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 MONDO - MONDO - Dazi doganali. Il NO di Fao e Ocse: possono far crescere la fame nel mondo
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6 luglio 2018 17:29
 
La guerra commerciale globale a colpi di dazi inaugurata dal presidente Usa Donald Trump, e che attrae ormai anche i due vicepremier del governo italiano – Matteo Salvini e Luigi Di Maio –, costituisce non solo un pericolo per lo sviluppo economico a livello mondiale (e a maggior ragione per un grande Paese esportatore come l’Italia), ma anche una minaccia ben più grave: per la sicurezza alimentare.
A spiegarlo è l’Agricultural Outlook 2018-2027 redatto congiuntamente dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), all’interno del quale si fa notare che il commercio agricolo svolge un ruolo importante nella promozione della sicurezza alimentare, sottolineando la necessità di un ambiente di politica commerciale favorevole.
In altre parole: i dazi potrebbero ulteriormente aggravare la fame nel mondo, che dopo anni di progressi è tornata ad aumentare dal 2015, colpendo oggi oltre 800 milioni di persone.
«Anche l’Ocse e la Fao hanno lanciato l’allarme sul crescente protezionismo nel commercio mondiale di derrate agricole – sottolinea il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – A giorni potrebbe iniziare una vera e propria guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’allarme dell’Ocse e della Fao assume quindi un maggiore rilievo, visto che nel rapporto si sottolinea che il commercio delle commodity agricole gioca un ruolo fondamentale per assicurare la sicurezza alimentare».
Le prospettive agricole delineate da Fao e Ocse rilevano infatti che la produzione agricola e ittica mondiale crescerà di circa il 20% nel prossimo decennio grazie a continui miglioramenti della produttività nel settore, mentre dal lato della domanda si attende un rallentamento della crescita: le cause vengono individuate in una decelerazione della sua crescita nelle principali economie emergenti, dunque in un rallentamento della crescita della domanda per i prodotti a base di carne (che a sua volta frenerà la domanda di cereali e farina proteica utilizzata nei mangimi), e nel declino graduale dei tassi di crescita della popolazione globale.
La crescita della produzione agricola e ittica sarà comunque legata a notevoli variazioni geografiche; forte nelle regioni in via di sviluppo con una crescita demografica più rapida, tra cui l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e orientale, il Medio Oriente e il Nord Africa, e molto più bassa nei paesi sviluppati, specialmente nell’Europa occidentale. Ci si aspetta che le esportazioni nette aumenteranno in paesi e regioni ricchi di terra, in particolare le Americhe. I paesi con un’elevata crescita demografica, in particolare il Medio Oriente e il Nord-Africa, l’Africa subsahariana e l’Asia, vedranno aumentare le importazioni nette.
«Molti paesi più poveri con popolazione in aumento e risorse territoriali limitate dipenderanno sempre più dalle importazioni di cibo per sfamare la popolazione – ha spiegato a Parigi il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría – Sarà essenziale che esportatori e importatori abbiano accesso a un ambiente di politica commerciale aperto e prevedibile». Al contrario, le conseguenze dei dazi voluti dai governi populisti imporrebbero una nuova ondata di insicurezza alimentare e dunque, presumibilmente, movimenti migratori intensificati dalla paura di morire di fame. Esattamente il contrario di quanto propagandato dalla Lega di Salvini con uno slogan tradito nei fatti, “aiutiamoli a casa loro”.
Da qui l’importanza di una politica commerciale aperta e prevedibile. Poi, certo, serve altro. «La rivoluzione verde del secolo scorso ha migliorato notevolmente la capacità del mondo di sfamarsi ma ora serve una rivoluzione della sostenibilità – argomenta al proposito il direttore generale della Fao José Graziano da Silva – Ciò include affrontare l’uso di sistemi agricoli ad alto input e risorse intensive che impongono un alto costo per l’ambiente. Il suolo, le foreste, l’acqua, la qualità dell’aria e la biodiversità che continuano a degradarsi. Abbiamo bisogno di adottare sistemi alimentari sostenibili che offrano cibo sano e nutriente, preservando anche l’ambiente e la biodiversità».
Al proposito, Fao e Ocse osservano che «la domanda di cereali e oli vegetali per la produzione di biocarburanti dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata nel periodo preso in esame, in contrasto con lo scorso decennio, quando l’espansione dei biocarburanti ha portato a oltre 120 milioni di tonnellate di domanda aggiuntiva di cereali, prevalentemente mais. Con le politiche esistenti nei paesi sviluppati, che difficilmente sosterranno l’espansione dei biocarburanti, la maggior parte della crescita della domanda arriverà dai paesi in via di sviluppo che hanno introdotto politiche per favorirne l’utilizzo. In particolare, l’uso della canna da zucchero per la produzione di biocarburanti dovrebbe aumentare».
(da Greenreport del 04/07/2018)
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