Depenalizzazione delle droghe: la chiave per sconfiggere l'AIDS tra i tossicodipendenti

La criminalizzazione delle persone che usano droghe costituisce uno dei principali ostacoli alla lotta contro l'AIDS. È questo il messaggio centrale di un articolo pubblicato da Drug Science, il principale organismo scientifico indipendente sulle droghe nel Regno Unito, che riprende e commenta le più recenti evidenze internazionali in materia di politica delle droghe e risposta all'HIV.
Secondo quanto riporta Drug Science, le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti e vivono in paesi dove il consumo è ancora penalmente perseguito si trovano di fronte a barriere concrete nell'accesso ai servizi sanitari: programmi di prevenzione, terapie sostitutive con oppioidi, distribuzione di siringhe sterili e trattamenti antiretrovirali restano fuori portata per chi teme di essere arrestato o stigmatizzato. Il rischio di incappare nella giustizia penale spinge i consumatori lontano dai presidi di salute pubblica, alimentando così la circolazione del virus.
Le evidenze scientifiche citate indicano che nei paesi dove l'uso di droghe è stato depenalizzato e accompagnato da programmi di riduzione del danno, la prevalenza e la trasmissione dell'HIV tra i consumatori tendono a calare in maniera significativa. L'UNAIDS ha pubblicato nel marzo 2026 una nota guida specifica — Decriminalization of drug use in the context of HIV — che raccoglie decenni di esperienza globale e propone un ventaglio di approcci, adattabili ai diversi contesti nazionali, per rimuovere le sanzioni penali per i reati minori non violenti legati al possesso per uso personale.
I dati globali più recenti mostrano che dal 2010 le nuove infezioni da HIV sono diminuite del 40% e i decessi correlati all'AIDS del 56%, con 32 milioni di persone in trattamento entro il 2024. Tuttavia, le persone che si iniettano droghe rimangono una delle categorie più esposte: a livello mondiale hanno una probabilità 14 volte superiore rispetto alla popolazione adulta generale di contrarre il virus, e rappresentano l'8% delle nuove infezioni. La Strategia globale sull'AIDS 2021-2026 dell'UNAIDS aveva fissato come obiettivo che entro il 2025 meno del 10% dei paesi criminalizzasse il possesso di piccole quantità di droghe — un traguardo ancora lontano dall'essere raggiunto.
Sul fronte dei finanziamenti, la situazione si complica ulteriormente: i tagli internazionali alle risorse per la risposta all'AIDS — incluse le significative riduzioni al programma PEPFAR — rischiano di provocare 6 milioni di nuove infezioni e 4 milioni di morti aggiuntivi entro il 2029. In questo contesto di instabilità finanziaria, investire in riforme legali che amplino l'accesso alle cure diventa ancora più urgente.
Il modello portoghese, spesso citato come riferimento, ha ridefinito la dipendenza come malattia, sottraendo le persone con problemi di abuso al circuito giudiziario per indirizzarle verso percorsi terapeutici. La depenalizzazione, in quel caso, è stata affiancata da un ampio sistema di supporto medico, psicologico e sociale. I dati ne parlano chiaro: in Portogallo le diagnosi di AIDS tra i consumatori di droghe per via iniettiva sono scese da 518 nel 2000 a 13 nel 2019.
Gli esperti e le organizzazioni internazionali — tra cui UNAIDS, OMS, UNDP e OHCHR — sono concordi: porre fine all'AIDS come minaccia di salute pubblica entro il 2030 richiede necessariamente di affrontare la criminalizzazione e le disuguaglianze che rendono i consumatori di droghe vulnerabili all'HIV. Un approccio fondato sulla salute pubblica e sui diritti umani, anziché sulla repressione penale, non è solo auspicabile sul piano etico: è una scelta scientificamente necessaria.