra i bambini con tumore di età compresa tra 0 e 14 anni, quasi il 100% viene curato in un centro della rete Aieop e inserito in un protocollo dedicato. Tra gli adolescenti la percentuale scende sotto il 50%
Adolescenti e giovani adulti con una diagnosi oncologica rischiano di rimanere ai margini dei percorsi di cura e della ricerca clinica. Troppo grandi per essere considerati bambini, ma ancora troppo giovani per essere pienamente inseriti nei modelli assistenziali dell’oncologia dell’adulto, si trovano spesso in una posizione intermedia che può condizionare l’accesso ai centri specializzati, ai protocolli terapeutici e alle sperimentazioni più innovative. A evidenziare il problema è Andrea Ferrari, della Pediatria oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, in vista del LI Congresso nazionale dell’Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica (Aieop), in programma a Lecce dal 12 al 14 ottobre. I numeri descrivono una differenza significativa tra le fasce d’età: se quasi il 100% dei bambini tra 0 e 14 anni con una diagnosi oncologica viene seguito in un centro Aieop e inserito in un protocollo della rete, tra gli adolescenti di 15-19 anni la percentuale scende a meno del 50%. Una distanza che non riguarda soltanto l’organizzazione dell’assistenza, ma può avere conseguenze concrete sulle possibilità di accedere alle cure più appropriate e, per alcune patologie, contribuire a mantenere un divario nelle probabilità di sopravvivenza.
“Gli adolescenti sono ancora oggi in una terra di mezzo tra il mondo dell’oncologia pediatrica e quello dell’oncologia dell’adulto”, spiega Ferrari. “Sono pazienti unici, con specifiche caratteristiche cliniche e bisogni psicosociali che spesso rimangono insoddisfatti”. Il rischio, sottolinea lo specialista, è che questi giovani non arrivino ai centri di cura e ai protocolli clinici, oppure vi accedano in ritardo, senza poter beneficiare delle opportunità terapeutiche disponibili. “Il risultato è che, per alcune malattie, possono avere letteralmente meno probabilità di guarire rispetto, per esempio, a un bambino con la stessa patologia”, aggiunge Ferrari. La transizione tra oncologia pediatrica e oncologia dell’adulto rappresenta quindi un passaggio delicato, che richiede percorsi assistenziali capaci di tenere conto non soltanto dell’età anagrafica, ma anche delle caratteristiche della malattia e delle esigenze specifiche degli adolescenti e dei giovani adulti.
Uno dei nodi principali riguarda la possibilità di partecipare ai trial clinici e alle sperimentazioni terapeutiche. L’accesso può essere condizionato da diversi fattori: i limiti di età previsti dai protocolli, le politiche delle aziende farmaceutiche, un quadro normativo ancora non sufficientemente strutturato e la mancata integrazione tra oncologia pediatrica e oncologia dell’adulto. Il rischio è che proprio una fascia di popolazione potenzialmente interessata dalle innovazioni terapeutiche rimanga esclusa dalle opportunità offerte dalla ricerca o incontri maggiori difficoltà nell’accedervi. Per Aieop, garantire un accesso più equo alle sperimentazioni rappresenta una priorità. L’associazione è impegnata nella ricerca di soluzioni attraverso una collaborazione sempre più stretta con l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), la definizione di modelli assistenziali specifici e iniziative istituzionali per migliorare l’organizzazione dei centri e l’accesso alle cure. L’impegno si estende anche al contesto europeo, con la Network of Expertise dedicata agli adolescenti e ai giovani adulti, promossa dalla Commissione europea nell’ambito della Joint Action JANE. “Garantire agli adolescenti con tumore un accesso equo alle sperimentazioni cliniche rappresenta un dovere etico fondamentale per colmare il divario di sopravvivenza rispetto ad altre fasce d’età“, sottolinea Ferrari.
Il tema dell’accessibilità alle cure innovative sarà tra gli argomenti del LI Congresso nazionale Aieop, che riunirà all’Hilton Garden Inn di Lecce medici, infermieri, ricercatori e professionisti sanitari impegnati nell’assistenza a bambini, adolescenti e giovani adulti con patologie oncoematologiche. Il programma affronterà le principali trasformazioni dell’oncoematologia pediatrica: dall’intelligenza artificiale alla medicina di precisione, dalle terapie geniche e cellulari alle CAR-T, fino al gene editing, alla radioterapia e alla chirurgia innovativa. Spazio anche al follow-up, alla qualità della vita, alla sostenibilità delle terapie avanzate e all’accesso alla sperimentazione clinica. Saranno approfonditi, inoltre, i nuovi approcci terapeutici nelle leucemie e nei linfomi pediatrici, le politiche regolatorie sulle terapie avanzate, la programmazione sanitaria e gli sviluppi della chirurgia oncologica, della neurochirurgia di precisione e della radioterapia pediatrica. “La sfida è fare in modo che questa innovazione diventi cura concreta, accessibile e sostenibile per ogni bambino, adolescente e giovane adulto”, dichiara Angela Mastronuzzi, presidente Aieop. Il congresso dedicherà attenzione anche alla ricerca e alla formazione dei giovani professionisti. Il 12 ottobre è in programma Aieop Giovani, giornata dedicata alla formazione e all’approfondimento di tematiche specialistiche. Nella sessione presidenziale saranno presentati i cinque migliori abstract selezionati, su argomenti che spaziano dai microRNA nei gliomi pediatrici di basso grado all’impiego dell’intelligenza artificiale e agli studi sulla nicchia leucemica nella leucemia mieloide acuta pediatrica, passando per la terapia genica nella beta-talassemia trasfusione-dipendente e l’RNA-sequencing nella diagnosi della leucemia linfoblastica acuta pediatrica.
Accanto all’innovazione scientifica, il congresso porrà l’attenzione sulla qualità dell’assistenza e sulla collaborazione tra le diverse figure coinvolte nei percorsi di cura. Il 13 ottobre saranno premiati i migliori abstract dedicati alla ricerca di giovani ricercatori, infermieri e infermieri pediatrici. Il Congresso infermieristico Aieop, previsto il 13 e 14 ottobre, affronterà temi quali la sicurezza e la continuità assistenziale, la ricerca nelle professioni sanitarie, il sostegno ai caregiver, la qualità della vita e la personalizzazione dei percorsi. “La qualità della cura nasce anche dalla capacità di lavorare insieme”, osserva Mastronuzzi. “Medici, infermieri, ricercatori, professionisti sanitari, famiglie e associazioni sono parte di una stessa comunità. È da questa collaborazione che nascono percorsi più sicuri, più umani e più vicini ai bisogni reali dei pazienti“. La sfida, dunque, non è soltanto sviluppare terapie più efficaci, ma fare in modo che le opportunità offerte dalla ricerca siano accessibili a tutti, indipendentemente dall’età. Colmare il divario che separa bambini, adolescenti e giovani adulti significa intervenire sull’organizzazione dei percorsi, favorire l’integrazione tra le specialità e garantire che l’innovazione scientifica possa tradursi in concrete possibilità di cura.
(Sanità Informaziione)
ITALIA. COSIsiFA. Progetto con informazioni sula saluteSi può scaricare dal sito di COSIsiFA - il progetto sostenuto da Aifa che dà informazioni importanti per la salute rigorosamente indipendenti e basate su dati scientifici - il bollettino bimestrale che riassume con uno stile chiaro e di facile lettura le ultima novità pubblicate nel contesto del progetto. Su questo numero in particolare segnaliamo il minidossier sull’uso dei farmaci nell’infanzia e nell’adolescenza, l’approfondimento sull’appropriatezza delle benzodiazepine, la guida al percorso di guida oncologico, che vuole offrire un’informazione scientifica indipendente, chiara e rigorosa sui farmaci antitumorali, rivolgendosi direttamente alle persone malate, a caregiver e cittadini e cittadine. Qui puoi leggere e scaricare il bollettino
(Scienza in Rete)
MONDO. La classifica dei migliori ospedali specializzati del mondo è una cosa seria?Con una grande copertura mediatica è uscita l’annuale classifica dei migliori ospedali specializzati del mondo prodotta da Newsweek con la collaborazione di Statista. Claudio Maffei, che ha svolto ruoli di Direzione sanitaria sia presso AST sia presso Aziende Ospedaliere e IRCCS, è andato a verificare con che metodo è stata stilata questa lista: scoprendo non solo che le informazioni sono lacunose, ma che si basa prevalentemente sulle raccomandazioni di medici, e in minima parte su certificazioni e sui giudizi dei pazienti. Che sono comunque raccolti con sistemi metodologicamente assai deboli e di indipendenza incerta. Ma il peggio è che in un Paese che ha scommesso col PNRR sul potenziamento dei servizi territoriali, la retorica degli ospedali di eccellenza spinge di fatto verso il depotenziamento del territorio. Qui puoi leggere l’articolo di Scienza in Rete.
NORVEGIA. Il Nobel per la chimica all’asimmetria delle molecoleDue molecole possono essere identiche nella composizione, ma avere proprietà molto diverse perché sono l’una l’immagine speculare dell’altra. È il fenomeno della chiralità, fondamentale per comprendere la chimica della vita e il funzionamento di molti farmaci. Il Nobel per la chimica 2026 premia Henri B. Kagan e Kenso Soai per aver dimostrato come un piccolissimo squilibrio tra due forme speculari possa essere amplificato durante una reazione chimica, fino a far prevalere quasi completamente una delle due. Scoperte che hanno trasformato la sintesi organica asimmetrica e aperto nuove prospettive per la ricerca. Ne scrive per Scienza in Rete Chiara D’Errico.
NORVEGIA. Il Nobel per la Fisica all’osservazione dei neutrini con IceCubeIl premio Nobel per la Fisica 2026 è stato assegnato a Francis Halzen, dell’University of Wisconsin-Madison, per i contributi decisivi all’osservatorio IceCube e per la scoperta di neutrini ad alta energia provenienti dallo spazio. Jacopo Mengarelli, per Scienzai n Rete ha intervistato in un podcast Lucia Votano, fisica associata all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che si occupa di fisica astroparticellare e in particolare di neutrini, è stata direttrice del Laboratorio INFN del Gran Sasso e oggi partecipa all’esperimento Juno, un osservatorio gigante di neutrini nella Cina meridionale. Con lei ha contestualizzato e spiegato il senso delle scoperte che hanno portato a vincere il premio più prestigioso, parlando anche dei principali esperimenti che servono a rilevare neutrini.
NORVEGIA. Il Nobel per la Medicina all’optogeneticaIl Nobel 2026 per la fisiologia o medicina è stato assegnato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel, «per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica». Lo strumento chiave che accende e spegne singoli neuroni con la luce, con una precisione di millisecondi, la canalrodopsina, viene da un’alga unicellulare che la selezione naturale ha reso sensibile alla luce. Funziona nei mammiferi perché tutti i viventi condividono lo stesso macchinario molecolare di base. In un suo articolo per Scienza in Rete, Gilberto Corbellini ne ricava una lezione evolutiva: la natura è un archivio di soluzioni, che la ricerca di base può riutilizzare.
USA. SpaceX sbarca nella telefonia mobileSpaceX vuole entrare nel florido mercato della telefonia mobile americana come operatore a tutti gli effetti. E per farlo ha acquistato da Grain Management un pacchetto di licenze per la banda bassa degli 800 MHz. Il prezzo dell’operazione non è stato reso noto, ma chiarisce molto bene le ambizioni di Musk.
ITALIA. Nuova legge elettorale. Votano anche i fuorisedeCon la riforma della legge elettorale, che ha appena incassato il sì definitivo, arriva per la prima volta una disciplina stabile del voto fuorisede, che riguarda almeno un elettore su dieci. Grazie a un emendamento di Fratelli d’Italia - approvato alla Camera all’unanimità - potrà chiedere di votare nel comune di domicilio temporaneo chi, per studio o lavoro, si trova in un comune di una regione diversa da quella di residenza, se la permanenza prevista è di almeno nove mesi. Per chi è fuori regione per motivi di cura la soglia scende a tre mesi, purché nel periodo ricada la data del voto. Il Senato ha poi esteso la possibilità ai caregiver: chi assiste per almeno tre mesi in un’altra regione una persona sottoposta a cure potrà votare lì, se le elezioni cadono in quel periodo.
NORVEGIA. Premio Nobel 2026 per la Pace va alla giurista sudafricana Novanathem “Navi” Pillay Il Premio Nobel 2026 per la Pace va alla giurista sudafricana Novanathem “Navi” Pillay per aver mostrato «eccezionale coraggio e integrità» nel suo lavoro contro «i crimini di guerra». La vittoria di Pillay - 85 anni, prima donna non bianca a far parte dell’Alta Corte Sudafricana, poi membro del tribunale internazionale che negli anni Novanta ha indagato sul genocidio in Ruwanda, oggi nota soprattutto per il suo lavoro nella Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu su Gaza e sui territori occupati, che è sfociato nell’accusa di genocidio a Israele e al governo Netanyahu - è stata accolta da espliciti malumori sia a Tel Aviv che a Washington: «Goebbels applaude dall’inferno», ha commentato il ministro degli Esteri israeliano. Il presidente Usa, invece, che a lungo ha accarezzato l’idea di accaparrarsi il riconoscimento, ha minacciato sanzioni contro la Corte penale internazionale, di cui Pillay fa parte.
Lei all’annuncio di Oslo ha reagito con stupore, chiedendo più volte se fosse tutto vero. Poi, con una battuta: «Se applaudite un po’ più forte, potrei dividere il premio con Trump», ha scherzato.
U.E.. Import di veicoli ibridi cinesi sul mercato europeo e terre rare. Intesa con la CinaIintesa raggiunta tra Pechino e Bruxelles per dimezzare - nei prossimi quattro anni - l’export di veicoli ibridi cinesi sul mercato europeo. Per avere un’idea dell’entità dell’entità del patto, basti pensare che le esportazioni di veicoli ibridi cinesi verso il continente europeo sono aumentate di oltre dieci volte in meno di due anni, passando da 3.800 veicoli nell’ottobre 2024 a 50.000 nel luglio 2026, a fronte (in media) di un calo dei prezzi. L’accordo, siglato dal commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič, include anche l’impegno cinese a facilitare l’export di terre rare nonchè l’accesso al mercato cinese in alcuni settori economici.
ITALIA. Affitti brevi, la Consulta boccia la legge dell'Emilia-RomagnaLa Corte costituzionale ha dichiarato illegittime due norme chiave della legge con cui l'Emilia-Romagna, alla fine del 2025, aveva provato a mettere un freno agli affitti brevi turistici. Come riporta Il Sole 24 ORE, la Consulta ha accolto il ricorso presentato da Palazzo Chigi contro gli articoli 4 e 5 della legge regionale numero 10 del 2025, che disciplinava gli immobili destinati a locazione breve sul territorio dell'Emilia-Romagna.
Secondo i giudici, il problema non riguarda la competenza della Regione a intervenire sulla materia, ma le modalità con cui ha scelto di farlo. La prima disposizione contestata, l'articolo 4, inseriva le locazioni brevi in una specifica categoria urbanistica turistico-ricettiva, imponendo ai proprietari un titolo edilizio per trasformare un'unità abitativa residenziale in alloggio destinato a questo tipo di affitti. L'articolo 5, di conseguenza, regolava l'insediamento di questa nuova destinazione d'uso, consentendo anche ai Comuni di individuare, nei propri strumenti di pianificazione, aree del territorio in cui tale destinazione poteva essere sottoposta a condizioni specifiche.
La Corte ha sottoposto le norme a un test di proporzionalità, riconoscendo che lo scopo perseguito dalla Regione - limitare l'overtourism - sia meritevole di tutela. Tuttavia ha ritenuto le misure adottate sproporzionate rispetto a quell'obiettivo, perché applicate indistintamente su tutto il territorio regionale e perché creavano una disparità di trattamento ingiustificata tra i gestori di locazioni brevi e quelli di altre strutture ricettive extra-alberghiere, che restavano invece esclusi dall'obbligo. Una differenza giudicata irragionevole anche considerando che un appartamento può essere destinato a uso turistico solo occasionalmente. Per questo motivo i giudici hanno rilevato un contrasto con i principi costituzionali di ragionevolezza e di libertà di iniziativa economica, sanciti rispettivamente dagli articoli 3 e 41 della Costituzione.
La sentenza, la numero 164 del 2026, non mette comunque in discussione il potere di Regioni e Comuni di regolamentare gli effetti urbanistici e turistici degli affitti brevi: la Corte chiarisce che eventuali restrizioni, autorizzazioni e condizioni devono però essere coerenti con la competenza esercitata, motivate da esigenze concrete e calibrate sul risultato che si intende raggiungere. Una decisione diversa, ricordano alcune cronache, era stata invece presa sulla legge della Toscana in materia, che aveva superato il vaglio della Consulta.
La pronuncia arriva in un momento in cui il tema degli affitti brevi resta al centro del dibattito sulla pressione abitativa nelle città turistiche italiane, con i Comuni sempre più impegnati nella ricerca di un equilibrio tra attività turistica, diritti dei proprietari e disponibilità di abitazioni per residenti e lavoratori.
U.E.. Cybersecurity, tre lavoratori europei su quattro ricevono email sospetteUn nuovo sondaggio Eurobarometro pubblicato dalla Commissione Europea il 30 settembre rivela che tre lavoratori su quattro nell'Unione Europea si sono imbattuti in email, messaggi o link sospetti sul posto di lavoro. Come riporta Euronews, i dati sono stati diffusi proprio mentre prendeva il via il Mese Europeo della Sicurezza Informatica (ECSM).
L'indagine, condotta online tra il 27 aprile e l'8 maggio tra 25.747 cittadini europei nei 27 Stati membri, fotografa una situazione in cui le minacce informatiche sono ormai diventate una costante della vita lavorativa, evidenziando al contempo un divario netto tra ciò che i dipendenti sanno sui rischi digitali e ciò che effettivamente mettono in pratica.
Il phishing resta la minaccia più diffusa: il 39% dei dipendenti dichiara di aver ricevuto messaggi fraudolenti o di essere stato indirizzato verso siti web falsi progettati per rubare dati o ottenere accessi non autorizzati. Seguono i tentativi di furto di dati personali, segnalati dal 18% degli intervistati, gli attacchi malware (17%) e i tentativi di sottrazione di password (16%). Un ulteriore 15% riferisce di aver già incontrato truffe basate sull'intelligenza artificiale, una categoria in costante crescita dal momento che l'IA fornisce ai malintenzionati strumenti sempre più efficaci per produrre messaggi, immagini, voci e video sempre più convincenti.
Sul fronte della consapevolezza, l'83% dei dipendenti riconosce che un attacco informatico può avere conseguenze gravi e il 72% ritiene di saper individuare un'email sospetta. Tuttavia solo il 54% verifica effettivamente il mittente prima di cliccare su un link, e appena il 48% dichiara di saper riconoscere un video deepfake generato dall'intelligenza artificiale. Complessivamente, solo il 18% degli intervistati afferma che la propria organizzazione non ha subito, per quanto ne sa, alcun incidente informatico.
L'Autorità ellenica per la protezione dei dati (HDPA) ha colto l'occasione offerta da questi numeri, diffusi proprio durante il Mese Europeo della Sicurezza Informatica, per ricordare a enti pubblici e aziende private che la protezione dei dati personali resta centrale nel contrasto alle minacce informatiche. Secondo l'autorità greca, con tre dipendenti su quattro già esposti a messaggi o link sospetti, la sicurezza informatica non può più essere considerata una questione puramente tecnica, ma una responsabilità quotidiana per le organizzazioni e un elemento chiave nella tutela del pubblico.
L'HDPA sta inoltre utilizzando il Mese Europeo della Sicurezza Informatica per ricordare ai titolari del trattamento, agli enti pubblici e privati responsabili della gestione dei dati personali, quali siano i loro obblighi in caso di violazione: ai sensi dell'articolo 33 del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), sono tenuti a notificare l'accaduto all'autorità di controllo competente.
ITALIA. Pixel di tracciamento nelle email: dal 29 ottobre nuove regole del GaranteDal 29 ottobre 2026 aziende, piattaforme e gestori di newsletter dovranno adeguarsi alle nuove Linee guida del Garante per la protezione dei dati personali sull'utilizzo dei cosiddetti "tracking pixel" nelle comunicazioni di posta elettronica. Lo riporta lo studio legale internazionale Hunton Andrews Kurth, richiamando un'analisi dello studio italiano Portolano Cavallo.
I tracking pixel sono minuscole immagini trasparenti, praticamente invisibili a occhio nudo, inserite all'interno delle email per rilevare se e quando un messaggio viene aperto e per raccogliere informazioni sul comportamento di chi lo riceve. Il Garante ha adottato le Linee guida il 17 aprile 2026 con il provvedimento n. 284, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29 aprile: da quella data scattano i sei mesi concessi alle imprese per mettersi in regola, termine che scade appunto il 29 ottobre.
Secondo quanto emerso da una serie di ispezioni condotte dall'Autorità tra ottobre 2025 e febbraio 2026, i pixel di tracciamento risultano ormai utilizzati in pressoché tutte le comunicazioni email esaminate, con finalità molteplici: garantire la corretta consegna dei messaggi, contrastare lo spam, misurare il coinvolgimento del pubblico e le performance delle campagne, personalizzare le comunicazioni, individuare tentativi di phishing e rispondere a esigenze di formattazione.
Il Garante ha chiarito che l'uso di questi strumenti comporta la memorizzazione di informazioni e l'accesso a dati già presenti sul dispositivo del destinatario, rientrando così nel perimetro dell'articolo 122 del Codice Privacy, la norma che recepisce in Italia la direttiva ePrivacy. Per la loro natura nascosta, i tracking pixel vengono definiti strumenti particolarmente invasivi: proprio per questo le Linee guida stabiliscono che il loro utilizzo, per essere lecito, debba essere comunicato preventivamente ai destinatari, indipendentemente dalla finalità della comunicazione o dalla natura di chi la invia.
La regola generale prevede quindi la necessità di un consenso libero, specifico e informato prima di attivare il monitoraggio. Sono previste eccezioni limitate a finalità di sicurezza, a esigenze tecniche strettamente necessarie e alle comunicazioni istituzionali o di servizio, sempre nel rispetto dei principi di proporzionalità e minimizzazione dei dati trattati.
Le aziende dovranno inoltre fornire agli utenti un'informativa chiara e consentire la revoca del consenso con modalità semplici, anche in forma selettiva, così da permettere a chi riceve le email di scegliere quali tipi di tracciamento accettare e quali rifiutare. Le Linee guida richiamano infine i principi di "privacy by design" e "privacy by default", chiedendo alle imprese di adottare soluzioni tecniche che riducano fin dall'origine l'identificabilità degli utenti e limitino la circolazione dei dati personali.
Il Garante ha fatto sapere che la verifica del rispetto delle nuove indicazioni rientrerà tra le attività ispettive programmate per il secondo semestre del 2026, segnale che i controlli sulle aziende che utilizzano questi strumenti di monitoraggio nelle comunicazioni email potrebbero partire a breve dalla scadenza del termine di adeguamento.
U.E.. Tassare le big tech: le mosse di Ue e Italia su CORE e web taxLa fiscalità digitale europea si prepara a un cambio di passo. Secondo quanto riportato da Agenda Digitale, la Commissione europea starebbe valutando una revisione della CORE (Corporate Resource for Europe), il contributo forfettario annuale a carico delle grandi imprese già inserito nel pacchetto di nuove risorse proprie destinate a finanziare il bilancio dell'Unione per il periodo 2028-2034.
L'idea, secondo quanto riferito dal Financial Times nell'ottobre 2026, non è introdurre una nuova tassa rivolta esclusivamente alle piattaforme digitali, bensì concentrare un prelievo europeo sulle imprese di maggiori dimensioni, a prescindere dal settore in cui operano. Una scelta che permetterebbe a Bruxelles di colpire comunque i colossi tecnologici americani senza nominarli esplicitamente nella normativa, evitando così di riaprire lo scontro commerciale con l'amministrazione Trump, che in passato ha minacciato dazi fino al 100% contro i Paesi che tassano in modo specifico i servizi digitali delle aziende statunitensi.
La CORE, presentata dalla Commissione nel luglio 2025, prevede attualmente che qualsiasi impresa operante nell'Unione con un fatturato netto superiore a 100 milioni di euro versi un contributo forfettario annuale al bilancio comunitario, con importi che oggi oscillano tra 100.000 e 750.000 euro l'anno. Per i grandi gruppi multinazionali si tratta di cifre marginali rispetto ai loro guadagni complessivi, ed è per questo che Bruxelles starebbe ora valutando di innalzare le soglie dimensionali, in modo da concentrare l'onere su colossi come Apple, Alphabet, Meta e Amazon. Secondo le stime riportate, il gettito medio atteso si aggirerebbe intorno ai 6,8 miliardi di euro l'anno per l'intero periodo di bilancio 2028-2034.
La proposta, tuttavia, non è priva di ostacoli politici: per diventare operativa richiede l'unanimità in sede di Consiglio europeo e l'approvazione di tutti gli Stati membri, un passaggio che in passato ha già bloccato altri tentativi di introdurre una tassazione comune sui servizi digitali. Come riportato da un funzionario Ue citato dal Financial Times, alcune capitali europee si oppongono a una tassa digitale pura perché non vogliono irritare gli americani, mentre molte altre si oppongono proprio alla CORE: la soluzione individuata sarebbe quella di allargare il prelievo a coprire praticamente tutte le grandi aziende.
Sul fronte italiano, nel frattempo, resta in vigore la web tax nazionale, che secondo i dati riportati da Agenda Digitale ha generato nel 2025 un gettito di circa 637 milioni di euro. Resta però aperto un nodo cruciale, quello di capire chi sosterrà realmente il costo di queste imposte. Le piattaforme digitali, infatti, potrebbero scegliere di trasferire l'onere fiscale sui venditori terzi e sulle piccole e medie imprese che utilizzano i loro marketplace, come già accaduto in passato nel caso di Amazon. Un meccanismo che rischia di scaricarsi infine sui consumatori finali e di produrre ripercussioni anche sul funzionamento del mercato unico europeo.
PORTOGALLO. Banca Centrale, le banche possono pagare di più ai risparmiatoriIl governatore della Banca del Portogallo, Álvaro Santos Pereira, ha dichiarato che gli istituti di credito portoghesi hanno margine per remunerare meglio i risparmiatori, dal momento che i tassi sui depositi restano tra i più bassi dell'Eurozona nonostante la solidità finanziaria del settore bancario nazionale. Come riporta Portugal Resident, il numero uno della banca centrale ha parlato nel corso della Money Conference organizzata dal quotidiano Diário de Notícias.
I nuovi depositi a termine per i privati a luglio rendevano in media l'1,59%, un valore nettamente inferiore alla media dell'Eurozona, ferma al 2,14%. Il confronto con altri paesi europei è impietoso per i risparmiatori portoghesi: in Finlandia il rendimento medio si attestava al 2,58%, nei Paesi Bassi al 2,55% e in Italia al 2,47%.
Pereira ha sottolineato che i tassi di interesse offerti ai depositanti restano significativamente più bassi rispetto ad altri paesi europei, precisando che il divario riguarda anche i conti correnti. Per questo ha affermato che c'è margine per alzare i tassi sui depositi e per migliorare gli incentivi al risparmio. Il suo intervento ha messo in evidenza il contrasto tra i profitti solidi del settore bancario e i rendimenti modesti riconosciuti ai clienti che affidano alle banche i propri risparmi, pur senza costituire un annuncio di un rialzo imminente dei tassi.
Il governatore ha inoltre avvertito che negli ultimi anni l'inflazione ha costantemente superato i tassi di interesse sui depositi, un fenomeno che si traduce in una perdita di potere d'acquisto per chi utilizza questo tipo di strumenti finanziari. Pereira ha aggiunto che, se si vuole che le imprese investano di più e le famiglie risparmino di più, è fondamentale migliorare le condizioni di risparmio del paese.
Durante la conferenza sono stati presentati anche i dati sulla solidità del settore bancario portoghese: un ritorno sul capitale proprio (ROE) del 13,5% registrato a giugno, un tasso di crediti deteriorati contenuto al 2,1% e un rapporto di capitale di maggiore qualità (CET1) in crescita, segno di riserve patrimoniali più solide e di una redditività sostenuta, accompagnata da un numero inferiore di prestiti in sofferenza.
Il governatore ha infine indicato che le autorità di vigilanza finanziaria stanno lavorando sul tema della remunerazione dei depositi, lasciando intendere che novità sulla questione potrebbero arrivare a breve.
ITALIA. Mutui vicini al 4%, credito al consumo alle stelle: conti correnti allo 0,20%Il credito bancario in Italia continua ad aumentare, ma a farne le spese sono soprattutto famiglie e consumatori, costretti a pagare tassi sempre più salati su mutui e finanziamenti, mentre chi tiene i risparmi in banca vede rendimenti praticamente fermi al palo. È quanto emerge dal rapporto "Banche e moneta: serie nazionali", diffuso il 9 ottobre 2026 dalla Banca d'Italia, come riporta Affaritaliani.
