Telecomunicazioni, Italia ultima tra 34 mercati nell'indice Kearney
L'Italia chiude all'ultimo posto la classifica mondiale sulla salute dei mercati delle telecomunicazioni. Lo certifica il Global Telecom Health Index 2026, elaborato dalla società di consulenza Kearney, che analizza 34 Paesi in diversi continenti attribuendo al nostro sistema un punteggio di 52 punti, il più basso in assoluto.
Come riporta Spot and Web, il paradosso italiano è evidente: il paese dispone di reti avanzate, continua a investire nelle infrastrutture digitali e applica ai consumatori alcune delle tariffe telefoniche più competitive d'Europa. Nonostante questo, il mercato non riesce a trasformare infrastrutture e investimenti in ritorni economici adeguati, un problema che riguarda non solo la qualità o la diffusione delle reti, ma la sostenibilità industriale dell'intero settore.
L'indice Kearney valuta i mercati lungo cinque dimensioni: solidità finanziaria, capacità commerciale, livello tecnologico, contesto operativo e percezione dei clienti, incrociando in totale venti indicatori. In vetta alla classifica si posizionano Emirati Arabi Uniti e Qatar, con performance particolarmente solide su tecnologia, finanza, contesto operativo e soddisfazione dei clienti. Seguono nella top five Svezia, Norvegia e Svizzera, mentre nella top ten compaiono anche Finlandia, Malaysia, Arabia Saudita, Thailandia e Cina. Curiosamente, secondo Kearney non emerge alcun legame diretto tra PIL pro capite e punteggio nell'indice: la Malaysia, ad esempio, si colloca al 32° posto per PIL pro capite ma al sesto per salute del mercato telecom, un risultato attribuito a una struttura di mercato ordinata e a politiche nazionali coordinate.
Il quadro europeo resta invece debole: insieme all'Italia, anche Germania e Regno Unito occupano le ultime posizioni della classifica, rispettivamente terzultimo e penultimo posto. Nel caso britannico pesano in particolare la scarsa soddisfazione dei clienti e i ritardi nello sviluppo tecnologico e commerciale.
Tra i fattori che pesano sul risultato italiano, secondo l'analisi di Kearney riportata da Key4biz, ci sono lo scarso ritorno sugli investimenti, la necessità di un consolidamento del settore, i problemi legati alla diffusione della fibra FTTH e la cessione delle torri di telecomunicazione avvenuta negli ultimi anni. Su questo ultimo punto il report dedica un intero capitolo, sostenendo che lo scorporo delle torri non ha portato benefici di lungo periodo agli operatori che lo hanno realizzato, tra cui in Italia anche TIM. Kearney rileva inoltre una correlazione positiva tra la proprietà delle torri e la salute del mercato: i paesi in cui gli operatori dominanti mantengono più del 50% della proprietà delle infrastrutture tendono ad avere performance migliori, mentre proprio su questo fronte l'Italia si colloca all'ultimo posto.
Il tema del consolidamento del settore torna quindi centrale. Pietro Labriola, amministratore delegato di TIM e presidente dell'associazione di categoria Asstel, ha sollecitato una decisione sul consolidamento per ricostruire la capacità di investimento degli operatori, citando come esempio già concluso l'operazione tra Poste Italiane e TIM. Resta invece ancora uno scenario di mercato, e non un'operazione definita, l'ipotesi di un'aggregazione tra Wind Tre e Iliad. Lo studio di Kearney suggerisce che un'elevata frammentazione del mercato sia associata a risultati peggiori non solo nel segmento mobile ma anche nelle reti fisse, pur avvertendo che non ogni fusione produce automaticamente efficienza: il consolidamento può liberare risorse e razionalizzare gli investimenti solo se accompagnato da impegni precisi su qualità, copertura e innovazione.
Un altro passaggio ritenuto decisivo riguarda il rinnovo dei diritti d'uso delle frequenze mobili, in scadenza alla fine del 2029. È attualmente in corso una consultazione pubblica dell'Agcom, aperta fino al 5 ottobre, che propone una proroga dei diritti fino al 31 dicembre 2037, subordinata a obblighi su investimenti, copertura del territorio e qualità del servizio. La determinazione degli importi da versare per il rinnovo spetterà invece al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
La posizione dell'Italia in questa classifica, sottolinea l'articolo, non riguarda soltanto gli interessi degli azionisti delle compagnie telefoniche: un settore indebolito rischia di frenare lo sviluppo delle reti, di ridurre la qualità dei servizi offerti ai cittadini e di aumentare la dipendenza tecnologica del Paese. La sfida indicata è costruire un mercato in cui gli operatori possano tornare a investire senza scaricare inefficienze e costi sui consumatori, con regole capaci di premiare gli investimenti reali, favorire la condivisione delle infrastrutture dove utile e mantenere una concorrenza basata sulla qualità dei servizi, non solo sulla riduzione delle tariffe.