RSA Emilia Romagna in emergenza: pochi posti, personale carente e liste d'attesa infinite
Le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) in Emilia Romagna versano in uno stato di crisi strutturale che gli operatori del settore non esitano a definire "drammatica": posti letto insufficienti rispetto a una domanda in costante crescita, carenza cronica di personale qualificato e liste d'attesa sempre più lunghe per anziani non autosufficienti e le loro famiglie. È quanto emerge dall'inchiesta pubblicata da la Repubblica, che fotografa una situazione di difficoltà acuta nell'assistenza residenziale agli anziani.
La situazione è «oggettivamente drammatica». Non usa giri di parole Gianluigi Pirazzoli, presidente di Anaste Emilia-Romagna, una delle associazioni che rappresentano i gestori privati di case residenza per anziani. Anaste conta 2.500 posti letto e 35 strutture in regione, di cui una ventina a Bologna, e fa i conti con un doppio problema: l’aumento degli anziani non autosufficienti e la mancanza cronica di personale.
Di recente lo stesso sindaco di Bologna Matteo Lepore ha riconosciuto che i 16mila anziani non autosufficienti presenti in città sono destinati a crescere molto nei prossimi anni. «Si stima che al 2050 si arrivi attorno a 30mila», calcola Pirazzoli, secondo cui «non abbiamo le energie per reggere l’urto di questo aumento nella residenzialità. A noi è capitato più volte di dover rifiutare anziani paganti, oltre che chi è in lista, per mancanza di posti e personale». La capacità ricettiva delle strutture residenziali «non è sufficiente a contenere questi continui aumenti — continua Pirazzoli — e le famiglie non sono più quelle di una volta, non sono più in grado di gestire tutti questi anziani, e le badanti non possono sopperire ai problemi sanitari crescenti di cui soffrono queste persone». C’è poi l’aumento dei costi del servizio, per la crescita dei costi energetici, ma non solo, mentre «gli accreditamenti sono fermi da anni», lamenta Pirazzoli, che a nome di Anaste ma anche delle altre associazioni di categoria ha di recente chiesto all’assessora regionale al Welfare Isabella Conti un incontro proprio su questo tema.
C’è poi l’annoso problema della mancanza di personale, che affligge le strutture private anche più del servizio sanitario pubblico. «Già oggi il 70% del nostro personale è di origine straniera — calcola Pirazzoli — perché non ci sono più persone che vogliono fare questi corsi di formazione. E in più, quando il pubblico apre dei bandi per le assunzioni molti lasciano il privato, soprattutto gli Oss». Non basterebbe pagare di più il personale, per trovare infermieri e Oss? «Certo, se le tariffe fossero legate agli aumenti contrattuali e agli aumenti dell’inflazione, al costo della vita. Ma questo non avviene da anni», risponde Pirazzoli, che a Bologna presiede la Fondazione Sant’Anna e Santa Caterina, con sede vicino al Sant’Orsola. Cos’altro servirebbe, allora, per rispondere al crescente invecchiamento della popolazione? «Siamo tutti d’accordo che un anziano sta meglio a casa sua — ammette — ma qui parliamo di persone con sempre maggiori problemi cognitivi, che non possono essere seguite a casa. Bisognerebbe fare un censimento preventivo, prendendole in carico prima che diventino fragili, mentre adesso i numeri sono talmente grandi che siamo già vicini al collasso. E poi serve un’integrazione tra pubblico e privato seria: noi spesso riceviamo provvedimenti già decisi altrove, mentre l’unico modo per affrontare il problema è mettersi attorno a un tavolo e individuare assieme sia interventi immediati che di lungo periodo».