Ad agosto i prestiti al settore privato sono cresciuti del 3,7% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,5% di luglio. L'aumento riguarda sia le famiglie sia le imprese: i prestiti alle famiglie salgono del 2,9% (dal 2,6% di luglio), quelli alle società non finanziarie del 4,2% (dal 4,1% precedente).
Sul fronte della raccolta il quadro è diverso: i depositi del settore privato rallentano all'1,8% (dal 2,4% di luglio), mentre le obbligazioni emesse dalle banche crescono del 5,9% (dal 5,6%).
A pesare di più sulle tasche delle famiglie è però il costo dei mutui per la casa. Il TAEG medio sui nuovi mutui per l'acquisto di abitazioni sale al 3,99%, dal 3,81% del mese precedente, avvicinandosi ai massimi toccati nell'agosto 2024, quando il tasso aveva superato quota 4,09%. Scende invece la quota di mutui a tasso variabile o con tasso fissato per non più di un anno, che si ferma al 23,9% contro il 29% di luglio.
Ancora più marcato il rincaro del credito al consumo, il cui TAEG passa dal 10,38% al 10,78%. Per le imprese, invece, i tassi scendono leggermente al 3,71%, ma con un forte divario a seconda dell'importo richiesto: i prestiti fino a un milione di euro costano in media il 4,40%, quelli di importo superiore solo il 3,30%.
Chi ha messo da parte dei risparmi, invece, non vede alcun miglioramento. Il tasso medio sui depositi in essere resta fermo allo 0,69%, e i conti correnti delle famiglie rendono appena lo 0,20%, una cifra quasi simbolica rispetto ai tassi applicati su mutui e prestiti.
Questi dati arrivano in un momento in cui i tassi ufficiali della Banca Centrale Europea sono tornati a salire: dopo il rialzo deciso il 10 settembre 2026, il tasso sui depositi presso la BCE è ora al 2,50%.
ITALIA. Consob oscura 4 siti di finanza abusiva: il totale sale a 1.838La Consob ha disposto l'oscuramento di quattro nuovi siti web attraverso i quali venivano offerti, senza alcuna autorizzazione, servizi e attività di investimento in strumenti finanziari. Si tratta di "Goldgcapital" (goldgcapital.net), "Tradoxium" (tradoxiumpro.com), "FXPepper" (fxpepper.eu) e "Money-Mentor.io" (money-mentor.io), insieme a tutte le pagine ad essi collegate utilizzate per operare sul web.
Con questo nuovo provvedimento, il numero complessivo dei siti oscurati dall'Autorità di vigilanza sui mercati finanziari dal luglio 2019 ad oggi sale a 1.838. Di questi, 235 sono legati a fenomeni di cripto-attività non autorizzate. Il luglio 2019 rappresenta la data spartiacque da cui la Consob è stata dotata del potere di ordinare direttamente l'oscuramento dei siti riconducibili a intermediari finanziari abusivi.
I provvedimenti adottati sono consultabili sul sito istituzionale dell'Autorità. Le operazioni tecniche di oscuramento sono già in corso da parte dei fornitori di connettività internet attivi sul territorio italiano: per motivi tecnici, tuttavia, il blocco effettivo dei siti potrà richiedere ancora alcuni giorni prima di essere pienamente operativo.
Nel comunicato, la Consob richiama l'attenzione dei risparmiatori sull'evoluzione delle tecniche fraudolente che sfruttano la rete per sottrarre denaro e dati personali. L'Autorità segnala in particolare un ricorso crescente a strumenti sempre più sofisticati: messaggi email ingannevoli, siti web "clonati" che imitano piattaforme autorizzate, profili contraffatti che si spacciano per figure politiche o personaggi famosi, e contenuti realizzati con l'intelligenza artificiale generativa, come immagini, voci e video sintetici, utilizzati per indurre le vittime a effettuare investimenti dannosi.
Per contrastare questo tipo di inganni, la Consob invita costantemente i risparmiatori a verificare sempre, prima di affidare i propri risparmi a un operatore, che questo sia effettivamente autorizzato a operare in Italia e che pubblichi un prospetto informativo o un white paper conforme alla normativa vigente. A questo scopo l'Autorità ha pubblicato una scheda informativa dedicata ai rischi delle frodi finanziarie nell'era dell'intelligenza artificiale, consultabile sul proprio sito nella sezione "Occhio alle truffe!".
ITALIA. Nobel per la Pace Navi Pillay: nel 2010 strigliò l'Italia sui migrantiIl Premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato oggi a Navanethem "Navi" Pillay, giurista sudafricana che ha dedicato la sua carriera alla difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Come ricorda Vita.it, c'è un precedente che riguarda direttamente l'Italia e che oggi torna di grande attualità: nel 2010, quando ricopriva il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Pillay si presentò in Senato per denunciare la gestione italiana dei migranti in mare.
Era il 10 marzo 2010 e Pillay non usò mezzi termini davanti alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. "Ho saputo che alcuni esseri umani sono stati lasciati in mare. Non devono essere trattati come un carico di rifiuti tossici!", dichiarò l'allora Alto Commissario, ricordando che il salvataggio di persone in situazioni di emergenza non è soltanto un obbligo previsto dal diritto internazionale, ma anche una necessità di carattere umanitario.
In quella stessa audizione Pillay non si limitò alla questione dei soccorsi in mare. Mise sotto osservazione l'intero impianto delle politiche italiane sull'immigrazione, denunciando le discriminazioni subite da rom e cittadini nordafricani e segnalando il ritardo con cui l'Italia procedeva nella creazione di un organismo nazionale indipendente dedicato alla tutela dei diritti umani, istituzione che molti altri paesi avevano già adottato su indicazione delle Nazioni Unite.
Le critiche di Pillay all'Italia non si fermarono a quell'intervento in Senato. Pochi mesi dopo, nel settembre dello stesso anno, l'Alto Commissario tornò sull'argomento in apertura della dodicesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, denunciando pratiche di respingimento dei migranti attuate "con una chiara violazione del diritto internazionale", senza che venisse accertato se le persone stessero fuggendo da persecuzioni. In quell'occasione Pillay citò esplicitamente il caso di un gommone con a bordo cittadini eritrei rimasto senza soccorsi tra Libia, Malta e Italia, paragonando ancora una volta il trattamento riservato ai migranti a quello di "navi cariche di rifiuti tossici".
La biografia di Navi Pillay, nata a Durban in Sudafrica da una famiglia di origine tamil indiana durante il regime dell'apartheid, spiega la determinazione con cui per decenni ha affrontato il tema delle discriminazioni. Da giovane avvocata difese attivisti che si opponevano al regime segregazionista sudafricano, tra cui Nelson Mandela. Il Comitato norvegese per il Nobel le ha assegnato il riconoscimento di quest'anno per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale e per il contributo dato nel perseguire crimini di guerra e genocidi, un percorso che l'ha vista anche alla guida del tribunale internazionale per il genocidio in Ruanda e, più di recente, a capo della commissione ONU che ha accertato il genocidio israeliano a Gaza.
ITALIA. Salute mentale genitori: 1 su 2 ha pensato di chiedere aiutoIn occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che ricorre il 10 ottobre, Unicef Italia accende i riflettori sulla solitudine genitoriale, un fenomeno che secondo l'organizzazione resta ancora troppo sottovalutato nel dibattito pubblico italiano.
Come riporta Quotidiano Sanità, un sondaggio realizzato da Youtrend per Unicef, condotto tra il 14 e il 23 aprile 2026 su quasi 9mila persone (genitori con figli da 0 a 6 anni, donne incinte oltre la ventesima settimana o in fase avanzata di adozione), fotografa un disagio diffuso ma spesso sommerso. Quasi un genitore su due, il 47%, ha pensato di rivolgersi a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a un consultorio per affrontare le emozioni legate alla genitorialità, senza però arrivare a farlo davvero. Tra chi invece ha effettivamente ricevuto un sostegno professionale, il 57% lo giudica molto o abbastanza utile.
A pesare sui genitori italiani non è solo la fatica quotidiana, ma anche il timore del giudizio altrui: l'85% degli intervistati dichiara di essersi sentito giudicato almeno qualche volta nel proprio ruolo. Il 72% ha trovato la genitorialità più difficile di quanto si aspettasse, mentre il 64% ha sperimentato sentimenti di solitudine o isolamento.
I dati raccolti mostrano inoltre un divario di genere marcato. Le madri riportano livelli di disagio emotivo e pressione sociale nettamente superiori rispetto ai padri: sono più preoccupate per l'impatto della genitorialità sulla carriera lavorativa (33% contro il 16% dei padri), si sentono giudicate molto più spesso (40% contro 17%), provano solitudine con una frequenza quasi doppia (65% contro 40%) e sperimentano tristezza persistente in misura molto maggiore (57% contro 20%).
Il presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano, ha commentato: "Crescere una bambina o un bambino è una responsabilità collettiva che richiede sostegno, relazioni e politiche adeguate. La salute mentale dei genitori è una precondizione necessaria per lo sviluppo e il benessere psicosociale nell'infanzia". Graziano ha aggiunto che solo rendendo questi temi parte del dibattito pubblico sarà possibile creare le condizioni perché ogni famiglia possa garantire ai propri figli un ambiente di crescita sicuro e responsivo, sottolineando come Unicef Italia promuova un approccio che pone il sostegno alla genitorialità al centro degli investimenti sui diritti dell'infanzia.
Per sensibilizzare l'opinione pubblica su questi temi, Unicef Italia ha attivato alcune collaborazioni social: con Guida Psicologi ha realizzato un contenuto su Instagram dedicato a come la salute mentale viene vissuta da giovani e adolescenti nelle diverse generazioni, dal 1977 a oggi, mentre il 10 ottobre è prevista un'iniziativa con il content creator Nik Contucci per parlare di quanto sia ancora difficile affrontare apertamente il tema della fatica genitoriale.
U.E.. Trapianti: Italia seconda in Europa per donazione organi nel 2025L'Italia si conferma tra i paesi più virtuosi d'Europa nella donazione e nel trapianto di organi, tessuti e cellule. A certificarlo è la Newsletter Transplant 2026, il rapporto internazionale curato dal Comitato europeo per organi, tessuti e cellule del Consiglio d'Europa insieme all'Organización Nacional de Trasplantes spagnola, diffuso in occasione della Giornata europea per la donazione di organi, tessuti e cellule in programma dall'8 al 10 ottobre a Pafos, a Cipro.
Secondo quanto riporta Quotidiano Sanità, nel 2025 l'Italia ha raggiunto quota 30,9 donatori deceduti per milione di abitanti, un dato che la colloca al secondo posto tra i grandi Paesi europei. Davanti all'Italia c'è solo la Spagna, saldamente in testa con 53,2 donatori per milione; dietro, invece, restano Francia (28,7), Regno Unito (20,7) e Germania (11,7).
Il rapporto raccoglie dati provenienti da 96 Paesi, rappresentativi del 77% della popolazione mondiale. Secondo i numeri comunicati dal Centro nazionale trapianti, nel 2025 in Italia sono stati accertati 1.827 donatori deceduti, e in 1.760 casi è stato effettivamente prelevato almeno un organo poi trapiantato. In rapporto alla popolazione questi valori corrispondono a tassi di 29,6 e 7,6 trapianti per milione di abitanti, che collocano il Paese al quinto posto a livello mondiale in entrambe le graduatorie.
Un contributo sempre più rilevante arriva dalla donazione a cuore fermo, cioè dopo l'accertamento di morte con criteri cardiaci: nel 2025 i donatori di questa tipologia sono stati 456, pari a un quarto del totale nazionale, e in 428 casi hanno permesso di effettuare almeno un trapianto, con 394 trapianti di fegato realizzati proprio grazie a questi programmi.
Sul fronte dei trapianti in valore assoluto, l'Italia si posiziona al primo posto nell'Unione europea per i trapianti di fegato (1.753) e di cuore (451). A livello mondiale, il Paese risulta quinto sia per il tasso di trapianti di fegato (29,6 per milione) sia per quello di cuore (7,6 per milione).
Giuseppe Feltrin, direttore generale del Centro nazionale trapianti, ha sottolineato la solidità della rete italiana, ricordando però che restano ancora oltre 8mila persone in lista d'attesa per un organo. Feltrin ha evidenziato la necessità di continuare ad ampliare le possibilità di donazione, rafforzare l'organizzazione del sistema e insistere sull'informazione ai cittadini.
Il rapporto dedica una sezione anche ai tessuti e alle cellule. Tra gli Stati dell'Unione europea che hanno comunicato i propri indicatori, l'Italia risulta prima per le donazioni di cornee, cute, placenta e membrane amniotiche, con 11.642 donazioni di tessuti oculari, pari a un tasso di 196,7 per milione di abitanti, il più alto dell'Unione europea. Il Paese si piazza inoltre seconda per i vasi sanguigni e terza per i tessuti muscolo-scheletrici e le valvole cardiache.
A livello complessivo dell'Unione europea, nel 2025 si sono registrati 11.044 donatori deceduti e 32.809 organi trapiantati, suddivisi in 19.474 reni, 8.179 fegati, 2.455 cuori, 2.155 polmoni, 524 pancreas e 22 intestini. Su scala mondiale i donatori censiti sono stati 49.169, per quasi 184mila trapianti complessivi, con una crescita del 3,5% rispetto al 2024.
Sempre in occasione della Giornata europea della donazione, la Direzione europea per la qualità dei medicinali e la cura della salute (EDQM) ha pubblicato la sesta edizione della guida sulla qualità e sicurezza di tessuti e cellule, aggiornata al Regolamento Ue 2024/1938 e composta da 52 monografie tecniche, di cui 11 completamente nuove.
ITALIA. Savona, RSA al collasso: la provincia più penalizzata della LiguriaLa provincia di Savona risulta la più penalizzata della Liguria per quanto riguarda l'assistenza agli anziani nelle residenze sanitarie assistenziali. Come riporta Trucioli, il territorio savonese sconta una carenza cronica di posti letto, liste d'attesa che si allungano di mese in mese e una rete di strutture sempre più in affanno, mentre tra gli ospiti delle RSA avanza quella che da tempo viene definita la "pandemia della solitudine": l'isolamento sociale che colpisce in particolare le persone anziane non autosufficienti, private di relazioni e di una rete di sostegno adeguata.
Il quadro savonese non è isolato. Il sindacato Ugl Salute ha più volte denunciato la situazione di profonda difficoltà in cui versano RSA e Residenze Protette del territorio, segnalando una carenza cronica di personale, carichi di lavoro sempre più gravosi per chi resta in servizio e condizioni economiche e contrattuali che rendono difficile garantire stabilità occupazionale agli operatori. Secondo la segreteria provinciale del sindacato, non si tratta più di episodi isolati o di singole difficoltà gestionali, ma di una criticità strutturale che coinvolge l'intero sistema residenziale per anziani e persone fragili della provincia.
Dietro ogni riduzione di organico, sottolineano i sindacati, c'è l'assistenza concreta a una persona anziana, spesso non autosufficiente: ridurre il personale o le ore di assistenza per fronteggiare le difficoltà economiche delle strutture significa inevitabilmente scaricare un carico di lavoro più pesante su chi rimane, con il rischio di compromettere sia le condizioni dei lavoratori sia la qualità dell'assistenza garantita agli ospiti.
La Liguria è la regione italiana con la quota più alta di popolazione anziana, e questo rende il tema delle RSA particolarmente urgente. Anche la UIL Liguria ha richiamato l'attenzione sulla questione delle rette e della compartecipazione alla spesa da parte delle famiglie, definendola ormai una vera emergenza sociale che non può più essere affrontata in modo disomogeneo e frammentato, dato il peso demografico ancora più rilevante che la questione assume in una regione con l'età media più alta del Paese.
Le liste d'attesa restano uno dei nodi più critici: l'accesso alle strutture convenzionate passa attraverso una valutazione sanitaria e sociale condotta da Asl e Comune, con punteggio assegnato in base agli indicatori stabiliti dai protocolli d'intesa. Quando il numero delle richieste supera i posti letto disponibili, come accade sempre più spesso nel savonese, i richiedenti restano in lista d'attesa anche per mesi, in una condizione di incertezza che pesa sia sugli anziani sia sulle famiglie chiamate ad assisterli nel frattempo.
Il tema delle prospettive future per il settore socio-assistenziale ligure resta aperto: tra la necessità di rafforzare gli organici, quella di contenere i costi a carico delle famiglie e l'esigenza di garantire una presa in carico dignitosa degli anziani più fragili, la provincia di Savona si conferma il banco di prova più difficile per un sistema regionale già sotto pressione.
COLOMBIA. Narco-sub verso l'Europa che esplodono se intercettati
I cartelli della droga sudamericani starebbero progettando flotte di sottomarini-drone senza equipaggio, dotati di esplosivi che si attiverebbero in caso di intercettazione da parte delle forze dell'ordine. Lo riporta il Telegraph, secondo cui questi "narco-sub" dovrebbero diventare il principale sistema di trasporto per far arrivare in Europa fino a 1.500 tonnellate di cocaina l'anno. Secondo gli analisti citati dal quotidiano britannico, la svolta verso i sottomarini automatizzati sarebbe una risposta ai raid militari statunitensi contro i pescherecci sospettati di trafficare droga: un'alternativa ritenuta meno rischiosa dai narcotrafficanti. Le imbarcazioni, leggere e costruite in cantieri clandestini lungo la costa colombiana, vengono mimetizzate per sfuggire ai controlli e navigano quasi interamente sott'acqua, il che le rende particolarmente difficili da individuare. Una volta raggiunta la costa spagnola, la cocaina viene trasferita su motoscafi che la portano a terra. Per il pilotaggio automatico, i cartelli hanno già adottato il sistema satellitare Starlink di Elon Musk, che consente alle imbarcazioni di seguire un percorso prestabilito e reagire agli ostacoli senza bisogno di equipaggio a bordo. Le organizzazioni criminali colombiane punterebbero ora a formare un numero crescente di tecnici in grado di sviluppare ulteriormente questa tecnologia, reclutando sul mercato nero ingegneri specializzati per installare sistemi di navigazione autonoma provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. Un caso concreto è già stato documentato: il 2 luglio dello scorso anno la polizia colombiana ha intercettato al largo di Santa Marta un narco-sub dotato di GPS, due antenne Starlink, un sistema satellitare e due telecamere di sorveglianza. Il mezzo non trasportava droga e sarebbe stato, secondo gli inquirenti, un test: la sua capacità era stimata in 1,5 tonnellate di cocaina, trasportabili per oltre 800 miglia nautiche senza bisogno di rifornimento. Il dato più allarmante arriva da un rapporto dell'intelligence della marina colombiana, secondo cui i narco-sub potrebbero in futuro essere equipaggiati con esplosivi capaci di autodistruggersi se intercettati. Il documento colloca questo scenario entro il 2035, ma l'esperto Peter Walsh, autore del libro "Drug War: The Secret History", ritiene la stima eccessivamente prudente: a suo giudizio i sottomarini armati potrebbero attraversare l'Atlantico ed arrivare in Europa già entro due anni, con una progettazione messa a punto probabilmente anche grazie al contributo di ex militari colombiani.
CANADA. Giudice dichiara incostituzionale il divieto di spaccio di droga
Una sentenza della Corte Suprema della British Columbia, in Canada, ha stabilito che le persone tossicodipendenti hanno un diritto costituzionale ad accedere a una fornitura legale di sostanze attualmente proibite come cocaina, eroina, fentanyl e metanfetamine. Come riporta City Journal, la decisione della giudice Catherine Murray rende di fatto incostituzionale, almeno in parte, il divieto federale di traffico di droga previsto dal Controlled Drugs and Substances Act canadese.
Il caso riguarda Jeremy Kalicum ed Eris Nyx, fondatori di un "compassion club" gestito per conto del Drug User Liberation Front (DULF), gruppo attivista di Vancouver guidato da consumatori di droghe. I due acquistavano sostanze illecite sul dark web, le testavano per verificare la presenza di sostanze da taglio pericolose e le rivendevano a prezzo di costo a membri selezionati, in confezioni chiaramente etichettate. L'obiettivo dichiarato era ridurre le morti per overdose offrendo ai membri del club droghe di quantità, potenza e purezza note, in alternativa all'imprevedibile mercato di strada.
Kalicum e Nyx non hanno mai nascosto la loro attività, che ha ricevuto ampia attenzione mediatica. Il governo della British Columbia, la polizia di Vancouver e le autorità sanitarie locali erano pienamente a conoscenza dell'iniziativa: le autorità sanitarie federali e provinciali avevano persino concesso ai due una deroga legale per fornire servizi di analisi delle droghe e consumo supervisionato, oltre a 200.000 dollari di fondi pubblici, che secondo quanto dichiarato dai fondatori non sono stati usati per l'acquisto di sostanze illecite. Nel 2021 Kalicum e Nyx avevano anche chiesto a Health Canada un'esenzione specifica dal divieto di traffico, ma l'autorità sanitaria federale aveva respinto la richiesta, giudicando che l'acquisto di droghe sul dark web non fosse nell'interesse pubblico.
Nel 2023 la polizia ha perquisito la sede del compassion club, trovando cocaina, eroina e metanfetamine già confezionate per la vendita. Nel 2025 Kalicum e Nyx sono stati condannati per traffico di stupefacenti. In appello, però, la giudice Murray ha accolto gli argomenti della difesa basati sugli articoli 7 e 15 della Carta canadese dei diritti e delle libertà, annullando le condanne e dichiarando che il divieto di possesso di droga a scopo di traffico viola la Costituzione. Secondo quanto riportato dalla CBC, Murray ha affermato che l'attività del DULF riduceva i danni legati alla crisi delle droghe tossiche senza avere un impatto negativo sulla comunità o sulla sicurezza pubblica, definendo "a titolo personale" i due imputati come persone che hanno reso un servizio di interesse pubblico a costo personale considerevole.
La giudice ha sospeso l'efficacia della propria pronuncia per sei mesi, concedendo al Parlamento canadese il tempo di modificare la legge in modo da consentire l'esistenza di un programma di fornitura sicura non medicalizzato, sul modello di quanto faceva il DULF. Se il governo federale non interverrà entro questo termine, la norma dichiarata incostituzionale cesserà di avere effetto.
City Journal critica duramente la sentenza, definendola un caso di attivismo giudiziario fondato su ricerche di scarsa qualità. Secondo la rivista, gli studi condotti dal DULF in collaborazione con ricercatori attivisti canadesi si basavano su campioni molto ridotti, non prevedevano alcun gruppo di controllo e, soprattutto, il 55% dei partecipanti ammetteva di aver ceduto parte delle droghe ricevute a terze persone, un dato che metterebbe in discussione l'efficacia del modello come strumento di riduzione del danno limitato ai soli membri vagliati del club. L'articolo rileva inoltre che durante il processo l'accusa non ha presentato periti indipendenti in grado di contestare le basi scientifiche portate dalla difesa, e richiama un rapporto del 2024 della responsabile sanitaria provinciale Bonnie Henry, che ammetteva la scarsità di prove scientifiche pubblicate a sostegno della legalizzazione delle droghe come strategia di salute pubblica.
Secondo quanto riferito da uno degli avvocati del DULF, Tim Dickson, è probabile che il governo canadese chieda una proroga dei termini per adeguare la legislazione, come riportato da The Tyee.
ROMANIA. Depenalizzazione consumo droghe. Il NO della Procura
La Procura generale non sostiene il progetto legislativo sulla depenalizzazione del possesso di droghe per uso personale, ritenendo che una simile misura non rappresenti una soluzione legislativa opportuna. La posizione è stata espressa da Chiriac, nel contesto del dibattito sulla differenziazione del trattamento giuridico applicato ai consumatori e ai trafficanti.
L’istituzione sottolinea che, sebbene consumatore e trafficante debbano beneficiare di un trattamento giuridico distinto, tale differenziazione non può giustificare, di per sé, una riduzione generalizzata della responsabilità penale per la detenzione di droghe finalizzata al consumo personale.
La Procura generale richiama così l’attenzione sul fatto che la modifica del regime penale debba essere analizzata in rapporto alla natura dei fatti e ai rischi associati al consumo e alla circolazione delle droghe. Secondo la posizione espressa, la differenza tra consumo e traffico può essere riflessa attraverso la personalizzazione della responsabilità e delle sanzioni, senza che il possesso per uso personale venga automaticamente depenalizzato.
Il progetto mira a modificare il trattamento giuridico delle persone che detengono droghe per il consumo personale, ma il parere della Procura generale indica che una simile modifica potrebbe avere conseguenze sulla politica penale e sulla prevenzione del consumo di droghe.
(Informat.ro del 09/10/2026)
ITALIA. Produzione industriale in caloAd agosto 2026 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dell’1,3% rispetto a luglio. Nella media del periodo giugno-agosto si registra una diminuzione del livello della produzione dell’1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.
L’indice destagionalizzato mostra ad agosto un aumento congiunturale solo per l’energia (+2,8%); viceversa si osservano diminuzioni per i beni strumentali (-0,9%), i beni di consumo (-1,2%) e i beni intermedi (-1,8%).
Al netto degli effetti di calendario, ad agosto 2026 la produzione è rimasta invariata rispetto all’anno precedente (i giorni lavorativi di calendario sono stati 21 contro i 20 di agosto 2025). Cresce in misura marcata l’energia (+11,5%) e aumentano in maniera modesta i beni strumentali (+0,7%); variazioni negative registrano, invece, i beni intermedi (-4,0%) e i beni di consumo (-4,4%).
I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+14,5%), le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+2,0%) e la fabbricazione dei mezzi di trasporto (+1,0%). Viceversa, le flessioni più accentuate si osservano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-14,0%), nella fabbricazione di prodotti chimici (-11,4%) e nella fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-9,9%).
Il commento
Ad agosto la produzione industriale destagionalizzata registra un calo congiunturale. Risulta negativo anche l’andamento complessivo nella media del periodo giugno-agosto rispetto al trimestre precedente.
Si rileva, tra i principali raggruppamenti di industrie, una dinamica mensile positiva solo per l’energia mentre risultano in flessione i restanti comparti.
In termini tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, rimane invariata. Tra i principali settori di attività si distingue su base annua la crescita dell’energia.
ITALIA. Arrivano le bottiglie di carta adatte a bevande, oli, vino e latticini. Tecnologia UK, produzione SvizzeraArriva anche in Italia una nuova generazione di bottiglie realizzate con fibre di carta modellate. La tecnologia è stata sviluppata dalla britannica Pulpex e sarà prodotta in esclusiva da Perlen Papier, azienda svizzera che punta a servire il mercato italiano e quelli di Svizzera, Austria e Germania meridionale.
La bottiglia è pensata come alternativa agli imballaggi tradizionali in vetro e plastica. Leggera, resistente e impermeabile, combina la funzionalità di un contenitore con le caratteristiche di un materiale a base di fibre riciclabili. La soluzione è destinata a produttori di marchi e imbottigliatori che cercano nuove possibilità per il confezionamento dei propri prodotti.
Le bottiglie in fibra possono contenere un’ampia gamma di prodotti: acqua e altre bevande non gassate, alimenti come latticini e oli, vino e superalcolici, ma anche cosmetici e prodotti per la cura della persona.
Una barriera inodore e idonea al contatto alimentare protegge il contenuto dall’umidità e dall’ossigeno. In base al prodotto e al sistema di chiusura utilizzato, la durata di conservazione può superare i 24 mesi. La bottiglia è impermeabile e può essere conservata sia in frigorifero sia in ambienti come il bagno.
Il corpo della bottiglia viene prodotto in un unico pezzo attraverso un processo di stampaggio a umido delle fibre di cellulosa, seguito dall’essiccazione. La superficie interna viene poi rivestita con un sottile strato barriera idoneo al contatto alimentare e privo di plastica. Durante la produzione non vengono utilizzati adesivi.
Le fibre provengono da foreste certificate e gestite in modo sostenibile oppure da carta riciclata. Secondo il metodo di test 4evergreen della CEPI, la Confederation of European Paper Industries, la bottiglia può essere riciclata attraverso gli attuali flussi di recupero della carta.
Tra i vantaggi indicati per questa soluzione c’è il peso ridotto, che può contribuire a diminuire l’impatto ambientale dei trasporti e i costi logistici.
Secondo i dati comunicati dalle aziende, calcolando l’impronta carbonica secondo il criterio “cradle-to-gate”, cioè considerando le fasi dalla produzione delle materie prime fino all’uscita dallo stabilimento, la bottiglia in fibra presenta emissioni di circa il 90% inferiori rispetto a una bottiglia equivalente in vetro e di circa il 30% inferiori rispetto a una bottiglia in PET.
La soluzione risponde così alla crescente richiesta di imballaggi sostenibili e riciclabili da parte di marchi e consumatori.
Le bottiglie Pulpex sono già disponibili nei formati standard da 300, 500 e 750 millilitri. In futuro, l’ampliamento della gamma dovrebbe consentire di introdurre capacità comprese tra 200 e 1.000 millilitri.
