Strage di Ferragosto 2015: Isham libero dopo undici anni da falso 'scafista'
Beddat Isham è tornato libero. Il cittadino marocchino era detenuto da undici anni nelle carceri italiane, condannato come presunto "scafista" nell'ambito del processo sulla cosiddetta strage di Ferragosto del 2015: il naufragio nel Canale di Sicilia in cui morirono asfissiati nella stiva 49 migranti sui 362 a bordo di un'imbarcazione partita dalla Libia.
Come riporta il manifesto, il provvedimento che ritiene ammissibile l'istanza di scarcerazione di Isham è arrivato nelle scorse ore. Ora lo attende un nuovo processo, fissato per il prossimo autunno.
Isham non è il solo. Nelle settimane precedenti erano già stati scarcerati altri imputati dello stesso procedimento: Mohamed Assayd, Mohannad Jarkess, Abd Al Monsiff, Tarek Jooma Laamami e Alaa Faraj — quest'ultimo il primo a essere rimesso in libertà, il 19 maggio scorso, dopo che la Corte d'appello di Messina aveva dichiarato ammissibile la richiesta di revisione del processo. Tutti liberi, ma tutti ancora in attesa di riprendere il percorso giudiziario.
Al momento dell'arresto erano poco più che ventenni; oggi ne hanno trentuno. Il sogno di diventare calciatori professionisti in Europa — uno dei motivi che li aveva spinti a partire — è ormai tramontato.
A tenere i fili delle battaglie legali è l'avvocata Cinzia Pecoraro, che ha impiegato più di un decennio per dimostrare che «su quella barca non c'era nessun equipaggio e che sono stati condannati degli innocenti». La svolta è arrivata grazie al contatto con testimoni siriani, arabofoni, seduti accanto agli imputati sull'imbarcazione: le loro deposizioni smentiscono l'esistenza di un equipaggio a bordo. Come gli altri, anche Alaa Faraj e i suoi compagni avevano pagato il viaggio indebitandosi, nella speranza di una nuova vita.
Dopo la conferma delle condanne in Cassazione, l'unica strada percorribile era quella del giudizio di revisione. Una prima richiesta era già stata rigettata con una sentenza che definiva gli imputati «moralmente innocenti ma giuridicamente responsabili». La riapertura è poi divenuta possibile grazie a due lettere scritte dal vero "comandante" dell'imbarcazione, la persona che ne aveva effettivamente guidato la rotta e che ha assunto su di sé la responsabilità dell'accaduto. La Corte d'appello di Catania, ascoltando questa testimonianza, ha ricostruito un quadro ben diverso da quello dei processi originari: sequestri di passaporto, minacce armate per salire su barche sovraffollate, minacce di morte per chiunque avesse tentato di tornare indietro.
Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all'Università di Palermo, sostiene che tenere queste persone in carcere per oltre un decennio abbia contribuito «a nascondere la realtà di come funziona questo traffico», scaricando le responsabilità su chi era semplicemente una vittima del sistema, anziché su chi quel sistema lo gestisce davvero.