Qualcosa non torna nella politica di accoglienza dei migranti in Ue
Dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo del regolamento rimpatri, alcuni Paesi Ue stanno cominciando a cercare Paesi terzi, tipo Ruanda e Uzbekistan, per dislocare i migranti da rimpatriare in attesa dello specifico provvedimento, legittimando anche la creazione di tale centro in Albania fatto dal governo italiano.
Nel contempo la Commissione Ue ha accolto, la prima volta dopo la distruzione delle Torri Gemelle di New York nel 2001, una delegazione del governo afghano dei Talebani per trovare accordi su come rimpatriare alcuni migranti che in Ue hanno commesso reati. Mettendo le mani avanti, dicono che si tratta di incontro a livello “tecnico”.
Qualcosa non torna in questa politica. Alla base c’è l’incapacità di governare le politiche di accoglienza dei migranti, economici o politici che siano. Sia per i centri di smistamento in Paesi terzi, più o meno disgraziati e che sono disponibili per rimpinguare affezione e casse dai ricchi Paesi europei. Sia per i “criminali” afghani che, anche se tali, non si capisce perché - riconosciuti migranti - non debbano essere trattati come i “criminali” che hanno avuto la fortuna di nascere in Ue. In entrambi i casi, i migranti, o li accogli o non li accogli, ché nel “pacchetto accoglienza” di un essere umano in difficoltà per vari motivi a vivere lì dove è nato, non possono non essere considerati tutti gli aspetti dell’umanità.
Senza neanche tanto estremizzare, è come - nel caso Afghanistan - se si stabilisse di accogliere cose invece che umani. Con l’aggiunta, nello specifico, di un Paese di provenienza e futuro rimpatrio dove la criminalità dell'individuo viene gestita e punita con metodi al perfetto contrario di tutti i sistemi giudiziari dei Paesi Ue (taglio di una mano è il minimo per un ladro, che se si tratta di una ladra…).
Insomma l’accoglienza dei migranti non è come acquistare soia, caffè, grano o riso. Ma un preciso impegno politico e umanitario per dare il contributo della propria presunta civiltà a chi viene respinto dai propri Paesi. Dove, se ci sono problemi, al pari degli emarginati nati in Europa, la prima domanda da porsi, non è cambiare la cosa rispedendola indietro ad un venditore che volentieri ne farebbe a meno, ma cercare di capire e rimediare a situazioni che compromettono la cosiddetta integrazione.
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