Il processo di stampaggio delle fibre permette inoltre di realizzare forme personalizzate e design distintivi per i diversi marchi. Le superfici possono essere decorate con stampa digitale in linea oppure attraverso etichette.
Le bottiglie sono compatibili con i processi di riempimento standard e possono generalmente essere integrate nelle infrastrutture di imbottigliamento già esistenti. La tecnologia punta quindi a combinare la produzione industriale su larga scala con le possibilità di personalizzazione del packaging.
(da FoodAffairs.it)
MONDO. Le turbolenze nei mercati dei titoli di Stato dei Paesi ricchi. The EconomistQualche anno fa arrivai in Zimbabwe e trovai il mio hotel pieno di banchieri che imprecavano a gran voce. Il presidente, Emmerson Mnangagwa, aveva appena vietato i prestiti bancari. Le sue motivazioni erano un po' difficili da comprendere, dato che la sua competenza consisteva più nel rompere teste che nell'analizzare gli spread, ma in sostanza diceva questo: sosteneva che la valuta locale fosse debole, non perché il suo governo spendaccione ne stampasse troppa, ma perché gli speculatori si indebitavano per scommettere al ribasso. Quindi aveva bloccato il credito a tutto il paese. Per fortuna, questa folle politica durò poco più di una settimana. Ma fu un monito su quanti danni possano causare i politici quando non capiscono come funziona il credito.
Il che mi porta all'articolo di copertina di questa settimana, che analizza le turbolenze nei mercati dei titoli di Stato dei paesi ricchi. Va da sé che i paesi ricchi non sono come lo Zimbabwe. Ma alcune delle affermazioni fatte di recente dai politici dei paesi ricchi sono, per così dire, in linea con le posizioni di Mnangagwa. Jean-Luc Mélenchon, il candidato presidenziale populista di sinistra francese, afferma che il suo paese dovrebbe "dare fuoco" a una grossa fetta del suo debito. Donald Trump, quando non è impegnato a intimidire i governatori della Federal Reserve, ha ipotizzato che l'inflazione potrebbe ridurre il debito americano "molto rapidamente". Un parlamentare britannico ha recentemente dichiarato che se i mercati obbligazionari non gradiscono i piani di spesa del governo laburista, dovranno semplicemente "adeguarsi".
Niente di tutto ciò rassicura gli investitori . Il debito pubblico delle grandi economie avanzate è praticamente raddoppiato, in rapporto al PIL, dall'inizio del secolo. Anche prima dell'ultima ondata di vendite obbligazionarie, si prevedeva che i governi di questi paesi avrebbero speso l'8% delle entrate fiscali per gli interessi netti sul debito quest'anno. Eppure molti governi si rifiutano di stringere la cinghia. Prima o poi, gli acquirenti di obbligazioni si ribelleranno.
È in Europa che il pericolo è maggiore . I suoi governi devono competere per i capitali mobili con le avide aziende di intelligenza artificiale, mentre la minaccia russa li spinge a spendere di più per la difesa e le loro economie, dipendenti dall'importazione di energia, sono messe a dura prova dal costo elevato del carburante . Il rischio è ancora più alto in Francia, dove le proteste sono in piena espansione, i parlamentari faticano a trovare un accordo anche su tagli minimi al bilancio e Marine Le Pen promette che l'età pensionabile potrà essere abbassata grazie all'allungamento dell'aspettativa di vita. Per scongiurare una crisi, l'Europa ha bisogno di leader che trattino gli elettori come adulti e che si impegnino a tenere sotto controllo il debito pubblico.
(Robert Guest, vicedirettore di The Economist)
GRECIA. Una tassa del 10% sui profitti delle criptovalute con una piccola esenzioneLa Grecia vuole tassare i profitti derivanti dai trasferimenti di criptovalute con un'aliquota fissa del 10%.
I guadagni netti inferiori a 500 euro all'anno sono esenti. Se non si riesce a dimostrare il prezzo di acquisto, il governo lo considera pari a zero.
Il progetto di legge potrebbe diventare un modello per altri paesi dell'UE che stanno elaborando i propri quadri normativi in materia di tassazione delle criptovalute.
U.E.. L'ESMA intima alle società di criptovalute di rimuovere dalle proprie quotazioni le stablecoin non conformiIl principale organismo di regolamentazione dei titoli europeo ha appena ordinato alle società in possesso di licenza MiCA di interrompere l'offerta di stablecoin non conformi alle normative UE.
Le linee guida dell'ESMA prendono di mira token come USDT di Tether, che non dispongono delle riserve e della struttura di licenze richieste da MiCA.
Se gli exchange si adegueranno, miliardi di dollari di volume di scambi potrebbero spostarsi verso alternative conformi, ridisegnando la mappa globale delle stablecoin.
ITALIA. Nel patrimonio pubblico ci sono più di 100mila abitazioni che non vengono utilizzateNel patrimonio pubblico ci sono più di 100mila abitazioni che non vengono utilizzate, su un totale di oltre 227mila unità immobiliari pubbliche non utilizzate o inutilizzabili, per una superficie complessiva di oltre 40 milioni di metri quadrati. A dirlo è una ricerca realizzata da Nomisma per Cna Costruzioni, che presenta una mappa degli immobili «valorizzabili» nella Penisola. E in Europa? Secondo Ispi, che ha curato un rapporto sul tema, tra i Ventisette servono 650mila abitazioni aggiuntive ogni anno - oltre agli 1,6 milioni già costruiti - con un fabbisogno di investimenti aggiuntivi di circa 150 miliardi di euro l’anno.
MONDO. Truffe con l'AI: 4 segnali d'allarme per non farsi ingannareLa vecchia truffa del finto premio da ritirare, con i suoi errori grammaticali e il tono palesemente artefatto, aveva almeno il pregio di essere riconoscibile. Bastava una lettura superficiale per capire che qualcosa non tornava. Quell’epoca è finita.
Le truffe basate sull’intelligenza artificiale sono un salto di categoria. Le email sono scritte in un italiano impeccabile, personalizzate con dettagli che sembrano impossibili da conoscere per un estraneo. Le voci al telefono imitano quelle dei familiari con una precisione che fa venire i brividi…
Il problema non è più riconoscere la truffa dall’aspetto, ma dal meccanismo. Ecco i quattro segnali d’allarme che funzionano anche quando l’apparenza è perfetta.
Il truffatore ha bisogno di una cosa sola: che la vittima agisca prima di pensare. Per questo il meccanismo preferito è l’urgenza la telefonata che annuncia un mandato di cattura se non si forniscono i dati immediatamente, il messaggio che avverte del blocco imminente di un conto, la voce di un familiare in difficoltà che ha bisogno di soldi adesso.
L’urgenza funziona perché attiva la parte del cervello che gestisce le emergenze e disattiva quella che ragiona. È progettata per impedire il pensiero critico, e più la situazione sembra grave, più efficace è il meccanismo.
La difesa è una sola: fermarsi. Non importa quanto la situazione sembri urgente. Se qualcuno chiama dicendo di essere del tribunale e minaccia un mandato se non si fornisce il codice fiscale, meglio riattaccare e chiamare direttamente il tribunale. Se un familiare chiama chiedendo soldi con voce disperata, idem, è preferibile chiudere e richiamare su un canale che si utilizza abitualmente.
Tra le truffe più diffuse ci sono le email che riguardano gli account, bancari, di posta, di servizi online. Quello che le rende pericolose nel 2026 è che sembrano autentiche. Il logo è quello giusto, il linguaggio è professionale, il formato è identico alle comunicazioni reali. A volte contengono persino dettagli personali corretti, come il nome, l’ultima cifra della carta, un riferimento a un acquisto recente.
Possono annunciare il blocco dell’account per attività sospetta, la necessità di reimpostare la password a causa di una violazione dei dati, un pagamento non autorizzato da verificare. Il meccanismo è sempre lo stesso: creare una preoccupazione e offrire un collegamento per “risolvere” il problema.
Quel collegamento è la trappola. Porta a una pagina che replica perfettamente quella del servizio reale e che cattura le credenziali nel momento in cui le si inserisce.
La regola: non cliccare mai su nessun collegamento in un’email non richiesta. Non scaricare allegati. Se il messaggio riguarda un problema con un account, aprire il sito del servizio digitandone l’indirizzo direttamente nel browser, mai dal collegamento nell’email, e verificare da lì. Se il problema esiste davvero, sarà visibile nell’account. Se non c’è traccia di nulla, l’email era la truffa.
Cambiare la password per precauzione non fa mai male, a patto di farlo dal sito ufficiale, non dal collegamento nell’email sospetta.
Anche se il proprio migliore amico chiedesse dei soldi, la prima reazione dovrebbe essere chiedergli perché. Lo stesso vale per qualsiasi richiesta ricevuta per posta, per email o per telefono.
Le email e le voci generate dall’AI sono incredibilmente convincenti, e la paura di conseguenze, un pagamento mancato, un debito accumulato, una penale in arrivo, può spingere a reagire prima di ragionare. Soprattutto se si è persone scrupolose con le proprie finanze. l’idea di aver dimenticato un pagamento è talmente fastidiosa da rendere plausibile qualsiasi richiesta.
La difesa è la stessa di sempre: non cliccare su nessun collegamento e non fornire informazioni finanziarie. Se si è davvero mancato un pagamento, andare direttamente alla fonte, il sito della banca, il portale del servizio, l’ufficio competente, e verificare da lì. Gestire sempre i propri soldi nei canali che si usano abitualmente, mai attraverso qualcuno che vi contatta senza preavviso.
Un dettaglio che i truffatori sfruttano: le aziende vendono i dati degli utenti e subiscono violazioni informatiche con regolarità. Il fatto che un’email contenga informazioni personali corrette non significa che sia legittima, significa solo che quei dati sono finiti nelle mani sbagliate. Un’email con il proprio nome, il proprio indirizzo e il riferimento a un servizio che si usa davvero può essere tanto una comunicazione autentica quanto una truffa costruita con dati rubati.
Verificare le informazioni è la difesa fondamentale contro qualsiasi truffa. Ma c’è un segnale ancora più rivelatore: cosa succede quando si prova a verificare. I truffatori, umani o automatizzati, reagiscono male alle domande. Diventano evasivi, cambiano argomento, mettono pressione, si irritano, insistono che non c’è tempo per controlli.
Una persona o un’organizzazione legittima non ha nessun problema se si chiede di verificare. Un operatore bancario vero non si offende se si dice richiamo io il numero ufficiale. Un tribunale vero non minaccia conseguenze se si chiede un documento scritto. Un familiare vero non rifiuta di farsi richiamare.
Se la persona o il sistema con cui si sta parlando non collabora quando si fanno domande, se mette pressione, se diventa insistente, se cerca di impedire di verificare, è il segnale più forte che qualcosa non va. Non servono competenze tecniche per riconoscerlo, ma solo la volontà di fare una domanda in più e vedere come reagisce l’interlocutore.
I quattro segnali sono diversi ma la difesa è sempre la stessa: verificare alla fonte, senza fretta, attraverso canali che si controllano. Non importa quanto l’email sia convincente, quanto la voce sia familiare, quanto la situazione sembri urgente. La truffa ha bisogno che si agisca prima di pensare. Il semplice atto di fermarsi, chiudere il messaggio, riattaccare il telefono e verificare l’informazione indipendentemente è sufficiente a neutralizzare la stragrande maggioranza dei tentativi, anche quelli costruiti con l’intelligenza artificiale più sofisticata.
(Tiziana Foglio su PuntoInformatico.it del 08/10/2026)
U.E.. Voli in ritardo: Corte di giustizia limita l'uso del traffico aereo come pretesto per negare il risarcimento per i ritardiLa Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che le compagnie aeree non possono rifiutarsi genericamente di pagare un risarcimento per un volo in ritardo invocando semplicemente problemi di gestione del traffico aereo legati a restrizioni dello spazio aereo. Come riporta il quotidiano spagnolo Demócrata, i giudici di Lussemburgo hanno chiarito che ogni caso va valutato singolarmente e che spetta al vettore dimostrare che si tratti davvero di una "circostanza straordinaria" in grado di esonerarlo dall'obbligo di indennizzo.
Con questa pronuncia la Corte ha annullato una precedente sentenza del Tribunale dell'UE del 21 gennaio 2026, che in primo grado aveva stabilito come principio generale che le decisioni di gestione del traffico aereo fossero per definizione fuori dal controllo effettivo delle compagnie, indipendentemente dal motivo che le avesse determinate.
Il caso da cui è partita la vicenda riguarda una passeggera di un volo da Smirne a Varsavia nel luglio 2023, arrivato a destinazione con oltre tre ore di ritardo. Il ritardo era dovuto a restrizioni dello spazio aereo tra Ungheria e Romania causate dal maltempo su un volo precedente dello stesso aeromobile, a cui si era poi aggiunto un guasto tecnico di oltre due ore. Un'impresa specializzata, che aveva acquisito i diritti della passeggera, aveva presentato una richiesta di compensazione di 400 euro, l'importo previsto dalla normativa europea per i ritardi superiori alle tre ore.
Il giudice nazionale incaricato del caso aveva sollevato una questione pregiudiziale per chiarire se le restrizioni dello spazio aereo potessero essere scomputate dal conteggio totale del ritardo in quanto possibile circostanza straordinaria, operazione che avrebbe potuto far scendere il ritardo sotto la soglia delle tre ore necessaria per attivare il diritto al risarcimento.
Secondo quanto emerso, l'Avvocato generale dell'UE aveva segnalato l'esistenza di un grave rischio per l'unità e la coerenza del diritto dell'Unione nella sentenza di gennaio, spingendo la Corte di Giustizia a riesaminare il caso e a pronunciarsi ora in via definitiva.
Il Tribunale con sede in Lussemburgo ha chiarito che una decisione di gestione del traffico aereo non può essere qualificata di per sé come "circostanza straordinaria", trattandosi di una situazione che le compagnie aeree affrontano in modo "ordinario e abituale". La Corte ammette comunque che tali decisioni possano costituire circostanze straordinarie quando siano di gravità tale da impedire che il volo interessato venga effettuato in sicurezza e secondo la programmazione inizialmente prevista: solo in questo caso, infatti, sfuggono al controllo effettivo della compagnia aerea.
La Corte ha inoltre precisato che, quando il ritardo deriva dalla combinazione di un evento di questo tipo con un'altra circostanza, come nel caso specifico un guasto tecnico, occorre scomputare dal tempo totale di ritardo solo la parte effettivamente imputabile alla circostanza straordinaria, per calcolare se il passeggero abbia diritto o meno al risarcimento.
ITALIA. Adozioni internazionali a coppie gay: il caso approda alla ConsultaLa possibilità per le coppie dello stesso sesso unite civilmente di adottare o avere in affido minori residenti all'estero è ora all'esame della Corte Costituzionale. Come riporta Il Sole 24 Ore, la questione è stata discussa nel corso dell'udienza pubblica tenutasi alla Consulta, l'ultima presieduta dal presidente Giovanni Amoroso, il cui mandato si concluderà il prossimo 13 novembre.
Il caso nasce da un'ordinanza del Tribunale per i minorenni di Venezia, datata 12 marzo 2026, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale. Relatrice della vicenda davanti alla Consulta è la giudice Emanuela Navarretta. Al centro dell'esame c'è la legge 184 del 1983, intitolata "Diritto del minore ad una famiglia", nella parte in cui non permette alle coppie dello stesso sesso di presentare la dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all'estero né di chiedere al tribunale dei minorenni competente per residenza di dichiararne l'idoneità all'adozione.
La vicenda riguarda nello specifico due uomini uniti civilmente dal 2019, che hanno chiesto di poter adottare un bambino ospite di un istituto all'estero. Il Tribunale veneziano, nel rimettere la questione alla Consulta, ha evidenziato come il mantenimento del divieto produrrebbe effetti irragionevoli, discriminatori e non giustificati nei confronti della coppia, descritta nelle relazioni di psicologi e assistenti sociali come dotata di un legame solido e di un evidente desiderio di famiglia.
Durante l'udienza, l'avvocata delle parti, Susanna Lollini, ha insistito sull'importanza di poter valutare concretamente, caso per caso, l'idoneità delle coppie unite civilmente a diventare genitori adottivi, piuttosto che escluderle a priori sulla sola base dell'orientamento sessuale.
Il nodo giuridico sollevato dal Tribunale di Venezia riguarda in particolare l'articolo 29-bis della legge sulle adozioni, che oggi consente l'adozione internazionale soltanto alle coppie sposate, lasciando fuori le unioni civili a prescindere dalla loro concreta idoneità genitoriale. La questione si inserisce in un percorso giurisprudenziale già avviato dalla stessa Corte Costituzionale, che con la sentenza 33 del 2025 aveva aperto la strada alle adozioni internazionali anche per le persone singole, pur lasciando invariata l'esclusione delle coppie dello stesso sesso sia a livello nazionale sia internazionale.
Ora la parola passa ai giudici costituzionali, che dovranno stabilire se l'esclusione delle coppie unite civilmente dall'adozione internazionale sia compatibile con i principi di uguaglianza e ragionevolezza sanciti dalla Costituzione.
ITALIA. Videosorveglianza irregolare: Garante Privacy sanziona il Comune di ArvierIl Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato il Comune di Arvier, piccolo centro valdostano di circa 800 abitanti, con una multa di 4mila euro per numerose irregolarità riscontrate nel sistema di videosorveglianza comunale. Il provvedimento, il numero 636 del 23 settembre 2026, è stato pubblicato sul sito dell'Autorità e reso noto attraverso la newsletter dell'8 ottobre.
Il procedimento nasce dal reclamo di una cittadina residente che lamentava come una telecamera installata su suolo pubblico avesse un angolo di ripresa tale da inquadrare anche la facciata della propria abitazione privata, comprese finestre e balconi. L'amministrazione aveva giustificato l'impianto di sorveglianza, attivo dal 2011-2012 e successivamente ampliato, con molteplici finalità: prevenzione della criminalità, tutela del patrimonio pubblico, controllo della viabilità, protezione civile, gestione dei parcheggi e controllo ambientale.
Proprio questa pluralità di scopi è stata uno dei nodi individuati dagli ispettori del Garante. Secondo l'Autorità, il Comune non aveva infatti individuato, per ciascun trattamento, una base giuridica chiara, specifica e di rango adeguato: il semplice richiamo alle competenze generali attribuite agli enti locali dal Testo unico non è stato ritenuto sufficiente a giustificare l'uso delle telecamere per le diverse finalità dichiarate.
Le verifiche hanno fatto emergere anche altre carenze: l'assenza di soluzioni di "privacy masking" per oscurare le aree private inquadrate - accorgimento adottato dal Comune solo dopo l'apertura dell'istruttoria - oltre a informative rivolte ai cittadini poco trasparenti e all'omissione della valutazione d'impatto sulla protezione dei dati (DPIA) prevista dal Regolamento europeo.
Alla luce delle violazioni accertate, oltre alla sanzione pecuniaria il Garante ha ordinato al Comune di adottare una serie di misure correttive. L'ente dovrà effettuare una ricognizione completa di tutte le telecamere presenti sul territorio, individuare con precisione le finalità perseguite e la relativa base giuridica per ciascun trattamento, verificare e correggere gli angoli di ripresa evitando di includere abitazioni private, adottando ove necessario sistemi di mascheramento o oscuramento delle immagini, e aggiornare le informative privacy rivolte alla cittadinanza.
Come riporta il Garante per la protezione dei dati personali, il Comune potrà comunque saldare la sanzione entro 30 giorni versando la metà dell'importo previsto.
U.E.. Cedu: la legge Pinto si applica anche ai processi tributariLa Corte europea dei diritti dell'uomo ha stabilito che la legge Pinto - la norma che riconosce un'equa riparazione in caso di durata irragionevole di un processo - si applica anche ai procedimenti tributari nei quali vengono contestate sanzioni fiscali. La decisione, nota come sentenza Grassucci e altri contro Italia, è stata emessa sulla base di cinque ricorsi presentati da contribuenti italiani assistiti dallo studio legale Fantozzi e associati.
Le vicende riguardavano procedimenti relativi a IVA, imposte sui redditi e altri tributi, accompagnati dall'irrogazione di sanzioni pecuniarie di importo variabile. La durata complessiva di questi giudizi, calcolata secondo i criteri della Convenzione, risultava compresa tra otto anni e nove mesi e ventiquattro anni e sette mesi. Alcuni contribuenti avevano già tentato di ottenere un indennizzo attraverso la legge Pinto, ma le loro domande erano state respinte dai giudici italiani, che avevano escluso l'applicabilità dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo alle controversie fiscali, sia sotto il profilo civile sia sotto quello penale. La giurisprudenza nazionale riteneva infatti che le liti tributarie potessero beneficiare delle garanzie convenzionali soltanto quando le sanzioni applicate presentassero un grado di gravità tale da poter essere equiparate a vere sanzioni penali: in alcuni dei casi esaminati, l'importo relativamente contenuto delle sanzioni era stato considerato sufficiente per escludere questa equiparazione.
La Corte di Strasburgo ha ribaltato questa impostazione richiamando i cosiddetti "criteri Engel", secondo cui la qualificazione penale di una sanzione, ai fini della Convenzione, non dipende soltanto dalla classificazione adottata dal diritto interno, ma anche dalla natura dell'illecito e dal grado di severità della sanzione stessa. Su questa base, i giudici europei hanno chiarito che le sanzioni amministrative tributarie hanno natura sostanzialmente penale ai fini delle garanzie convenzionali, superando così l'orientamento contrario più volte espresso dalla Corte di Cassazione.
Secondo lo studio legale che ha seguito i ricorsi, la pronuncia va ben oltre il semplice riconoscimento dell'applicabilità della legge Pinto ai processi tributari. Il principio affermato dalla Cedu implicherebbe infatti l'estensione a questo tipo di procedimenti dell'intero corredo di garanzie di matrice penale previste dall'articolo 6 della Convenzione. Tra queste rientrano il diritto alla prova testimoniale, oggi ancora fortemente limitato nel processo tributario italiano, e il diritto al silenzio del contribuente, riconosciuto finora solo in parte da una sentenza della Corte costituzionale del 2025.
Di conseguenza, l'ordinamento italiano dovrà adeguarsi a questi principi, ripensando le garanzie riconosciute ai contribuenti sia nella fase di accertamento fiscale sia nel corso del processo tributario vero e proprio. La sentenza apre così la strada a un ampliamento della tutela indennitaria contro l'irragionevole durata dei processi tributari in cui siano coinvolte sanzioni amministrative di natura sostanzialmente penale, lasciando ai giudici nazionali il compito di rendere effettivo questo rimedio.
Come riporta Finanza & Fisco, la pronuncia rappresenta un precedente destinato a incidere sui numerosi ricorsi tributari italiani ancora pendenti davanti alla Corte di Strasburgo, molti dei quali riguardano proprio la durata irragionevole dei processi e l'inadeguatezza del rimedio previsto dalla legge Pinto.
ITALIA. Diritto all'oblio: il Tribunale di Milano ordina a Google nuove regoleIl Tribunale di Milano ha imposto a Google di cambiare il modo in cui gestisce le richieste di deindicizzazione legate al diritto all'oblio. La decisione accoglie un'azione inibitoria collettiva promossa da alcuni membri dell'associazione Algopolio nei confronti di Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l., e riguarda l'applicazione degli articoli 17 e 21 del GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali che disciplinano rispettivamente il diritto alla cancellazione e il diritto di opposizione al trattamento.
Entro il 15 novembre 2026 Google dovrà modificare le procedure interne con cui vengono trattate le richieste di rimozione dei contenuti dai risultati di ricerca. In concreto, gli utenti dovranno poter allegare documentazione a sostegno delle proprie istanze, mentre l'azienda dovrà fornire motivazioni comprensibili per ogni eventuale rifiuto. Il Tribunale ha di fatto stabilito uno stop ai meccanismi automatizzati e standardizzati finora utilizzati, richiedendo una valutazione individualizzata di ogni singolo caso. Se Google non si adeguerà entro la scadenza fissata, scatterà una penale di 20mila euro per ogni giorno di ritardo.
(Key4Biz)
IRLANDA. X di Musk perde in tribunale contro il regolatore dei mediaIl regolatore irlandese dei media, Coimisiún na Meán, ha ottenuto una nuova vittoria giudiziaria contro X, la piattaforma social di proprietà di Elon Musk. L'Alta Corte di Dublino ha condannato la società al pagamento delle spese legali dopo aver respinto la richiesta di X di sospendere in via cautelare un'indagine avviata dal regolatore sulla gestione dei reclami degli utenti.
Il giudice Cian Ferriter ha stabilito che X dovrà farsi carico dei costi legali sostenuti dalla commissione, rappresentata dall'avvocato David Fennelly, dopo che quest'ultima aveva già respinto con successo, nelle settimane precedenti, la richiesta di sospensione (stay) avanzata dalla piattaforma. La causa principale sarà discussa in un'udienza di due giorni fissata per inizio luglio.
Al centro della vicenda c'è la decisione di Coimisiún na Meán di trasferire al proprio team interno di "supervisione" le informazioni relative ai reclami ricevuti dagli utenti, in vista di possibili future indagini. X Internet Unlimited Company, la controllata irlandese del gruppo di Musk, sostiene che questa decisione sia illegittima e ha chiesto all'Alta Corte di annullarla. Il regolatore respinge l'accusa, sostenendo di avere pieno titolo per trasferire tali informazioni. I reclami in questione sono stati presentati dagli utenti ai sensi delle norme previste dal Digital Services Act (DSA) europeo.
Nel respingere la richiesta di sospensione, secondo quanto riportato da RTE il giudice ha ritenuto che gli avvocati di X avessero sopravvalutato il pregiudizio che la piattaforma avrebbe subito in assenza di uno stay, sottovalutando al contempo l'interesse pubblico al regolare funzionamento della procedura di reclamo prevista dal DSA e dal Broadcasting Act 2009 irlandese. X aveva sostenuto che la prosecuzione dell'indagine avrebbe causato alla piattaforma un danno "grave e irreparabile", e che una conclusione dell'inchiesta prima della decisione sul merito del ricorso avrebbe reso il procedimento privo di effetti, privando la società di un rimedio efficace.
Questa pronuncia si inserisce in un contenzioso ben più ampio tra X e il regolatore irlandese. La piattaforma di Musk è infatti l'unica grande azienda tecnologica ad aver intrapreso azioni legali di questo tipo contro la commissione: secondo quanto ricostruito dall'Irish Examiner, X ha depositato dodici ricorsi per revisione giudiziaria dal novembre 2025, l'ultimo gruppo di cinque presentato in un'unica settimana. Tra questi figurano un appello contro una sentenza dell'Alta Corte del giugno 2025 favorevole al regolatore in materia di Codice di sicurezza online, due cause relative alle indagini sulla presunta violazione dell'articolo 20 del DSA e quattro azioni riguardanti singoli reclami presentati dagli utenti.
L'indagine al centro della disputa più recente era stata aperta a novembre 2025 e riguarda la verifica se X rispetti l'articolo 20 del DSA, la norma che regola i sistemi interni di gestione dei reclami sui grandi social network: il regolatore vuole accertare se gli utenti che segnalano contenuti ritenuti in violazione delle regole della piattaforma abbiano un'effettiva possibilità di appello contro le decisioni di X di non rimuoverli. A dicembre 2025, Musk e X Holdings Corp avevano comunque ottenuto dall'Alta Corte il permesso di contestare nel merito l'indagine, sostenendo di non essere i soggetti giuridicamente responsabili del servizio offerto nell'Unione europea, ruolo che la Commissione europea avrebbe invece attribuito alla controllata irlandese X Internet Unlimited Company.
A luglio 2025, X aveva già perso una causa contro il Codice di sicurezza online adottato dal regolatore, che impone alle grandi piattaforme con sede in Irlanda, tra cui anche Meta e TikTok, misure di tutela dei minori online; la società ha successivamente ottenuto il permesso di appellarsi a una corte superiore contro quella sentenza.
ITALIA. Diritto alla riparazione: in Gazzetta Ufficiale le nuove regoleÈ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2026 il decreto legislativo 25 settembre 2026, n. 176, che recepisce in Italia la direttiva europea 2024/1799 sul cosiddetto "diritto alla riparazione". Come riporta Ipsoa, il provvedimento introduce nel Codice del consumo nuove tutele pensate per allungare la vita utile dei beni di consumo e favorire l'economia circolare, riducendo la produzione di rifiuti elettronici e non solo.
Il recepimento arriva con un certo ritardo rispetto alla scadenza fissata dall'Unione Europea, che aveva indicato il 31 luglio 2026 come termine ultimo per l'adeguamento da parte degli Stati membri: l'Italia non aveva rispettato quella data, trovandosi quindi esposta a una procedura di infrazione prima dell'approvazione definitiva del testo.
Tra le principali novità introdotte dal decreto c'è l'obbligo per i fabbricanti di riparare, su richiesta del consumatore, determinate categorie di prodotti anche oltre il periodo di garanzia legale, quando l'intervento sia tecnicamente possibile. L'obbligo riguarda beni di uso quotidiano come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, asciugatrici, smartphone e tablet, e in alcuni casi si estende anche a rappresentanti autorizzati, importatori e distributori. Restano invece escluse altre categorie di dispositivi, come computer portatili, stampanti, macchine da caffè, console per videogiochi e cuffie.
