Narcocartelli: il coprifuoco è uno strumento politico o una soluzione reale?

L'Ecuador del presidente Daniel Noboa ha scelto il coprifuoco notturno come risposta visibile all'avanzata dei cartelli della droga. Come analizza il LatinAmerican Post, tuttavia, la misura rischia di essere più uno strumento di comunicazione politica che uno strumento di smantellamento reale delle reti criminali.
Per quindici giorni, fino al 18 maggio, il governo ha imposto il divieto di circolazione dalle 23 alle 5 del mattino in nove delle ventiquattro province del paese, oltre ad alcuni comuni selezionati. Non si tratta della prima volta: una misura analoga era già stata adottata tra il 15 e il 30 marzo nelle province di Guayas, El Oro, Los Ríos e Santo Domingo de los Tsáchilas, con il dispiegamento di 75.000 tra soldati e agenti di polizia.
Il bilancio ufficiale di quella prima operazione parla di oltre 1.200 arresti, 707 armi sequestrate e 47 obiettivi militari catturati, con un calo nazionale degli omicidi del 28% nel mese di marzo. Numeri presentati dal governo come una vittoria. Ma l'analisi più attenta rivela una contraddizione: la maggior parte dei fermati era stata arrestata per violazione del coprifuoco, non perché appartenesse alle strutture criminali alla radice della crisi.
Ed è proprio qui il punto debole della strategia. Un posto di blocco può fermare un motorino, sequestrare un'arma o rassicurare un quartiere per una notte. Non può, da solo, smantellare le logistiche, le reti carcerarie, la corruzione portuale, il riciclaggio di denaro, le filiere di reclutamento e le economie territoriali che permettono alle bande di rigenerarsi dopo ogni retata.
L'Ecuador è diventato un nodo centrale del narcotraffico internazionale: situato tra Colombia e Perù — i due maggiori produttori mondiali di cocaina — vede transitare attraverso i propri porti ingenti quantitativi di stupefacenti diretti verso Stati Uniti ed Europa. Dal 2017 a oggi il tasso di omicidi è passato da 5 a 50 ogni 100.000 abitanti, raggiungendo nel 2025 il livello più alto degli ultimi decenni.
Sul fronte internazionale, Noboa ha stretto un'alleanza con l'amministrazione Trump nell'ambito di una coalizione di 17 paesi contro i cartelli — il cosiddetto "Shield of the Americas". L'FBI ha aperto il suo primo ufficio in Ecuador, all'interno dell'ambasciata statunitense a Quito, e le forze dei due paesi hanno condotto operazioni congiunte, incluso un attacco con droni contro un campo di addestramento di dissidenti delle FARC lungo il confine colombiano.
Le organizzazioni per i diritti umani, però, sollevano dubbi seri. I relatori speciali dell'ONU hanno criticato la legislazione di sicurezza ecuadoriana e i decreti d'emergenza come non pienamente compatibili con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Il Comitato ONU sulle sparizioni forzate ha espresso preoccupazione per l'uso prolungato delle forze armate in funzione di polizia interna e per le denunce di abusi durante le operazioni.
La domanda che resta aperta, secondo l'analisi del LatinAmerican Post, è se il coprifuoco stia diventando un ponte verso il recupero istituzionale oppure un suo surrogato. Nel primo caso, significherebbe operazioni basate sull'intelligence, capacità giudiziaria reale, controllo delle carceri, contrasto alla corruzione e alternative economiche nelle aree dove le bande reclutano sfruttando l'abbandono dello Stato. Nel secondo, significherebbe solo più notti con militari per le strade e paura gestita anziché risolta.