Giovedì 24 settembre 2026
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 Il nucleare potrebbe servire, ma deve superare la prova di conti, tempi e sicurezza

Articolo · Redazione ·

Il Parlamento ha riaperto la porta al nucleare: il Senato ha dato il via libera definitivo con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, dopo che il testo era già stato approvato dalla Camera il 4 giugno. È una scelta potenzialmente importante: una fonte capace di produrre elettricità a basse emissioni, giorno e notte, può affiancare sole e vento, ridurre il ricorso al gas e rafforzare la sicurezza energetica. Ma il suo potenziale non è ancora una convenienza dimostrata. La legge approvata dal Senato non decide di costruire centrali: affida al governo un anno per scrivere le regole su tecnologie, autorizzazioni, sicurezza, siti e scorie. La scelta politica è stata fatta; la prova decisiva – che il nucleare sia conveniente, realizzabile in tempi accettabili e sostenibile per i conti pubblici e le bollette – deve ancora arrivare.


L’argomento migliore a favore è serio. Sole e vento sono indispensabili per ridurre le emissioni, ma la loro produzione varia. Il nucleare può affiancarli e contribuire a ridurre il ricorso al gas quando le rinnovabili producono poco. Per un paese esposto alle crisi dei prezzi energetici, diversificare è ragionevole. Anche mantenere competenze scientifiche e industriali italiane ha un valore: sarebbe miope chiudere la ricerca in attesa che altri decidano quali tecnologie funzioneranno.


Non chiamiamo però questa prospettiva «indipendenza energetica». L’uranio, i servizi per il combustibile e le tecnologie hanno filiere internazionali. Diversificare può renderci meno vulnerabili al gas; non renderci autosufficienti.


L’argomento contrario migliore riguarda tempi e costi. Una centrale progettata oggi non abbasserà le bollette di domani. Nei nuovi grandi reattori costruiti dalle economie avanzate, ritardi e aumenti dei costi hanno pesato molto: a Hinkley Point C, nel Regno Unito, il costo previsto è salito da 18 a oltre 35 miliardi di sterline, mentre l’avvio della produzione è slittato dal 2025 al 2029-2030; negli Stati Uniti, l’impianto di Vogtle è entrato in funzione nel 2024 con sette anni di ritardo e un costo finale di circa 36,8 miliardi di dollari, più del doppio della stima iniziale. Il lungo tempo necessario per recuperare l’investimento rende decisivo il prezzo del finanziamento. Quanto ai piccoli reattori modulari, gli SMR, è possibile che la produzione in serie ne migliori i conti. Ma per ora la convenienza promessa deve essere dimostrata su scala commerciale: alcuni progetti già in costruzione, in Cina e in Argentina, hanno registrato sforamenti di costo compresi fra il 300 e il 700 per cento rispetto alle stime iniziali. Poi i tempi: l’AIE colloca attorno al 2030 l’avvio dei primi progetti commerciali e lega la futura competitività a condizioni industriali e finanziarie ancora da verificare. «Modulare» non è un sinonimo di «economico».


Qui la delega lascia aperta la questione politica più importante. Se serviranno garanzie pubbliche o contratti che assicurino un prezzo dell’elettricità per decenni, quale rischio si assumerà lo Stato? Un investitore può accettare di costruire una centrale se qualcuno lo protegge dai ritardi o da ricavi insufficienti. Quel qualcuno, alla fine, potrebbe essere il contribuente o chi paga la bolletta. Occorre saperlo prima, non dopo.


E poi ci sono i luoghi e le scorie. L’Italia non ha ancora realizzato il deposito nazionale necessario anche per i rifiuti radioattivi che già possiede: secondo le stime più recenti del governo, l’infrastruttura non sarà operativa prima del 2039-2041. Aprire un nuovo programma senza chiarire come si gestirà l’intero ciclo, dalla scelta dei siti allo smantellamento, significherebbe rinviare ancora una volta la parte difficile della decisione. Serve inoltre un’autorità di controllo forte e indipendente: la sicurezza non può dipendere dalla fretta di far partire gli impianti.


Per giudicare il ritorno al nucleare non basta confrontare il costo di un reattore con quello di un pannello solare. Bisogna confrontare sistemi completi: quanta elettricità servirà, come sarà garantita nelle ore senza sole e vento (le batterie di accumulo per solare e eolico saranno risolutive?), quanto costeranno reti, accumuli e interconnessioni, e quale combinazione ridurrà più rapidamente il gas. In entrambi gli scenari vanno messi sul tavolo anche i costi pubblici e i tempi reali.


La legge apre una possibilità, non offre ancora una risposta. Il governo dovrà dimostrare, con scenari verificabili e conti trasparenti, che il nucleare può essere costruito nei tempi promessi, finanziato senza scaricare rischi sproporzionati sulla collettività e integrato con le rinnovabili. Non va respinto per principio, ma nemmeno promosso per fede. Può diventare una buona scelta solo se supererà, insieme, la prova della convenienza, dei tempi e dei costi.

 

C’è però un modo sbagliato di tornare al nucleare: usarlo come alibi per trascurare nel frattempo le altre fonti pulite. Proprio mentre il governo presenta il nuovo nucleare come una scelta strategica, ha dimezzato da 78,3 a 38,3 milioni i fondi destinati ai porti di Taranto e Augusta, chiamati a diventare i poli italiani dell’eolico offshore, per contribuire a finanziare il taglio delle accise sui carburanti. Il ministro Pichetto Fratin assicura che quei soldi saranno ripristinati con la prossima legge di bilancio. Bene. Ma resta una curiosa gerarchia delle priorità: si tolgono oggi risorse a un investimento energetico e industriale di lungo periodo per finanziare uno sconto immediato sui combustibili fossili, promettendo di rimetterle domani. Il punto non è scegliere tra atomo e vento. È avere finalmente una politica energetica capace di investire sul futuro senza sacrificarlo alle urgenze del presente. 

 

(Marco Taradash su La Linea/Linkiesta del 24/09/2026)

 

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