Il decreto introduce inoltre un modulo europeo di informazioni sulla riparazione, che dovrà garantire trasparenza su costi, tempi e condizioni dell'intervento richiesto. Vengono poi stabiliti l'obbligo di rendere disponibili i pezzi di ricambio a prezzi ragionevoli e il divieto per i produttori di adottare pratiche o tecnologie che ostacolino la riparabilità dei prodotti, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare anche il ruolo dei riparatori indipendenti rispetto ai soli centri assistenza autorizzati.
Una delle misure che interessano più da vicino chi acquista beni di consumo riguarda la garanzia legale di conformità: se il prodotto presenta un difetto e il consumatore sceglie la riparazione anziché la sostituzione, il periodo di responsabilità del venditore si allunga di dodici mesi. Il venditore è tenuto a informare preventivamente il cliente di questa possibilità e della relativa estensione di garanzia. Questa regola si applica ai contratti conclusi a partire dal 31 luglio 2026.
È prevista anche l'istituzione, presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, di un Osservatorio nazionale sulla riparazione, con il compito di monitorare l'andamento del settore e le criticità riscontrate. Il ministero fungerà inoltre da punto di contatto nazionale per la futura piattaforma europea dedicata alla riparazione, strumento pensato per mettere in collegamento consumatori e riparatori a livello continentale.
Per chi viola gli obblighi previsti dalla nuova disciplina sono stabilite sanzioni amministrative pecuniarie che vanno da 5.000 a 50.000 euro, importi che raddoppiano nei casi di particolare gravità o recidiva, arrivando fino a 100.000 euro.
Il decreto entrerà in vigore il 22 ottobre 2026.
USA. Sondaggio KFF: sostegno record al Medicare for All (66%)Negli Stati Uniti il sostegno pubblico al cosiddetto "Medicare for All" - il piano sanitario nazionale a pagatore unico - ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Lo rivela il nuovo KFF Health Tracking Poll, ripreso da MS NOW, secondo cui due terzi degli adulti statunitensi (il 66%) sostengono oggi l'idea di un'assicurazione sanitaria governativa unica per tutti i cittadini.
Si tratta di un balzo significativo rispetto al 53% registrato dallo stesso istituto nell'ottobre 2020, quando KFF aveva posto l'ultima volta la stessa domanda agli intervistati. Per anni i Democratici avevano temuto che la riforma sanitaria radicale non godesse di un sostegno sufficientemente ampio nell'elettorato, tanto che molti esponenti del partito, pur favorevoli in teoria, evitavano di esporsi pubblicamente per il timore di una reazione negativa dell'opinione pubblica. I nuovi dati sembrano ribaltare questa percezione.
Il sondaggio, condotto tra il 16 e il 21 settembre su 1.328 persone con un margine di errore di circa 3 punti percentuali, arriva in vista delle elezioni di midterm di novembre, in un contesto in cui diversi candidati progressisti stanno facendo campagna elettorale puntando esplicitamente sul tema del Medicare for All. Come nota MS NOW, l'aumento del sostegno riflette proprio la maggiore attenzione mediatica e politica riservata alla proposta nelle corse congressuali in cui alcuni Democratici progressisti l'hanno messa al centro della propria campagna.
Il divario tra i due schieramenti resta comunque enorme: l'84% dei Democratici si dichiara favorevole alla riforma, mentre il 66% dei Repubblicani vi si oppone. Gli indipendenti, invece, si collocano molto più vicini alle posizioni democratiche: il 72% di loro sostiene il cambiamento verso un sistema a pagatore unico.
Il sondaggio KFF evidenzia anche come la sanità sia diventata una delle principali preoccupazioni economiche degli americani, alla pari con il costo della benzina, e come gli elettori si fidino dei Democratici più dei Repubblicani per affrontare il tema dei costi sanitari. I dati mostrano inoltre che il consenso verso il Medicare for All non è stabile: tende a crescere quando gli intervistati sentono argomentazioni a favore, come la garanzia di una copertura sanitaria come diritto universale, mentre diminuisce quando vengono esposti a critiche relative a possibili aumenti delle tasse, tempi di attesa più lunghi o rischi per l'attuale programma Medicare.
Secondo MS NOW, questi numeri potrebbero avere conseguenze politiche rilevanti anche oltre il voto di midterm: con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2028, non sorprenderebbe se altri esponenti di primo piano del Partito Democratico, oltre al senatore indipendente Bernie Sanders, decidessero di abbracciare apertamente un modello di riforma che oggi risulta sostenuto dai due terzi del Paese.
ITALIA. Affitti brevi, in arrivo la super banca dati contro gli irregolariUn nuovo passo avanti nel controllo del mondo degli affitti brevi. È infatti stata messa a disposizione di agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Forze di Polizia una nuova super banca dati che costituisce, per la prima volta, un canale unico e georeferenziato di monitoraggio digitale del fenomeno delle locazioni turistiche.
Si chiama ‘Bdsr Lens’ ed è, appunto, una evoluzione della Banca dati delle strutture ricettive, tenuta presso il ministero del Turismo: diventa possibile conoscere in tempo reale la collocazione precisa delle case a disposizione per l’affitto, ma anche visualizzare immediatamente una serie di indicatori di rischio, come l’assenza o la mancata verifica del Codice identificativo nazionale (Cin), lo strumento reso obbligatorio a partire dal 2025.
In sostanza, i verificatori una volta entrati nella nuova piattaforma si troveranno davanti una mappa dettagliata dei diversi Comuni. Qui è presente la collocazione degli immobili in affitto, ma non solo: aprendo una finestra sarà possibile ottenere altre informazioni, come i codici identificativi, l’annuncio online dell’appartamento e la sua denominazione commerciale, la situazione di utilizzo ed eventuali anomalie emerse nel corso di precedenti verifiche. È anche possibile estrarre dati in forma aggregata: in questo modo si può sapere quante strutture sono presenti sul territorio, quante di queste sono alberghiere e quante extra-alberghiere, quanti sono gli alloggi privati in forma non imprenditoriale a disposizione dei turisti.
Una serie di parametri che dovrebbero rendere più semplice indentificare chi opera in un regime, come lo definisce Federalberghi, di ‘concorrenza sleale’.
L’associazione di categoria ha resi noti, infatti, i dati del suo monitoraggio sugli alloggi disponibili in Italia su Airbnb. Ad agosto 2026, erano presenti 571.982 annunci relativi ad alloggi in Italia, con una crescita esponenziale pari a 38.587 annunci in più rispetto ad agosto 2025, con un incremento del 7,2%.
Tra le città italiane maggiormente interessate dal fenomeno Roma con 37.387 annunci, Milano con 26.610, Firenze con 13.902, Napoli con 11.497 e Venezia con 9.042. Per quanto riguarda le regioni, la pole position spetta alla Toscana, con 72.771 annunci, seguita dalla Lombardia con 66.619, dalla Sicilia con 57.335 e dal Lazio con 51.871.
Fra le questioni sottolineate da Federalberghi rispetto a questi numeri, la mancanza del Cin per 84.324 degli annunci su Airbnb. In aggiunta a questi, erano presenti sul portale 1.659 annunci che si dichiarano esenti da questo obbligo.
Non solo: anche sulle misure di sicurezza gli annunci su Airbnb erano carenti: solo il 55,6% (equivalente in numero assoluto a 317.970) dichiara la presenza di un estintore, il 39,9% quello di un kit di primo soccorso, il 33,1% quello di un rilevatore di fumo nel 33,1% (189.456).
(TTG)
ALBANIA. Nuove regole di tracciamento per la cannabis dal seme alla vendita
Il governo albanese ha adottato un nuovo quadro normativo per il tracciamento e il controllo dell'industria della cannabis, basato sul sistema cosiddetto "seed-to-sale" (dal seme alla vendita), già adottato in molti mercati legali del settore nel mondo. Come riporta International Cannabis Business Conference, le nuove regole coprono l'intera filiera produttiva.
Il sistema di sorveglianza stabilisce un controllo che copre tutta la catena di attività: dall'importazione di semi, piantine e talee, fino alla coltivazione, alla raccolta, all'essiccazione, alla lavorazione, allo stoccaggio, al trasporto e all'esportazione. Le norme definiscono inoltre le procedure per il sequestro, la confisca e la distruzione dei materiali legati alla cannabis, secondo quanto riportato dalla testata locale Albanian Daily News.
Oltre al tracciamento vero e proprio, le nuove regole permetteranno alle autorità di condurre ispezioni più frequenti sulle attività legate alla cannabis, comprese verifiche non programmate in determinate condizioni. Eventuali sospetti di violazione - come la mancata trasmissione di report obbligatori, discrepanze nelle segnalazioni o reclami da parte delle autorità - potranno far scattare controlli supplementari. Le ispezioni fuori dal programma annuale potranno essere disposte anche su richiesta di autorità giudiziarie o di altro tipo, in caso di incidenti critici o di malfunzionamenti dei sistemi di sicurezza e tracciabilità.
Un elemento centrale del nuovo impianto normativo riguarda l'uso della tecnologia per il monitoraggio delle attività. L'agenzia di controllo avrà accesso in tempo reale, ininterrotto, ai sistemi di videosorveglianza degli operatori, ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Le ispezioni da remoto potranno inoltre basarsi su sistemi di telemetria, sensori ambientali, sistemi di allarme, droni e piattaforme satellitari, oltre a strumenti digitali di monitoraggio. Le informazioni e le immagini raccolte tramite questi sistemi potranno essere inserite nei verbali di ispezione ufficiali e utilizzate come prova in procedimenti amministrativi, civili o penali.
Il nuovo quadro normativo arriva circa tre anni dopo che il parlamento albanese, nel luglio 2023, aveva approvato con un voto di 69 a 23 la legalizzazione della cannabis a scopo medico e industriale, istituendo la National Agency for the Control of Cannabis (Agenzia nazionale per il controllo della cannabis), posta sotto la vigilanza del ministero della Salute. Circa due anni più tardi, nel giugno 2025, il governo albanese ha approvato le prime licenze per la coltivazione legale di cannabis a uso medico e industriale, autorizzando coltivazioni distribuite dal nord al sud del paese per un totale di 29.000 ettari di terreno.
Il provvedimento è stato presentato dalle autorità come un'opportunità di crescita economica, ma non sono mancate le critiche. L'opposizione e diversi osservatori hanno sollevato dubbi sul rischio che un settore storicamente segnato da coltivazioni illegali di massa possa diventare un terreno favorevole a infiltrazioni della criminalità organizzata, nonostante il tetto legale nazionale per la coltivazione resti fissato a 200 ettari.
CANADA. Cannabis legale: negozi non aumentano la criminalità a Toronto e Ottawa
L'apertura di negozi autorizzati alla vendita di marijuana non è collegata a un incremento della criminalità nelle zone circostanti. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Brock University e pubblicato sull'International Journal of Drug Policy, che ha analizzato i dati della polizia relativi a Toronto e Ottawa, le prime due città canadesi ad aver ospitato punti vendita legali di cannabis ricreativa a partire dall'aprile 2019.
Come riporta The Marijuana Herald, i ricercatori hanno esaminato complessivamente 31.095 reati segnalati alle forze dell'ordine tra gennaio 2018 e febbraio 2020, concentrandosi su un raggio di 3.000 metri intorno a otto dei primi negozi autorizzati in Ontario. Lo studio ha preso in considerazione cinque categorie di reato: aggressione, furto d'automobile, furto di biciclette, effrazione e furto superiore ai 5.000 dollari.
Per condurre l'analisi, il team ha utilizzato un software di sistema informativo geografico (GIS) suddividendo le aree attorno ai negozi in quattro fasce di distanza: entro 400 metri, tra 400 e 1.000 metri, tra 1.000 e 2.000 metri e tra 2.000 e 3.000 metri. I livelli di criminalità sono stati poi confrontati tra i 15 mesi precedenti l'apertura dei negozi e gli 11 mesi successivi, tenendo conto delle tendenze preesistenti e di fattori stagionali come la temperatura.
Dai dati emerge che la criminalità è effettivamente aumentata in modo moderato nel periodo successivo alle aperture: a Toronto l'incremento è stato del 10,1% nel periodo tra aprile 2019 e febbraio 2020 rispetto allo stesso arco di tempo dell'anno precedente, mentre a Ottawa l'aumento è stato del 5,9%. Tuttavia, secondo i ricercatori questo aumento è riconducibile a fattori climatici, in particolare alle temperature più miti, e a tendenze criminali già in atto prima dell'arrivo dei negozi, piuttosto che alla vicinanza ai punti vendita di cannabis. La distanza da un negozio non è risultata statisticamente significativa rispetto alle variazioni nei livelli di criminalità.
Gli stessi autori riconoscono alcuni limiti della ricerca, basata su un campione ridotto di otto negozi in due sole città e su un periodo di osservazione limitato agli undici mesi immediatamente successivi all'avvio della vendita legale. Nonostante questi limiti, lo studio suggerisce che la scelta dell'Ontario di non imporre restrizioni rigide sulla localizzazione dei punti vendita di cannabis trovi un riscontro positivo dal punto di vista della sicurezza pubblica, non avendo prodotto gli effetti negativi sulla criminalità locale che talvolta vengono paventati quando si discute dell'apertura di questo tipo di attività commerciali.
COLOMBIA. I raid USA non fermano le narcolance dalla Guajira
A un anno dall'inizio dei bombardamenti statunitensi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nei Caraibi, il traffico di cocaina dalla penisola colombiana de La Guajira continua senza sosta. È quanto emerge da un'inchiesta condotta sul campo da OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project) insieme alla testata colombiana 360-grados.co, che ha ricostruito cosa è cambiato, un anno dopo, lungo le coste da cui partono le cosiddette "narcolance".
Come riporta OCCRP, i giornalisti hanno raccolto testimonianze dirette lungo la striscia desertica della Guajira, dove per gli abitanti è ormai familiare una sequenza di eventi inquietante: prima il ronzio acuto dei droni, poi il boato delle esplosioni. Un residente, descritto come un commerciante locale, ha raccontato ai reporter che nei giorni successivi agli attacchi il mare restituisce taniche, pezzi di scafo e, talvolta, anche corpi. Questo tratto di Mar dei Caraibi è stato teatro, nell'ultimo anno, di circa venti attacchi mortali contro motoscafi sospettati di trasportare droga. L'operazione militare, nota come Southern Spear, è stata lanciata il 2 settembre dello scorso anno e, secondo l'inchiesta, è da tempo uscita dai riflettori mediatici nonostante prosegua.
Sulla spiaggia di Puerto López, punto di partenza abituale per le imbarcazioni dirette verso Repubblica Dominicana, Curaçao e Aruba, i cronisti hanno trovato i resti carbonizzati di barche colpite dagli attacchi. Ma secondo i residenti, le funzionarie e gli esperti del settore interpellati — quasi tutti in forma anonima per ragioni di sicurezza — i raid non hanno in alcun modo ridotto le partenze dalla regione. Una funzionaria amministrativa locale ha dichiarato di non aver notato alcun calo nel flusso di motoscafi nell'ultimo anno, un'osservazione condivisa da molte altre fonti sentite sul posto.
I trafficanti, quando un pilota (i cosiddetti lancheros) viene arrestato o ucciso, lo sostituiscono con rapidità. Un giovane lanchero intervistato a Riohacha, capoluogo della Guajira, ha raccontato con disinvoltura che un suo amico era partito in mare la notte precedente, segno di quanto l'attività prosegua normalmente nonostante il rischio.
Il quadro emerso dall'inchiesta è confermato anche da fonti istituzionali statunitensi. Un rapporto pubblicato a luglio dall'organizzazione per i diritti umani Washington Office on Latin America ha rilevato che le prove disponibili indicano un impatto minimo o nullo della campagna militare sulla quantità di cocaina che raggiunge gli Stati Uniti. Anche la DEA e funzionari del Pentagono, secondo quanto riportato, hanno riconosciuto che gli attacchi non hanno inciso né sul prezzo né sulla disponibilità della droga sul mercato americano. Al contrario, le organizzazioni criminali avrebbero sviluppato nuove tattiche per aggirare i controlli, come il pagamento di funzionari locali per ottenere in anticipo informazioni sulla posizione delle navi da guerra statunitensi prima di far salpare i carichi.
L'inchiesta ricostruisce anche le vicende di alcune delle persone uccise negli attacchi, come i casi di due uomini la cui famiglia ha cercato invano un risarcimento dal proprietario del carico di droga, mentre la procura locale ha confermato di non aver mai aperto fascicoli di indagine a loro carico né di averli mai associati a organizzazioni criminali note. Il Comando Sud statunitense, interpellato dai giornalisti sulla metodologia usata per identificare gli obiettivi dei raid, non ha fornito dettagli specifici.
U.E.. Ex-primo ministro neozelandese all'UE: "Non puntate solo sulla sicurezza contro le droghe"
Helen Clark, ex primo ministro neozelandese e oggi presidente della Global Commission on Drug Policy, ha lanciato un appito all'Unione Europea affinché non affidi la lotta alla droga principalmente agli strumenti di sicurezza e repressione penale, privilegiando invece un approccio basato sulla salute pubblica. Lo riporta Politico.eu.
L'intervento arriva in un momento cruciale per la politica europea in materia di stupefacenti. Lo scorso dicembre la Commissione europea ha presentato una nuova Strategia UE sulla droga insieme a un Piano d'azione contro il traffico di stupefacenti, inquadrati come tasselli della più ampia strategia di sicurezza interna dell'Unione, denominata ProtectEU. Il nuovo impianto normativo punta a rafforzare la preparazione dell'Unione di fronte alle minacce sanitarie e di sicurezza legate alle droghe, a proteggere la salute pubblica, a potenziare le risposte di sicurezza contro la produzione e il traffico, ad affrontare i danni correlati al consumo e a costruire partenariati internazionali, in particolare con i paesi terzi attraversati dalle rotte del narcotraffico. Clark, che guida dal 2020 la Global Commission on Drug Policy, organizzazione che riunisce ex capi di Stato e di governo ed esperti internazionali per promuovere politiche sulle droghe fondate su evidenze scientifiche e diritti umani, è una delle voci più autorevoli a livello mondiale nel criticare l'approccio repressivo al fenomeno. La Commissione, della quale fanno parte anche figure come l'ex presidente svizzera Ruth Dreifuss e l'imprenditore Richard Branson, sostiene da anni che le politiche punitive abbiano prodotto effetti controproducenti, tra cui abusi dei diritti umani e incarcerazioni di massa, senza ridurre in modo significativo il consumo di sostanze. Secondo la posizione espressa da Clark e dalla Commissione che presiede, un sistema che fa leva prevalentemente su controlli di sicurezza, sequestri e smantellamento dei laboratori clandestini rischia di trascurare gli aspetti sanitari e sociali del fenomeno, che includono la riduzione del danno, l'accesso ai servizi di cura, la prevenzione e il reinserimento sociale delle persone che fanno uso di sostanze. La critica si inserisce in un dibattito più ampio, portato avanti dalla Global Commission, sulla necessità di spostare il baricentro delle strategie internazionali dalla repressione penale verso interventi di salute pubblica, in linea con i principi sanciti anche dalle convenzioni internazionali sui diritti umani. La nuova strategia europea, pur dichiarando di voler mantenere un equilibrio tra sicurezza e salute, continua ad attribuire un peso rilevante al rafforzamento delle capacità investigative e di cooperazione operativa con i paesi terzi lungo le principali rotte del narcotraffico, un'impostazione che gli osservatori vicini alla Global Commission ritengono ancora troppo sbilanciata verso la componente repressiva rispetto a quella sanitaria e sociale.
INDIA. Colombia rafforza la cooperazione con l'India contro i cartelli della droga
La Colombia punta a stringere una collaborazione più stretta con l'India nella lotta al narcotraffico e al narcoterrorismo, valutando anche l'apertura di un nuovo posto di addetto di polizia presso la propria ambasciata a New Delhi. Lo ha dichiarato l'ambasciatore colombiano in India, Victor Hugo Echeverri Jaramillo, come riporta TradingView.
Secondo il diplomatico, il problema della droga non riguarda solo Bogotá ma ha natura internazionale: le reti criminali operano senza confini, come vere e proprie multinazionali del crimine, e per questo l'unica strada percorribile è la cooperazione tra Stati. Jaramillo ha spiegato che la polizia colombiana può condividere rapidamente informazioni con le forze dell'ordine locali quando serve contrastare la criminalità internazionale, e ha indicato l'India come punto di transito per droga diretta verso Australia e Nuova Zelanda.
Parallelamente alla cooperazione di intelligence, Bogotá sta negoziando con l'azienda statale indiana Bharat Electronics Ltd (BEL) l'acquisto di tecnologia anti-drone. L'interesse è nato dopo che una delegazione colombiana aveva visitato, nel marzo 2026, lo stabilimento BEL di Ghaziabad e il relativo Central Research Laboratory, attratta da prezzi più vantaggiosi rispetto ai concorrenti europei.
Un funzionario indiano, che ha preferito mantenere l'anonimato, ha confermato alcuni sequestri di cocaina colombiana sul territorio indiano, pur escludendo al momento prove solide che confermino l'uso sistematico dell'India come rotta di transito verso l'Oceania.
Le due nazioni hanno già avviato forme limitate di collaborazione sul piano della formazione. Un gruppo di 25 agenti della Polizia Nazionale colombiana ha seguito, tra il 26 marzo e l'8 aprile 2025, un corso nell'ambito del programma Itec dedicato all'intelligenza artificiale applicata alla sicurezza umana, tenuto presso la Rashtriya Raksha University nello Stato indiano del Gujarat. Al momento, tuttavia, non risultano in programma nuovi corsi o visite di ufficiali colombiani.
L'ambasciatore ha anche ricordato il passato turbolento della Colombia, segnato dalla figura del narcotrafficante Pablo Escobar e dal conflitto con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), mentre dal lato indiano si è fatto riferimento alla dichiarazione governativa del primo agosto scorso secondo cui tutti i distretti del Paese sarebbero ormai liberi dalla violenza legata all'estremismo di sinistra.
Alcuni esperti indiani, tra cui l'ex commissario di polizia Dependra Pathak e l'ex ambasciatore indiano in Colombia Deepak Bhojwani, ritengono che questa collaborazione possa consolidare il ruolo dell'India come fornitore globale di tecnologia per la difesa, un settore che include droni, obici e i carri armati Arjun, già oggetto in passato dell'interesse colombiano.
ITALIA. Le spese per i consumi delle famiglie - IstatStabile la spesa media mensile familiare per consumi
Nel 2025 la spesa media mensile per consumi delle famiglie è pari, in valori correnti, a 2.782 euro e risulta stabile rispetto al 2024 (2.755 euro).
La spesa media mensile delle famiglie residenti nel Nord-est (la più alta rispetto alle altre ripartizioni) è del 39,3% superiore a quella delle famiglie del Sud (la più bassa).
La spesa media mensile per consumi delle famiglie composte soltanto da italiani supera di oltre un terzo (+37,8%) quella delle famiglie con stranieri.
Nel 2025 la stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è di 2.782 euro in valori correnti, sostanzialmente invariata rispetto ai 2.755 euro del 2024 (+1,0%); nel 2025 la dinamica inflazionistica è stata moderata e pari a +1,6% se calcolata tramite l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA).
Poiché la distribuzione dei consumi è asimmetrica e più concentrata nei livelli medio-bassi, la maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al valore medio. Il valore mediano (il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali) è pertanto inferiore a quello medio e, nel 2025, risulta pari a 2.338 euro (2.240 euro nel 2024).
Rispetto al 2024, risultano in crescita le spese delle famiglie per l’acquisto di Prodotti alimentari e bevande analcoliche, che passano da 533 a 552 euro mensili (+3,6%) anche per effetto dell’aumento dei prezzi (+3,0% la variazione su base annua dell’IPCA, era stata +2,5% nel 2024); la quota di spesa totale destinata a questa divisione sale dal 19,3% al 19,8%. Nel dettaglio, crescono significativamente le spese destinate a caffè (+14,6%), acqua (+8,3%), pesce (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova (+4,2%).
La spesa non alimentare risulta stabile rispetto all’anno precedente ed è pari in media a 2.230 euro mensili; rappresenta l’80,2% della spesa totale e varia tra i 2.533 euro nel Nord-est e i 1.652 nel Sud. La stabilità della spesa non alimentare rispetto al 2024 si conferma anche a livello di divisione. Le voci che pesano di più sul bilancio familiare continuano ad essere quelle relative ad Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (36,0%) e ai Trasporti (10,6%). A seguire, la spesa per Servizi di ristorazione e di alloggio (5,9%, come nel 2024) e quella per Beni e servizi per la cura della persona, servizi di protezione sociale e altri beni e servizi (4,7%).
I livelli di spesa più elevati, superiori alla media nazionale, si registrano nel Nord-est (3.087 euro), nel Centro (3.052 euro) e nel Nord-ovest (2.974 euro), mentre sono più bassi e inferiori alla media nazionale nelle Isole (2.338 euro) e nel Sud (2.215 euro).
Nel 2025, le famiglie del Nord-est spendono in media 871 euro in più rispetto a quelle del Sud (il 39,3% in più) e 749 euro in più rispetto alle residenti nelle Isole (il 32,0% in più), mostrando un aumento del gap in confronto al 2024, quando la distanza dal Nord-est era pari al 37,9% per il Sud e al 30,6% per le Isole.
Rispetto al 2024, nel Centro (+5,9%) e nel Nord-est (+4,9%) aumenta significativamente la spesa per Prodotti alimentari e bevande analcoliche, mentre nel Sud quella per Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+3,6%).
Rispetto al Centro-Nord, la spesa delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole, che generalmente hanno minori disponibilità economiche, si concentra maggiormente su beni e servizi destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, quali, ad esempio, i beni alimentari. La quota di spesa totale destinata a Prodotti alimentari e bevande analcoliche, che in media nazionale si attesta al 19,8%, nel Sud raggiunge il 25,4% (24,1% nelle Isole), mentre nel Nord-ovest si ferma al 17,7%. Al contrario, nel Nord sono più elevate le quote per le spese destinate a Servizi di ristorazione e di alloggio (6,9% nel Nord-ovest e 6,8% nel Nord-est contro il 5,9% osservato a livello Italia) e a Ricreazione, sport e cultura (4,3% nel Nord-est e 4,0% nel Nord-ovest, a fronte del 3,8% a livello nazionale).
Nel 2025 la regione con la spesa media mensile più elevata si conferma il Trentino-Alto Adige (3.444 euro), seguita da Umbria (3.257 euro), Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (3.191 euro) ed Emilia-Romagna (3.159 euro), mentre Calabria e Puglia sono quelle con la spesa più contenuta, rispettivamente 2.042 e 1.975 euro mensili.
Le regioni che mostrano, rispetto al 2024, un significativo aumento della spesa per consumi sono le Marche (+25,2%), dove si passa da 2.463 a 3.084 euro mensili, e la Sardegna (+10,7%), dove l’esborso mensile sale da 2.195 a 2.431 euro.
In termini di composizione, in Trentino-Alto Adige si registrano le quote più elevate di spesa totale destinate a Servizi di ristorazione e di alloggio (8,7%, a fronte del 5,9% osservato a livello nazionale) e per Ricreazione, sport e cultura (4,8% contro il 3,8% a livello Italia). In questa regione si osserva anche il peso più contenuto della spesa per Prodotti alimentari e bevande analcoliche (16,1%), quota che raggiunge il massimo in Calabria (28,9%).
Anche nel 2025, come nei due anni precedenti, le famiglie che spendono di più si confermano essere quelle residenti nei comuni centro di aree metropolitane (2.991 euro mensili), seguono le famiglie nei comuni periferici delle aree metropolitane e nei comuni con almeno 50mila abitanti (2.804 euro). I livelli di spesa più contenuti (2.704 euro) si osservano nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti), dove si spende circa il 9,6% in meno rispetto alle aree metropolitane (era il 12% in meno nel 2024).
Le famiglie residenti possono mutare nel tempo le proprie abitudini di consumo e il cambiamento assume profili diversi a seconda della voce di spesa considerata.
Nel 2025, il 29,4% delle famiglie dichiara di aver limitato la spesa per cibo rispetto all’anno precedente, riducendo la quantità o la qualità dei prodotti acquistati (era il 31,1% nel 2024), un terzo delle famiglie ha limitato quella per bevande (33,8%, dal 35,3% del 2024).
Come nei tre anni precedenti, anche nel 2025 la voce di spesa che le famiglie dichiarano di aver limitato maggiormente è quella per abbigliamento e calzature: se si escludono quelle che affermano di non aver sostenuto questa spesa (il 5,8% di tutte le famiglie residenti), la quota di chi ha provato a ridurla è del 43,8% (in diminuzione rispetto al 47,5% del 2024) e sale al 52,1% nel Mezzogiorno (dove è comunque in calo rispetto al 57,6% del 2024).
