Mercoledì 2 settembre 2026
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I risparmi delle famiglie europee finanziano l’America, Bruxelles vuole trattenere 300 miliardi di euro in casa

Articolo · Redazione ·

I leader europei stanno nuovamente cercando di risolvere un problema che tiene occupata Bruxelles da oltre un decennio: come convincere gli europei a smettere di finanziare la crescita economica americana con le proprie tasche.

 

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato, in occasione di un forum economico in Francia, che tutti i 27 Stati membri dell’UE hanno concordato di creare la cosiddetta Unione del risparmio e degli investimenti.

 

Si tratta di una ridenominazione dell’attuale progetto di Unione dei mercati dei capitali, che per anni è rimasto bloccato a causa della riluttanza dei governi nazionali. Il termine “mercati dei capitali” suonava troppo bancario e distaccato, mentre la nuova denominazione mette in primo piano il “risparmio e gli investimenti” della gente comune.

 

Come ha ricordato la presidente della Commissione a luglio in un discorso ufficiale al Parlamento europeo, all’Europa non manca il capitale, ma un mercato efficiente che lo trattenga all’interno dell’Unione.

 

“Ogni anno dall’Europa affluiscono sui mercati esteri 300 miliardi di euro provenienti dai risparmi delle nostre famiglie, poiché il nostro mercato dei capitali è troppo frammentato. I fondi esteri utilizzano poi questi soldi per acquistare aziende europee innovative. Dobbiamo porre fine a questo circolo vizioso”, ha sottolineato.

 

I risparmi delle famiglie su conti a basso tasso d’interesse

Si tratta, del resto, del denaro dei cittadini comunitari. Gli europei detengono somme enormi in depositi bancari, conti correnti e fondi pensione conservativi.

Poiché il mercato europeo è frammentato e le banche europee non riescono a far fruttare adeguatamente questi risparmi colossali, i fondi di investimento e le società di gestione europee li investono massicciamente negli Stati Uniti.

Questi fondi europei acquistano azioni di giganti tecnologici americani come Apple, Nvidia o Microsoft, oppure investono in titoli di Stato e obbligazioni societarie statunitensi. A ciò si aggiunge un numero sempre maggiore di europei che, tramite app di investimento, acquistano direttamente azioni americane e fondi indicizzati. In pratica, quindi, le famiglie europee, attraverso i gestori dei propri risparmi e dei fondi, finanziano direttamente il mercato statunitense.

 

La logica della Commissione europea è semplice. L’Europa deve far fronte a un enorme deficit di investimenti e, se vuole competere con i mercati sviluppati degli Stati Uniti o con l’aggressiva industria cinese, ha bisogno di centinaia di miliardi di euro all’anno per la transizione verde, la digitalizzazione e la propria difesa.

 

Oltre alla fuga dei citati 300 miliardi di euro di risparmi che i fondi europei investono negli Stati Uniti, le famiglie europee detengono altri 10 trilioni di euro su conti bancari a basso tasso d’interesse, dove l’inflazione ne erode gradualmente il valore.

 

Il capitale in fuga alimenta la crescita americana, mentre le promettenti startup europee non riescono a trovare finanziamenti in patria per espandersi. Un’azienda con una buona idea preferisce quindi attraversare l’oceano per quotarsi al Nasdaq o rivolgersi a investitori americani disposti a finanziarla, paradossalmente spesso con denaro che prima era defluito dall’Europa attraverso i fondi europei.

 

Il muro delle 27 legislazioni diverse

Il piano di integrazione dei mercati finanziari sembra logico, ma nella pratica si scontra con tre ostacoli fondamentali.

Il primo è rappresentato dalle diverse norme fiscali e in materia di fallimento. Ciascuno dei 27 paesi ha i propri principi di tassazione dei redditi e un diritto fallimentare completamente diverso in caso di bancarotta delle imprese. Investire oltre confine nell’UE è quindi complicato e costoso per gli investitori, mentre la modifica di queste norme richiede il consenso unanime di tutti gli Stati membri.

