Giovedì 18 giugno 2026
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Richiedenti asilo: più di un mese di attesa per la domanda in questura

U.E. - ITALIA
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Come riporta RaiNews, in Italia chi vuole chiedere protezione internazionale deve fare i conti con attese superiori al mese prima di riuscire a formalizzare la domanda presso gli uffici immigrazione della questura. Un ritardo che, oltre a generare disagi pratici, lascia queste persone in una condizione di limbo giuridico con conseguenze molto concrete sui loro diritti fondamentali.

 

Per legge — il D.Lgs. 25/2008, art. 26 co. 2-bis — la questura dovrebbe ricevere e verbalizzare la domanda entro tre giorni lavorativi dalla manifestazione di volontà di chiedere asilo, termine prorogabile fino a un massimo di dieci giorni solo in caso di arrivi eccezionalmente numerosi. Nella realtà, la distanza tra norma e prassi è abissale. Le organizzazioni che monitorano il fenomeno sul territorio hanno documentato situazioni che vanno dal mese di attesa a casi ben più estremi: a Napoli, secondo una denuncia dell'ASGI del 24 aprile 2026, il tempo medio per ottenere la convocazione al fotosegnalamento e alla formalizzazione supera gli undici mesi. A Milano, un ricorso collettivo presentato al TAR Lombardia nell'ottobre 2025 da ASGI e NAGA ha evidenziato attese medie di oltre cinque mesi. A Udine, un report di monitoraggio condotto nei primi mesi del 2026 ha rilevato code quotidiane da 10 a 60 persone davanti alla questura, con la maggior parte dei richiedenti in attesa da più di dieci giorni e picchi fino a 30-35 giorni.

 

Le questure, sopraffatte dal carico di pratiche, ricevono ogni giorno solo un numero limitato di persone, rimandando le altre al giorno successivo senza fissare alcun appuntamento. Alcuni uffici hanno introdotto sistemi di prenotazione online, ma con slot disponibili così scarsi da non incidere sui tempi reali. In alcune città, come Napoli, l'unica modalità ammessa per manifestare la volontà di chiedere asilo è l'invio di una PEC, ma il ritardo nella convocazione resta di mesi.

 

Le conseguenze di questo ingolfamento burocratico sono immediate e gravi. Finché la domanda non viene registrata, il richiedente asilo non dispone di alcun titolo di soggiorno valido: non può lavorare, non può iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale, non può iscrivere la propria residenza anagrafica, non ha accesso alle strutture di accoglienza. Molti si ritrovano a dormire in strada. Ma c'è un rischio ancora più grave: nel periodo che intercorre tra la manifestazione della volontà di chiedere protezione e la formalizzazione della domanda, alcune persone hanno ricevuto provvedimenti di espulsione ed sono state rimpatriate, in aperta violazione del principio di non-refoulement. Casi documentati dall'ASGI hanno portato a pronunce dei tribunali che hanno riconosciuto l'illegittimità di tali rimpatri.

 

Si tratta di un problema diffuso a livello nazionale, non circoscritto a singole questure. Prassi illegittime, richieste di documenti aggiuntivi non previsti dalla normativa, contingentamento degli accessi: sono meccanismi che operano come filtri informali, trasformando il diritto di chiedere asilo in un percorso a ostacoli che seleziona di fatto chi riesce a sopportare l'attesa. Alcune associazioni hanno già promosso ricorsi al TAR per ottenere l'adempimento degli obblighi di legge.

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