Rispetto al 2024, scende anche la quota di famiglie che dichiarano di non aver modificato i propri comportamenti di acquisto per beni e servizi relativi a sanità (il 74,6%, era il 78,6% nel 2024) e alla cura e igiene personale (61,8%, dal 63,3% del 2024).
Un andamento analogo si osserva nei comportamenti di acquisto di carburanti e di viaggi: la quota di famiglie che nel 2025 dichiara di non aver cambiato abitudini scende, nel primo caso, dal 71,4% del 2024 al 68,2%, e nel secondo caso dal 56,2% al 54,9%. Per i carburanti la diminuzione nel 2025 è particolarmente accentuata nel Nord (dal 76,9% al 71,8%), mentre per i viaggi il calo si osserva soprattutto nel Centro (dal 59,5% al 55,6%).
La spesa media mensile aumenta al crescere dell’ampiezza familiare anche se, per effetto delle economie di scala, l’incremento è meno che proporzionale all’aumentare del numero di componenti. Nel 2025 la spesa media mensile per una famiglia di una sola persona è pari a 2.070 euro, cioè circa il 71% di quella delle famiglie di due componenti e il 63% circa di quella delle famiglie di tre componenti.
Rispetto al 2024, sono le famiglie monocomponente le uniche per cui si registra una crescita significativa della spesa, che passa da 1.932 euro mensili a 2.070 (+7,2%). In termini di composizione, all’aumentare dell’ampiezza familiare cresce il peso delle voci meno suscettibili di economie di scala (come i prodotti alimentari e le bevande analcoliche) e diminuisce quello delle voci nelle quali è più facile conseguirle: la quota di spesa per Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, ad esempio, rappresenta il 29,3% del totale per le famiglie di almeno cinque componenti e il 42,0% per quelle monocomponente.
L’analisi della spesa per tipologia familiare conferma quanto osservato in termini di ampiezza: nel 2025 i livelli di spesa aumentano significativamente, rispetto all’anno precedente, per tutte le famiglie costituite da persone sole, qualunque sia la classe d’età, a cominciare da quelle anziane (+8,4% tra chi ha almeno 65 anni), per le quali la spesa sale da 1.794 a 1.945 euro mensili. A seguire, i giovani (18-34 anni, +7,9%, da 1.893 a 2.042 euro) e i giovani adulti (35-64 anni, +6,0%, da 2.097 a 2.223 euro mensili). La spesa si riduce invece per le coppie con due figli (-4,9%, da 3.805 a 3.618 euro). Quanto alla composizione, la spesa per Prodotti alimentari e bevande analcoliche pesa soprattutto tra le famiglie composte da una coppia con tre o più figli (23,8% della spesa totale, pari a 864 euro mensili), mentre assorbe appena il 13,0% tra le coppie senza figli con persona di riferimento di età compresa tra 18 e 34 anni (459 euro al mese). Queste ultime destinano, fra tutte le tipologie, le quote di spesa più elevate a Trasporti (12,7%, 448 euro mensili), Servizi di ristorazione e di alloggio (10,4%, pari a 367 euro al mese), Mobili, articoli e servizi per la casa (8,1%, 285 euro), Abbigliamento e calzature (5,5%, 195 euro mensili) e Ricreazione, sport e cultura (5,3%, 186 euro). Infine, la quota di spesa più elevata per Sanità continua a caratterizzare le famiglie costituite da anziani, sia in coppia senza figli (5,8%, 164 euro al mese) sia sole (5,4%, 104 euro).
In linea con la migliore condizione economica generalmente associata a livelli di istruzione più elevati, la spesa cresce al crescere del titolo di studio della persona di riferimento della famiglia (PR). Come negli anni precedenti, anche nel 2025 il livello di spesa più contenuto (1.834 euro mensili) si registra tra le famiglie con PR in possesso al massimo della licenza elementare – mediamente più anziane – mentre quello più elevato (3.714 euro) caratterizza le famiglie con PR laureata o in possesso di titolo post-laurea. Rispetto all’anno precedente, non emergono variazioni statisticamente significative della spesa familiare associate a questa caratteristica. In termini di composizione, le famiglie con persona di riferimento in possesso di laurea o titolo di studio post-laurea destinano, rispetto alle altre famiglie, quote più elevate di spesa a Servizi di ristorazione e di alloggio (8,0%, pari a 296 euro mensili), Beni e servizi per la cura della persona, servizi di protezione sociale e altri beni e servizi (5,2%, 192 euro), Mobili, articoli e servizi per la casa (5,0%, 186 euro), Ricreazione, sport e cultura (4,9%, 180 euro), Abbigliamento e calzature (4,4%, 165 euro al mese).
La condizione professionale della persona di riferimento della famiglia rappresenta un’altra caratteristica che influenza fortemente il livello e la composizione della spesa mensile. In linea con quanto osservato negli anni precedenti, anche nel 2025 le famiglie in cui la PR è imprenditore o libero professionista registrano i livelli di spesa più elevati (3.914 euro mensili), seguite da quelle che hanno come persona di riferimento un lavoratore dipendente nella posizione di dirigente, quadro o impiegato (3.429 euro). I livelli di spesa più contenuti si osservano, invece, nelle famiglie con PR in cerca di occupazione (2.005 euro mensili) o con PR inattiva ma non ritirata dal lavoro (2.014 euro). Rispetto al 2024, la spesa si riduce significativamente (-9,9%) tra le famiglie con persona di riferimento imprenditore o libero professionista (da 4.344 a 3.914 euro mensili) e cresce (+3,2%) tra quelle con persona di riferimento ritirata dal lavoro (2.602 euro mensili contro i 2.521 del 2024). Per le une, la contrazione è dovuta al calo della spesa per Beni e servizi non alimentari (-11,1%), mentre per le altre l’aumento si deve alla spesa per Prodotti alimentari e bevande analcoliche (+3,5%). Incrementi significativi della spesa alimentare si osservano anche tra le famiglie con PR in cerca di occupazione (+15,1%) e con PR inattiva ma non ritirata dal lavoro (+6,5%).
Con riferimento alla composizione per cittadinanza, nel 2025 le famiglie di soli italiani spendono in media 2.859 euro al mese, a fronte dei 2.074 euro delle famiglie con almeno uno straniero. La spesa delle prime risulta dunque superiore, rispetto a quella delle seconde, di circa il 38%, con una differenza in valori assoluti pari a 785 euro mensili. Nel 2024 le famiglie di italiani spendevano il 31,8% in più delle famiglie con stranieri e il gap era di 680 euro mensili: il divario di spesa, dunque, si è allargato. Se in famiglia tutti i componenti sono stranieri, la spesa media mensile scende ulteriormente a 1.772 euro. In nessun caso si osservano, rispetto al 2024, variazioni statisticamente significative della spesa totale.
In termini di composizione, le famiglie con almeno uno straniero destinano il 23,9% della loro spesa a Prodotti alimentari e bevande analcoliche (495 euro mensili) e il 38,6% ad Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (801 euro): se in famiglia tutti i componenti sono stranieri queste quote salgono, rispettivamente, al 24,0% (pari a 426 euro al mese) e al 41,3% (732 euro) della spesa totale. Per le famiglie di soli italiani le incidenze sono molto più contenute (19,5% il peso degli alimentari, 35,8% quello dell’abitazione), ma corrispondono a livelli di spesa più elevati (558 e 1.023 euro al mese). Rispetto alle famiglie di soli italiani, quelle con almeno uno straniero destinano quote di spesa più contenute soprattutto a Servizi di ristorazione e di alloggio (4,1% contro 6,0%, pari rispettivamente a 86 e 172 euro mensili) e a Beni e servizi per la cura della persona, servizi di protezione sociale e altri beni e servizi (3,6% contro 4,8%, corrispondenti a 75 e 138 euro al mese). Tra le famiglie di soli stranieri la spesa destinata a Servizi di ristorazione e di alloggio rappresenta appena il 3,4% del totale, corrispondente a 60 euro mensili.
Anche il titolo di godimento dell’abitazione influenza la spesa familiare. In Italia, nel 2025 il 18,1% delle famiglie (circa 4,8 milioni) paga un affitto per l’abitazione in cui vive: la spesa media è di 438 euro mensili, in aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente (quando era pari a 423 euro). La proporzione di famiglie in affitto varia, sul territorio, dal minimo delle Isole (14,0%) al massimo del Nord-ovest (19,1%). La spesa media sale a 471 euro al Nord (477 euro nel Nord-ovest e 463 nel Nord-est) e a 456 al Centro, mentre scende a 369 euro nel Mezzogiorno (369 euro al Sud, 371 nelle Isole). La quota più elevata di famiglie in affitto si registra nei comuni centro di aree metropolitane (27,3%), dove il canone medio è pari a 480 euro mensili.
Paga un mutuo il 17,6% delle famiglie che vivono in abitazioni di proprietà (circa 3,4 milioni). Questa quota è maggiore nel Nord-ovest (23,2%), nel Nord-est (22,0%) e al Centro (19,4%) rispetto a Sud (8,2%) e Isole (9,0%). Sebbene il mutuo non rientri nella definizione di spesa per consumi, essendo un finanziamento a medio-lungo termine finalizzato ad accrescere il patrimonio immobiliare, per le famiglie che lo pagano rappresenta un esborso consistente che nel 2025 ammonta in media a 565 euro mensili, in diminuzione del 2,7% rispetto al 2024 (quando era pari a 581 euro mensili). Il valore più elevato si registra nei comuni centro di aree metropolitane, dove la rata media raggiunge i 591 euro mensili.
La spesa familiare equivalente, ottenuta mediante l’applicazione di opportuni coefficienti (scala di equivalenza) che tengono conto dell’effetto delle economie di scala, permette di confrontare direttamente i livelli di spesa di famiglie di ampiezza diversa.
In base al livello di spesa equivalente, le famiglie possono essere ordinate dal valore più basso a quello più alto ed essere suddivise in cinque gruppi di uguale numerosità (quinti): il primo comprende il 20% delle famiglie con la spesa equivalente più bassa, l’ultimo il 20% di famiglie con quella più elevata.
Nel 2025, le famiglie del primo quinto spendono l’8,2% della spesa totale (e cioè dell’ammontare di spesa sostenuto da tutte le famiglie residenti in Italia), quelle dell’ultimo quinto il 39,2%. Le famiglie del secondo quinto spendono il 12,4% del totale, quelle del terzo il 17,0% e quelle del quarto il 23,2%, a indicare una marcata disuguaglianza (in un’ipotetica situazione di perfetta uguaglianza, ogni quinto avrebbe la stessa quota di spesa, pari al 20%).
Nel 2025, il rapporto tra la spesa totale equivalente delle famiglie dell’ultimo quinto e quella delle famiglie del primo quinto (rapporto interquintilico sulle spese correnti delle famiglie) registra una lieve riduzione, passando da 4,9 a 4,8, per effetto della diminuzione della quota di spesa delle famiglie dell’ultimo quinto.
La distribuzione territoriale delle famiglie nei quinti di spesa equivalente conferma, anche nel 2025, come le famiglie del Centro-Nord si concentrino nei quinti più elevati: rientra nell’ultimo quinto il 25,2% delle famiglie del Nord-ovest (era il 24,4% nel 2024), il 23,2% di quelle del Nord-est (24,7% nel 2024) e il 24,9% delle famiglie del Centro (24,7% nel 2024). Tra le famiglie del Sud la quota è pari al 9,6% (l’8,9% nel 2024) e al 12,0% nelle Isole (13,0% nel 2024). Ne deriva che il 35,1% delle famiglie dell’ultimo quinto sono residenti nel Nord-ovest (a fronte del 10,3% del Sud) e il 36,9% delle famiglie del primo quinto risiedono nel Sud (a fronte del 21,3% nel Nord-ovest).
Infine, anche le famiglie residenti nei comuni centro di aree metropolitane sono maggiormente concentrate nei quinti più elevati (30,9% delle famiglie nell’ultimo quinto, 16,0% nel primo), a fronte di una distribuzione più equa nei comuni periferici delle aree metropolitane e nei comuni con almeno 50mila abitanti. Nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti) si osserva invece una leggera concentrazione nei quinti più bassi (poco più del 21% delle famiglie sia nel primo che nel secondo) e in quello centrale (21,5% nel terzo quinto).
Per valutare correttamente l’impatto dell’inflazione, è opportuno tenere conto di come varia la composizione della spesa totale tra le famiglie con differenti livelli di spesa equivalente.
La crescita dei prezzi tra il 2024 e il 2025, misurata dall’IPCA, è pari a +1,6% per l’intera popolazione (era +1,1% nel 2024), attestandosi a +1,7% sia per le famiglie del primo quinto di spesa (da +0,1%) sia per quelle dell’ultimo (da +1,6%).
Se calcolato sulle spese deflazionate tenendo conto dei suddetti effetti differenziali della crescita dei prezzi, nel 2025 il rapporto interquintilico si attesta a 5,0 (in leggera diminuzione rispetto al 5,1 del 2024).
Ampliando l’orizzonte temporale dell’analisi tra il 2018 e il 2025, la spesa equivalente aumenta del 14,0% in termini correnti, ma cala del 5,9% in termini reali; la diminuzione risulta più marcata per le famiglie appartenenti ai primi tre quinti della distribuzione (-8,9% per quelle del secondo quinto, -6,4% per le famiglie del terzo e -6,3% per quelle del primo), seguite dalle famiglie dell’ultimo quinto (-5,1%). La variazione più contenuta, pari a -4,8%, si osserva per le famiglie appartenenti al quarto quinto della distribuzione.
ITALIA. Lo spazio del cibo è sempre più digitale, ma cresce anche la voglia di tornare alla prossimità. Rapporto Camst-CensisLo spazio del cibo è sempre più digitale, ma cresce anche la voglia di tornare alla prossimità. Lo smart working sembra infatti aver tradito alcune delle sue promesse e, mentre sui social si raccontano sempre di più i riti quotidiani legati al cibo, nei luoghi di lavoro torna a farsi sentire il bisogno di condividere il momento della pausa.
È quanto emerge dal 2° Rapporto Camst-Censis “Lo spazio e il cibo – Nuove geografie della socialità”, presentato oggi a Bologna. La ricerca analizza la relazione che le persone hanno con i luoghi individuali e collettivi del cibo durante la giornata lavorativa, mettendo a confronto dimensione fisica e digitale, sfera privata e pubblica, vecchie e nuove ritualità.
I numeri raccontano un rapporto sempre più stretto tra cibo, social e vita quotidiana. L’80,7% degli intervistati pubblica online contenuti legati ai riti quotidiani del cibo, mentre il 63,8% sceglie bar, ristoranti e locali anche in base alla loro “instagrammabilità”.
Ma quando si parla di lavoro e pausa pranzo emergono anche alcune contraddizioni. Il 36,2% degli smart worker dichiara di saltare spesso il pranzo o di mangiare mentre continua a lavorare e il 60,1% di chi lavora in modalità agile sperimenta almeno una conseguenza negativa legata alla pausa pranzo.
La voglia di tornare a condividere il momento del pasto è evidente anche tra chi lavora in modalità mista: il 58,5% tornerebbe in ufficio a fronte di spazi e servizi dedicati alla condivisione del cibo. E per l’82,2% dei lavoratori la pausa condivisa contribuisce a costruire un maggiore senso di appartenenza.
Il Rapporto parte da una considerazione: mangiare non significa soltanto nutrirsi, ma anche comunicare, costruire relazioni e raccontare sé stessi.
“Si pubblicano sui social contenuti di eventi di vita reale che si desidera raccontare, condividere con gli altri. Ognuno è regista del proprio storytelling fatto delle cose di sé che si desidera mostrare. Pertanto, l’identità digitale è autentica tanto quanto quella fisica, in un intreccio tra spazio pubblico e privato dai confini sfumati. Esempio emblematico di tale dinamica è il cibo, non più solo nutrimento perché ha assunto una molteplicità di significati legati a identità, senso di appartenenza”, ha dichiarato Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis.
“Dai momenti di convivialità intorno al cibo alla scelta di ristoranti e piatti orientata dai post sui social, emerge l’intreccio tra digitale e realtà fisica che coinvolge anche la relazionalità tra persone, con il reciproco rinforzarsi delle relazioni sui social e di quelle nella piazza fisica”, ha aggiunto Valerii.
Le persone pubblicano sui social contenuti legati a eventi della propria vita reale che desiderano raccontare e condividere. Ognuno diventa così regista del proprio storytelling, scegliendo cosa mostrare di sé e quali momenti ritiene più significativi.
L’identità digitale diventa quindi tanto autentica quanto quella reale e fisica, all’interno di uno spazio in cui i confini tra pubblico e privato diventano sempre più sfumati.
Il cibo è uno dei protagonisti di questa trasformazione. Non rappresenta più soltanto un bisogno primario, ma assume significati legati all’identità e al senso di appartenenza. Un’evoluzione che si intreccia con l’utilizzo quotidiano e sempre più diffuso dei social e con la costruzione, scelta dalle singole persone, della propria identità pubblica.
La presenza dei social non significa però che i luoghi fisici della socialità abbiano perso importanza. Al contrario, la ricerca evidenzia come piazze, strade ed esercizi pubblici continuino a essere spazi fondamentali per incontrarsi e costruire relazioni di prossimità.
Esperienza fisica e digitale non si escludono quindi a vicenda, ma si intrecciano, aumentando le possibilità di relazione offerte dai due mondi.
La presentazione del Rapporto si è svolta questa mattina a Bologna, a Palazzo de Toschi, ed è stata accompagnata da una riflessione alla quale hanno partecipato, oltre a Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis, e Sara Lena, ricercatrice dell’Area consumi, mercati e welfare dello stesso Istituto, anche Elena Granata, urbanista e docente presso il Politecnico di Milano, Luca Locatelli, fotografo due volte vincitore del World Press Photo e autore di diverse ricognizioni sui luoghi futuribili di produzione del cibo, Maura Gancitano, filosofa e co-fondatrice del progetto culturale Tlon, e Francesco Malaguti, presidente di Camst.
L’evento è stato coordinato dal giornalista e conduttore radiofonico Filippo Solibello.
Secondo il Rapporto, accanto all’utilizzo ormai consolidato dei canali digitali resta forte il bisogno di condividere spazi fisici, come piazze, strade ed esercizi pubblici, dove la presenza contemporanea delle persone favorisce la costruzione di relazioni.
A questi luoghi viene riconosciuta una funzione importante per il benessere individuale e collettivo. Per l’80,8% degli intervistati migliorano la vivibilità dei territori, per il 79,9% contribuiscono alla qualità della vita collettiva e per il 79,5% rendono tangibile uno degli elementi più caratteristici della cultura italiana: la convivialità.
Il cibo si colloca naturalmente al centro di questa dinamica e si conferma uno dei principali elementi capaci di favorire la socialità.
Il Rapporto evidenzia quanto raccontare sé stessi e la propria vita privata sui social, anche attraverso le immagini, sia ormai diventato un comportamento quotidiano per milioni di persone.
L’85,5% del campione possiede un profilo social e oltre un lavoratore su due, pari al 56,4%, pubblica contenuti con una certa frequenza.
In questa rappresentazione il cibo ha un ruolo di primo piano. L’80,7% degli intervistati pubblica online contenuti relativi ai riti quotidiani del cibo, come pranzi, cene e aperitivi. Il 77,5% pubblica contenuti relativi agli esercizi pubblici frequentati, come ristoranti, bar o enoteche, mentre il 68,7% cura l’aspetto visivo del piatto per pubblicarne foto o video sul web.
La cultura food-social non rimane però confinata alla dimensione online, ma influenza anche le scelte concrete.
L’80,5% dei lavoratori dichiara di scegliere un bar, un ristorante, un pub o un altro locale sulla base di quanto visto o consigliato sui social. Il 63,8% valuta inoltre bar, ristoranti e locali anche in base alla loro instagrammabilità.
Il rapporto tra spazio fisico e digitale riguarda anche uno dei momenti più tradizionali della giornata lavorativa: la pausa pranzo.
Ed è proprio qui che la ricerca mette in evidenza una certa delusione rispetto alle promesse dello smart working.
Il 54,7% dei lavoratori dichiara di mangiare prevalentemente da solo, una percentuale che scende al 39,2% tra coloro che lavorano abitualmente in presenza in azienda.
Il 36,2% afferma inoltre di saltare spesso il pranzo oppure di mangiare mentre continua a lavorare.
A questi aspetti si aggiunge la difficoltà di organizzare il pasto: il 34,9% dichiara infatti di essere stressato dal doversi preparare da mangiare quando lavora in smart working.
Il lavoro agile sembra inoltre far percepire maggiormente la mancanza dei colleghi. Lo segnala il 29,6% degli intervistati, circa una persona su tre. Il 26,6% ritiene invece che l’assenza del pranzo condiviso abbia ricadute negative sul lavoro.
Nel complesso, al 60,1% dei dipendenti capita di vivere almeno una delle penalità indicate dalla ricerca, mentre per il 37% si tratta di una quota significativa di queste conseguenze.
La necessità di recuperare momenti di condivisione non riguarda però soltanto chi lavora da casa.
È il campione nel suo complesso a esprimere l’esigenza di ricostruire occasioni di convivialità. L’85,2% degli intervistati ritiene che un pranzo piacevole favorisca buoni rapporti con i colleghi.
Per l’82,2%, inoltre, la pausa pranzo condivisa contribuisce a creare un maggiore senso di appartenenza al team di lavoro, mentre il 54,2% la considera utile anche per scambiare informazioni.
La pausa pranzo, quindi, non viene percepita soltanto come un momento dedicato al cibo, ma anche come un’occasione per stare insieme, confrontarsi e rafforzare i rapporti tra colleghi.
In questo scenario, lo spazio dedicato al cibo all’interno dell’azienda assume un ruolo nuovo.
Se un tempo il food space coincideva soprattutto con la mensa aziendale, oggi può assumere forme diverse e diventare anche un elemento importante per rendere un’azienda più attrattiva, il cosiddetto “employer branding”.
Oltre la metà di chi lavora in modalità mista, il 58,5%, tornerebbe volentieri in ufficio a fronte di migliori spazi e servizi dedicati alla condivisione del cibo.
La quasi totalità del campione, il 90%, considera inoltre l’offerta di uno spazio adeguato dove mangiare un importante segnale di attenzione da parte dell’impresa.
Tra le caratteristiche considerate più importanti ci sono la qualità del cibo, indicata dall’87,3% degli intervistati, e la velocità del servizio, indicata dall’86,7%.
Seguono la piacevolezza dell’ambiente, per l’86,5%, la varietà e la personalizzazione dell’offerta, per l’82,3%, e la possibilità di accedere al servizio in modo continuativo durante la giornata, indicata dal 75,8%.
“I risultati del Rapporto ci invitano a guardare al cibo come a un elemento capace di creare relazioni, generare benessere e rafforzare il senso di comunità. In una società sempre più digitale, il desiderio di condividere momenti di prossimità resta forte, nella vita privata come nei contesti di lavoro”, ha commentato Francesco Malaguti, presidente di Camst.
“In questo scenario, gli spazi dedicati alla pausa e alla convivialità assumono un valore nuovo: non sono semplicemente luoghi in cui consumare un pasto, ma occasioni di incontro, scambio e appartenenza. Come Camst vogliamo contribuire a questa evoluzione, mettendo la nostra esperienza al servizio delle persone e delle imprese e sviluppando modelli di ristorazione capaci di accompagnare i cambiamenti della società e dei modi di vivere il cibo”, ha aggiunto.
Il quadro che emerge dal Rapporto Camst-Censis è quindi quello di una società nella quale digitale e vita reale convivono e si rafforzano a vicenda.
Da una parte il cibo viene raccontato, fotografato, condiviso e utilizzato per costruire la propria identità sui social. Dall’altra, proprio la crescente dimensione digitale sembra rendere ancora più evidente il valore degli spazi fisici e dei momenti di incontro.
Per le aziende il messaggio appare altrettanto chiaro: condividere il cibo in presenza resta un’esigenza sentita dai lavoratori e può diventare l’occasione per ripensare gli spazi, immaginandoli più aperti e flessibili.
Per la società nel suo complesso, i dati invitano invece a riflettere sul benessere e sulla qualità delle relazioni, dentro e fuori i luoghi di lavoro, in un momento in cui il cibo continua a essere molto più di ciò che mettiamo nel piatto.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Più alberi, meno cemento: il messaggio degli italiani alle cittàIl 96% degli italiani considera alberi e parchi uno scudo naturale contro le bolle di calore. E in appena 18 mesi la consapevolezza sulla riqualificazione verde è più che raddoppiata. Tutti i numeri del Pulsee Luce e Gas Index
Gli alberi sono ormai diventati uno scudo contro le bolle di calore e un metro di giudizio per misurare chi governa le città. Una metamorfosi descritta chiaramente dall’ultima rilevazione del Pulsee Luce e Gas Index, l’osservatorio sulle abitudini sostenibili realizzato con NielsenIQ. I dati presentati oggi nel capoluogo lombardo per la tappa conclusiva del tour RiforestAzione mostrano che in soli 18 mesi la consapevolezza dei cittadini sui progetti di riqualificazione verde nelle 13 città metropolitane italiane è più che raddoppiata, schizzando dal 20% del 2025 al 41%.
La coscienza green degli italiani sembra essersi risvegliata. Oltre due terzi degli intervistati (il 66%) dichiarano di parlare di verde urbano in famiglia, al bar o con i colleghi, e quasi la metà ammette di farlo molto più spesso rispetto a un anno fa. L’ultima torrida estate ha convinto il 96% degli intervistati che alberi e parchi sono lo scudo naturale per rendere le piazze più fresche e vivibili, mentre il 78% individua nella riforestazione il primo antidoto al veleno delle polveri sottili. Il 17% degli intervistati percepisce già un miglioramento concreto nell’ultimo anno, il 63% sente una confortante stabilità.
Secondo gli italiani, se le città sono più verdi è grazie alla manutenzione costante del verde esistente (52%), alla riqualificazione dei parchi (51%) e alle nuove piantumazioni (41%). Chi cura il giardino di casa Italia incassa il plauso di quasi nove cittadini su dieci: per l’89%, un’amministrazione che investe nel verde merita un voto più alto in pagella. “I dati ci restituiscono una fotografia chiara: la conoscenza degli interventi è cresciuta e l’attenzione verso la qualità degli spazi resta altissima. È la dimostrazione che rendendo informazioni e buone pratiche accessibili a tutti, la cultura della sostenibilità è destinata a mettere radici profonde e durature”, è il bilancio tracciato da Alicia Lubrani, CEO di Pulsee Luce e Gas e CMO di Axpo Italia.
RiforestAzione è nata con l’ambizione di trasformare i numeri astratti del PNRR in una cultura diffusa. L’iniziativa promossa dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) insieme ad Axpo Italia e Pulsee Luce e Gas mira, infatti, a promuovere e diffondere le buone pratiche dell’Investimento “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un’operazione da 210 milioni di euro che ha macinato tappe a partire da Roma per poi toccare Palermo, Venezia, Napoli, Torino e infine Milano. Un tour che ha portato risultati tangibili: dalle oltre 2 milioni di piantine messe a dimora nel 2022 si è arrivati a quasi 4,7 milioni a fine 2024, fino ad oltrepassare la quota di 3,9 milioni di alberi già piantati in 180 Comuni italiani.
Come ha sottolineato il Sottosegretario al MASE Claudio Barbaro nel corso dell’evento, “la riforestazione è diventata una vera infrastruttura ambientale, capace di migliorare la qualità dell’aria, la biodiversità e la vivibilità delle nostre città”. Una visione condivisa anche sul fronte milanese, dove l’Investimento abbraccia 19 comuni della Pianura Centrale per oltre 62.000 nuove piante.
L’Assessora all’Ambiente di Milano, Elena Grandi, ha precisato come l’intervento metropolitano tocchi oltre 4 ettari di suolo sottratto alla cementificazione. “Un intervento che guarda al presente ma soprattutto al futuro: aumentare la presenza di alberi significa recuperare suolo permeabile, in grado di assorbire l’acqua piovana”, ha aggiunto.
A fare la differenza in questo anno e mezzo è stata anche la scelta di spalancare le finestre della comunicazione e della tecnologia. Grazie al portale riforestazioneitalia.it, sviluppato dalla startup urban-tech SuperUrbanity, gli utenti possono seguire in tempo reale l’avanzamento dei cantieri verdi su scala nazionale. Un’operazione trasparenza che ha convinto il 91% degli italiani sulla necessità di promuovere queste buone pratiche.
Ma la vera scommessa per il futuro passa dai più giovani. Con la call for ideas “Pianta Un’Idea”, il progetto ha chiamato a raccolta under 30 ed università per raccogliere proposte concrete di rigenerazione urbana. “Investire sulla conoscenza e sulla partecipazione significa creare le condizioni perché gli interventi di oggi possano tradursi in una cultura della sostenibilità capace di durare nel tempo”, ha affermato Fabrizio Penna, Direttore Generale di ISPRA.
