Italia. "La pietas e' ascoltare Welby, non ignorarlo", di Corrado Augias
Tratto da La Repubblica di oggi
Caro Augias, guardando i programmi TV, leggendo i giornali, sembrerebbe che esista un'unica risposta cristiana per chi chiede di interrompere la propria esistenza a causa di una malattia terminale. Posso dire che non è così sulla base dei documenti elaborati dal "Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza", nonché dalla mia pratica pastorale come cappellano clinico.
Ritengo che il richiamo alla pietas fatto da Welby sia condivisibile non soltanto dal non credente, ma anche dal cristiano, a qualunque confessione appartenga. Le tecnologie permettono oggi di prolungare fino all'inverosimile esistenze che per vie "naturali" sarebbero già concluse. Allora si tratta davvero di prolungamento della vita o non ci troviamo di fronte al prolungamento dell'agonia?
Alla domanda "chi è il mio prossimo?", Gesù risponde con la parabola del samaritano, come a ricordare che il mio prossimo è anche colui che non la pensa come me, che non ha il mio stesso sistema di credenze e di valori. E allora, non è detto che la visione etica o bioetica di una chiesa vada accettata da tutti o imposta a tutti, indipendentemente dal loro credo o in assenza di un credo.
Amore per il prossimo significa dunque anche prendere sul serio le domande, anche quelle scomode, e non valutarle o, peggio ancora, ignorarle a partire dai principi generali fissi e immutabili.
Nella situazione di Welby, la pietas, o se preferiamo, la carità cristiana, potrebbe trovarsi non già in un rifiuto perentorio alla sua richiesta di porre fine alle sofferenze, bensì all'accoglimento di quella volontà.
Sergio Manna, pastore valdese.
Risponde Corrado Augias
La pietas che il pastore Manna invoca è scritta nella lettera di Welby al presidente della Repubblica: "Sua Santità benedetto XVI ha detto che "fi fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale".
Ma che cosa c'è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c'è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e di proteine? Che cosa c'è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l'aria nei polmoni? Che cosa c'è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l'ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte - artificialmente - rimandata?
Io credo che si possa per ragioni di fede i di potere giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e con il dolore altrui. Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente "biologica" - credo che questa volontà debba essere rispettata e accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico".
Aggiungo a queste strazianti e lucide parole solo una considerazione, riprendendola da ciò che ha scritto giorni fa Adriano Sofri su "Repubblica". "Il cielo esima da prove analoghe su di sé chi rifiuta per principio di ascoltare il grido disperato di Piergiorgio Welby. I principi astratti applicati ad un tale dolore, diventano implacabile ferocia.
Caro Augias, guardando i programmi TV, leggendo i giornali, sembrerebbe che esista un'unica risposta cristiana per chi chiede di interrompere la propria esistenza a causa di una malattia terminale. Posso dire che non è così sulla base dei documenti elaborati dal "Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza", nonché dalla mia pratica pastorale come cappellano clinico.
Ritengo che il richiamo alla pietas fatto da Welby sia condivisibile non soltanto dal non credente, ma anche dal cristiano, a qualunque confessione appartenga. Le tecnologie permettono oggi di prolungare fino all'inverosimile esistenze che per vie "naturali" sarebbero già concluse. Allora si tratta davvero di prolungamento della vita o non ci troviamo di fronte al prolungamento dell'agonia?
Alla domanda "chi è il mio prossimo?", Gesù risponde con la parabola del samaritano, come a ricordare che il mio prossimo è anche colui che non la pensa come me, che non ha il mio stesso sistema di credenze e di valori. E allora, non è detto che la visione etica o bioetica di una chiesa vada accettata da tutti o imposta a tutti, indipendentemente dal loro credo o in assenza di un credo.
Amore per il prossimo significa dunque anche prendere sul serio le domande, anche quelle scomode, e non valutarle o, peggio ancora, ignorarle a partire dai principi generali fissi e immutabili.
Nella situazione di Welby, la pietas, o se preferiamo, la carità cristiana, potrebbe trovarsi non già in un rifiuto perentorio alla sua richiesta di porre fine alle sofferenze, bensì all'accoglimento di quella volontà.
Sergio Manna, pastore valdese.
Risponde Corrado Augias
La pietas che il pastore Manna invoca è scritta nella lettera di Welby al presidente della Repubblica: "Sua Santità benedetto XVI ha detto che "fi fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale".
Ma che cosa c'è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c'è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e di proteine? Che cosa c'è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l'aria nei polmoni? Che cosa c'è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l'ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte - artificialmente - rimandata?
Io credo che si possa per ragioni di fede i di potere giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e con il dolore altrui. Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente "biologica" - credo che questa volontà debba essere rispettata e accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico".
Aggiungo a queste strazianti e lucide parole solo una considerazione, riprendendola da ciò che ha scritto giorni fa Adriano Sofri su "Repubblica". "Il cielo esima da prove analoghe su di sé chi rifiuta per principio di ascoltare il grido disperato di Piergiorgio Welby. I principi astratti applicati ad un tale dolore, diventano implacabile ferocia.
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