Intelligenza Artificiale. Superare la sostituzione lavorativa. Il caso avvocati

Indice
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Par. I – L'accelerazione tecnologica dell'IA: il futuro umano-macchine intelligenti.
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Par. II – Il lavoro ci rende felici? Vale la pena difenderlo per lasciarlo com'è?
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Par. III – Proposta per difendere gli Avvocati dalla sostituzione lavorativa dell'IA.
Premessa
Prima di affrontare il “terrore” esasperante del cosiddetto aspetto sostitutivo, è necessario svolgere due diversi ragionamenti. Altrimenti, il presente testo non sarebbe diverso dai tanti altri millenarismi che profetizzano disoccupazione, disagio o disordini sociali, il tutto in una chiave che ricorda la celebre battuta del film Ghostbusters: «Sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Masse isteriche!».
La prima parte di questo articolo cerca di fare il punto sull'imminente fase di accelerazione e su quella che sarà, inevitabilmente, la risposta tecnologica e scientifica nel rapporto tra uomo e macchina intelligente.
La seconda parte affronta brevemente il concetto di lavoro che a quanto pare vorremmo preservare o difendere, provando a introdurre il quesito fondamentale: «Ne vale davvero la pena?».
Infine, si propone una soluzione che, ad avviso dello scrivente, è l'unica davvero meritevole di essere percorsa. Una soluzione compatibile con quello che sappiamo ma, in particolare, con ciò che non possiamo sapere del futuro. Per praticità, la categoria di riferimento presa in esame in questo scritto sarà quella degli Avvocati, dato che è quella a cui appartengo ed è anche tra le più indicate come a rischio sostituzione.
Voglio infine aggiungere che, nello scrivere questo articolo, ho tenuto conto delle osservazioni pervenutemi dai lettori dei miei precedenti scritti. In particolare, mi riferisco a testi, ricerche e contenuti online che mi sono stati segnalati e di cui cercherò in parte di dare conto nel prosieguo.
Par. I – L'accelerazione tecnologica dell'IA: il futuro umano-macchine intelligenti
Apro questo articolo con la recente notizia di uno sviluppo congiunto tra computer quantistici e cellule staminali, che rappresenta un ulteriore passo avanti in questa tecnologia di frontiera. Il progetto combina l'elettronica tradizionale con neuroni vivi ottenuti da cellule staminali: in pratica, le cellule crescono sopra un chip di silicio capace di inviare impulsi elettrici e registrarne le risposte. Così facendo, il software può fornire informazioni alla rete biologica e osservare come questa reagisce. Si crea un sistema in cui silicio e neuroni lavorano in sinergia.
Questo è l'ennesimo esempio dell'evoluzione tecnologica trasformativa a cui stiamo assistendo, quasi fossimo lettori al primo capitolo di un romanzo.
Le prime considerazioni a cui dobbiamo prestare attenzione sono:
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La fine della fase iniziale: Stiamo vivendo la conclusione della prima fase di questa rivoluzione tecnologica. In questo periodo sono state gettate le basi per la fase successiva, ovvero quella dell'accelerazione.
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L'imprevedibilità degli sviluppi: È difficilissimo prevedere le applicazioni della fase di accelerazione, poiché essa porterà a uno sviluppo endemico e totalizzante dell'IA.
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Paura vs. Competenza: Quasi tutte le preoccupazioni che si sono succedute finora sono state ispirate dalla fantasia e solo in pochissimi casi dalla reale competenza.
Possiamo esplorare ciò che è possibile e spingerci verso ciò che è più probabile, ma non è un esercizio alla portata di chiunque. Occorre essere dentro il "mercato grigio" dello sviluppo dell'IA e beneficiare di informazioni preferenziali sui reali intenti dei principali sviluppatori di questa tecnologia.
Anche in questo caso, il margine di errore rimane altissimo, perché le rotte cambiano assai di frequente. La verità, quindi, è che fare pronostici è estremamente difficile.