(Edoardo Lisi su Energia Oltre del 07/08/2026)
ITALIA. Bollette troppo alte, gli italiani rinunciano a termosifoni e climatizzatori: l’indaginePer l’88% i costi pesano sul bilancio, con picchi al Sud e tra i giovani, mentre solo uno su quattro promuove il proprio Comune. Al meeting “Green Horizon 2026” emerge la spinta per un Ministero del Clima e un ruolo chiave per le agenzie locali dell’energia.
L’impatto economico della spesa per l’energia si salda in modo sempre più diretto con le conseguenze del riscaldamento globale, condizionando le abitudini domestiche e imponendo pesanti rinunce all’interno delle abitazioni. In Italia, sei cittadini su dieci (il 61%) dichiarano di aver rinunciato, almeno una volta nel corso dell’ultimo anno, a riscaldare o raffrescare adeguatamente la propria casa per ragioni economiche. Un dato che mette a nudo la diffusione della vulnerabilità energetica e che si inserisce in un quadro in cui l’88% della popolazione avverte il peso consistente dei costi energetici sul bilancio familiare, mentre l’86% guarda con timore alle ripercussioni che la crisi ecologica e i rincari avranno sulla qualità della vita nel prossimo decennio.
Il quadro emerge dall’indagine intitolata “Crisi climatica, questione energetica e qualità della vita dei cittadini”, condotta dall’Istituto Bollette troppo alte, gli italiani rinunciano a termosifoni e climatizzatori: l’indagine Piepoli-Renael per conto di RENAEL (la Rete nazionale delle agenzie energetiche locali) e presentata a Roma durante “Green Horizon 2026”, il Meeting nazionale delle Agenzie Energetiche Locali dedicato agli strumenti di accompagnamento per territori e amministrazioni nella transizione climatica.
La sovrapposizione tra inflazione energetica e disagio abitativo evidenzia disparità anagrafiche e geografiche marcate. Se la media nazionale di chi ha limitato l’uso di riscaldamento o climatizzazione si attesta al 61%, la quota sale al 69% nella fascia anagrafica degli under 35 e raggiunge il picco del 71% nelle regioni del Mezzogiorno e nelle Isole. Alla base di queste privazioni vi è un giudizio ampiamente condiviso sulla sostenibilità delle bollette: per l’88% degli intervistati i costi dell’energia incidono in misura molto o abbastanza rilevante sulle finanze del proprio nucleo familiare, trasformando il controllo della temperatura domestica in una delle prime voci di spesa sacrificabili.
L’urgenza ecologica non viene più percepita come una minaccia astratta o remota. Dalle rilevazioni dell’Istituto Piepoli risulta che per l’87% degli italiani la crisi climatica rappresenta un problema a ridosso della propria quotidianità, con l’88% del campione convinto che gli eventi meteorologici estremi abbiano subito un incremento di frequenza sul territorio in cui risiede. L’esperienza diretta costituisce il fattore determinante di questa consapevolezza: negli ultimi dodici mesi il 64% dei cittadini ha sperimentato in prima persona ondate di calore o temperature anomale e particolarmente elevate. Inoltre, l’86% della popolazione ritiene che i mutamenti climatici abbiano un impatto negativo concreto sia sulla salute fisica sia sul benessere psicofisico complessivo.
A fronte della crescente esposizione ai rischi ambientali, il giudizio dei cittadini sull’operato delle istituzioni di prossimità si rivela severo: appena un italiano su quattro ritiene che la propria amministrazione comunale stia mettendo in campo un impegno adeguato per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Interrogati sulle soluzioni ritenute prioritarie per proteggere i contesti urbani, il 52% degli intervistati indica l’esigenza di incrementare gli alberi, i parchi e le aree verdi. Riscuote inoltre un consenso amplissimo l’ipotesi di realizzare spazi di protezione dedicati nelle città: il 76% degli italiani considera utile l’attivazione di un “rifugio climatico” all’interno del proprio quartiere per fronteggiare i picchi termici estremi.
La ricerca fotografa parallelamente una marcata richiesta di protagonismo da parte delle comunità: l’85% dei cittadini chiede che i territori vengano coinvolti maggiormente nei processi decisionali legati alla transizione energetica. Sul versante dell’assetto istituzionale centrale, l’indagine registra un consenso del 76% a favore dell’istituzione di un Ministero del Clima nazionale, un dicastero con poteri di regia organica incaricato di coordinare l’azione di governo tra le politiche sanitarie, ambientali, energetiche, infrastrutturali ed economiche.
I risultati della ricerca hanno animato la discussione a “Green Horizon 2026”, appuntamento che ha radunato a Roma oltre 80 tra sindaci e amministratori locali, insieme a rappresentanti della Commissione europea, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), di ENEA, CNR, Unioncamere, ANCI (rappresentata da Antonella Galdi) e di Roma Capitale, con l’assessore al patrimonio e alle politiche abitative Tobia Zevi.
Le sessioni di lavoro hanno affrontato la riqualificazione del patrimonio edilizio, l’efficienza energetica, l’accesso alle risorse comunitarie e tavoli specifici su economia circolare, distretti energetici, Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e digitalizzazione, per concludersi con una relazione sui principi costituzionali nell’era dei cambiamenti climatici a cura della direttrice generale di RENAEL, Benedetta Brighenti.
Commentando gli esiti del report, Benedetta Brighenti (che ricopre anche il ruolo di Presidente di AESS) ha richiamato la necessità di una risposta politica: “Questi dati dimostrano che clima ed energia non sono più temi separati: sei italiani su dieci hanno dovuto rinunciare a riscaldare o raffrescare adeguatamente la propria casa per ragioni economiche. È un dato che la politica non può ignorare. Le agenzie locali per l’energia sono ancora conosciute solo dal 45 per cento degli italiani, ma, una volta spiegato il loro ruolo, l’83 per cento ne considera utile la presenza sul territorio. È un’indicazione molto chiara: dobbiamo essere sempre più al fianco dei Comuni, delle famiglie e delle comunità più fragili, trasformando la transizione energetica in interventi concreti capaci di migliorare la qualità della vita”.
(Sebastisno Torrini su Energia Oltre del 07/10/2026)
ITALIA. Ecomafia. Reati ambientali. rapporto 2026 di LegambienteIn Italia nel 2025 calano, dopo due anni di crescita, i reati ambientali, ma le ecomafie continuano a lasciare il segno sull’ambiente e a incrementare il loro business.
Quattro i segnali principali che indicano questo andamento fatto di luci e ombre. A confermarlo i dati del nuovo report di Legambiente “Ecomafia 2026. I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia” (Edizioni Ambiente).
Nel 2025 nella Penisola scendono a 35.735 i reati ambientali accertati, –12% rispetto al 2024, a fronte dei 1.460.611 controlli effettuati (+0,4%). Parliamo di una media di 98 reati al giorno, 4,1 ogni ora con un ritorno ai livelli del 2023.
Al calo dei reati ambientali, su cui non bisogna abbassare la guardia, si affianca però l’aumento degli illeciti amministrativi che raggiungono quota 77.895, con un +11,4% rispetto al 2024. Sommati ai 35.735 reati ambientali si arriva ad un totale di 113.630 violazioni (alla media di 311 al giorno, 13 ogni ora).
A questi due segnali, si aggiunge il primato dei reati nella gestione illecita dei rifiuti, su cui le ecomafie puntano nel 2025 mani e interessi. Sono 10.914 gli illeciti (una media di quasi 30 al giorno) accertati in questa filiera che torna a guidare nel 2025 la classifica dei reati più commessi, non accadeva dal 2018. In forte crescita anche gli incendi agli impianti di gestione (76 nel 2025, +24,7%).
Al secondo posto i reati nel ciclo cemento (abusivismo edilizio, violazioni penali in materia di urbanistica, cave illegali, tutela del paesaggio e appalti pubblici) con 8.034 illeciti (-41% rispetto al 2024, con una flessione dovuta anche alla forte contrazione del mercato dell’edilizia) e quelli contro gli animali che confermano il terzo posto (dal bracconaggio alla pesca illegale, dai traffici di specie protette a quelli di animali da affezione fino agli allevamenti) con 6.930 reati accertati (-4%).
In crescita nel 2025 i reati degli incendi boschivi e di vegetazione (3.586, +10,7%), con oltre 90mila ettari andati in fumo. Diminuiscono i reati contro il patrimonio culturale (2.276 quelli accertati, -23%), una flessione che si ripercuote anche sui controlli (-8,5%) ma crescono in maniera esponenziale gli arresti per i traffici di opere d’arte e reperti archeologici (34 nel 2025 contro i 2 registrati nel 2024).
In aumento l’illegalità nella filiera agroalimentare: 67.677 i reati e gli illeciti amministrativi (+46% rispetto al 2024), con una crescita del 109,1% del valore economico di sequestri e sanzioni, per 968 milioni di euro.
Il quarto segnale riguarda il business illegale delle ecomafie, che nel 2025 vola a ben 11,5 miliardi di euro, contro i 9,3 miliardi del 2024, registrando un aumento del +2.2 miliardi, dovuto alla crescita della gestione illecita dei rifiuti, delle filiere agroalimentari e del mercato di specie protette.
(Legambiente)
CONGO. L'Ebola crea nuovi focolai. I soccorritori descrivono una risposta "caotica"L'epidemia di Ebola in Congo sta creando nuovi focolai dove il supporto ai pazienti è scarso o inesistente, affermano i soccorritori e i funzionari, mentre gli operatori sanitari ammettono che la lotta contro la malattia, che ha già ucciso oltre 4.000 persone, potrebbe essere ancora lunga. Leggi di più su Associated Press
ITALIA. Giornata del credito, Bankitalia: energia, la competitività passa anche dalla finanzaIl direttore generale della Banca d’Italia Paolo Angelini, alla 58ª Giornata del Credito, indica nella transizione energetica una leva decisiva per ridurre i costi, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e sostenere la competitività italiana. Centrale il ruolo di banche e mercati nel finanziare gli investimenti.
Il costo e la disponibilità dell’energia sono diventati fattori sempre più determinanti per la competitività delle economie. Gli shock degli ultimi anni hanno mostrato la vulnerabilità dei sistemi produttivi alle tensioni geopolitiche e alle oscillazioni dei prezzi. Per l’Italia e l’Europa, secondo Paolo Angelini, Direttore generale della Banca d’Italia, la risposta non può limitarsi a interventi emergenziali: serve una strategia strutturale capace di aumentare l’offerta di elettricità a costi sostenibili e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.
La crescita delle fonti rinnovabili rappresenta una componente essenziale di questa strategia. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto circa il 41% del consumo elettrico italiano, una quota ancora inferiore alla media europea del 49%. L’espansione di fotovoltaico ed eolico, accompagnata dal potenziamento delle reti, degli accumuli e delle interconnessioni, può contribuire a ridurre il numero di ore in cui il prezzo dell’elettricità è determinato dalle tecnologie più costose, in particolare dal gas. Restano però ostacoli da superare: autorizzazioni e connessioni troppo lente e, in alcuni territori, la resistenza delle comunità locali.
Per Angelini, la transizione energetica non è soltanto una questione ambientale, ma anche economica e di sicurezza nazionale. Gli investimenti necessari hanno un orizzonte pluridecennale e richiedono quindi un quadro normativo stabile e prevedibile. Le politiche pubbliche dovrebbero evitare di sostituirsi al mercato nella scelta delle tecnologie e concentrarsi sulla creazione delle condizioni che rendano gli investimenti più rapidi e convenienti. Anche gli eventuali sostegni pubblici, osserva Angelini, dovrebbero essere assegnati attraverso procedure competitive, evitando sussidi generalizzati e permanenti.
La finanza non può decidere la direzione della transizione, ma può accompagnarla selezionando i progetti più solidi, valutandone correttamente i rischi e mettendo a disposizione le risorse necessarie. In questo quadro acquistano importanza i prestiti e i mutui “verdi”, che secondo le evidenze disponibili presentano una rischiosità relativamente contenuta. In Italia la quota dei mutui verdi sulle nuove erogazioni è raddoppiata tra il 2022 e il 2024, arrivando al 12%. Banca d’Italia propone inoltre una definizione più semplice e uniforme di prestito verde, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo del mercato.
Particolare attenzione va riservata alle piccole e medie imprese, che mostrano una crescente propensione a investire nell’efficienza energetica ma incontrano maggiori difficoltà nell’accesso al credito rispetto alle grandi aziende. Un’opportunità significativa riguarda i tetti dei capannoni industriali: secondo stime Cerved, il loro pieno utilizzo per il fotovoltaico potrebbe raddoppiare la capacità installata attuale, con investimenti stimati tra 30 e 36 miliardi di euro. Strumenti come i contratti di prestazione energetica e i power purchase agreement possono inoltre ridurre il peso dell’investimento iniziale e offrire maggiore stabilità ai costi dell’energia.
La conclusione di Angelini è netta: non esistono scorciatoie per ridurre strutturalmente il costo dell’energia. In caso di shock eccezionali possono essere utili misure temporanee e mirate a sostegno delle famiglie più vulnerabili e delle imprese maggiormente esposte, ma interventi generalizzati e prolungati rischierebbero di gravare sui conti pubblici senza ridurre la dipendenza dall’estero. La risposta passa invece dall’aumento dell’offerta elettrica a basse emissioni, dagli investimenti in reti e accumuli, dall’efficienza energetica e da un sistema finanziario capace di sostenere gli investimenti.
(Elena Leoparco su Help Consumatori)
USA. T-Bond: titoli a 10 anni venduti in asta al 5,3%Il Tesoro statunitense ha venduto all'asta titoli decennali per un valore di 39 miliardi di dollari. Secondo Bmo, l'asta e' stata "solida", con offerte superiori alla media da parte di investitori non intermediari. Gli offerenti indiretti, tra cui le Banche centrali di tutto il mondo, si sono aggiudicati l'80,3% dei titoli, una percentuale superiore alla media del 72,4% registrata nelle ultime 10 aste. Gli offerenti diretti hanno acquistato il 17,1%, poco al di sotto della media del 18,3%. Gli intermediari, invece, hanno acquistato solo il 2,5% dei titoli offerti, ben al di sotto della media del 9,4%. Ciononostante, il rendimento dell'asta e' stato il piu' alto dal novembre 2000, attestandosi al 5,3%, un dato comunque inferiore alle aspettative degli operatori prima dell'asta. I rendimenti stanno scendendo dai massimi di seduta. I rendimenti, che aumentano quando i prezzi delle obbligazioni scendono, erano saliti bruscamente durante la notte, all'inizio della sessione di negoziazione statunitense, ma avevano gia' ritracciato gran parte dei guadagni a causa del calo dei prezzi del petrolio.
(Il Sole 24 Ore Radiocor)
U.E.. Borsa. Boom dei margini di ShellSettore oil in luce con il boom dei margini di Shell e il rialzo del greggio
Seduta di acquisti per i titoli oil a Milano e in Europa, spinti dal rialzo del prezzo del petrolio e dalle prospettive del colosso anglo-olandese del settore Shell, che stima margini di raffinazione record per il terzo trimestre. In una seduta di vendite generalizzate, il settore è sostenuto anche dai rincari del petrolio con il Brent di nuovo sopra quota 101 dollari (101,5 dollari, in rialzo dell'1%), mentre i nuovi attacchi iraniani alle navi nel Golfo Persico e quelli degli Houthi alle infrastrutture in Arabia Saudita alimentano la tensione.
(Il Sole 24 Ore Radiocor)
RUSSIA. Allarme pesteAllarme peste in Russia, Trump: «Non pensiamo sia un’arma biologica». Capo dell’Oms: «Forse un secondo caso». Secondo i funzionari americani, Mosca ha fornito scarse informazioni sul misterioso episodio
Non si chiude il caso del grave incidente accaduto il 2 ottobre in Siberia dove una ricercatrice ventottenne è morta di peste polmonare pochi giorni dopo aver rotto una provetta contenente il batterio.
ITALIA. Al via le domande per il bonus affitti dedicato ai genitori separatiDa mezzogiorno di ieri, 7 ottobre, è possibile presentare le domande per il bonus affitti dedicato ai genitori separati. Il ministero delle Infrastrutture ha, infatti, messo online la piattaforma attraverso la quale sarà possibile fare richiesta di accesso al nuovo contributo per il sostegno abitativo destinato ai genitori separati o divorziati non assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà e con figli a carico fino al compimento dei 21 anni. Il nuovo contributo vale 20 milioni di euro ed è stato istituito dall’ultima manovra a beneficio dei genitori separati e divorziati. Il bonus, più nello specifico, sarà riservato a quei genitori separati che abbiano dichiarato al massimo 35mila euro.
ITALIA. La tempesta dei bond sui mercatiA fronte di una risalita del petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile e al timore per il nodo energetico, per l’allarme debito lanciato dall’Fmi e per i futuri rialzi dei tassi delle banche centrali, si registra infatti la caduta delle Borse e dei titoli di Stato. Piazza Affari ha perso il 2,5% ed è tornata sotto i 50mila punti per la prima volta da inizio giugno, mentre lo spread si è infiammato fino a 120 punti per poi chiudere a 116 con un rendimento del decennale al 4,63 per cento. Sulle dinamiche dei bond pesano anche le mosse degli hedge fund.
(IlSole24Ore)
ITALIA. Call center, Consiglio di Stato: confermato diritto all'operatore umanoIl Consiglio di Stato ha confermato la legittimità della delibera Agcom 255/24/CONS, che obbliga i servizi di assistenza clienti nel settore delle telecomunicazioni a mantenere attivo il canale telefonico e a garantire un accesso chiaro e trasparente a un operatore umano. Come riporta Corrierecomunicazioni, la sentenza di Palazzo Spada respinge il modello alternativo che alcuni operatori avrebbero voluto introdurre: quello basato sulla sola possibilità di fissare un appuntamento per un contatto successivo, senza garanzia di un confronto diretto e non virtuale con un addetto.
La pronuncia del Consiglio di Stato conferma la decisione con cui il Tar del Lazio aveva già respinto, nel maggio 2025, il ricorso presentato da un operatore di telecomunicazioni contro il regolamento Agcom, varato nell'agosto 2024. La disciplina fissa requisiti minimi di qualità per i servizi di customer care: tra questi, un tempo medio di risposta dell'operatore telefonico non superiore a 150 secondi e una quota di chiamate servite entro 20 secondi che non può scendere sotto il 40%. Il servizio telefonico con operatore umano deve inoltre essere garantito, almeno nei giorni feriali, dalle 8.30 alle 21.30.
Riccardo Saccone, segretario generale di Slc Cgil, ha accolto con favore la sentenza, chiedendo ora il pieno rispetto delle regole Agcom da parte delle aziende del settore e sollecitando l'apertura urgente di un tavolo governativo per affrontare la crisi del comparto call center e CRM-BPO. Un settore segnato, secondo il sindacato, da una crescente automazione, dal calo delle commesse, dalle delocalizzazioni e da gare d'appalto al ribasso che stanno mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.
Tra i casi più critici richiamati figurano quelli di Konecta, System House e Callmat, aziende per cui sono già stati dichiarati oltre 2.500 esuberi. La richiesta di un confronto con il governo era già stata avanzata una settimana prima della sentenza da Slc Cgil, Fistel Cisl e UilFpc Uil, che in una lettera indirizzata ai gruppi parlamentari di Camera e Senato avevano paventato il rischio di perdere decine di migliaia di posti di lavoro nel settore.
MONDO. Occhiali smart sotto accusa: indagini e divieti in Australia, Europa, USACresce in tutto il mondo la pressione normativa sugli occhiali intelligenti dotati di telecamera, considerati un rischio crescente per la privacy. Come riporta Biometric Update, regolatori, tribunali e istituzioni in Australia, Europa e Stati Uniti stanno passando dai semplici avvertimenti a vere e proprie restrizioni sull'uso di questi dispositivi indossabili.
In Australia, l'OAIC (l'autorità garante della privacy) ha aperto un'indagine formale su Shenzhen Qingcheng Future Technology, l'azienda cinese che sviluppa l'app HeyCyan. Il software è necessario per il funzionamento degli occhiali Anko venduti da Kmart, oltre che di altri modelli economici commercializzati su Big W Marketplace, Amazon e altri rivenditori. L'indagine fa seguito a richieste preliminari inviate ad agosto a cinque aziende del settore - Kmart, BDI Technology, Shenzhen Qingcheng, Meta e Google - a cui era stato chiesto di chiarire come i loro occhiali raccolgono e registrano le informazioni, chi può accedervi e dove vengono conservate. La commissaria australiana per la privacy, Carly Kind, ha dichiarato che la mancata risposta di Shenzhen Qingcheng non le dà alcuna garanzia che l'azienda stia proteggendo i dati personali degli australiani come previsto dalla legge sulla privacy. L'apertura di un'indagine su iniziativa della commissaria conferisce all'OAIC poteri di raccolta obbligatoria di informazioni; qualora venissero accertate violazioni gravi o ripetute, la commissaria potrà chiedere sanzioni civili davanti alla Corte federale. Il regolatore ha inoltre scritto ai rivenditori che vendono dispositivi basati su HeyCyan, invitandoli a valutare se sia opportuno continuare a offrire questi prodotti.
Una precedente inchiesta di ABC News aveva individuato oltre 12 falle di sicurezza negli occhiali e nell'app collegata, tra cui connessioni Bluetooth prive di password, la possibilità di copiare foto e video registrati, l'intercettazione di audio e video e l'instradamento dei dati verso server collocati in Cina. Martedì mattina Kmart ha ritirato dalla vendita online i propri occhiali Anko con telecamera, dal prezzo di 89 dollari australiani, dopo le reazioni negative seguite all'apertura dell'indagine; il prodotto era già andato esaurito la scorsa estate.
Le restrizioni in Australia non si fermano al livello federale. Diverse amministrazioni locali, tra cui Sydney, l'Inner West Council, Yarra e Brisbane, hanno vietato o limitato l'uso degli occhiali intelligenti in piscine comunali, biblioteche, centri per l'infanzia e altri spazi pubblici. L'Australia Occidentale ha deciso di vietarli in tutte le scuole pubbliche a partire dal quarto trimestre dell'anno.
Le misure non riguardano solo l'Oceania. In Norvegia il governo si appresta a proporre un divieto temporaneo per gli occhiali dotati di intelligenza artificiale nei luoghi dove il pubblico si raduna abitualmente, come parchi, spiagge, musei, centri commerciali ed eventi pubblici; la capitale Oslo ha già vietato questi dispositivi nelle scuole dallo scorso agosto. In Francia il garante della privacy CNIL ha avviato un'iniziativa specifica sul tema, mentre la procura di Parigi ha aperto un'indagine penale su presunte riprese non consensuali di donne, poi diffuse online. In Germania l'associazione HateAid ha presentato una denuncia penale alla procura di Francoforte.
Anche nel Regno Unito la questione è approdata nei tribunali: diverse corti in Inghilterra e Galles hanno vietato l'uso degli occhiali Meta in alcune sedi giudiziarie, richiamandosi alle norme che vietano di scattare foto o girare video nelle aule di tribunale. L'associazione britannica degli esercenti cinematografici segnala inoltre che molti operatori del settore limitano già l'uso di questi dispositivi nelle proprie sale, per timori legati sia alla privacy degli spettatori sia alla pirateria audiovisiva.
MONDO. Migranti, Onu: due minori su tre arrivano soli in EuropaOltre 20 mila bambini e adolescenti migranti hanno raggiunto l'Europa nel 2025 completamente da soli, senza genitori né adulti responsabili della loro protezione. È quanto emerge da un nuovo rapporto congiunto di Unhcr, Unicef e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Migrant and Refugee Children via Mixed Migration Routes in Europe, che fotografa i pericoli delle rotte seguite dai minori non accompagnati: violenze, sequestri, sfruttamento e lavoro forzato.
Come riporta Vatican News, su 31.100 bambini e adolescenti arrivati in Europa nel 2025, più di 20 mila hanno compiuto il viaggio senza adulti di riferimento. Nel complesso gli arrivi di minori in Bulgaria, Cipro, Grecia, Italia, Malta e Spagna sono diminuiti del 25% rispetto all'anno precedente, ma dietro questo calo si nasconde un dato preoccupante: la quota dei minori non accompagnati è salita dal 51% del 2024 al 67% del 2025. Il fenomeno è particolarmente marcato in Italia e Spagna, dove l'86% dei minori arrivati era senza familiari.
L'Italia rappresenta un'eccezione rispetto alla diminuzione generale: nel corso dell'anno sono arrivati via mare 14.083 minori, il 12% in più rispetto al 2024, mentre gli sbarchi complessivi sono rimasti sostanzialmente stabili. Di questi, 12.177 erano non accompagnati, provenienti soprattutto da Egitto, Eritrea, Somalia, Bangladesh ed Etiopia. In Grecia i minori arrivati sono stati quasi 10 mila, dei quali poco più di 3 mila soli; in Spagna 5.543, con 4.702 non accompagnati.
Le interviste condotte dall'Oim su oltre 4.600 adolescenti e giovani tra i 15 e i 24 anni lungo le rotte del Mediterraneo e dei Balcani occidentali restituiscono un quadro drammatico: quasi la metà degli intervistati, il 47%, riferisce di avere subito violenze fisiche, con percentuali che salgono al 58% lungo la rotta del Mediterraneo orientale e al 52% su quella del Mediterraneo centrale. Le testimonianze parlano di abusi fisici e psicologici, torture, estorsioni e sequestri, commessi da gruppi armati, trafficanti e datori di lavoro. Sulla rotta del Mediterraneo centrale, il 28% ha riferito di essere stato trattenuto contro la propria volontà e il 17% di essere stato costretto a lavorare. La Libia resta il Paese indicato più di frequente come luogo in cui si sono verificati gli abusi.
Il rapporto segnala anche l'andamento delle domande di protezione internazionale: nel 2025 sono state presentate 214.600 richieste da parte di minori, con 92 mila dinieghi, in aumento del 25% rispetto al 2024. Si sono ridotti anche i canali protetti di redistribuzione in Europa: i minori coinvolti in procedure di reinsediamento sono scesi a 3.400 nel 2025, contro gli 8.900 dell'anno precedente, mentre solo 199 minori sono stati ricollocati tra Paesi europei nell'ambito del meccanismo volontario di solidarietà, con un calo del 67%.
La direttrice generale dell'Oim, Amy Pope, ha invitato gli Stati europei e i Paesi lungo le rotte migratorie a una cooperazione più stretta per contrastare le reti di trafficanti che sfruttano i minori, chiedendo responsabilità comune nella protezione di questi bambini: rappresentanza legale immediata e divieto di detenzione per motivi migratori. Secondo le agenzie Onu, la riduzione delle possibilità di viaggiare attraverso percorsi sicuri rischia di spingere ragazzi e adolescenti verso itinerari ancora più pericolosi, aumentando la dipendenza dai trafficanti e l'esposizione a violenze, sfruttamento e abusi.
ITALIA. Il Madoff delle Langhe rinviato a giudizio con 25 capi di imputazione e Fideuram risarcisceFideuram ha già versato oltre 2 milioni di euro a sei dei clienti raggirati, riducendo così il numero di soggetti che si costituiranno parte civile.
Massimo Diotti, l’ex consulente finanziario noto come il “Madoff della Langhe”, è stato rinviato a giudizio. Su di lui pendono venticinque capi di imputazione, fra cui truffa, riciclaggio, indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento diversi dai contanti, appropriazione indebita.
L’ex broker della sede albese di Banca Fideuram, accusato di essersi intascato i risparmi di decine di clienti, dovrà comparire di fronte al giudice del tribunale di Asti il prossimo 1° dicembre. Anche per la moglie di Diotti è stato chiesto il rinvio a giudizio: secondo gli atti dell’inchiesta, infatti, non avrebbe concorso nei delitti di truffa del marito, ma è accusata di due episodi di riciclaggio e ricettazione.
Nel frattempo, Fideuram ha già versato oltre 2 milioni di euro a sei dei clienti raggirati, riducendo così il numero di soggetti che si costituiranno parte civile.
Secondo l’indagine, durata oltre un anno, i risparmi dei clienti finivano nelle società dell’ex consulente finanziario, radiato a fine febbraio 2026. Diotti avrebbe utilizzato il denaro ricevuto dai clienti, che credevano di investire in strumenti finanziari, anche per acquistare un complesso immobiliare composto da terreni, fabbricati e una cascina in provincia di Alessandria, oltre ad orologi di lusso ed una motocicletta Harley Davidson.
Per coprire i suoi affari, il Madoff della Langhe mostrava ai clienti grafici fasulli, che avrebbero prospettato rendimenti in linea con le sue promesse. Durante le indagini, gli investigatori hanno sequestrato all’ex cf oltre 6 milioni di euro, tra conti correnti e beni immobiliari. In più il tribunale di Asti ha messo sotto amministrazione le attività produttive di Diotti, per assicurare la continuità della produzione di vino e tutelare il patrimonio a beneficio dei creditori. Inoltre Diotti, nei mesi scorsi, ha registrato un’ipoteca volontaria per tre milioni di euro “a garanzia di debiti futuri da accertarsi” a favore di Fideuram.
