Giovedì 10 settembre 2026
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L’Europa ha capito Draghi, ma non riesce a fare quello che dice

Articolo · Redazione ·

A due anni dal rapporto sulla competitività, Bruxelles ha trasformato molte delle sue proposte in priorità politiche, ma solo una piccola parte delle riforme è stata davvero attuata. Il problema non sono più le idee, ma gli interessi nazionali che impediscono agli Stati di cedere sovranità

 

Sono passati due anni da quando Mario Draghi avvertì che l’Europa sarebbe andata incontro a una «lenta agonia» se non avesse affrontato la propria crisi di competitività. Da allora il rapporto dell’ex presidente del Consiglio italiano è diventato il riferimento dell’agenda economica europea. Almeno sul piano politico, cioè a parole. Perché invece le riforme che ha indicato sono rimaste in gran parte ferme sulla carta. Secondo un monitoraggio dell’European Policy Innovation Council citato dal Financial Times, a luglio solo il 15,7 per cento delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto risultava pienamente attuato. Un altro studio, realizzato dall’Institut Montaigne con una metodologia diversa, arriva a una stima più ottimistica, intorno al trenta per cento. Entrambe indicano che le riforme più importanti sono anche quelle che l’Europa fatica maggiormente a realizzare.

 

Draghi ha sostanzialmente vinto la discussione europea, ma la sua visione si concretizza ancora troppo poco nei provvedimenti europei. Il paradosso quindi è che a Bruxelles la sua diagnosi è stata assorbita – la competitività è diventata una priorità, la necessità di ridurre il divario con Stati Uniti e Cina viene ripetuta da governi e istituzioni e Ursula von der Leyen ha indicato il rapporto come una sorta di agenda per il suo secondo mandato – poi però quando bisogna passare dalle parole alle riforme riemerge la vecchia Europa degli interessi nazionali.

Tra le priorità del rapporto Draghi ci sono l’integrazione dei mercati dei capitali, la rimozione delle barriere ancora presenti nel mercato unico, la riduzione delle dipendenze strategiche e una maggiore integrazione nei settori dell’energia, della difesa e delle telecomunicazioni. Sono proprio i dossier che richiedono agli Stati membri di rinunciare a una parte delle proprie competenze e di accettare regole comuni. Come al solito, decidere chi debba rinunciare a che cosa per realizzare un progetto è un’impresa impossibile.

 

Nel frattempo l’agenda europea è stata influenzata dalla guerra in Ucraina, dalla questione migratoria e dalla trattativa sul prossimo bilancio comune. Anche quando Bruxelles riesce a mettere in calendario un provvedimento nel nome della competitività il risultato può essere molto diverso da quello preventivato all’inizio. Il Financial Times cita il caso del nuovo sistema digitale per le dichiarazioni dei lavoratori distaccati: quello che doveva diventare un modulo unico europeo è stato appesantito dall’aggiunta di requisiti nazionali, tra cui quelli introdotti dalla Germania.

 

Sul bilancio europeo, ad esempio, Draghi aveva chiesto di spostare risorse dall’agricoltura e dai fondi regionali verso competitività e innovazione. La Commissione ha raccolto l’idea, proponendo un nuovo European Competitiveness Fund da quattrocentodieci miliardi di euro nel prossimo bilancio. Ma nei negoziati i governi hanno iniziato a ridimensionarlo, mentre aumentavano le risorse per agricoltura e fondi regionali (lo ha spiegato bene Politico Europe in questo articolo di sintesi).

 

Ci sarebbe da parlare anche dei mercati dei capitali. La Commissione ha proposto anche di trasformare l’autorità europea dei mercati in un vero supervisore comune, sul modello della Sec americana. Ma gli interessi nazionali e quelli delle imprese stanno già complicando il percorso. Lo stesso è successo con le regole sui risparmi pensionistici: Bruxelles aveva provato a spingere una parte dei cittadini a investire di più nei mercati, ma i governi hanno finito per svuotare la riforma.

 

Anche l’auto racconta bene la difficoltà di trasformare le idee in politica industriale. La Commissione ha seguito Draghi sulla necessità di rendere più flessibili gli obiettivi sulle emissioni, ma intanto Volkswagen ha approvato un piano di taglio dei costi che può portare alla perdita di centomila posti di lavoro e alla chiusura di quattro stabilimenti in Germania. E mentre l’Europa prova a recuperare terreno sull’auto autonoma, i robotaxi che stanno arrivando nelle sue città funzionano soprattutto con tecnologia americana o cinese.

 

I progressi più concreti, invece, sono arrivati soprattutto nei settori in cui la Commissione poteva agire direttamente: la riduzione degli oneri burocratici, l’accesso ai finanziamenti per le imprese e l’accelerazione delle autorizzazioni per le tecnologie pulite, giusto per fare qualche esempio.

 

Solo che i problemi non risolti non passano in secondo piano. Semmai si complicano, o almeno diventano più urgenti. Gli Stati Uniti stanno beneficiando degli investimenti in intelligenza artificiale, data center e semiconduttori avanzati e, riprendendo ancora i dati del Financial Times, dal luglio 2024 hanno registrato una crescita del Pil costantemente superiore a quella europea.

 

Due anni dopo la diagnosi di Draghi, dunque, all’Europa non mancano le idee. Quelle erano già tutte nel rapporto. Manca il passaggio successivo. E fin quando gli Stati non saranno disposti a rinunciare a una parte dei propri poteri per perseguire un interesse comune, sarà molto difficile portare a casa risultati concreti.

 

(Linkiesta del 10/09/2026)

 

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