Italia. Legali Welby: distaccare il respiratore e' suo diritto
'Quello che vogliamo vedere riconosciuto e' il diritto ad avere la possibilita' di rifiutare un trattamento: Welby non vuole il respiratore artificiale, anche se le conseguenze possono essere letali. Vuole che gli sia tolto e contestualmente gli sia praticata una sedazione per prevenire o eliminare sofferenze'. Cosi' l'avvocato Vittorio Angiolino, docente di Diritto Costituzionale all'universita' di Milano, uno dei legali di Piergiorgio Welby, spiega il punto centrale del ricorso al Tribunale civile di Roma per ottenere 'il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale', come richiesto da Welby il 24 novembre scorso.
Il ricorso, presentato con gli avvocati Francesco Di Giovanni, Marco Mancini e Riccardo Maia, sara' esaminato nell' udienza di martedi' prossimo alle 12 dinnanzi alla I sezione civile del Tribunale di Roma. Nel documento, di 18 punti, i legali chiedono che sia 'ordinato' al medico e alla struttura ospedaliera che lo assistono di ottemperare a quanto richiesto da Welby. Medico e struttura avevano motivato il loro diniego il 25 novembre sottolineando il 'pericolo di vita' che la procedura avrebbe comportato.
'Vogliamo far valere il diritto - ha spiegato l'avvocato Angiolino - ad accettare o rifiutare le cure quando una persona e' capace e anche quando le cure incidono sulla vita. Nel caso di Welby, poi, la questione dell'accanimento terapeutico o meno e' irrilevante nel momento in cui c'e' una sua volonta' espressa. Diventa rilevante, invece, quando c'e' incapacita' di intendere e volere del paziente'. 'Il caso di Welby - ha aggiunto Angiolino - e' analogo a quello di un paziente con un tumore in metastasi. Si sa gia' che un intervento chirurgico al 99% prolunga la vita solo di qualche mese. Il paziente non vuole l'operazione. E' pacifico che l'intervento non si fa perche' c'e' una persona cosciente che dice di non volere il trattamento. Su questo ci sono anche sentenze della Cassazione. Se Welby richiedesse l'iniezione letale sarebbe illegittimo. Non invece il consenso o il dissenso rispetto alle alternative che il medico ti da', anche se questo vuol dire anticipare la morte'.
I legali si richiamano anche agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione che sanciscono 'l'inviolabilita' della liberta' personale (intesa anche come quale possibilita' di autodeterminazione in ordine agli atti sulla propria persona)' e 'il divieto di trattamenti sanitari obbligatori, che non siano previsti per legge'.
COMMENTI
Deontologia medica e Costituzione dicono che 'sui trattamenti a Welby decide lo stesso Welby'.
Lo afferma Gilberto Corbellini, copresidente dell'Associazione Coscioni e professore di Storia della Medicina all'Universita' La Sapienza di Roma.
A proposito della 'investitura da parte della ministra Turco del Consiglio Superiore della Sanita', chiamato a stabilire se si tratti di accanimento terapeutico quello riguardante il caso di Piergiorgio Welby - sottolinea Corbellini in un articolo che domani sara' pubblicato su l'Unita' e di cui ha fornito un'anticipazione - esiste una Costituzione vigente e delle sentenze passate in Cassazione. Queste dicono, come afferma persino il Codice di Deontologia Medica, che il medico nulla puo' fare senza il consenso del paziente'.
Anche 'un medico peraltro abbastanza 'all'antica' come Girolamo Sirchia - continua Corbellini - riconobbe che nel caso di una signora che rifiutava di farsi amputare una gamba e che di conseguenza sceglieva di morire, non poteva fare nulla'.
Cio' significa, secondo l'esperto, che 'esiste la dottrina del consenso informato, che nei paesi piu' civili viene insegnata agli studenti di medicina dal primo anno'.