Il secondo ostacolo è rappresentato dalla lotta per il potere e il denaro tra i singoli paesi. Gli Stati più piccoli temono che la creazione di un unico mercato gigantesco sposti tutto il capitale e le attività finanziarie verso centri come Parigi o Francoforte.

Allo stesso tempo, le banche centrali e le autorità di regolamentazione nazionali si rifiutano di cedere le proprie competenze a favore di un’unica autorità di vigilanza europea.

Il terzo problema è proprio la distanza culturale degli europei nei confronti della borsa. Mentre negli Stati Uniti oltre il 60% delle famiglie possiede azioni o fondi di investimento, in Europa la percentuale si attesta solo intorno a un terzo.

 

Gli europei ripongono tradizionalmente fiducia nei depositi bancari e negli immobili, mentre gli Stati esitano a concedere agevolazioni fiscali che potrebbero incentivare le persone a investire nel mercato dei capitali.

 

Il mito della nazionalizzazione dei risparmi

Il tentativo dell’UE di interconnettere i mercati finanziari è tuttavia diventato immediatamente bersaglio di massicce campagne di disinformazione. I media statali russi e filo-Cremlino, tra cui l’agenzia TASS e le piattaforme bielorusse, hanno deliberatamente travisato i discorsi di Ursula von der Leyen e hanno diffuso la narrativa secondo cui l’UE sta fallendo e sta per nazionalizzare i risparmi dei cittadini.

 

Anche l’analisi del progetto EUvsDisinfo sottolinea da tempo i rischi legati alla manipolazione dell’opinione pubblica nell’UE.

 

La notizia falsa proveniente da fonti russe si è diffusa rapidamente sui social network X, TikTok e Facebook attraverso profili influenti incentrati sulle criptovalute, l’economia alternativa e le teorie del complotto.

 

Da lì, tradotta, è giunta anche in Slovacchia e nella Repubblica Ceca, dove è stata sfruttata da politici euroscettici.

 

Il trucco chiave dei disinformatori è stato l’uso improprio del termine finanziario specialistico “securitization” (securitizzazione – procedura finanziaria standard per la conversione dei prestiti in titoli), che hanno volutamente tradotto per il pubblico non specializzato come “seizuring” (confisca o sequestro).

 

Cosa significa questo per la Slovacchia

Per la Slovacchia, dove la maggior parte dei risparmi è depositata su conti correnti ed è soggetta all’inflazione, il mercato riformato potrebbe offrire un accesso più agevole a prodotti europei di investimento e previdenziali più redditizi. Allo stesso tempo, le aziende slovacche innovative avrebbero un accesso molto più agevole al capitale straniero senza dover trasferire la propria sede negli Stati Uniti o nell’Europa occidentale.

 

Le economie locali, tuttavia, devono affrontare anche alcune sfide. La Slovacchia dovrà adeguare gradualmente la propria legislazione fiscale e fallimentare agli standard europei. Per il mercato finanziario slovacco, di dimensioni più ridotte, esiste inoltre il rischio che un mercato pienamente integrato sposti l’attività finanziaria principale verso i grandi centri europei, creando pressione sulle società di investimento e di gestione locali.

 

Il cambio di nome come nuovo tentativo di svolta

Proprio per questo la Commissione ha deciso di basare la trasformazione del progetto su una nuova narrativa. Ribattezzando la riforma tecnocratica da «Unione dei mercati dei capitali» a “Unione del risparmio e degli investimenti”, cerca di inviare un segnale alla gente comune, sottolineando che non si tratta solo di istituzioni finanziarie, ma di rendimenti più elevati dai propri risparmi familiari e dalle pensioni.

 

Secondo Ursula von der Leyen, le imprese europee innovative non dovrebbero più guardare agli Stati Uniti o all’Asia per finanziare il proprio sviluppo, ma dovrebbero trovare tutto ciò di cui hanno bisogno direttamente in casa propria. Tuttavia, solo i negoziati legislativi concreti dei prossimi mesi dimostreranno se questa nuova retorica riuscirà a superare le barriere nazionali consolidate nel corso degli anni.

 

(Irena Jenčová su Focu Europe del 02/09/2026)

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