Espulso e rimpatriato prima dell'assoluzione: corto circuito tra giustizia e diritti dei migranti
Un uomo straniero viene assolto da un tribunale italiano al termine di un procedimento durato due anni. Fin qui, la giustizia fa il suo corso. Il problema è che quell'uomo non c'è più: nel frattempo era già stato espulso dall'Italia e rimpatriato nel paese d'origine. La notizia, riportata da La Stampa, mette a nudo una delle contraddizioni più gravi del sistema: la misura amministrativa dell'espulsione era stata eseguita mentre il processo penale era ancora in corso, e la sentenza — favorevole all'imputato — è arrivata quando il rimpatrio era già un fatto compiuto e irreversibile.
Il caso solleva una questione di fondo che riguarda il coordinamento — o meglio la sua assenza — tra le procedure amministrative di espulsione e quelle penali. In Italia, l'espulsione prefettizia può essere disposta e resa esecutiva in modo indipendente dall'eventuale pendenza di un procedimento penale a carico dello straniero. Il risultato, in casi come questo, è che un soggetto poi riconosciuto innocente si trova ad aver già scontato una conseguenza permanente — il rimpatrio — senza che la giustizia avesse ancora pronunciato la propria parola.
Non si tratta di un episodio isolato nella casistica giudiziaria italiana. Casi analoghi hanno portato i tribunali a dichiarare illegittime espulsioni eseguite mentre erano pendenti ricorsi o procedimenti, ordinando il rientro dell'interessato in Italia. La difficoltà sta però nella natura di queste conseguenze: una volta rimpatriato, lo straniero si trova fuori dal territorio nazionale con un divieto di reingresso che può durare da tre a cinque anni, e per rientrare ha bisogno di un'autorizzazione speciale del Ministero dell'Interno.
Il caso descritto da La Stampa evidenzia come la velocità con cui vengono eseguite le espulsioni — spesso nell'arco di ore o giorni — possa collidere con i tempi inevitabilmente lunghi della giustizia penale. Quando l'esito del processo è l'assoluzione, il danno subito dalla persona è difficilmente riparabile: ha perso il lavoro, i legami sociali, la possibilità di stare sul territorio dove aveva costruito la propria vita.
Il nodo giuridico e politico resta aperto: fino a che punto è opportuno — e costituzionalmente sostenibile — che una misura amministrativa di tale portata venga eseguita in pendenza di giudizio, quando la presunzione di innocenza è ancora pienamente in vigore?