Una delle ipotesi che sembra essere più percorribile nell'immediato futuro è quella di testare la convivenza tra umani e macchine intelligenti all'interno del microcosmo delle cosiddette città abbandonate. Esistono infatti città assolutamente funzionali e di ultima generazione, nate da progetti immobiliari che, non avendo avuto successo commerciale, sono state abbandonate a un'urbanizzazione fallita.
Un esempio recente è Forest City in Malesia, rientrante nella categoria dei megaprogetti urbani (da non confondere con le classiche ghost town storiche). Ne esistono diverse nel mondo — molte delle quali in Cina —, costruite per ospitare centinaia di migliaia di persone in contesti avveniristici ma rimaste disabitate per via degli alti costi. Esse potrebbero rappresentare una risorsa preziosissima per testare lo sviluppo della convivenza tra umani e macchine intelligenti.
Queste città potrebbero ospitare l'IA nelle sue varie estensioni e manifestazioni, compresa quella fisica e robotica. Molti sostengono, a ragione, che la nostra principale interazione con l'IA avverrà proprio tramite la robotica. È altamente probabile che sia così, e non necessariamente solo in forma umanoide (che per noi è solo più facile da accettare perché a nostra immagine e somiglianza).
È altresì probabile che molte macchine intelligenti si avvarranno dei principi della tensegrità (tensegrity), un concetto oggi al centro di numerose ricerche nella robotica contemporanea grazie alle integrazioni dell'IA. Tali macchine (tensegrity robots), pur non assomigliando fisicamente all'uomo, hanno una struttura modulare, adattabile, resistente e altamente efficiente.
Provando a tracciare un'ipotetica scala di progressione, i passaggi chiave potrebbero essere i seguenti (tenendo conto che la Legge di Moore per l'IA attualmente viaggia su cicli di 6-7 mesi, ma nella fase di accelerazione potrebbe ridursi a settimane o giorni):
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Impatto sostitutivo;
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Influenza di altre tecnologie che generano sinergie evolutive sotto il controllo dell'IA;
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L'uomo che usa l'IA e diventa il passaggio intermedio dell'evoluzione, transitando dall'Homo Sapiens all'Homo Sapiens Evolutus et Technologicus;
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Rinuncia alla meraviglia in favore della razionalità;
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Distacco graduale dal vecchio mondo per accedere al nuovo;
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La ridefinizione dell'accesso al mondo del lavoro.
Vorrei aprire una parentesi sul punto 4. Esiste un momento in cui le resistenze si arrendono di fronte all'incapacità di concepire il futuro, semplicemente perché l'immaginazione non basta più. È come se il cervello non fosse più in grado di elaborare un'immagine, o come cercare di far girare un software moderno su un computer obsoleto. Da quel momento, la consapevolezza diventa pura sopravvivenza e l'istinto ci spinge ad abbandonare la "meraviglia". La meraviglia, infatti, è una terra di mezzo: uno stato in cui non abbiamo ancora deciso da che parte stare.
Passando al punto 6, questo concetto incontra da subito forti resistenze basate su un'idea oramai radicata (e involuta) di ciò che debba obbligatoriamente significare "lavoro". Molte argomentazioni si concentrano su timori legati alla superintelligenza o al mito del superuomo, storpiando concetti tipici della filosofia transumanista o postumana.
L'evoluzione richiede trasformazione. La resistenza di un sistema precedente è sempre la stessa, autogiustificata da paure viscerali dell'agire umano. Il passaggio a un livello superiore delle scienze cognitive, comportamentali e creative appartiene inizialmente a una stretta minoranza che, nella fase d'avvio, viene quasi sempre isolata o osteggiata.