(CityWire)
ITALIA. Rapporto Gimbe sul SSNLa Fondazione GIMBE ha presentato il 7 ottobre 2026 presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN), documentando come il diritto alla tutela della salute sia sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalle disponibilità economiche dei cittadini.
Negli ultimi quattro anni il SSN ha subito € 18,8 miliardi di “tagli invisibili”, mentre nel triennio 2027-2029 si profila un divario cumulativo di € 32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa. Nel 2025 le famiglie hanno sostenuto direttamente € 42,4 miliardi di spesa sanitaria; persistono profonde diseguaglianze territoriali nell’accesso ai LEA e alla mobilità sanitaria e la crisi del personale continua a indebolire la capacità del servizio pubblico di garantire cure tempestive ed eque. Un medico su quattro e un infermiere su cinque censiti dall’OCSE non lavorano nel SSN, mentre per il personale sanitario si stima una minore spesa cumulativa di € 36,8 miliardi rispetto a uno scenario con quota di spesa invariata ai livelli del 2012.
Il Rapporto analizza inoltre la fase conclusiva della Missione 6 Salute del PNRR. Tutti gli obiettivi finali sono stati rendicontati alla Commissione europea, ma le evidenze pubblicamente disponibili non consentono ancora una verifica indipendente completa del loro conseguimento. La sfida, dal 2027, sarà soprattutto valutare se strutture, tecnologie e servizi siano realmente operativi, dotati di personale adeguato e capaci di migliorare accesso, qualità ed esiti dell’assistenza.
Il quadro che emerge conferma che il problema non è soltanto aumentare nominalmente le risorse, ma garantire che siano adeguate ai bisogni di salute e accompagnate da riforme capaci di rafforzare il servizio pubblico. Senza un’inversione di rotta, il rischio è che il SSN continui progressivamente a perdere la capacità di assicurare universalità, uguaglianza ed equità, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o rinunciare alle cure.
È per questo che la Fondazione GIMBE ha aggiornato e ampliato il Piano di Rilancio del SSN: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di Governo e Regioni, dal finanziamento pubblico alla governance Stato-Regioni, dall’esigibilità dei LEA al personale sanitario, dal rafforzamento dell’assistenza territoriale al rapporto pubblico-privato, dalla sanità integrativa alla prevenzione, ricerca e digitalizzazione.
Un Piano che mantiene come bussola l’articolo 32 della Costituzione e i princìpi fondanti del SSN e che, in vista delle prossime consultazioni elettorali, costituirà il riferimento della Fondazione GIMBE per valutare i programmi sulla sanità di tutte le forze politiche.
USA. NYT: Usa trasferiscono droni "killer" Reaper in Colombia ed Ecuador
Le forze armate statunitensi hanno trasferito un piccolo numero di droni MQ-9 Reaper dall'Africa a Colombia ed Ecuador, nell'ambito dell'espansione della campagna militare dell'amministrazione Trump contro i gruppi narcotrafficanti latinoamericani. Lo ha rivelato il New York Times, che ha ripreso la notizia anche tramite l'edizione online di GV Wire.
Due funzionari statunitensi, che hanno parlato in forma anonima al quotidiano perché non autorizzati a discutere pubblicamente di questioni operative, non hanno precisato quanti droni siano stati assegnati a ciascun paese né quanti siano già arrivati a destinazione.
Il trasferimento arriva mentre il generale Francis L. Donovan, il più alto comandante militare statunitense per gran parte dell'America Latina, ha delineato piani per ampliare le operazioni: dagli attacchi contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga si passerebbe a colpire bersagli terrestri.
Il Reaper, spesso definito aereo "hunter-killer" (cacciatore-assassino), può condurre missioni di sorveglianza e attacchi di precisione. È in grado di trasportare missili, bombe, telecamere a infrarossi e apparecchiature capaci di intercettare le comunicazioni elettroniche.
Colombia ed Ecuador, paesi che ospitano gruppi di narcotrafficanti classificati da Washington come organizzazioni terroristiche, sono tra le poche nazioni ad aver accettato di condurre operazioni congiunte con gli Stati Uniti sul proprio territorio. I ministeri della Difesa dei due paesi non hanno risposto alle richieste di commento del New York Times, così come il Comando Sud statunitense, che sovrintende alla regione e ha invocato motivi di sicurezza operativa per non commentare.
Secondo quanto riportato dai media locali, le autorità della Difesa di Colombia ed Ecuador hanno comunque riconosciuto i piani per ricevere i droni Reaper. Funzionari colombiani avevano dichiarato in estate che il paese aveva accettato di ricevere tre velivoli Reaper, valutando anche l'acquisto di un quarto esemplare. Il ministro della Difesa ecuadoriano, Gian Carlo Loffredo, ha confermato in un'intervista radiofonica di venerdì che due droni sono già stati consegnati all'Ecuador per la cooperazione bilaterale e sono operativi nei cieli del paese.
Il presidente ecuadoriano Daniel Noboa è stato quest'anno il primo leader della regione a consentire operazioni militari congiunte nel proprio paese e ha recentemente affrontato critiche per la presenza di truppe statunitensi in una base.
I droni Reaper, il cui costo può arrivare fino a 50 milioni di dollari ciascuno, sono diventati una risorsa sempre più scarsa per il Pentagono dopo le perdite subite durante la guerra con l'Iran: almeno 45 velivoli di questo tipo, circa un quarto dell'intera flotta statunitense, sono stati distrutti in quel conflitto.
Il trasferimento di questi sistemi d'arma avanzati in Sudamerica ha suscitato reazioni da parte di esperti legali e organizzazioni per i diritti umani, secondo i quali gli attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga potrebbero configurarsi come azioni illegali: le persone colpite, infatti, non rappresenterebbero una minaccia diretta per la sicurezza degli Stati Uniti, condizione che secondo il diritto internazionale sarebbe necessaria per giustificare un uso letale della forza.
SPAGNA. Andalusia, le narco-bande si militarizzano con armi da guerra e droni
Le organizzazioni criminali dedite al narcotraffico in Andalusia stanno diventando sempre più militarizzate, arrivando a reclutare uomini con esperienza in recenti conflitti armati e dotandosi di armamenti e tecnologie un tempo impensabili per semplici bande di trafficanti. È quanto emerge dal rapporto annuale della Procura andalusa relativo al 2025, ripreso da Olive Press News Spain.
Secondo il documento, la regione non è più soltanto un punto d'ingresso per la droga diretta verso il resto della Spagna e dell'Europa, ma ha sviluppato una rete criminale completa che comprende produzione, stoccaggio, trasporto e riciclaggio di denaro. I magistrati descrivono organizzazioni sempre più strutturate e violente, capaci di usare metodi ed equipaggiamenti sofisticati sia per muovere i carichi di droga sia per proteggere le proprie operazioni.
Tra i cambiamenti più rilevanti segnalati dalla Procura c'è la crescita del traffico di cocaina. Nel 2025 sono stati sequestrati due carichi record, da 6.500 e 2.883 chili, mentre ingenti quantitativi continuano ad arrivare al porto di Algeciras. Le coste di Barbate e Sanlúcar de Barrameda restano punti di passaggio abituali per i trafficanti, mentre la provincia di Huelva ha assunto un ruolo sempre più centrale grazie all'uso delle cosiddette "narcolanchas", imbarcazioni ad alta potenza impiegate per trasferire la droga in mare aperto e aggirare i controlli nei porti. Anche il fiume Guadalquivir viene indicato come una delle rotte principali, teatro peraltro di scontri sempre più frequenti tra bande rivali che si contendono il controllo del traffico lungo il corso d'acqua.
Sul fronte degli armamenti, fonti spagnole che hanno consultato la stessa relazione della Fiscalía General del Estado, come eldiario.es, riportano che i delegati della Procura in Andalusia hanno segnalato una vera e propria "alarma" per la maggiore presenza di armi da fuoco e il sequestro di armi da guerra insieme a ogni tipo di carico illecito. Nella sola provincia di Cadice sono stati aperti 24 procedimenti per possesso di armi, con il sequestro di quattro fucili d'assalto AK-47 tra Jerez e Sanlúcar in tre diverse operazioni, oltre ad armi automatiche, mitragliatrici e fucili nelle zone di Barbate e Chiclana.
Il rapporto evidenzia inoltre una presenza crescente di soggetti provenienti dai Balcani e dall'Ucraina, integrati in bande professionalizzate che userebbero le armi non solo negli scontri tra clan rivali, ma anche apertamente contro gli agenti delle forze dell'ordine, in episodi che richiamano la tragedia di Barbate del febbraio 2024, quando due agenti della Guardia Civil furono travolti e uccisi da una narcolancha.
Secondo quanto riportato da Olive Press, tra la dotazione di alcune organizzazioni figurano ormai anche visori notturni, telecamere di sorveglianza, elicotteri, droni, jammer per interferire con i segnali e sistemi di comunicazione criptati. Alcuni membri delle bande, sottolinea il rapporto, avrebbero maturato esperienza diretta in recenti conflitti armati, un dato che per i magistrati rappresenta un salto di qualità nella pericolosità di queste organizzazioni.
L'aumento dell'attività criminale ha portato con sé anche un incremento della violenza, in particolare tra i gruppi che si contendono il controllo delle rotte fluviali e costiere, in un contesto che la Procura descrive come sempre più simile a quello di territori di guerra piuttosto che a semplici reti di contrabbando.
USA. SEC: falsi bot IA e certificati fasulli, 15 milioni di dollari rubatiLa Securities and Exchange Commission statunitense (SEC) ha depositato due denunce civili lo scorso 29 settembre presso il tribunale distrettuale del Southern District di New York, accusando quattro società - Cryptoaiml Ltd., Cryptoaiml Capital Foundation, TSAI Pro Ltd. e TSAI Capital Foundation - di aver sottratto ad investitori retail almeno 15,3 milioni di dollari (circa 11,6 milioni di sterline) attraverso finti sistemi di trading basati sull'intelligenza artificiale.
Come riporta International Business Times UK, le due vicende offrono un monito importante per i piccoli risparmiatori perché l'inganno non si è limitato a promettere rendimenti sopra la media: i presunti truffatori hanno costruito prove false di legittimità regolamentare, inclusi documenti che avrebbero dovuto dimostrare un'approvazione da parte della stessa SEC.
Cryptoaiml ha operato almeno da agosto 2024 a marzo 2025 attraverso gruppi WhatsApp, dove alcuni soggetti si presentavano come professionisti dell'investimento e promuovevano segnali di trading generati, a loro dire, dall'intelligenza artificiale. Gli investitori venivano indirizzati verso una piattaforma che mostrava profitti, ma secondo la SEC nessuna reale operazione di trading veniva effettuata: le cifre mostrate agli utenti erano fittizie. La società avrebbe inoltre dichiarato di essere certificata dai regolatori, pubblicando sul proprio sito un modulo Form D falsificato.
Secondo l'accusa, Cryptoaiml avrebbe infine sottratto almeno 12,5 milioni di dollari (9,5 milioni di sterline) a oltre 300 investitori retail. Un dettaglio tecnico non trascurabile: la presentazione di un modulo Form D non implica affatto che una società sia registrata, autorizzata o approvata dalla SEC. Lo stesso portale ufficiale Investor.gov avverte esplicitamente che i truffatori possono fare leva su questi moduli per creare una falsa impressione di legittimità, trattandosi in realtà di una semplice comunicazione relativa a offerte di titoli esenti ai sensi del Regolamento D.
La frode, secondo quanto riportato, non si sarebbe esaurita al momento dell'investimento iniziale. Gli utenti di Cryptoaiml che tentavano di prelevare i propri fondi si sentivano comunicare che il loro conto era stato bloccato e venivano invitati a pagare presunte commissioni anticipate per sbloccarlo.
Il secondo procedimento riguarda TSAI, che avrebbe promosso rendimenti garantiti attraverso bot di trading programmati con intelligenza artificiale. La SEC sostiene che tali bot non siano mai esistiti e che i fondi depositati dagli investitori non siano mai stati utilizzati per generare i rendimenti promessi. Tra le offerte pubblicizzate figurava un bot dal costo di 500.000 dollari, presentato come in grado di generare 17.500 dollari al giorno per 360 giorni, per un totale promesso di 6,3 milioni di dollari. TSAI avrebbe inoltre offerto commissioni agli investitori che reclutavano nuovi clienti nel programma. Il totale sottratto attraverso questo schema ammonterebbe a 2,8 milioni di dollari.
La SEC ha chiesto al tribunale ingiunzioni, la restituzione dei profitti illeciti (disgorgement) e sanzioni civili nei confronti delle quattro società coinvolte. I moduli Form D depositati da Cryptoaiml e TSAI Pro sono stati nel frattempo rimossi dal sito ufficiale dell'ente regolatore. Le accuse, va precisato, non sono ancora state vagliate da un tribunale e le società coinvolte non sono state giudicate responsabili.
L'ente raccomanda agli investitori di verificare sempre, prima di affidare i propri risparmi a una piattaforma, lo stato di registrazione e le eventuali segnalazioni tramite il portale Investor.gov, diffidando di qualsiasi opportunità di investimento proposta tramite chat di gruppo che prometta rendimenti elevati grazie all'intelligenza artificiale e che rivendichi un'approvazione della SEC senza riscontri verificabili nei registri pubblici.
ITALIA. Consob testa l'IA contro l'abusivismo finanziario, decisioni restano umaneLa Consob ha pubblicato un nuovo Quaderno Fintech dedicato alla sperimentazione dell'intelligenza artificiale nell'azione di contrasto agli abusivismi finanziari. Il documento, intitolato "Sperimentazione dell'IA nell'azione di contrasto della Consob agli abusivismi finanziari", descrive un prototipo sviluppato dall'Autorità in collaborazione con il Politecnico di Torino e l'Università Politecnica delle Marche.
Lo studio, come riporta Consob, nasce dall'esigenza di affrontare l'enorme mole di segnalazioni e documenti che gli uffici di vigilanza devono esaminare quotidianamente. Il sistema messo a punto utilizza una combinazione di tecnologie: Large Language Model (Llm), Natural Language Processing (Nlp), lettori ottici (Ocr) e strumenti di analisi semantica. Questi strumenti vengono impiegati per estrarre e trattare le informazioni contenute negli esposti presentati dai risparmiatori e per effettuare uno scrutinio automatizzato dei siti web segnalati come sospetti.
La sperimentazione si inserisce in un percorso già avviato dalla Consob in altri ambiti della vigilanza tecnologica: dal contrasto dell'insider trading alla sorveglianza sui green bond, fino alla lettura automatizzata dei Key Information Documents dei prodotti finanziari. In tutti questi casi l'Autorità ha scelto di affidare agli algoritmi la fase iniziale del lavoro istruttorio, quella di estrazione, classificazione e prima analisi dei dati, lasciando però alla valutazione umana la fase decisionale.
Gli algoritmi, elaborando grandi quantità di documenti, individuano potenziali segnali di criticità che vengono poi sottoposti all'attenzione degli analisti in carne e ossa. È proprio su questo punto che si concentra la conclusione principale del Quaderno: l'intelligenza artificiale può svolgere un ruolo utile di assistenza, ma non può sostituire i processi valutativi e decisionali, che restano una prerogativa esclusiva degli esseri umani.
Gli autori dello studio, Paola Deriu e Giuseppe Frega (rispettivamente responsabile della Divisione Studi e Regolamentazione e responsabile dell'Ufficio Vigilanza su Fenomeni Abusivi della Consob), Alessio Boghi (Divisione Ispettorato della Consob) e Mario Trerotola, dottore di ricerca in intelligenza artificiale del Politecnico di Torino, motivano questa scelta con la necessità di garantire affidabilità dei risultati, trasparenza e tracciabilità delle fasi valutative, oltre alla coerenza con il quadro normativo europeo e nazionale. Un ulteriore elemento di cautela riguarda i limiti intrinseci di questi sistemi: il rischio di errori e delle cosiddette "allucinazioni" degli algoritmi, ovvero risposte plausibili ma errate generate dai modelli di intelligenza artificiale, rende indispensabile il controllo umano su ogni output prodotto dalle macchine.
Il vantaggio pratico individuato dallo studio riguarda soprattutto i tempi di lavoro: l'ausilio degli strumenti di IA permette di ridurre sensibilmente i tempi dedicati all'analisi preliminare, all'estrazione e alla classificazione delle informazioni, liberando risorse umane da impiegare nelle fasi più delicate dell'istruttoria e della decisione finale sui casi di abusivismo finanziario.
ITALIA. Nuovo Btp Valore: cedole crescenti in tre step dal 19 ottobreIl Ministero dell'Economia e delle Finanze ha pubblicato le schede informative e le FAQ relative al nuovo Btp Valore, il titolo di Stato riservato ai risparmiatori individuali che sarà in collocamento da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre. Come riporta Sky TG24, il documento conferma il sistema di pagamento con cedole trimestrali e chiarisce nel dettaglio il meccanismo di tasso crescente, il cosiddetto "step-up".
Per questa emissione gli step previsti saranno tre: un tasso fisso per i primi due anni di vita del titolo, uno più elevato per il biennio successivo e un ulteriore incremento per l'ultimo anno, secondo lo schema 2+2+1. Si tratta della prima volta che questa architettura a tre gradini, finora riservata ai Btp Valore con durata più lunga (come il titolo a sette anni collocato nell'ottobre 2025 e quello a sei anni di marzo 2026), viene applicata a un'emissione di soli cinque anni.
Il Mef ha colto l'occasione per chiarire anche le differenze rispetto al titolo "gemello", il Btp Valore Insieme, offerto in parallelo nella stessa finestra di collocamento. Mentre il Btp Valore classico distribuisce la remunerazione attraverso cedole periodiche ogni tre mesi, il Btp Valore Insieme non prevede cedole intermedie: l'intero rendimento viene corrisposto in un'unica soluzione alla scadenza del titolo, insieme al rimborso del capitale investito.
Proprio per questa differenza strutturale, il tasso riconosciuto dal Btp Valore Insieme sarà necessariamente più alto rispetto alla somma delle cedole pagate dal Btp Valore con meccanismo step-up, dal momento che i pagamenti ricevuti prima nel tempo hanno un valore finanziario maggiore di quelli incassati più avanti, potendo l'investitore disporne immediatamente. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, i due strumenti saranno sostanzialmente equivalenti: entrambi collocati alla pari (prezzo di emissione a 100) e con tassi costruiti in modo da garantire lo stesso rendimento complessivo a scadenza.
I tassi cedolari minimi garantiti dei vari step del Btp Valore, così come il tasso predefinito della versione Insieme, verranno resi noti venerdì 16 ottobre, insieme ai codici ISIN che identificheranno i due distinti titoli. Come già avvenuto nelle precedenti emissioni della famiglia Btp Valore, i tassi annunciati potranno essere soltanto confermati o rivisti al rialzo al termine del collocamento, in base alle condizioni di mercato, ma mai ridotti rispetto al valore comunicato in partenza.
Entrambi i titoli avranno una durata di cinque anni, con scadenza fissata al 27 ottobre 2031, e potranno essere acquistati dai piccoli risparmiatori attraverso il proprio home banking, con un investimento minimo di 1.000 euro. Restano confermati i vantaggi fiscali tipici dei titoli di Stato italiani: la tassazione agevolata al 12,5%, l'esenzione dall'imposta di successione e l'esclusione dal calcolo dell'ISEE per gli importi investiti fino a 50.000 euro.
ITALIA. Euro digitale, Italia in testa per banche coinvolte: ecco qualiSu un totale di 36 operatori europei coinvolti, la compagine italiana supera per numero la Germania, ferma a cinque partecipanti, e nazioni come Grecia e Portogallo, con tre.
UniCredit, Montepaschi, Banca Sella, Poste Italiane, isybank, Nexi Payments, Numia e Satispay guideranno la fase di sperimentazione dell’euro digitale, la cui partenza è prevista per il secondo semestre del 2027. L’Italia rappresenta il Paese con la maggiore partecipazione al progetto pilota, testando l’infrastruttura di pagamento attraverso sette prestatori di servizi di pagamento attivi sul territorio nazionale, a cui si aggiunge la fintech Satispay, registrata in Lussemburgo. Su un totale di 36 operatori europei coinvolti, la compagine italiana supera per numero la Germania, ferma a cinque partecipanti, e nazioni come Grecia e Portogallo, con tre. Lo scrive Il Sole 24Ore.
La diversità dimensionale e operativa dei soggetti italiani consentirà di testare l’intera catena del valore dell’infrastruttura. Le casistiche analizzate spazieranno dalle operazioni transfrontaliere di UniCredit al modello ibrido filiale-digitale di Montepaschi, includendo la capillarità della rete di Poste Italiane, l’infrastruttura di Banca Sella, i volumi di transato digitale di Nexi Payments e Numia, l’operatività della banca digitale isybank e il bacino di utenza di Satispay. Come evidenziato da Chiara Scotti, vice direttrice generale della Banca d’Italia, questa partecipazione offre agli intermediari l’opportunità di contribuire alla messa a punto delle modalità operative a livello continentale.
Il progetto pilota coinvolgerà esclusivamente i dipendenti delle banche centrali dell’Eurosistema e gli esercenti, per testare la solidità e la scalabilità del sistema per i pagamenti online e offline. L’Eurosistema sosterrà i costi di realizzazione e gestione dell’infrastruttura di base, senza applicare commissioni di sistema sulle transazioni, mentre gli operatori bancari e i prestatori di servizi riceveranno commissioni per le funzionalità aggiuntive. L’obiettivo strutturale consiste nel fornire un’architettura pubblica che favorisca la competitività delle soluzioni europee, riducendo la dipendenza dai fornitori extraeuropei nel settore dei pagamenti transfrontalieri.
(CityWire)
ITALIA. Cresce la raccolta differenziata, ma aumenta la produzione di rifiuti. IstatNel 2024 aumenta la produzione di rifiuti urbani (507,7 kg/ab, +11,5 kg a testa rispetto al 2023) e continua la crescita della raccolta differenziata che copre il 67,7% del totale.
Nel 2025, il 93,0% delle famiglie dichiara di effettuare sempre la raccolta differenziata della carta, il 92,7% quella della plastica e il 92,2% quella del vetro.
In crescita la differenziazione dell’umido/organico (89,8% dall’86,7% del 2021) e dell’alluminio (83,9% dall’81,3%).
Nel 2024, i rifiuti urbani prodotti in Italia ammontano a 29,9 milioni di tonnellate, in crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente, e sono pari in media a 507,7 kg/ab. (+11,5 kg pro capite rispetto al 2023). L’aumento si verifica in tutte le ripartizioni geografiche, ma in modo più consistente nel Nord-est (+4,2% rispetto al 2023), in media 577,1 kg/ab. di rifiuti urbani prodotti. Seguono Nord-ovest (+3,2%), con 502,7 kg/ab., Centro (+1,2%, 538,2 kg/ab.), Sud e Isole (+1% con, rispettivamente, 451,7 e 455,5 kg/ab. prodotti). Nella dinamica di lungo periodo il livello è più basso rispetto al 2010 di 34,6 kg/ab. a livello nazionale.
La raccolta differenziata continua a crescere e copre nel 2024 il 67,7% dei rifiuti urbani prodotti (un punto percentuale in più rispetto al 2023), valore superiore al target del 65% previsto dalla normativa nazionale, già superato dal 2022. Le quote più elevate si hanno nel Nord-est (77,8%) e nel Nord-ovest (71,3%). Al Centro e nelle Isole si supera il 60%, mentre il Sud lo sfiora. Rispetto al 2010, la quota di raccolta differenziata in Italia risulta quasi raddoppiata (+32,4 p.p.). La popolazione residente in comuni che hanno raggiunto il valore target copre il 64,7% del totale, in crescita di 54,3 punti percentuali rispetto al 2010, con valori minimi nel Sud (47,7%) e massimi nel Nord-est (89,3%).
Le famiglie molto o abbastanza soddisfatte del servizio di raccolta porta a porta sono il 72,6 del totale. Maggiore soddisfazione, da questo punto di vista, viene espressa dalle famiglie residenti nel Nord-est (74,3%), davanti a quelle delle Isole (73,6%) e del Sud (73,3%), minima tra quelle del Centro (68,4%).
Dal 1998, ossia da quando i comportamenti e le opinioni delle famiglie sono monitorati, la percentuale di famiglie che dichiarano di effettuare “sempre” la differenziazione di ogni tipologia di rifiuto ha registrato un aumento costante, per effetto sia dei provvedimenti normativi sia della crescente sensibilità ambientale. La percentuale di famiglie che dichiarano di effettuare sempre la raccolta differenziata per carta, vetro, alluminio e plastica (set minimo di tipi di rifiuto per cui la normativa europea prevede l’obbligo della differenziazione) è salita dal 24,1%, nel 1998 all’87,4% nel 2025.
Esaminando le singole tipologie di rifiuto in dettaglio, nel 2025 il 92,7% delle famiglie dichiara di differenziare sempre i contenitori in plastica (era l’87,1% nel 2018 e il 90,8% nel 2021); quelle che differenziano sempre i contenitori in vetro sono il 92,2% (85,9% nel 2018 e 91,1% nel 2021). Per la carta l’andamento è simile: 86,6% nel 2018, 91,8% nel 2021 e 93,0% nel 2025. Nell’ultimo quinquennio si registra, invece, un lieve passo indietro nella raccolta di batterie esauste: dopo essere passati dal 45,6% al 52,8% delle famiglie, tra il 2018 e il 2021, la quota scende infatti al 51,3% nel 2025. Stesso andamento per la raccolta dei farmaci scaduti, che coinvolge il 54,0% delle famiglie nel 2025, dopo una transizione dal 48,2% nel 2018 al 54,6% nel 2021. Molto significativa, al contrario, la crescita registrata per la raccolta dei contenitori in alluminio che, dal 71,3% nel 2018 e l’81,3% nel 2021, nel 2025 viene svolta dall’83,9% delle famiglie.
A livello regionale, nel 2024, l’incremento dei rifiuti urbani si verifica quasi ovunque, tranne in Basilicata, Marche e Puglia, dove la produzione rimane stabile rispetto all’anno precedente. L’aumento più consistente si ha in Veneto (+5,5%), in Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (+4,5%) e in Emilia-Romagna (+3,9%). In queste ultime due regioni si produce in assoluto la maggiore quantità di rifiuti urbanipro capite (rispettivamente 649,8 e 664,0 Kg/ab).
Nel 2024, sono 11 le regioni con una produzione pro capite di rifiuti superiore alla media nazionale; nove tra queste superano il target del 65% di raccolta differenziata. La quota più alta (82,5%) si rileva per la Provincia autonoma di Trento, seguita da Emilia-Romagna e Veneto, con oltre il 78%. Le regioni con minore produzione di rifiuti urbani sono la Basilicata (355,1 kg/ab), che supera per la prima volta il target fissato (66,3%, +1,4 p.p. sul 2023), il Molise (386,6 kg/ab) e la Calabria (403,8 kg/ab), che invece non lo raggiungono.
Nel 2024 la quota di raccolta differenziata aumenta in tutte le regioni, fatta eccezione per la Provincia autonoma di Bolzano/Bozen (-0,6 punti percentuali rispetto al 2023) e le Marche (-0,3 punti percentuali), che tuttavia hanno superato da diversi anni il target previsto, raggiungendo rispettivamente il 68,7% e il 71,8%. Nel 2024, le regioni con le quote più basse sono la Liguria (59,6%), la Campania (58,1%), la Calabria (57,5%), il Lazio (56,2%) e la Sicilia (55,5%), con quest’ultima che tuttavia registra l’incremento della differenziata più elevato degli ultimi cinque anni (+13,2 punti percentuali).
Si deve infine notare che, sebbene un aumento della produzione globale dei rifiuti, sia legato alla crescita dei consumi da parte di cittadini e imprese, in alcune realtà territoriali l’associazione tra una maggiore raccolta differenziata e un incremento della produzione complessiva può derivare da una più accurata contabilizzazione dei rifiuti, resa possibile da sistemi di raccolta più efficienti, in grado di intercettare flussi che in precedenza sfuggivano alla misurazione.
FRANCIA. Le sanzioni pecuniarie fisse per l'uso di droghe sono in aumento
Fino al 2025, quasi 367.000 persone sono state coinvolte in reati legati alla droga, oltre l'80% delle quali per semplice consumo, il più delle volte di cannabis. Questa ondata di persecuzioni è in costante aumento dagli anni 2000 : solo tra il 2016 e il 2025, il numero di consumatori arrestati è aumentato del 70%, rispetto a solo il 40% per il traffico. Tale aumento si è ulteriormente accelerato dal 2020, quando le forze dell'ordine hanno ottenuto la possibilità di emettere sanzioni amministrative ai consumatori senza avviare procedimenti penali, grazie all'estensione della sanzione pecuniaria fissa per reati di droga (AFD) anche al consumo di stupefacenti.
Quali sono stati gli effetti di questa riforma sul trattamento penale di questo contenzioso di massa?
