Amazon nel mirino: class action sui dazi Trump non rimborsati... e le azioni crollano
Amazon è finita sotto accusa negli Stati Uniti per non aver restituito ai clienti centinaia di milioni di dollari incassati grazie ai dazi imposti dall'amministrazione Trump, poi dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema. Come riporta Stocktwits, la vicenda giudiziaria ha avuto ripercussioni immediate anche in borsa, con il titolo del colosso dell'e-commerce che ha chiuso in calo dell'1,15% a 264,14 dollari, per poi perdere ulteriore terreno nelle contrattazioni after-hours.
La causa collettiva, presentata in un tribunale federale di Seattle, è stata promossa da due consumatrici, Lisa Markland del Maryland e Mari Cartagenova del Massachusetts, per conto di tutti gli acquirenti che tra il 4 febbraio 2025 e il 20 febbraio 2026 hanno pagato prezzi gonfiati su prodotti importati venduti da Amazon. Quel periodo coincide esattamente con la finestra in cui sono rimasti in vigore i dazi imposti tramite l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la legge sui poteri economici in caso di emergenza nazionale che l'ex presidente aveva invocato per giustificare tariffe commerciali su larga scala.
A febbraio la Corte Suprema ha stabilito, con una sentenza a maggioranza di 6 giudici contro 3, che Trump aveva ecceduto i propri poteri esecutivi utilizzando l'IEEPA per introdurre quei dazi. Secondo quanto riportato da Reuters e ripreso da Stocktwits, dopo la pronuncia migliaia di aziende hanno avviato le procedure per farsi restituire miliardi di dollari dal governo federale. Amazon, però, non lo avrebbe fatto: la causa sostiene che l'azienda non abbia agito "non perché manchi di una base legale per farlo, ma perché cerca di ingraziarsi Trump permettendo al governo federale di trattenere quei fondi".
La class action cita anche una dichiarazione che l'ex presidente avrebbe fatto in precedenza, secondo cui avrebbe "ricordato" le aziende che non avessero chiesto i rimborsi dei dazi. Gli avvocati dei consumatori sottolineano come i fondi in questione non appartengano ad Amazon: "Questi fondi sono stati sottratti illecitamente ai consumatori per coprire i dazi IEEPA, che da allora sono stati dichiarati non validi", si legge nel ricorso, che accusa l'azienda di arricchimento ingiustificato e di violazione delle leggi sulla tutela dei consumatori dello Stato di Washington.
Un passaggio centrale della vicenda riguarda la Corte del Commercio Internazionale statunitense, che il 4 marzo 2026 ha confermato che il diritto di richiedere il rimborso dei dazi spetta esclusivamente agli "importatori ufficiali" (importers of record), categoria in cui rientra Amazon per la gran parte dei prodotti venduti tramite i propri canali diretti. La causa sottolinea che questa pronuncia non obbligava le aziende ad agire in tribunale per ottenere i rimborsi, ma apriva comunque la strada a chi avesse voluto farlo.
Per dimostrare l'entità del danno subito dai consumatori, i legali hanno condotto un'analisi su circa 2.500 prodotti venduti su Amazon, riscontrando un aumento medio dei prezzi del 5,2% su un campione di circa 1.200 articoli di basso costo importati durante il periodo dei dazi. La causa chiede quindi la restituzione delle somme indebitamente incassate, danni triplicati, interessi maturati e il rimborso delle spese legali sostenute dai ricorrenti.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di contenziosi legati ai dazi IEEPA: secondo quanto emerso dalle ricostruzioni giornalistiche, anche altre grandi catene come Nike, Shein, Temu, Costco e Lululemon sono coinvolte in cause simili, accusate di non aver trasferito ai clienti i rimborsi ottenuti o ottenibili dal governo federale per gli stessi dazi dichiarati illegittimi.
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