Lunedì 8 giugno 2026
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Espulso e rimpatriato prima dell'assoluzione: corto circuito tra giustizia e diritti dei migranti

Articolo · Redazione ·
Sasun Bughdaryan - Unsplash
Foto: Sasun Bughdaryan — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

Un uomo straniero viene assolto da un tribunale italiano al termine di un procedimento durato due anni. Fin qui, la giustizia fa il suo corso. Il problema è che quell'uomo non c'è più: nel frattempo era già stato espulso dall'Italia e rimpatriato nel paese d'origine. La notizia, riportata da La Stampa, mette a nudo una delle contraddizioni più gravi del sistema: la misura amministrativa dell'espulsione era stata eseguita mentre il processo penale era ancora in corso, e la sentenza — favorevole all'imputato — è arrivata quando il rimpatrio era già un fatto compiuto e irreversibile.

 

 

Il caso solleva una questione di fondo che riguarda il coordinamento — o meglio la sua assenza — tra le procedure amministrative di espulsione e quelle penali. In Italia, l'espulsione prefettizia può essere disposta e resa esecutiva in modo indipendente dall'eventuale pendenza di un procedimento penale a carico dello straniero. Il risultato, in casi come questo, è che un soggetto poi riconosciuto innocente si trova ad aver già scontato una conseguenza permanente — il rimpatrio — senza che la giustizia avesse ancora pronunciato la propria parola.

 

Non si tratta di un episodio isolato nella casistica giudiziaria italiana. Casi analoghi hanno portato i tribunali a dichiarare illegittime espulsioni eseguite mentre erano pendenti ricorsi o procedimenti, ordinando il rientro dell'interessato in Italia. La difficoltà sta però nella natura di queste conseguenze: una volta rimpatriato, lo straniero si trova fuori dal territorio nazionale con un divieto di reingresso che può durare da tre a cinque anni, e per rientrare ha bisogno di un'autorizzazione speciale del Ministero dell'Interno.

 

Il caso descritto da La Stampa evidenzia come la velocità con cui vengono eseguite le espulsioni — spesso nell'arco di ore o giorni — possa collidere con i tempi inevitabilmente lunghi della giustizia penale. Quando l'esito del processo è l'assoluzione, il danno subito dalla persona è difficilmente riparabile: ha perso il lavoro, i legami sociali, la possibilità di stare sul territorio dove aveva costruito la propria vita.

 

Il nodo giuridico e politico resta aperto: fino a che punto è opportuno — e costituzionalmente sostenibile — che una misura amministrativa di tale portata venga eseguita in pendenza di giudizio, quando la presunzione di innocenza è ancora pienamente in vigore?

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