L’Europa non sarà autonoma finché affiderà alla Cina le tecnologie dell’energia pulita

Sembra una scena tratta da un film di James Bond, quella raccontata da Woepke Hoekstra. Commissario europeo per il clima, olandese di 50 anni dal fisico asciutto di chi è nato in bicicletta. È un uomo cresciuto nel mondo delle imprese e della politica, non di certo un ambientalista. Prima in Shell e in McKinsey, poi ministro e vicepremier dei Paesi Bassi. Quanto affermato da Hoekstra ai microfoni di Euronews ha dell’incredibile. Ha accusato la Cina di aver inserito interruttori all’interno delle pale eoliche installate in Europa, così da poterle spegnere da remoto. Secondo il Commissario i cinesi praticano spionaggio industriale ormai a livello diffuso.
L’Europa sta costruendo la propria autonomia energetica con tecnologie che non controlla. Pannelli solari, batterie, inverter ed elettrolizzatori, ossia gli strumenti con cui pensiamo di liberarci dai combustibili fossili, dipendono da filiere concentrate soprattutto in Cina. Queste macchine, importate nell’Unione, diventano parte della rete elettrica e a quanto pare sono in grado di raccogliere dati ed essere controllate a distanza. È così che la dipendenza si trasforma in coercizione. I contorni della vicenda rimangono nebulosi, ma la radice del problema è a noi ben nota.
Per anni abbiamo discusso della dipendenza energetica europea interrogandoci sulla provenienza del petrolio e del gas. Oggi, mentre le nostre ambizioni mutano, dobbiamo innalzare i nostri sospetti. L’Europa sa già cosa succede quando si preferisce scegliere il prezzo più conveniente, la via più breve. Per anni il gas russo è stato abbondante e relativamente economico, poi nel ’22 è arrivata la guerra e la concentrazione delle forniture è diventata una vulnerabilità. Il costo che non avevamo pagato fino a quel momento è arrivato tutto insieme, strozzandoci. Ora rischiamo di ripetere lo stesso errore con le tecnologie che dovrebbero aiutarci a combattere il cambiamento climatico. Hoekstra lo ammette con una franchezza abbastanza rara a Bruxelles.
L’Europa avrebbe dovuto affrontare la propria dipendenza dalla Cina cinque o dieci anni fa. Farlo oggi sarà più costoso, ma aspettare altri cinque o dieci anni lo sarà ancora di più. Le imprese cinesi controllano oltre l’ottanta per cento del mercato europeo dell’accumulo elettrico residenziale e quasi l’ottantotto per cento delle importazioni di batterie agli ioni di litio. Nel 2025 il disavanzo commerciale dell’Unione con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro, quasi un miliardo al giorno. Ma sarebbe sbagliato concludere che la risposta sia smettere di commerciare con Pechino. Piuttosto, continuare a commerciare senza lasciare che una posizione dominante possa trasformarsi in una capacità di pressione sull’Europa. In altre parole, impedire che le dipendenze diventino armi.
Ed è su questa distinzione che Bruxelles sta costruendo la propria risposta. Maroš Šefčovič, Commissario europeo al commercio, si recherà a Pechino a ottobre per proseguire i negoziati su commercio e investimenti, controlli all’export e tutela della proprietà intellettuale. Ottobre è anche una data simbolo, poiché segna la fine della tregua di un anno sulle licenze cinesi per l’export di terre rare. Nel frattempo, dal 1° maggio, i fondi europei non finanziano più i progetti solari, eolici e di accumulo che utilizzano inverter o sistemi di conversione provenienti da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord.
Il problema però è più profondo. Un inverter così come un elettrolizzatore contiene semiconduttori, sensori, moduli di comunicazione che potrebbero essere assemblati in Europa ma essere realizzati in Cina. Iniziare a produrre queste componenti implica un costo. Significa finanziare fabbriche europee che inizialmente potrebbero produrre a prezzi più alti, oppure accettare che una batteria o un elettrolizzatore prodotto in Europa non battano immediatamente il prezzo cinese. Per anni abbiamo confuso il prezzo più basso con il costo più basso, ma ora capiamo che non sono la stessa cosa e che forse vale la pena spendere qualcosa in più.
Forse, alla fine della fiera, importa solo quali sono gli obiettivi che ci diamo: per essere carbon-neutral dobbiamo inondare il mercato Europeo di tecnologia cinese. Per essere competitivi e “sicuri” dobbiamo in parte rinunciare agli obiettivi climatici, almeno per ora, e spendere di più per cercare tecnologie alternative. Il concetto di autonomia energetica potrebbe indurci a pensare che la soluzione migliore sia produrre tutto in casa nostra. Questo è impossibile, almeno contemporaneamente. Raggiungere l’autonomia implica innanzitutto conoscere le nostre dipendenze. Poi decidere quali possiamo permetterci. Infine costruire un’alternativa prima che qualcun altro decida di danneggiarci. Tertium non datur. La dicotomia reale non è tra protezionismo e libero mercato, ma tra la strada breve ma pericolosa e quella più sicura, che è anche la più lunga.
(Europea - Linkiesta)