Psilocibina contro il fumo: uno studio dimostra efficacia maggiore di 4 volte rispetto al cerotto alla nicotina
Smettere di fumare potrebbe diventare più facile grazie alla psilocibina, la sostanza psicoattiva contenuta nei cosiddetti magic mushrooms (funghi allucinogeni). Un nuovo studio pubblicato sulla rivista JAMA Network Open e condotto da un team della Johns Hopkins University mostra che una singola dose supervisionata di psilocibina, abbinata a terapia cognitivo-comportamentale, supera nettamente l'efficacia del cerotto alla nicotina nel favorire l'astinenza dal tabacco.
La sperimentazione ha coinvolto 82 fumatori abituali, suddivisi casualmente in due gruppi: il primo ha ricevuto una dose di psilocibina (30 mg per 70 kg di peso corporeo) in sessione controllata con la presenza di facilitatori; il secondo ha seguito un ciclo standard di 8-10 settimane con cerotti alla nicotina approvati dalla FDA. Entrambi i gruppi hanno partecipato a sessioni di terapia cognitivo-comportamentale nell'arco di 13 settimane. Al termine dei sei mesi di monitoraggio — effettuato tramite diari del fumatore e test biologici di verifica — il 40% dei partecipanti nel gruppo psilocibina (17 persone) aveva mantenuto l'astinenza prolungata, contro il 10% del gruppo cerotto (sole 4 persone). In termini statistici, chi aveva assunto psilocibina aveva oltre sei volte più probabilità di non fumare rispetto a chi aveva usato il sostituto della nicotina.
Considerando invece l'astinenza nei sette giorni precedenti la visita di controllo a sei mesi, il 52% del gruppo psilocibina risultava non fumatore, a fronte del 25% del gruppo cerotto: un rapporto di circa tre a uno.
Matthew Johnson, autore principale dello studio e professore di psichiatria a Johns Hopkins, ha sottolineato la portata del risultato: «Non c'era alcun dubbio che il gruppo psilocibina andasse molto meglio». Questo lavoro si inserisce in un filone di ricerca avviato dallo stesso Johnson nel 2014 con un primo studio pilota che aveva dimostrato la sicurezza e la fattibilità dell'uso della psilocibina come supporto alla disassuefazione dal tabacco.
Lo psichiatra Brian Barnett della Cleveland Clinic ha evidenziato un elemento che distingue questa sostanza dagli approcci tradizionali: a differenza dei farmaci normalmente usati per smettere di fumare, la psilocibina non agisce sui recettori della nicotina. Si tratta dunque di un meccanismo d'azione radicalmente diverso, che non punta a replicare o sostituire la droga oggetto di abuso. Le analisi di neuroimaging condotte nell'ambito dello stesso studio — ancora in fase di elaborazione — potrebbero fornire ulteriori elementi per capire perché il trattamento funzioni. Quel che emerge dalle testimonianze dei partecipanti è che l'esperienza con la psilocibina favorisce un cambiamento di prospettiva e una rinnovata sensazione di autonomia.
Megan Piper, direttrice del Centro per la Ricerca sulle Dipendenze da Tabacco dell'Università del Wisconsin e non coinvolta nello studio, ha commentato che «sono vent'anni che non arriva un nuovo farmaco per smettere di fumare» e che un approccio così innovativo era necessario. Attualmente sul mercato esistono sette farmaci per la cessazione del fumo: la maggior parte sono prodotti sostitutivi della nicotina (gomme, cerotti, compresse), più la vareniclina e il bupropione.
Barnett ha precisato che i risultati dovranno essere replicati su campioni più ampi e popolazioni più diversificate, anche perché il 64,6% dei partecipanti aveva già avuto in precedenza esperienze con sostanze psichedeliche classiche, il che potrebbe limitare la generalizzabilità dei dati. Nonostante i limiti, lo stesso Barnett ha definito il lavoro «ricerca d'avanguardia», ricordando che il fumo rimane un enorme problema di salute pubblica.
Nel più ampio panorama della ricerca sugli psichedelici, la dipendenza è rimasta finora un campo relativamente meno esplorato rispetto alle patologie psichiatriche come depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico. Parallelamente alla psilocibina per la nicotina, sono in corso sperimentazioni sull'uso della stessa sostanza nella dipendenza da alcol, mentre cresce l'interesse per l'ibogaina nel trattamento della dipendenza da oppioidi.
Fonte: NPR / Healthline