Lunedì 7 settembre 2026
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Le madri che scavano fosse per trovare i figli scomparsi

AMERICHE - MESSICO
Notizia ·

A Culiacán, capitale dello stato messicano di Sinaloa, un gruppo di madri si mette in marcia sotto scorta militare per cercare resti umani nel terreno. Come riporta SBS News, il collettivo si chiama Sabuesos Guerreras (Segugi Guerriere) ed è composto da familiari, quasi tutte donne, che da anni cercano da sole i propri cari scomparsi, perché non si fidano che lo Stato lo faccia al posto loro.

 

Il gruppo è stato fondato nel 2017 da Maria Isabel Cruz Bernal, dopo la scomparsa del figlio Yosimar, allora agente della polizia municipale di Culiacán, prelevato da casa da alcuni uomini e mai più ritornato. Da quel giorno la donna ha dedicato la propria vita a cercarlo e ad aiutare altre madri nella stessa condizione. Il reportage racconta una delle tante spedizioni del collettivo, un viaggio in furgone in cui una dozzina di donne, ognuna con la foto di un figlio o di una figlia scomparsi stampata sul retro della felpa, si dirige verso una zona rurale vicino a Guamúchil per scavare in un pozzo. Nel mese di dicembre precedente da quel pozzo erano stati recuperati due corpi, e le donne sperano di trovare tracce anche del figlio di Sylvia, una delle partecipanti, Hector Javier.

 

Secondo il Registro Nazionale delle Persone Scomparse messicano, nel Paese risultano oltre 130.000 persone disperse. Un numero enorme, che si è ulteriormente gonfiato a Sinaloa dopo lo scoppio, alla fine del 2024, di una violenta guerra interna al Cartello di Sinaloa tra le fazioni legate a El Chapo, in carcere negli Stati Uniti dal 2019, e quella di El Mayo, condannato all'ergastolo nel luglio 2025 dopo essere stato consegnato alle autorità americane dal figlio dello stesso El Chapo. Maria Isabel stima che da allora nella sola regione siano scomparse oltre 5.000 persone.

 

Il giornalista locale Ernesto Martinez, intervistato nel servizio, racconta che molti di questi crimini vengono liquidati dalle autorità come semplici regolamenti di conti tra bande e non vengono mai realmente indagati. Lo stesso Martinez ha vissuto sulla propria pelle la violenza che attraversa Sinaloa: suo figlio, ventenne, lavorava come autista per piattaforme di trasporto come Uber ed è stato rapito, per poi essere rilasciato; un suo amico, coinvolto nella stessa vicenda, è stato invece ucciso e il suo corpo mutilato.

 

Nonostante i pericoli e le minacce che accompagnano quotidianamente il loro lavoro, le madri del collettivo non si fermano. Sylvia dice di non voler perdere la speranza di ritrovare Hector Javier. Maria Isabel, che cerca il figlio da quasi dieci anni, ammette di sperare ormai anche solo di trovare un frammento del suo corpo, per potergli dare finalmente una sepoltura.

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