Welby 'sta semplicemente chiedendo di interrompere un trattamento medico. E questo - conclude Corbellini - e' un diritto costituzionalmente garantito'.
Le Comunita' di base italiane hanno scritto a Piergiorgio Welby appoggiando la sua richiesta che venga lasciato morire.
'Noi riteniamo - si legge nel messaggio, elaborato durante il convegno nazionale delle Cdb in corso a Frascati, e diffuso attraverso un comunicato - che sia giusto ed umano che tu possa concludere in pace, con l'attenzione affettuosa della comunita' civile, la tua esperienza di vita, senza che nei tuoi confronti si eserciti un accanimento non rispettoso della tua dignita''.
'Noi - prosegue il messaggio - riteniamo, inoltre, rispettando quanti pensano diversamente, che in nome di nessuna religione o ideologia si possa in alcun modo costringere, in una condizione cosi' drammatica, la tua liberta' di scelta che noi, quale che sia, rispettiamo profondamente'.
'Caro Piergiorgio, - comincia la lettera a Welby - riuniti per affrontare il tema della laicita', argomento del 30ø Incontro Nazionale delle Comunita' Cristiane di Base, abbiamo riflettuto anche sull'appello che tu hai lanciato all opinione pubblica. Vogliamo comunicarti, prima di tutto, il nostro affetto, la nostra solidarieta' e la nostra stima per te.
Non spetta a noi - prosegue - darti quella risposta pubblica e ufficiale che deve, invece, arrivarti dalle istituzioni.
La questione che tu poni, lo sappiamo bene, non e' solo privata e personale, ma coinvolge l intero paese che non puo' piu' ignorare, un tale cosi' drammatico problema, che, direttamente o indirettamente, tutte e tutti ci riguarda. Per parte nostra vogliamo pubblicamente esprimerti la nostra solidarieta''.
'Non chiedere la morte, ma combatti per la vita'. E' questo l' appello rivolto a Piergiorgio Welby da Salvatore Crisafulli, 41 anni, l' uomo che, dopo un incidente avvenuto l' 11 settembre del 2003 a Catania, cui seguirono quasi due anni di coma, ora e' completamente immobile e comunica solo attraverso un computer.
Crisafulli si rivolge a Welby dopo che la consulta di bioteca si e' pronunciata in favore del diritto di Piergiorgio allo stop delle cure. Non e' la prima volta che Crisafulli chiede a Welby di rivedere la sua posizione. 'Sono stato in coma ed in stato vegetativo permanente - scrive Crisafulli -, per tanto tempo, per mesi ho vissuto in un incubo, vivevo nell' orrore, i medici dicevano che non capivo nulla ma invece sentivo e capivo tutto.
Oggi sono come te, non posso muovermi, parlo attraverso un computer, la mia condizione e' sempre gravissima, sono imprigionato nel mio stesso corpo, mi sento come murato vivo e vivo in un abisso, ma voglio vivere'.
'Caro Welby - scrive Crisafulli - rispetto la tua volonta', ma vorrei che tu cambiassi idea, decidendo di lottare fino alla fine, non chiedere la morte ma combatti per la vita. Sto soffrendo tantissimo per te, ma ti supplico di cambiare idea, perche' la vita e' un bene prezioso, anche se si soffre. Non chiedere l' eutanasia, unisciti a noi per vivere meglio. Se avessimo un' assistenza adeguata ad hoc, alleviando le sofferenze nostre e dei nostri familiari, sono convinto che nessuno chiederebbe di morire'.
Quando ebbe l' incidente che gli ha cambiato la vita, Crisafulli si trovava a Catania e stava viaggiando, con uno dei suoi quattro figli, a bordo di una Vespa che si scontro' contro un furgone per surgelati. Il suo caso e' stato per molto tempo all' attenzione delle cronache perche' dopo 19 mesi di coma, il fratello, Pietro, aveva comunicato l' intenzione di far staccare la spina se qualcuno non avesse aiutato la famiglia. Poi Salvatore si risveglio' dal coma e pote' tornare nella sua abitazione di Monsummano Terme, in provincia di Pistoia, il 15 luglio del 2005 ma, da allora, vive completamente immobilizzato.
