Regolamento rimpatri UE: hub nei Paesi terzi e detenzione fino a 30 mesi
Il Parlamento europeo ha approvato con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, il nuovo regolamento rimpatri dell'Unione europea. Come riferisce Open Migration, il provvedimento — considerato il tassello mancante del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, entrato in vigore il 12 giugno — introduce misure drasticamente più restrittive per i cittadini di Paesi terzi privi di titolo di soggiorno nell'Ue.
Il nuovo testo prevede che una decisione di rimpatrio comporti l'obbligo per il destinatario di lasciare immediatamente, o entro un termine prestabilito, il territorio dello Stato membro interessato. Chi non collabora con le autorità, è considerato a rischio di fuga o rappresenta una minaccia per la sicurezza pubblica può essere trattenuto in detenzione. La durata massima del trattenimento è fissata fino a 24 mesi, con una possibile proroga di sei mesi in circostanze particolari — ad esempio se emergono nuove informazioni o migliora la cooperazione con il Paese di destinazione — arrivando così complessivamente fino a 30 mesi.
Tra le misure più contestate figura l'introduzione dei cosiddetti "hub di rimpatrio" (return hub): centri di detenzione situati al di fuori del territorio dell'Ue, in Paesi terzi ritenuti sicuri con cui esistono accordi bilaterali. Le strutture potranno fungere sia da destinazione finale sia da centri di transito in attesa del rimpatrio nel Paese di origine o in un altro Stato terzo. I migranti potranno essere trasferiti anche in Paesi con cui non hanno alcun legame diretto. I minori non accompagnati sono esclusi da questo meccanismo, ma le famiglie con figli minori potranno invece essere coinvolte.
Il regolamento introduce anche un Ordine europeo di rimpatrio (ERO), uno strumento standardizzato che consente il futuro riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra gli Stati membri attraverso il Sistema d'informazione Schengen. Tale riconoscimento resterà inizialmente volontario, con una valutazione prevista entro tre anni dall'entrata in vigore. Per i soggetti considerati una minaccia alla sicurezza, i divieti di ingresso potranno superare il limite ordinario di dieci anni, fino a essere disposti a tempo indeterminato.
Il testo autorizza inoltre perquisizioni nei confronti di cittadini di Paesi terzi anche in abitazioni private e in altri "locali pertinenti", tra cui possono rientrare sedi di associazioni o luoghi di culto — una previsione che ha suscitato critiche per la sua somiglianza con i raid dell'agenzia statunitense anti-immigrazione ICE.
La Commissione europea ha giustificato la riforma sottolineando che attualmente solo il 20% circa delle persone destinatarie di una decisione di rimpatrio lascia effettivamente il territorio dell'Unione. A sostenere il provvedimento in aula si è schierata un'ampia alleanza di centrodestra e destra — Popolari (Ppe), Conservatori (Ecr), Patrioti e Sovranisti — con l'apporto di alcuni eurodeputati di centrosinistra. Contrari socialisti, verdi e sinistra.
Le organizzazioni umanitarie e della società civile hanno espresso forti preoccupazioni: secondo Picum (la piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari con sede a Bruxelles), la riforma esporrà centinaia di migliaia di persone a detenzioni prolungate, separazioni familiari e trasferimenti verso Paesi che i migranti non hanno mai visto. Anche la Commissione delle conferenze episcopali dell'Unione europea (Comece) ha rilevato rischi concreti per la tutela dei diritti fondamentali. Critiche durissime anche da parte di alcune eurodeputate dei Verdi, secondo cui il testo completa "l'arsenale giuridico al servizio di un'ideologia xenofoba".