Tuttavia, la storia insegna che la maggioranza è destinata ad assimilarsi nel nuovo contesto quando questo s'impone non per scelta, ma per inevitabilità. Esattamente come l'uomo di Neanderthal ha provato a resistere senza successo, facendo ciò che la sua testa e il suo corpo gli dettavano. La sua resistenza non fu un sacrificio, ma l'esaltazione ultima della propria volontà di vivere. Di fronte all'inaccettabile — ovvero l'estinzione —, l'intelletto risponde con l'autoconservazione e con l'illusione che tutto dipenda ancora da noi.
Alla fine, il Neanderthal si è spostato, ha combattuto (ed era persino in superiorità all'inizio), ha cercato di convivere e infine è fuggito, cercando riparo altrove. Ma non ci è riuscito ed è andato incontro alla fine, affinché noi oggi potessimo esistere.
Accettiamo questo concetto solo a patto che valga per l'estinzione degli altri e non per noi stessi? È una domanda stimolante, utile per introdurre il tema del lavoro che oggi vorremmo tanto preservare.
Par. II – Il lavoro ci rende felici? Vale la pena difenderlo per lasciarlo com'è?
Sono consapevole che questo ragionamento andrà controcorrente, ma non cerco consensi facili a suon di "like" e "cuoricini". La vita che scimmiotta i social media è un'altra delle atrocità che hanno assoggettato la razza umana alle sue pulsioni più basse, impoverendola.
Non posso fare a meno di notare come questa tardiva mobilitazione in difesa del lavoro dimentichi un fatto fondamentale: ciò che oggi temiamo di perdere è esattamente ciò che, negli ultimi venti o trent'anni, ha reso infelici milioni di persone.
Un lavoro sperequativo, iniquo e ingiusto. Un lavoro che ha trasformato le città in luoghi avidi, invidiosi, freddi e meschini, costantemente orientati al deprimente affarismo del denaro fine a se stesso. L'accaparramento, il demansionamento dell'individuo ridotto a ciò che produce: il conto corrente, la capacità di spesa, la macchina costosa. L'idea blasfema che si possa sostituire ciò che siamo con l'importanza di ciò che abbiamo.
Nel 90% dei casi, il lavoro viene vissuto come una condanna. Le statistiche sul rapporto tra felicità e occupazione sono catastrofiche. Svolgiamo mansioni che non impattano positivamente sulla vita del singolo, della comunità o del futuro; lavori che sono pura necessità. L'atroce idea di vivere per lavorare e lavorare per sopravvivere. Il lavoro come strumento per pagare debiti: la schiavitù moderna.
Eppure, questo sistema tanto criticato, che nessuno è mai riuscito a rendere davvero a misura d'uomo, oggi ci terrorizza all'idea che possa scomparire. O, più probabilmente, ciò che incute terrore è la prospettiva dell'assenza di un reddito, che è una cosa ben diversa dal lavoro in sé.
Il monstrum della società contemporanea deriva da ciò che abbiamo permesso al lavoro di diventare: il mercato del nepotismo, delle raccomandazioni, degli incapaci che diventano dirigenti; la cosa pubblica ingessata; il lavoro domenicale che svuota la vita familiare; la perdita della funzione nobilitante del ceto medio e dell'ascensore sociale.
Il lavoro è diventato una merce di scambio: la permuta in denaro del silenzio della propria anima. Se "fatti non foste a viver come bruti", il lavoro attuale è diventato la "paghetta" con cui ci si chiede di rinunciare alle nostre Colonne d'Ercole in cambio dell'aspettativa di una pensione.
Siamo fatti per essere esploratori, per indagare e innalzarci. Ma abbiamo barattato questa grandezza con una meccanica lavorativa che si ricicla di generazione in generazione. Pensiamo davvero che tutto questo durerà per sempre, come quando si credeva che la Terra fosse piatta?