"Noi comprendiamo la condizione dei sofferenti, comprendiamo umanamente Welby, ma la comprensione deve passare dalla vita, dal rispetto della dignità della vita.
Coloro che sostengono l'eutanasia, i cultori della morte che si battono per staccare la spina a Welby, dovrebbero dirci cosa fanno, in concreto, per evitare che chi arriva a desiderare di togliersi la vita, non sia lasciato solo. Sono disposti ad aiutare a morire, ma cosa fanno per aiutare a vivere dignitosamente?". Lo dichiara l'onorevole Riccardo Pedrizzi, presidente nazionale della Consulta etico-religiosa di AN, responsabile nazionale per le politiche della famiglia e membro dell'esecutivo politico nazionale del partito.
"La vita, oltre che un bene morale e giuridico - osserva Pedrizzi - è un bene sociale. Così come siamo tutti contrari alla pena di morte (e in primis i radicali), perché sosteniamo che lo Stato non può disporre di un bene indisponibile e non può toccare un bene intangibile, non possiamo essere favorevoli all'eutanasia, cioè alla disponibilità e alla tangibilità della vita del malato". Secondo l'esponente di AN, "nessun atto può autorizzare l'eutanasia, perché la vita non appartiene allo Stato, non appartiene ai giudici, non appartiene al Parlamento: non è lo Stato, non sono i giudici, non è il Parlamento a darla. E dunque non può essere lo Stato a toglierla, non può essere un giudice, con un provvedimento, o il Parlamento, con una legge, ad autorizzare qualcuno a dare la morte. E questo non lo diciamo solo noi, ma anche la Costituzione repubblicana".
"La verità -conclude l'esponente di AN- è che la rivendicazione di un diritto all'eutanasia, la richiesta di legalizzazione dell'eutanasia, è paradossale, è una contraddizione in termini: in nome di un inesistente diritto a morire, si pretende di eliminare la stessa ragione d'essere di ogni diritto: la vita.
L'autonomia, l'autodeterminazione e la libertà non possono mai essere contro la vita, che è il presupposto e il fondamento stesso di ogni diritto".
Il ricorso, presentato con gli avvocati Francesco Di Giovanni, Marco Mancini e Riccardo Maia, sara' esaminato nell' udienza di martedi' prossimo alle 12 dinnanzi alla I sezione civile del Tribunale di Roma. Nel documento, di 18 punti, i legali chiedono che sia 'ordinato' al medico e alla struttura ospedaliera che lo assistono di ottemperare a quanto richiesto da Welby. Medico e struttura avevano motivato il loro diniego il 25 novembre sottolineando il 'pericolo di vita' che la procedura avrebbe comportato.
'Vogliamo far valere il diritto - ha spiegato l'avvocato Angiolino - ad accettare o rifiutare le cure quando una persona e' capace e anche quando le cure incidono sulla vita. Nel caso di Welby, poi, la questione dell'accanimento terapeutico o meno e' irrilevante nel momento in cui c'e' una sua volonta' espressa. Diventa rilevante, invece, quando c'e' incapacita' di intendere e volere del paziente'. 'Il caso di Welby - ha aggiunto Angiolino - e' analogo a quello di un paziente con un tumore in metastasi. Si sa gia' che un intervento chirurgico al 99% prolunga la vita solo di qualche mese. Il paziente non vuole l'operazione. E' pacifico che l'intervento non si fa perche' c'e' una persona cosciente che dice di non volere il trattamento. Su questo ci sono anche sentenze della Cassazione. Se Welby richiedesse l'iniezione letale sarebbe illegittimo. Non invece il consenso o il dissenso rispetto alle alternative che il medico ti da', anche se questo vuol dire anticipare la morte'.
