Il garantismo a go-go e l'indignazione 'popolare'

Quanti di coloro che hanno surfato l’onda dell’indignazione per la decisione della gip di Torino di non convalidare il fermo dell’uomo accusato di violenza nei confronti di una ragazza di 13 anni hanno letto integralmente l’ordinanza e non hanno invece appoggiato lo sdegno sulle parole chiave estratte dai giornali e su titoli che, secondo il costume cui siamo abituati in questi casi, procedono a emettere la condanna? La gravità del fatto contestato è indubbia, tutto il resto no.
Tocca, come spesso accade, a Gian Domenico Caiazza ricordare i fondamentali. La decisione si può certamente discutere, ma è la stessa legge a distinguere gradi diversi di gravità del fatto ed è appunto mestiere di un giudice indipendente graduare la misura in rapporto alla situazione concreta, alla personalità dell’indagato e alle esigenze cautelari.
E c’è sempre da ricordare che, nonostante quello che la stampa e chi legge dimentica quotidianamente, la custodia cautelare non è un’anticipazione della pena.
Emilia Rossi ricorda a Giorgia Meloni che è proprio il rafforzamento dell’indipendenza del giudice rispetto al pubblico ministero il cuore della riforma per cui ha chiesto di votare Sì al recente referendum.
La premier oggi parla invece di una catena - forze dell’ordine, parte pubblica d’accusa, giudice - che si è inceppata nell’ultimo anello, con buona pace della terzietà e con un argomento che forse rivela il sentire comune (e assai popolare) più profondo rispetto al modello di giustizia e di ordine pubblico.
Il feedback tra dichiarazione pubblica e consenso in questo caso funziona a meraviglia. E il ministro della Giustizia, in conformità, manda gli ispettori. Vedremo l’esito.
Resta un fenomeno che a me pare evidente e dà da pensare: la discrezionalità del giudice nell’applicare la legge fa rumore quando la decisione porta alla liberazione; quando invece il convincimento spedisce in galera, allora non solo non c’è scandalo ma, come dice Meloni, l’automatismo ha funzionato.
Il problema si pone naturalmente al momento della condanna o dell’assoluzione nel merito, al termine del processo, ma è particolarmente delicato nella fase cautelare perché - lo so, è indigeribile e indigesta alla vox populi, specie in certi casi, ma tocca farsene una ragione - vale la presunzione di innocenza, anche di fronte a quella che viene presentata come una confessione.
Ci sono casi in cui invece scandali di tali dimensioni non scoppiano. Sono quelli dove, a valle di un tragico fatto di cronaca, le ordinanze di custodia cautelare in carcere e la "catena" non finiscono in modo tanto clamoroso nel mirino della stampa, dell’«opinione pubblica», del governo e della politica.
Ecco qualche esempio recente:
Il 29 dicembre 2025 un uomo di 38 anni si è tolto la vita nella sezione circondariale del carcere di Asti. Con una storia pregressa di dipendenza da sostanze stupefacenti, in preda a una crisi di astinenza, l’uomo è stato arrestato in casa dei genitori per resistenza a pubblico ufficiale. Dopo tre giorni, l’udienza di convalida si è tenuta in videoconferenza. L’uomo, si legge nelle cronache, sembrava essersi calmato. Il gip ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Poche ore dopo, ha usato un lenzuolo per evadere.
Il 30 aprile 2026 un detenuto di 27 anni in custodia cautelare si è impiccato in una cella del padiglione di media sicurezza del carcere di Parma ed è morto in ospedale dopo tre giorni di agonia. Dopo aver scontato una pena per un reato precedente, l’uomo era uscito di galera ma in seguito ad un altro reato era stato nuovamente arrestato: il gip del Tribunale di Parma aveva disposto per lui la custodia cautelare in carcere in attesa di giudizio. Motivo: non aver ottemperato all’ordine di allontanamento dalla città.
La lista dei suicidi e dei decessi in carcere di detenuti in attesa di giudizio è lunga, come emerge anche nell’ultimo rapporto di Antigone.
Naturalmente, non si tratta di stabilire una correlazione tra pronuncia del giudice ed epilogo tragico. Ci mancherebbe. Considerare, però, i casi in cui l’inanellarsi delle decisioni e delle discrezionalità sulla libertà personale non fa fremere di rabbia l’«opinione pubblica» e la politica, praticamente all’unisono, credo che non faccia un soldo di danno.