Giovedì 3 settembre 2026
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Lotta alla droga. Le promesse del presidente Duterte

ASIA - FILIPPINE
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Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha promesso di proseguire una guerra "incessante e spietata" contro il narcotraffico ieri, durante il suo terzo discorso annuale sullo stato della Nazione. Il presidente ha dichiarato di fronte alle camere riunite del Congresso che la controversa campagna del suo governo contro il narcotraffico e' "lungi dall'essere conclusa", ed ha rivolto un attacco agli attivisti e agli oppositori politici che contestano le migliaia di criminali e sospetti tali uccisi nell'arco di due anni. "La vostra preoccupazione sono i diritti umani, la mia sono le vite umane", ha detto il presidente, aggiungendo che a causa del traffico di droga "le vite die nostri giovani vengono sprecate" e intere famiglie distrutte.
La sanguinosa guerra al narcotraffico ingaggiata dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte sin dalla sua elezione, un paio di anni fa, resta una priorita' dell'amministrazione. Il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Hermogenes Esperon, lo ha dichiarato la scorsa settimana, sottolineando che "uno dei nostri maggiori programmi e' la guerra contro le droghe". "Riteniamo che il paese sara' piu' forte una volta liberatolo della catena delle droghe illegali", ha aggiunto il consigliere, citato da "Philippine News Agency". Il governo filippino afferma di aver "ripulito" il 62 per cento dei quartieri e degli insediamenti del paese affetti dal crimine legato alla droga. "I nostri sforzi contro le droghe illegali e la criminalita' hanno ridotto il volume del crimine", ha dichiarato Esperon, che ha citato l'esito di un sondaggio effettuato da Sws lo scorso dicembre: "Il 57 per cento degli adulti filippini a livello nazionale afferma che la propria sicurezza e quella della sua famiglia sia migliorata rispetto a sei mesi prima", ha dichiarato il consigliere.
Il tasso di approvazione del presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, e' calato ai minimi dall'inizio del suo mandato, alla vigilia dell'intervento del presidente di fronte al Congresso per il suo terzo discorso annuale sullo Stato della Nazione. Ad attestarlo e' il sondaggio Social Weather Stations (Sws) effettuato tra il 27 e il 30 giugno scorsi, che attribuisce a Duterte un tasso di approvazione del 65 per cento, meno del 70 per cento di marzo. La percentuale dei filippini insoddisfatti dell'operato del loro presidente e' salita dal 14 al 20 per cento in tre mesi. Duterte ha commentato pubblicamente l'esito del sondaggio nei giorni scorsi, dichiarando che "Non mi interessa, non me ne importa nulla". E ancora: "Dal momento che non sarei piu' popolare, il Congresso potrebbe decidere di scegliersi un leader piu' popolare. Se volete un presidente popolare, non c'e' problema".
Il gradimento del presidente pare risentire dell'ondata di violenza che ha attraversato il paese nei mesi scorsi, e che si e' intensificata di recente. La violenza diffusa e' un annoso problema nelle Filippine, che ha contribuito in misura non indifferente all'elezione e al vasto sostegno pubblico di cui gode il presidente Rodrigo Duterte, noto per la sua controversa quanto sanguinosa battaglia al narcotraffico in quel paese. Negli ultimi mesi, pero', il quadro generale della sicurezza e' peggiorato, culminando la scorsa settimana nell'omicidio di ben due sindaci in soli due giorni. I due gravissimi episodi, e gli altri analoghi verificatisi negli ultimi mesi - dall'inizio dell'anno, ad esempio, sono stati uccisi nelle Filippine ben tre sacerdoti - ha innescato appelli all'unione, ma anche una feroce polemica a livello politico: da un lato quanti sostengono - Duterte in testa - che l'omicidio dei due sindaci, e in particolare di Antonio Halili, noto a sua volta per la sua linea dura contro il narcotraffico, sia un segnale dell'ostilita' delle istituzioni al crimine. Dall'altro, quanti invece imputano all'attuale presidente di aver aggravato il clima di violenza e insicurezza nel paese, con una campagna contro il crimine che ha causato migliaia di vittime in due anni.
Il sindaco della municipalita' filippina di General Tinio, Ferdinand Bote, e' stato ucciso due settimane fa da un aggressore a volto coperto armato di pistola. L'uomo si e' accostato all'auto che trasportava il primo cittadino all'uscita dal municipio, ha aperto ripetutamente il fuoco e poi si e' dato alla fuga. L'agguato e' stato ripreso da videocamere di sicurezza, e le immagini sono state subito diffuse in rete. Soltanto il giorno prima, Antonio Halili, il sindaco della citta' filippina di Tanuan noto per la controversa pratica di far sfilare sulla pubblica via i sospettati di reati legati alla droga, e' stato ucciso da un cecchino con un singolo colpo di arma da fuoco al petto. Il sindaco e' stato ucciso durante una cerimonia di alzabandiera pubblica di fronte al municipio della sua citta'. Immediatamente trasferito presso il Reyes Memorial Hospital, la sua morte e' stata formalizzata meno di un'ora piu' tardi. Anche in questo caso, il momento dell'uccisione e' stato immortalato in un video che e' stato subito diffuso da media e social network.
