Corte Suprema spiana la strada alla grande deportazione di Trump
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso, in un solo giorno, due sentenze che rafforzano in misura significativa i piani della cosiddetta "grande deportazione" dell'amministrazione Trump. Come riporta il manifesto, entrambe le decisioni portano il nome del nuovo segretario del Dipartimento della Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, e in entrambi i casi la spaccatura è stata netta: sei giudici conservatori a favore, tre liberal contrari.
La prima sentenza, nel caso Mullin v. Al otro lado, riguarda il diritto dei richiedenti asilo ad essere ascoltati al confine. Con il voto favorevole dei sei giudici di nomina repubblicana e il dissenso dei tre di nomina democratica, la Corte ha stabilito che il governo americano può legalmente respingere i migranti prima ancora che mettano piede in territorio statunitense. Il caso era stato avviato nel 2017 dall'associazione per i diritti dei migranti Al Otro Lado, a difesa di tredici richiedenti asilo bloccati nell'area di San Diego. La giudice progressista Sonia Sotomayor ha letto il proprio dissenso direttamente in aula, sottolineando la gravità della decisione: secondo il suo ragionamento, anche i rifugiati ebrei della nave MS Saint Louis — respinti dagli Stati Uniti nel 1939 mentre fuggivano dalla Germania nazista — avrebbero potuto essere bloccati in base all'interpretazione adottata dalla maggioranza, nonostante il Refugees Act del 1980 fosse stato approvato proprio per evitare che simili tragedie si ripetessero.
La seconda sentenza, nel caso Mullin v. Doe, colpisce invece il Temporary Protected Status (TPS), il regime di protezione umanitaria temporanea istituito dal Congresso negli anni Novanta per categorie di stranieri particolarmente a rischio nel loro paese d'origine. La Corte ha stabilito che l'amministrazione Trump può cancellare il TPS ignorando le norme procedurali previste dalla legge federale, senza che i tribunali possano intervenire a bloccarla. Il giudice Samuel Alito, estensore del parere di maggioranza, ha ritenuto che le autorità preposte all'immigrazione abbiano un potere esclusivo e non sindacabile dai giudici in questa materia. La decisione riguardava in prima battuta la revoca del TPS a siriani e haitiani residenti negli Stati Uniti: i primi avevano ottenuto la protezione a causa della guerra civile, i secondi in seguito a una serie di calamità tra cui un devastante terremoto e l'assassinio del presidente haitiano.
L'impatto potenziale è enorme. Secondo le stime, la sola revoca del TPS agli haitiani potrebbe riguardare fino a 300.000 persone. Più in generale, quando Trump è tornato alla Casa Bianca, oltre un milione di cittadini provenienti da 17 paesi godevano di questa protezione; da allora il Dipartimento della Sicurezza Interna ha già avviato procedure per cancellarla per 13 di quei paesi. La sentenza spiana ora la strada definitiva a queste operazioni, fino ad allora bloccate dai tribunali di grado inferiore. Tra i paesi coinvolti figurano anche Venezuela e Ucraina, oltre agli ex alleati afghani.
La procuratrice di New York Letitia James ha commentato la decisione sul TPS definendola «un tradimento dei nostri valori e della promessa fatta dal nostro Paese di proteggere le persone dallo sfollamento forzato e dalla violenza».
Non è tutto. Secondo il manifesto, è attesa a breve dalla stessa Corte Suprema un'ulteriore sentenza potenzialmente ancora più dirompente: quella sull'ordine esecutivo firmato da Trump nella notte del suo insediamento, con cui il presidente mira ad abolire lo ius soli, uno dei principi fondamentali della Costituzione americana.