I legali si richiamano anche agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione che sanciscono 'l'inviolabilita' della liberta' personale (intesa anche come quale possibilita' di autodeterminazione in ordine agli atti sulla propria persona)' e 'il divieto di trattamenti sanitari obbligatori, che non siano previsti per legge'.
COMMENTI
Deontologia medica e Costituzione dicono che 'sui trattamenti a Welby decide lo stesso Welby'.
Lo afferma Gilberto Corbellini, copresidente dell'Associazione Coscioni e professore di Storia della Medicina all'Universita' La Sapienza di Roma.
A proposito della 'investitura da parte della ministra Turco del Consiglio Superiore della Sanita', chiamato a stabilire se si tratti di accanimento terapeutico quello riguardante il caso di Piergiorgio Welby - sottolinea Corbellini in un articolo che domani sara' pubblicato su l'Unita' e di cui ha fornito un'anticipazione - esiste una Costituzione vigente e delle sentenze passate in Cassazione. Queste dicono, come afferma persino il Codice di Deontologia Medica, che il medico nulla puo' fare senza il consenso del paziente'.
Anche 'un medico peraltro abbastanza 'all'antica' come Girolamo Sirchia - continua Corbellini - riconobbe che nel caso di una signora che rifiutava di farsi amputare una gamba e che di conseguenza sceglieva di morire, non poteva fare nulla'.
Cio' significa, secondo l'esperto, che 'esiste la dottrina del consenso informato, che nei paesi piu' civili viene insegnata agli studenti di medicina dal primo anno'.
Welby 'sta semplicemente chiedendo di interrompere un trattamento medico. E questo - conclude Corbellini - e' un diritto costituzionalmente garantito'.
Le Comunita' di base italiane hanno scritto a Piergiorgio Welby appoggiando la sua richiesta che venga lasciato morire.
'Noi riteniamo - si legge nel messaggio, elaborato durante il convegno nazionale delle Cdb in corso a Frascati, e diffuso attraverso un comunicato - che sia giusto ed umano che tu possa concludere in pace, con l'attenzione affettuosa della comunita' civile, la tua esperienza di vita, senza che nei tuoi confronti si eserciti un accanimento non rispettoso della tua dignita''.
'Noi - prosegue il messaggio - riteniamo, inoltre, rispettando quanti pensano diversamente, che in nome di nessuna religione o ideologia si possa in alcun modo costringere, in una condizione cosi' drammatica, la tua liberta' di scelta che noi, quale che sia, rispettiamo profondamente'.
'Caro Piergiorgio, - comincia la lettera a Welby - riuniti per affrontare il tema della laicita', argomento del 30ø Incontro Nazionale delle Comunita' Cristiane di Base, abbiamo riflettuto anche sull'appello che tu hai lanciato all opinione pubblica. Vogliamo comunicarti, prima di tutto, il nostro affetto, la nostra solidarieta' e la nostra stima per te.
Non spetta a noi - prosegue - darti quella risposta pubblica e ufficiale che deve, invece, arrivarti dalle istituzioni.
La questione che tu poni, lo sappiamo bene, non e' solo privata e personale, ma coinvolge l intero paese che non puo' piu' ignorare, un tale cosi' drammatico problema, che, direttamente o indirettamente, tutte e tutti ci riguarda. Per parte nostra vogliamo pubblicamente esprimerti la nostra solidarieta''.
'Non chiedere la morte, ma combatti per la vita'. E' questo l' appello rivolto a Piergiorgio Welby da Salvatore Crisafulli, 41 anni, l' uomo che, dopo un incidente avvenuto l' 11 settembre del 2003 a Catania, cui seguirono quasi due anni di coma, ora e' completamente immobile e comunica solo attraverso un computer.