Halili era noto per la sua "tolleranza zero" nei confronti del crimine, specie quello legato alla droga, e per questa ragione era stato soprannominato "il Duterte di Batangas"; in diverse occasioni si era pubblicamente professato uno strenuo sostenitore del presidente filippino Rodrigo Duterte. Sul sindaco, pero', aleggiava il sospetto di suoi contatti proprio con il mondo del narcotraffico. In entrambi i casi, le forze dell'ordine sono ancora alla ricerca dei responsabili, che non sono stati identificati. Gli investigatori stanno tentando di stabilire che l'uccisione di Halili sia legata alla sua campagna contro la droga. Per il momento, invece, le autorita' di Polizia non hanno avanzato ipotesi in merito al movente dell'uccisione di Bote. La morte di Halili era stata preceduta poche settimane fa dall'uccisione di un sacerdote cattolico, il reverendo Richmond Nilo: due uomini armati lo avevano ucciso sull'altare della chiesa, mentre si preparava a dir messa.
La Conferenza episcopale cattolica delle Filippine ha ricordato che Nilo e' il terzo sacerdote cattolico ucciso nel paese negli scorsi anni. Diversi sacerdoti e missionari nel paese sono rimasti vittime degli estremisti islamici, del crimine organizzato e da gruppi destinatari dell'impegno della Chiesa filippina contro la corruzione, gli abusi politici e i danni ambientali nel paese. Dopo l'ultima aggressione armata mortale, nella giornata di ieri, il senatore ed ex capo della Polizia nazionale, Panfilo Lacson, ha chiesto alle autorita' di adottare con urgenza nuove misure tese ad aumentare il controllo sulla circolazione della armi da fuoco: "L'uccisione di preti, procuratori e funzionari pubblici alla luce del sole, di fronte al pubblico, e' sintomatica dell'impunita' e dell'efferatezza dei responsabili di questi atti", ha dichiarato Lacson. "La Polizia nazionale delle Filippine dovrebbe considerarsi sfidata, per non dire derisa".
La vicepresidente delle Filippine, Leni Robredo, ha rivolto nei giorni scorsi un appello all'unita' per combattere la diffusione della "cultura della violenza" nel paese. "Credo che molti di noi avvertano rabbia e odio ad ogni notizia di una nuova uccisione", ha detto la vicepresidente. "Dobbiamo impedire che il nostro paese scivoli in una condizione di conflitto generalizzato. In questo momento, l'unione delle nostre voci e' la difesa piu' efficace contro la cultura della violenza e gli omicidi", ha aggiunto Robredo. La vicepresidente e leader del Partito liberale filippino, con una carriera di avvocato per i diritti umani, ha denunciato anche la scia di uccisioni di senzatetto e sacerdoti nel paese. L'appello della vicepresidente, pero', non e' bastato ad arginare le polemiche.
Un senatore dell'opposizione, Antonio Trillanes IV, ha imputato le uccisioni alla "cultura della violenza", al pari di Robredo; Trillanes IV ha pero' imputato tale cultura al presidente Rodrigo Duterte, promotore della guerra al narcotraffico che dal 2016 ha causato nel paese oltre 4.200 vittime. "Ora nessuno e' al sicuro", ha detto il senatore. "E' ironico che Duterte, che aveva promesso di ristabilire la pace e l'ordine nel paese durante la campagna elettorale, abbia invece trasformato le Filippine nella capitale asiatica degli omicidi", ha accusato l'esponente dell'opposizione. Nei mesi scorsi proprio Trillanes aveva contestato le stime ufficiali in merito al bilancio della guerra al narcotraffico, affermando che in realta' le vittime di tale campagna sono oltre 20mila.
Duterte ha dichiarato che la morte del sindaco Halili potrebbe essere legata al traffico illegale di droga. Almeno tre sindaci filippini accusati dall'amministrazione Duterte di connivenza e complicita' con il narcotraffico sono stati uccisi in raid o scontri a fuoco con la Polizia nel corso degli ultimi due anni. Il 57enne Bote, hanno precisato invece fonti del governo, non compariva in nessuna lista di sospetti o attenzionati dell'Agenzia nazionale antidroga. "Vogliamo assicurare a tutti che lo Stato si assicurera' di fare giustizia per ogni omicidio", ha dichiarato ieri il portavoce del presidente, Harry Roque. "Non risparmieremo alcuno sforzo per giungere sino in fondo nella lotta al crimine violento".
(agenzia stampa Nova)
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