Proviamo a compiere un atto di coraggio e chiediamoci: il concetto odierno di lavoro non è forse ciò che vi ha reso frustrati, infelici e cinici? La verità è che il mercato del lavoro ha lasciato sul campo una quantità enorme di persone sottopagate e sottostimate, costrette a cercarsi un hobby per sentire di esistere davvero. Parte della resistenza al cambiamento deriva proprio da chi, avendo sopportato una vita di sacrifici, pretende di dare un senso a quelle sofferenze e non accetta che le nuove generazioni possano seguire una strada diversa. Per costoro, il cambiamento altrui suona come la celebrazione della propria sconfitta.
Guardatevi intorno: geopolitica, povertà, sovraffollamento, cambiamento climatico, guerre. Ogni grande narrazione sembra spingerci verso un unico finale. Se non ci evolviamo, moriamo.
Il mercato del lavoro ci ha segregati in una routine sterile, una simulazione su misura fatta di obiettivi effimeri. Riempiamo un carrello al supermercato e per quel carrello, in altre parti del pianeta, delle risorse vengono prosciugate e delle vite soffrono. La morte fisica è il prezzo pagato dal mondo non industrializzato; la morte della coscienza e della creatività è il prezzo che paghiamo noi, acquistato con i trenta denari del nostro stipendio.
Capisco l'umana paura del domani. Ho letto spesso il paragone con l'introduzione dei bancomat, che si temeva avrebbero azzerato i posti di lavoro nelle banche. Ma quella non era una tecnologia trasformativa, era una semplice invenzione. L'IA di oggi è paragonabile alla scena finale di Ritorno al Futuro, quando Doc dice a Marty: «Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!».
Ecco allora la domanda fondamentale: se vi offrissero un reddito al posto del lavoro per efficientare la spesa pubblica e la produttività privata tramite l'IA, lo accettereste?
Se la risposta è positiva, la strada da percorrere è quella di un reddito da sostituzione del lavoro. Non possiamo "spegnere" l'IA: essa ci sarà, che lo vogliamo o meno. Ciò che ancora dipende da noi è come gestire questa transizione.
Possiamo farci trovare impreparati, fare propaganda e soffiare sulla paura (come molti fanno da anni per costruirsi carriere personali), oppure possiamo trovare una soluzione decorosa, umana e solidale. Un accompagnamento dolce che tuteli le persone e ne valorizzi la dignità, sotto il grande cappello della filantropia nel suo senso più alto: "prendersi cura".
Alcuni sostengono che un reddito di questo tipo finirebbe per disumanizzare ed escludere l'individuo dal tessuto sociale. Ma le statistiche dimostrano che il desiderio principale di una larghissima quota di lavoratori è proprio quello di smettere di lavorare per riappropriarsi del proprio tempo. Inoltre, non si parla di un assistenzialismo da sussidio minimo, ma di una vera e propria contropartita economica. Se la transizione non fosse adeguatamente finanziata, fallirebbe miseramente, alimentando disuguaglianze e disordini.
Il tempo libero non è un pericolo. Una soluzione concreta che ho proposto a un think tank e ad alcuni policy maker consiste nel barattare parte del tempo libero ottenuto con ore di volontariato nel terzo settore, creando un rapporto diretto tra ore dedicate alla collettività e maturazione dei diritti pensionistici.
Se un lavoratore passa da 40 a 20 ore settimanali a causa dell'IA, potendo dedicare 10 di queste ore al volontariato (poco più di tre ore al giorno per tre giorni a settimana), fornirebbe un servizio prezioso alla comunità e maturerebbe la propria pensione. Le restanti 10 ore sarebbero puro tempo libero.
Uscire dalla gabbia di un curriculum ed essere liberi di migliorarsi è un'opportunità. Non è detto che l'umanità lasciata a se stessa dia il peggio di sé: potrebbe invece tirare fuori il meglio.
Par. III – Proposta per difendere gli Avvocati dalla sostituzione lavorativa dell'IA
Uno dei settori più minacciati dall'IA è quello dei professionisti degli atti e dei numeri: Avvocati, Notai, Commercialisti. È la categoria a cui sono fiero di appartenere.