In un contesto di vincoli di bilancio e sovraccarico dei servizi giudiziari, queste sanzioni possono certamente apparire come un modo per garantire una risposta penale semplificata, rapida e sistematica. Tuttavia, i risultati della loro attuazione sono contrastanti.
La multa a pena fissa, una sanzione penale imposta da un agente di polizia senza l'intervento di un magistrato, fu istituita nel 1926 per i reati minori, al fine di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali in merito a una moltitudine di infrazioni stradali considerate di lieve entità.
Quasi un secolo dopo (2016 ), è stato esteso al campo del diritto penale al fine di promuovere una gestione rapida e semplificata dei numerosi reati stradali che fino ad allora erano punibili con la reclusione (guida senza patente o senza assicurazione).
Negli ultimi dieci anni, l'ambito di applicazione della sanzione pecuniaria fissa per reati minori è stato costantemente ampliato, arrivando a comprendere circa un centinaio di infrazioni che vanno ben oltre il settore della circolazione stradale, tra cui, ad esempio:
uso di droghe (dal 2019/2020 );
Vendita ambulante, tagging e graffiti, introduzione di bevande alcoliche in uno stadio durante un evento sportivo ( dal 2023 );
Inalare protossido d'azoto al di fuori di un contesto medico o partecipare a un rave party non dichiarato ( dal 2026 ).
Tra il 2019 e il 2024, la polizia e la gendarmeria hanno emesso 1,6 milioni di sanzioni pecuniarie fisse, con un tasso di crescita medio annuo del 14% . Oltre il 40% di queste sanzioni riguardava l'uso di stupefacenti (generalmente cannabis).
In pochi anni, il trattamento penale del consumo di droga è cambiato profondamente. Oggi, la maggior parte degli arresti per consumo di droga viene gestita senza procedimento penale, tramite un mandato di arresto provvisorio ( 76% nel 2024 contro il 26% nel 2020 ).
Questo cambiamento procedurale è andato di pari passo con un cambiamento nel profilo delle persone arrestate per uso di stupefacenti: poiché la legge antidroga non può essere teoricamente applicata ai minori, l'effetto logico è stato un calo molto drastico della percentuale di minori tra gli indagati, dal 17% tra il 2016 e il 2018 a solo il 4% nel 2024.
Inoltre, l'introduzione della sanzione pecuniaria fissa per i reati minori ha portato a un aumento del numero di infrazioni registrate. Pertanto, nei dipartimenti in cui il tasso di ricorso alla sanzione pecuniaria fissa è più elevato quando si riscontra "uso illecito di stupefacenti" (in oltre il 75% dei casi), è aumentato anche il numero complessivo di reati di droga registrati (+161% tra il 2019 e il 2024). Questo aumento dei contenziosi legati alla droga interessa tutti i dipartimenti, ma è più pronunciato in quelli che hanno utilizzato sistematicamente la sanzione pecuniaria fissa, come Bouches-du-Rhône, Hérault, Rhône, Parigi e Seine-Saint-Denis.
I dati del Ministero dell'Interno dimostrano dunque che l'utilizzo dell'AFD "gonfia" il volume dei reati, ma aggrava anche le disparità territoriali nell'applicazione della legge.
Essendo un reato intrinsecamente "rivelato dall'attività delle forze dell'ordine" (ovvero dipendente dall'attenzione della polizia), il consumo di cannabis e di altre droghe classificate come stupefacenti sta affrontando una recrudescenza di misure punitive. L'ampio utilizzo del Sistema Automatico di Identificazione delle Impronte Digitali (Sistema Automatico di Identificazione delle Impronte Digitali) contribuisce alla dinamica di "ricriminalizzazione" descritta dal sociologo Henri Bergeron , nel senso che il "semplice" consumo, che resta reato in Francia, viene, in pratica, punito con maggiore frequenza.
Inoltre, poiché l'abuso di droghe è registrato nella fedina penale (bollettini n. 1 e 2), ogni nuovo reato legato all'uso di stupefacenti aumenta "meccanicamente" il tasso di recidiva in Francia.
Una prima valutazione rivela innanzitutto, da una prospettiva strettamente contabile, il basso tasso di recupero dell'AFD, il che ridimensiona l'argomentazione relativa a una maggiore efficacia della risposta criminale.
Dopo sei anni di attuazione, il numero di multe non pagate rimane molto elevato: tra il 2020 e il 2024, appena un terzo delle multe per "uso illegale di stupefacenti" è stato effettivamente pagato (35%), percentuale ancora inferiore l'anno successivo: 24% nel 2025, un tasso di recupero pari alla metà di quello delle multe penali per reati stradali.
L'aumento dell'importo della multa per reati legati alla droga, previsto dalla legge Ripost del 2026 , che la porta da 200 a 500 euro per l'uso di stupefacenti (aumentata a 1.000 euro in caso di ritardo nel pagamento, rispetto ai 450 euro precedenti), raddoppia i dubbi sui rischi di mancato recupero.
Inoltre, le condizioni per l'attuazione della Direttiva quadro sulle vendite si stanno rivelando controverse:
Secondo la Corte dei Conti , il tasso di irregolarità riscontrate è aumentato di 49 volte tra il 2020 e il 2024 per quanto riguarda l'uso di stupefacenti (compresi errori o incongruenze nella segnalazione, mancato rispetto del perimetro dell'AFD, ecc.) .
accertamenti di mancato rispetto delle norme di utilizzo dell'AFD, talvolta applicati a minori o recidivi , oppure l'emissione di una citazione alla stessa persona per più reati, di cui almeno uno non può teoricamente essere oggetto di una procedura AFD;
Difficoltà pratiche per le forze dell'ordine nel distinguere tra cannabis e CBD (disponibile legalmente in negozi specializzati), il che alimenta le controversie;
Disuguaglianze sociali nell'applicazione della legge antifrode, oggettivate dalla ricerca nelle scienze sociali: "targeting" delle categorie più popolari , problemi di sovraindebitamento di minori e giovani adulti che hanno accumulato un volume significativo di multe, compromettendo le loro possibilità di integrazione sociale e professionale una volta che queste vengono registrate nella fedina penale.
Sebbene l'AFD contribuisca a semplificare, accelerare e sistematizzare la risposta penale alle azioni legali collettive, presenta anche alcune ambivalenze:
timori di violazioni dei diritti dei litiganti espressi durante vari dibattiti parlamentari e dal Difensore dei diritti (rispetto del principio del contraddittorio, diritto al rispetto della presunzione di innocenza, principio di individualizzazione delle sentenze, ecc.), con l'AFD addirittura accusata dalla Commissione consultiva nazionale per i diritti umani di "una battuta d'arresto per i diritti dei litiganti" ;
critiche a una “penalizzazione automatica” che, secondo alcuni sindacati professionali, è assimilabile a una “condanna correzionale non individualizzata, senza contatto umano, senza effettivo ricorso a un giudice e senza accesso ai diritti della difesa” (Unione dei magistrati, Unione degli avvocati francesi , CGT Polizia interna );
Gli operatori del settore del trattamento delle dipendenze hanno espresso la loro disapprovazione per una misura che mina il principio delle sanzioni individualizzate e la possibilità di indirizzamento penale al trattamento per le persone dipendenti. A questo proposito, l'Agenzia francese per le tossicodipendenze (AFD) si discosta dallo spirito della legge del 31 dicembre 1970 , quadro fondante della politica francese in materia di droga, che prevedeva un equilibrio tra pena e trattamento nei procedimenti penali per i consumatori di droga "semplici" (escludendo qualsiasi altro reato).
Al di là di queste controversie, lo sviluppo della sanzione pecuniaria fissa per reati minori
– sia il suo rapido aumento di utilizzo sia le modalità della sua attuazione – si inserisce in un continuum di due processi documentati dalla ricerca fin dagli anni 2000: la degiudizializzazione del cosiddetto contenzioso "di massa" dovuta alla standardizzazione delle procedure sanzionatorie al di fuori del controllo del magistrato in nome di una migliore "gestione dei flussi" nel sistema di giustizia penale, da un lato; e l'aumento della logica della penalizzazione pecuniaria dei reati più comuni, dall'altro.
(Ivana Obradovic - Vicedirettrice del Centro francese di monitoraggio delle droghe e delle tossicodipendenze (OFDT), ricercatrice associata presso il CESDIP, Università di Versailles Saint-Quentin-en-Yvelines (UVSQ) – Università Paris-Saclay; Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne - su The Conversation del 06/10/2026)
ITALIA. Legge 104, dal 1 gennaio cambia la valutazione della disabilità: la guida ANFFAS alle nuove regoleDal 1° gennaio 2027 la riforma della disabilità entrerà nella sua fase di piena applicazione su tutto il territorio nazionale. Una data che segna un passaggio importante anche per le persone che oggi fanno riferimento alla Legge 104/1992, perché cambieranno le modalità con cui viene definita e valutata la condizione di disabilità. Per aiutare le persone con disabilità, le famiglie e chi opera nei servizi a comprendere il nuovo quadro, ANFFAS ha elaborato una guida dedicata alle principali novità introdotte dalla riforma. Il documento ripercorre il percorso normativo avviato dalla Legge delega n. 227/2021 e arrivato al Decreto legislativo n. 62/2024, illustrando il nuovo sistema di valutazione di base, la valutazione multidimensionale e il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. La guida, stilata nell’ambito del lavoro di approfondimento di ANFFAS e del suo Centro Studi, vuole quindi essere uno strumento pratico per orientarsi nel cambiamento e comprendere che cosa succederà con l’entrata a regime della riforma.
Il Decreto legislativo n. 62/2024 è entrato in vigore il 30 giugno 2024, ma la parte relativa alla nuova valutazione di base, alla valutazione multidimensionale e al progetto di vita è stata introdotta progressivamente attraverso una fase di sperimentazione. La sperimentazione ha riguardato il 2025 e il 2026 in territori individuati progressivamente. Dal 1° gennaio 2027, invece, le nuove norme e procedure saranno applicate nel restante territorio nazionale. Il passaggio non comporterà però una cancellazione dei diritti già acquisiti. La guida ANFFAS precisa infatti che, nelle more della piena applicazione della riforma, sono garantiti i diritti riconosciuti dalla disciplina vigente fino al 31 dicembre 2026. Restano inoltre salve le prestazioni, i servizi, le agevolazioni e i trasferimenti monetari già erogati o dei quali sia stata accertata la spettanza entro quella data. Per chi possiede un verbale valido a quella data, dunque, non è prevista una nuova visita medica semplicemente perché dal 2027 entrerà in vigore il nuovo sistema.
Uno dei cambiamenti più significativi riguarda la definizione stessa di disabilità. La riforma introduce una definizione coerente con la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità e modifica anche la terminologia utilizzata dalla normativa. Il riferimento diventa quello di “persona con disabilità”, superando espressioni come “persona handicappata”, “portatore di handicap”, “disabile” o “diversamente abile”. La nuova definizione considera le durature compromissioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali in relazione alle barriere presenti nei diversi contesti di vita. L’attenzione si sposta quindi dalla sola menomazione alla possibilità concreta della persona di partecipare alla vita sociale su base di uguaglianza con gli altri.
Anche la terminologia della Legge 104 cambia. Non si parlerà più di “handicap grave” o “non grave”, ma di necessità di sostegno e di sostegno intensivo. La necessità di sostegno può essere lieve o media, mentre il sostegno intensivo è individuato a livello elevato o molto elevato. Il principio alla base della modifica è quello di collegare i sostegni alle effettive esigenze della persona e alla sua possibilità di partecipare ai diversi contesti di vita. C’è però un elemento particolarmente importante per le famiglie: la modifica della terminologia non cambia la platea delle persone che hanno diritto alle misure collegate all’articolo 3, comma 3, della Legge 104. La guida ANFFAS sottolinea infatti che il presupposto per il riconoscimento dei benefici e delle prestazioni, compresi i permessi lavorativi retribuiti, rimane sostanzialmente identico.
Il cuore della riforma è la nuova valutazione di base. Si tratta di un procedimento unitario affidato all’INPS, destinato a sostituire il precedente riconoscimento della condizione di handicap, mantenendo però i benefici collegati. La valutazione comprende diversi accertamenti: invalidità civile, cecità civile, sordità civile e sordocecità; disabilità in età evolutiva ai fini dell’inclusione scolastica; disabilità ai fini dell’inclusione lavorativa; presupposti per alcune forme di assistenza protesica, sanitaria e riabilitativa; elementi utili per la non autosufficienza e la disabilità gravissima e requisiti per alcune agevolazioni fiscali, tributarie e relative alla mobilità. Il nuovo sistema utilizzerà le classificazioni ICD e ICF. L’ICD sarà utilizzata per la classificazione delle malattie, mentre l’ICF consentirà di considerare il funzionamento della persona, con particolare riferimento alle attività e alla partecipazione.
È proprio all’interno di questa nuova impostazione che assume rilievo il WHODAS, il questionario previsto dalla riforma come strumento integrativo e di partecipazione della persona alla valutazione. La guida ANFFAS specifica che il WHODAS viene utilizzato, con i successivi aggiornamenti, ad eccezione dei minori di età. Il suo significato è importante perché il nuovo sistema non guarda esclusivamente alla diagnosi o alla compromissione, ma anche al funzionamento della persona e alla sua partecipazione nei diversi ambiti della vita. Per questo la diffusione delle informazioni sul questionario rappresenta un passaggio importante: conoscere lo strumento e comprendere perché viene utilizzato significa arrivare più consapevoli al nuovo percorso di valutazione.
Con la riforma cambia anche l’avvio del procedimento. Non è più prevista, dopo il certificato medico introduttivo, la precedente “domanda amministrativa” che il cittadino doveva inviare per perfezionare la richiesta. Il procedimento si attiva con la trasmissione telematica all’INPS del certificato medico introduttivo, su richiesta della persona interessata oppure, nel caso di un minore, dell’esercente la responsabilità genitoriale. Il certificato deve contenere, tra gli altri elementi, i dati della persona, la documentazione diagnostica, gli elementi anamnestici e gli esiti dei trattamenti, la diagnosi codificata secondo l’ICD, il decorso e la prognosi delle eventuali patologie.
La valutazione sarà effettuata dalle Unità di Valutazione di Base, le UVB. La composizione prevede due medici nominati dall’INPS, un professionista sanitario rappresentante delle associazioni di categoria e una figura professionale appartenente alle aree psicologiche e sociali. La commissione è presieduta da un medico dell’INPS specializzato in medicina legale o, nei casi previsti, da un altro medico nominato dall’Istituto con specifica esperienza. Per le patologie di competenza ANFFAS è inoltre prevista la presenza del professionista sanitario designato dall’associazione. La guida sottolinea che questo professionista concorre alla formazione del numero legale della seduta e deve essere convocato quando ricorrono le condizioni previste.
Un’altra novità riguarda l’esito della valutazione. La condizione di disabilità sarà attestata attraverso un unico certificato, anziché attraverso il precedente verbale. Di norma il certificato avrà valore illimitato nel tempo, salvo i casi eccezionali nei quali sia prevista la rivedibilità. Anche i tempi del procedimento vengono definiti dalla riforma: di norma la valutazione dovrà concludersi entro 90 giorni dalla trasmissione del certificato medico introduttivo; il termine scende a 30 giorni per i minori e a 15 giorni per le patologie oncologiche.
La riforma non si esaurisce nell’accertamento della disabilità. Uno degli obiettivi indicati dalla Legge delega è infatti la valutazione multidimensionale della disabilità, finalizzata alla realizzazione del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. Al termine della valutazione di base, la persona deve essere informata del diritto a elaborare e attivare il progetto di vita e della possibilità di presentare la relativa istanza attraverso il sistema telematico messo a disposizione dall’INPS. Il progetto di vita rappresenta quindi il secondo grande pilastro della riforma: non soltanto riconoscere una condizione, ma costruire intorno alla persona i sostegni necessari sulla base delle sue esigenze e della sua partecipazione.
Tra le novità introdotte dal decreto legislativo n. 62/2024 c’è anche la disciplina dell’accomodamento ragionevole, attraverso il nuovo articolo 5-bis della Legge 104. Si tratta di misure e adattamenti necessari, pertinenti e appropriati che non devono imporre un onere eccessivo al soggetto obbligato e che possono essere attivati quando le disposizioni ordinarie non garantiscono alla persona con disabilità il godimento effettivo e tempestivo dei propri diritti su base di uguaglianza con gli altri. L’accomodamento ragionevole ha però carattere sussidiario: non sostituisce né limita il diritto alle prestazioni, ai servizi e ai sostegni già riconosciuti dalla legislazione.
La guida elaborata da ANFFAS rappresenta, dunque, uno strumento di orientamento nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema. La riforma introduce una nuova definizione di disabilità, modifica la terminologia della Legge 104, affida all’INPS la valutazione di base, introduce l’utilizzo di ICD e ICF, valorizza il funzionamento della persona attraverso il WHODAS e collega la valutazione alla possibilità di costruire un progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. Ma il messaggio più importante per le famiglie è forse quello relativo alla continuità dei diritti: il 1° gennaio 2027 non cancellerà i riconoscimenti già ottenuti. Chi avrà un verbale valido al 31 dicembre 2026 non dovrà sottoporsi a una nuova valutazione di base semplicemente per effetto dell’entrata in vigore della riforma. Conoscere in anticipo le nuove regole, sapere come funzionerà la valutazione e comprendere il ruolo del questionario WHODAS diventa quindi essenziale. La riforma, infatti, non modifica soltanto una procedura amministrativa: introduce un diverso modo di leggere la disabilità, spostando l’attenzione dalla sola condizione sanitaria alla relazione tra persona, funzionamento, ambiente, barriere e sostegni necessari.
(Isabella Faggiano - Sanità Informazione)
ITALIA. Previdenza, 11 milioni di iscritti e 80 miliardi di titoli di stato: così crescono i fondi pensioneQuasi 11 milioni di iscritti e 273,2 miliardi di euro accantonati. La previdenza complementare italiana, i fondi pensione che affiancano l’assegno pubblico, continua a crescere: a metà 2026 le risorse destinate alle prestazioni sono salite del 4,3% rispetto alla fine del 2025. La spinta però non alleggerisce il sistema pubblico. A inizio 2025 le pensioni erogate dallo Stato sono costate 364,1 miliardi e il loro peso sul Pil è aumentato di un punto, la crescita più marcata tra gli undici Paesi europei confrontati nel rapporto presentato a Roma da Deloitte e Mefop con i principali fondi italiani.
REGNO UNITO. Selezionate sei banche per guidare il primo progetto pilota sui titoli di stato digitaliBarclays, HSBC, Lloyds, Morgan Stanley, NatWest e RBC sottoscriveranno la prima obbligazione governativa britannica basata su blockchain.
Il Digital Gilt Instrument, annunciato il 6 ottobre, mira a trasferire il debito sovrano sulla tecnologia del registro distribuito.
Se funzionerà, tutte le principali economie saranno spinte a fare altrettanto.
INDIA. L'astrologia finanziaria avanzaIn India, l'astrologia finanziaria è un settore molto serio. I trader, ovunque, sono per lo più superstiziosi, e non c'è da stupirsi, vista la casualità dei mercati. Ma in India questa propensione professionale si scontra con un mercato astrologico che genera un fatturato annuo di 7 miliardi di dollari . (The Economist)
FRANCIA. Il capo della Banca di Francia avverte: il Paese rischia di essere strozzato dai tassiLeila Abboud e Sarah White riportano l’avvertimento di Emmanuel Moulin, governatore della Banca di Francia: se non si mettono a posto i conti, il Paese rischia di essere strozzato dai tassi. Non è la Grecia del 2011-12, dice, e un bilancio che tagli la spesa e stringa il deficit rassicurerebbe i mercati. Il governo ha proposto 43 miliardi di correzione, con un deficit atteso al 5,4% a fine anno, ma non ha la maggioranza e si scontra su pensioni e stipendi pubblici. Venerdì il decennale ha sfiorato il 5% e lunedì era al 4,86%; lo spread con la Germania ha superato per poco 1,5 punti. La rete di sicurezza, aggiunge, sta a Parigi, non a Francoforte.
«La Francia non è la Grecia della crisi dell’eurozona, ha detto Moulin. Se riesce a far passare quest’anno un bilancio che riduca la spesa e stringa il deficit, come ha proposto il governo, i mercati saranno rassicurati da questo passo concreto di consolidamento dei conti.»
«Se non agiamo, c’è davvero il rischio di essere gradualmente strozzati dal rialzo dei tassi di interesse, ha aggiunto. Dobbiamo restare padroni del nostro destino. Chiunque sarà eletto presidente troverà tassi alti, un servizio del debito alto, un deficit da riportare sotto il 3% e un debito da tagliare.»
«La scorsa settimana il governo francese ha proposto un bilancio con 43 miliardi di euro di tagli alla spesa e aumenti di tasse, per cominciare a ridurre un deficit ampio, previsto al 5,4% a fine anno. Senza maggioranza, però, si prepara allo scontro su pensioni e stipendi dei dipendenti pubblici.»
«Una svendita del debito francese si è aggravata la scorsa settimana, portando venerdì i rendimenti dei titoli decennali vicini al 5%, prima di un ritorno lunedì al 4,86%. Anche gli spread tra bond francesi e tedeschi a dieci anni hanno superato per poco 1,5 punti percentuali.»
«Moulin ha detto che non è il momento di discutere della Bce. La rete di sicurezza sta più vicino a casa. Sta nella capacità dei francesi e dei loro rappresentanti eletti di riconoscere la necessità di riparare i conti pubblici. Il rialzo dei tassi lunghi e il secondo shock energetico possono pesare sulla domanda.»
(Financial Times, Leila Abboud e Sarah White, 5 ottobre 2026) - rassegna stampa di Giuseppe Liturri
FRANCIA. Tra il mercato dei bond e le barricateLeila Abboud, Sarah White, Ian Smith e Olaf Storbeck descrivono una Francia stretta tra la piazza, che contesta i tagli, e i bond vigilantes, che puniscono i conti. I rendimenti sfiorano il 5%, massimo da quasi un quarto di secolo, e Parigi paga più di Italia e Grecia. Il debito è a 3.500 miliardi, quasi il 120% del Pil, e gli interessi, 79 miliardi quest’anno e 91 nel 2027, sono la prima spesa. Lecornu propone 43 miliardi di correzione, ma il deficit 2026 è visto al 5,4%. Lunedì l’euro è sceso al minimo da 17 mesi sul dollaro. Sul Tpi la Bce esita: non è mai stato usato.
«Non solo ormai alla Francia costa di più indebitarsi che a Italia e Grecia: un numero crescente di grandi società francesi gode di tassi di mercato più bassi dello Stato. Tra i G7, è il Paese che ha sofferto di più la svendita del debito innescata dalla guerra con l’Iran.»
«Siamo già in una crisi lenta, profonda e strutturale, dice Pierre Moscovici, ministro delle Finanze sul finire della crisi dell’euro nel 2012. La Francia è probabilmente troppo grande per fallire, ma non troppo grande perché i mercati la puniscano.»
«Il debito ha raggiunto 3.500 miliardi di euro, quasi il 120% del Pil, molto sopra la media dell’eurozona. Il servizio del debito è salito in fretta fino a diventare la prima voce di spesa dello Stato, davanti a istruzione e difesa. Il governo attende 79 miliardi di interessi quest’anno e 91 nel 2027.»
«La scorsa settimana il primo ministro Sébastien Lecornu ha proposto un pacchetto da 43 miliardi di tagli e aumenti di tasse per il bilancio dell’anno prossimo, inclusi freni impopolari agli aumenti delle pensioni e congelamenti parziali degli stipendi dei dipendenti pubblici.»
«Marine Le Pen, in testa ai sondaggi, promette 140 miliardi di tagli in cinque anni e un tetto del debito al 60% del Pil, ma fa anche campagna per abbassare l’età di pensionamento per alcuni e tagliare l’Iva su energia e alimentari. Mélenchon ha detto che i bond francesi in mano alla banca centrale potrebbero essere gettati nel fuoco.»
(Financial Times, Leila Abboud, Sarah White, Ian Smith e Olaf Storbeck, 6 ottobre 2026) - rassegna stampa di Giuseppe Liturri
MONDO. Perché i rendimenti dei bond sono così altiChris Giles prova a spiegare il rialzo mediano di un punto dei decennali del G7 nel 2026, senza fingere una causa unica. Kevin Warsh parla di forza americana, concorrenza per il capitale e geopolitica, ma avverte che le spiegazioni sono troppe e non dimostrabili. Ciò che si può dire è che la credibilità anti-inflazione delle banche centrali regge, tranne un dubbio sulla Banca d’Inghilterra, e che la guerra con l’Iran ha invertito la discesa dei rendimenti. La Fed, attesa a tagli fino al 3%, è ora prezzata al 4,75%. Il debito degli hyperscaler pesa, ma il debito societario complessivo no. Francia, Italia, Stati Uniti e Giappone pagano di più il rischio di bilancio.
«La storia finanziaria durevole del 2026 è il rialzo del costo del debito pubblico a lungo termine. L’aumento mediano dei rendimenti decennali sovrani nei Paesi del G7 è stato di un punto percentuale, uno shock sgradevole per i ministri delle Finanze.»
«La cosa più importante detta da Warsh è che le spiegazioni dei movimenti dei rendimenti tendono a essere sovradeterminate. In altre parole, ci sono molte teorie in concorrenza e non dimostrabili. E ha ragione. Anche i premi a termine non si misurano con precisione: New York e San Francisco arrivano a risultati opposti.»
«La differenza tra il rendimento dei bond nominali e di quelli indicizzati all’inflazione dà una stima delle attese. Ignorando che in alcuni Paesi quei mercati sono sottili, il risultato per le banche centrali è incoraggiante: la credibilità nella lotta all’inflazione resta intatta. Le attese a cinque anni tra cinque sono stabili e vicine all’obiettivo.»
«A inizio anno ci si aspettava che la Fed tagliasse i tassi fin quasi al 3%, e ora ci si aspetta che li alzi al 4,75%. È uno spostamento enorme. Spostamenti simili ci sono stati anche sui tassi attesi degli altri Paesi. È chiaramente un fattore importante dietro il rialzo dei rendimenti.»
«Nessuno con cui ho parlato pensa che i mercati del debito delle economie avanzate siano oggi disordinati o segnalino un default imminente. Ma i Paesi con debito molto alto, politica difficile o nessun piano coerente per ridurre i deficit hanno visto un rialzo maggiore: Francia, Italia, Stati Uniti e Giappone sono i peggiori.»
(Financial Times, Chris Giles, 6 ottobre 2026) - rassegna stampa di Giuseppe Liturri
U.E.. La turbolenza sui bond impone alla Bce di mettere in pausa il quantitative tightening«Lorenzo Bini Smaghi, già nel direttivo della Bce, chiede di sospendere il quantitative tightening mentre i tassi lunghi salgono e riappaiono le ombre del 2011-12, con la Francia trattata come periferia. Francoforte ha gli strumenti per comprare titoli, ma continua a non rimpiazzare i bond in scadenza e così lascia più offerta netta ai privati proprio quando i rendimenti sono sotto pressione. Il ritorno a un bilancio «normale», scrive, è nostalgia più che analisi: dopo la crisi le banche devono tenere più titoli di Stato e il market-making è passato agli hedge fund. Con l’inflazione al centro, lo strumento principale resta il tasso a breve.»
«I tassi a lungo sono saliti bruscamente negli ultimi mesi nella maggior parte delle economie avanzate. In Europa riappaiono le ombre della crisi 2011-12. Uno dei segnali più chiari è l’allargamento degli spread tra i titoli dei Paesi core e di quelli periferici, con la Francia trattata questa volta come periferia.»
«È più difficile capire perché, nello stress attuale, la Bce continui il quantitative tightening, riducendo il bilancio senza rimpiazzare gli asset, in particolare i titoli di Stato, alla scadenza. Così una quota maggiore dell’offerta netta deve essere assorbita dai privati, proprio mentre i tassi lunghi sono già sotto pressione.»
«Riportare il bilancio alla norma è stato presentato come un obbligo, motivato apparentemente più dalla nostalgia per il mondo di prima della crisi che da un’analisi rigorosa. Non c’è nulla di intrinsecamente normale nella dimensione del bilancio di una banca centrale, specie quando le condizioni cambiano in modo fondamentale.»
«Un sistema in cui le banche ottengono liquidità a un tasso sopra la remunerazione delle riserve crea un costo che ricadrà sui clienti. Dà anche un incentivo a tenere più titoli di Stato, il contrario dell’obiettivo di ridurre il circolo vizioso tra banche e sovrani.»
«Con l’inflazione come preoccupazione primaria, la politica monetaria andrebbe attuata soprattutto con lo strumento tradizionale, il tasso a breve. Cambiare la dimensione del bilancio è uno strumento secondario. La prudenza suggerisce di mettere in pausa il QT finché non torna un ambiente più stabile.»
(Financial Times, Lorenzo Bini Smaghi, 5 ottobre 2026) - rassegna stampa di Giuseppe Liturri
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