Crisafulli si rivolge a Welby dopo che la consulta di bioteca si e' pronunciata in favore del diritto di Piergiorgio allo stop delle cure. Non e' la prima volta che Crisafulli chiede a Welby di rivedere la sua posizione. 'Sono stato in coma ed in stato vegetativo permanente - scrive Crisafulli -, per tanto tempo, per mesi ho vissuto in un incubo, vivevo nell' orrore, i medici dicevano che non capivo nulla ma invece sentivo e capivo tutto.
Oggi sono come te, non posso muovermi, parlo attraverso un computer, la mia condizione e' sempre gravissima, sono imprigionato nel mio stesso corpo, mi sento come murato vivo e vivo in un abisso, ma voglio vivere'.
'Caro Welby - scrive Crisafulli - rispetto la tua volonta', ma vorrei che tu cambiassi idea, decidendo di lottare fino alla fine, non chiedere la morte ma combatti per la vita. Sto soffrendo tantissimo per te, ma ti supplico di cambiare idea, perche' la vita e' un bene prezioso, anche se si soffre. Non chiedere l' eutanasia, unisciti a noi per vivere meglio. Se avessimo un' assistenza adeguata ad hoc, alleviando le sofferenze nostre e dei nostri familiari, sono convinto che nessuno chiederebbe di morire'.
Quando ebbe l' incidente che gli ha cambiato la vita, Crisafulli si trovava a Catania e stava viaggiando, con uno dei suoi quattro figli, a bordo di una Vespa che si scontro' contro un furgone per surgelati. Il suo caso e' stato per molto tempo all' attenzione delle cronache perche' dopo 19 mesi di coma, il fratello, Pietro, aveva comunicato l' intenzione di far staccare la spina se qualcuno non avesse aiutato la famiglia. Poi Salvatore si risveglio' dal coma e pote' tornare nella sua abitazione di Monsummano Terme, in provincia di Pistoia, il 15 luglio del 2005 ma, da allora, vive completamente immobilizzato.
"Noi comprendiamo la condizione dei sofferenti, comprendiamo umanamente Welby, ma la comprensione deve passare dalla vita, dal rispetto della dignità della vita.
Coloro che sostengono l'eutanasia, i cultori della morte che si battono per staccare la spina a Welby, dovrebbero dirci cosa fanno, in concreto, per evitare che chi arriva a desiderare di togliersi la vita, non sia lasciato solo. Sono disposti ad aiutare a morire, ma cosa fanno per aiutare a vivere dignitosamente?". Lo dichiara l'onorevole Riccardo Pedrizzi, presidente nazionale della Consulta etico-religiosa di AN, responsabile nazionale per le politiche della famiglia e membro dell'esecutivo politico nazionale del partito.
"La vita, oltre che un bene morale e giuridico - osserva Pedrizzi - è un bene sociale. Così come siamo tutti contrari alla pena di morte (e in primis i radicali), perché sosteniamo che lo Stato non può disporre di un bene indisponibile e non può toccare un bene intangibile, non possiamo essere favorevoli all'eutanasia, cioè alla disponibilità e alla tangibilità della vita del malato". Secondo l'esponente di AN, "nessun atto può autorizzare l'eutanasia, perché la vita non appartiene allo Stato, non appartiene ai giudici, non appartiene al Parlamento: non è lo Stato, non sono i giudici, non è il Parlamento a darla. E dunque non può essere lo Stato a toglierla, non può essere un giudice, con un provvedimento, o il Parlamento, con una legge, ad autorizzare qualcuno a dare la morte. E questo non lo diciamo solo noi, ma anche la Costituzione repubblicana".
"La verità -conclude l'esponente di AN- è che la rivendicazione di un diritto all'eutanasia, la richiesta di legalizzazione dell'eutanasia, è paradossale, è una contraddizione in termini: in nome di un inesistente diritto a morire, si pretende di eliminare la stessa ragione d'essere di ogni diritto: la vita.
L'autonomia, l'autodeterminazione e la libertà non possono mai essere contro la vita, che è il presupposto e il fondamento stesso di ogni diritto".
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