Ho sempre considerato la professione forense come un "superpotere" da usare per fare del bene e difendere i diritti. Soffrirei immensamente se non potessi più esercitare perché sostituito da un'IA, ma il mio patimento non sarebbe legato al guadagno, bensì alla passione per la materia. E sono convinto che, quando si è animati da buone intenzioni, si trovi sempre un modo per mettere le proprie competenze al servizio degli altri.
Cosa possiamo fare, all'atto pratico, per tutelare gli Avvocati di fronte a questa frontiera?
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La strada (insufficiente) della formazione commerciale: Possiamo limitarci a insegnare loro come usare gli strumenti di IA commerciale, facendoci pagare per corsi sulla produttività. Questo può servire nel brevissimo periodo, ma nella fase di accelerazione si rivelerà inutile. Qualsiasi cliente, impresa o ente sarà in grado di generare gli stessi atti in autonomia con un semplice "click". Nessun tariffario reggerà il confronto.
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La strada del Reddito di Sostituzione e della riserva di legge: È la via che suggerisco. Non significa smettere di lavorare, ma tutelare la professionalità umana imponendo per legge la supervisione umana obbligatoria per lo svolgimento di atti e procedure giuridiche. Lo Stato deve stabilire che questa è una regola di salvaguardia non negoziabile.
A ciò occorre affiancare un principio di responsabilità professionale a carico dei produttori dei modelli di IA, qualora l'agente software operi senza la supervisione diretta dell'Avvocato. Sottolineo "dell'Avvocato", per evitare che i professionisti vengano ridotti a meri "validatori seriali" stipati in una click farm.
Accanto a queste misure normative, bisogna predisporre un'integrazione del reddito calibrata sull'età e sull'anzianità professionale. Riporto un esempio di schema (sintetico e a titolo esemplificativo) attualmente allo studio in diversi contesti internazionali:
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Avvocato di 40 anni: 300 euro al mese di integrazione sostitutiva (esentasse).
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43 anni: 500 euro al mese.
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46 anni: 750 euro al mese.
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49 anni: 1.000 euro al mese.
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Dai 52 anni in poi: 1.500 euro al mese fino alla pensione.
Questo paracadute solidaristico permetterebbe ai professionisti di sopportare la fisiologica contrazione del giro d'affari senza crollare. Chi vanta già fatturati altissimi potrà continuare la propria strada, ma di fronte alla contrazione dei mercati anche per i grandi studi, la presenza di una rete di protezione eviterà il collasso dell'intero sistema.
Si parla già a livello europeo di fondi straordinari equivalenti al PNRR dedicati alla transizione del lavoro. Bisogna considerare che il mercato dei debiti e dei prestiti non può crollare dall'oggi al domani a causa di una disoccupazione incontrollata. La pianificazione deve adottare logiche simili all'helicopter money.
Inoltre, la straordinaria produttività dell'IA e le nuove scoperte energetiche potrebbero condurre a un drastico abbassamento del costo della vita.
Un esempio di tecnologia trasformativa è la fusione magneto-inerziale (basata anche sulla legge di Faraday), capace di produrre energia pulita, illimitata e a costi bassissimi tramite la gestione tramite IA di dischi di plasma magnetizzato di deuterio ed elio-3.
Tassando le quote di mercato della produttività generata dall'IA e convertendo queste risorse in servizi low cost e reddito di sostituzione, si potranno contenere l'inflazione e azzerare i micro-oligopoli delle corporazioni tecnologiche.
Al di là dei singoli dettagli operativi, ciò che conta è concepire questo passaggio come un'imponente opera di coraggio epocale: un atto di filantropia dell'uomo per l'uomo.
Senza una pianificazione di questo livello, il sistema rischia di crollare su se stesso, lasciando spazio al "si salvi chi può". Possiamo essere la generazione che vede nascere l'alba di una nuova era, oppure quella che assiste passivamente alla propria Apocalisse.