Venerdì 3 luglio 2026
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Italia condannata dalla CEDU per stereotipi sessisti in un processo per stupro

U.E.
Notizia ·

La Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di una donna vittima di violenza sessuale, rilevando che la sentenza italiana con cui gli imputati erano stati assolti era intrisa di stereotipi sessisti e pregiudizi di genere. La vicenda riportata da Il Fatto Quotidiano richiama all'attenzione un problema strutturale del sistema giudiziario italiano: il ricorso, da parte di magistrati, a un linguaggio colpevolizzante che sposta la responsabilità degli atti sessuali non consensuali dalla persona accusata alla vittima.

Il caso di riferimento è quello noto come "stupro della Fortezza da Basso": con sentenza del 27 maggio 2021 (causa J.L. c. Italia, ricorso n. 5671/16), la CEDU ha accertato la violazione dell'art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e dell'integrità personale. Il procedimento penale aveva visto sette uomini accusati di violenza sessuale di gruppo e poi assolti dalla Corte d'appello di Firenze nel 2015. La vittima, non contestando l'esito assolutorio in sé, ricorse a Strasburgo per le modalità con cui la sentenza italiana aveva trattato la sua persona: con osservazioni sulla sua bisessualità e sui suoi trascorsi sentimentali e sessuali, elementi privi di qualsivoglia rilevanza ai fini del giudizio.

Secondo la Corte di Strasburgo, il linguaggio e le argomentazioni adottate dalla Corte d'appello di Firenze veicolavano pregiudizi radicati sul ruolo delle donne nella società italiana, rischiando di ostacolare una tutela effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere. La CEDU ha sottolineato che l'attendibilità della persona offesa avrebbe dovuto essere valutata esclusivamente sulla base delle risultanze oggettive del processo, non di giudizi sulla sua vita privata.

 

Nel medesimo clima culturale si inserisce un'altra vicenda che aveva suscitato forte indignazione: nel dicembre 2021, una pm della Procura di Benevento aveva chiesto l'archiviazione della denuncia di una donna che accusava il marito di violenza sessuale, scrivendo nelle motivazioni che a volte l'uomo si trova a dover vincere la resistenza che ogni donna, in una relazione stabile e nella stanchezza quotidiana, tende a opporre quando il marito avanza un approccio sessuale. Le violenze denunciate venivano definite "fatti carnali da ridimensionare", anche perché commesse in una fase della relazione in cui la donna stava valutando la separazione.

 

La CEDU, nelle sue pronunce, ha ribadito con chiarezza che l'art. 8 della Convenzione impone agli Stati l'obbligo positivo di incriminare e punire in modo effettivo qualsiasi atto sessuale non consensuale, anche quando la vittima non abbia opposto resistenza fisica. Le autorità giudiziarie devono evitare di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare la violenza di genere e di esporre le donne a quella che viene definita "vittimizzazione secondaria": un danno ulteriore, inferto dalla stessa istituzione che dovrebbe offrire protezione, attraverso affermazioni moralizzanti e colpevolizzanti che scoraggiano le vittime dal rivolgersi alla giustizia.

 

Non si tratta di un episodio isolato. La condanna del 2021 è la seconda inflitta all'Italia dalla CEDU per inadeguatezza delle autorità giudiziarie nel contrasto alla violenza maschile sulle donne: la prima era stata pronunciata nel 2017 con la causa Talpis c. Italia. Gli organismi internazionali di monitoraggio, come il Comitato CEDAW e il GREVIO, hanno più volte segnalato la persistenza in Italia di stereotipi di genere nel sistema giudiziario e un elevato tasso di mancata denuncia delle violenze, fenomeno direttamente connesso alla sfiducia delle vittime nell'ottenere giustizia.

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