Sabato 25 luglio 2026
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Quando il sospetto diventa una professione perché la gogna vende bene

Articolo · Redazione ·

Dalla politica al calcio, l’illazione conquista titoli e pubblico, mentre le archiviazioni passano sotto silenzio. Quando il sospetto diventa una professione e il garantismo cambia secondo il bersaglio, la realtà giudiziaria soccombe alla fazione e l’innocenza perde ogni interesse mediatico.

 

Siamo prigionieri di un tribunale costante, un’arena pubblica in cui anche chi si crede nel giusto perde la ragione non appena subentra la passione. Ma il vero cortocircuito non è l’emotività della folla, bensì l’azione metodica di chi, in questo tribunale mediatico, per professione fa illazioni, dileggio, insinua e pratica la delazione.

 

La realtà evapora, conformata a come la desideriamo, e, se il processo tocca la sfera personale, i fatti vengono piegati a proprio uso e consumo.

 

L’esempio plastico di questa schizofrenia ci arriva dalle cronache politiche, svelando il paradosso di chi si scopre “garantista” a uso strettamente personale, trasformandosi in vittima dopo aver vestito per anni i panni del fiero giustizialista.

 

Il caso è quello del parlamentare Dario Carotenuto: storico esponente di una fazione che ha fatto della gogna preventiva una bandiera, oggi si lamenta sui social per aver assaggiato la sua stessa medicina, stupendosi che una sua intercettazione sia stata commentata “senza che i giornalisti mi abbiano cercato”.

Un’illuminazione tardiva, smontata con feroce lucidità dall’ex senatore Stefano Esposito, a lungo massacrato dalla stampa prima di essere prosciolto: la sua sintesi ricorda come la condanna a mezzo stampa sia da anni la prassi per innumerevoli innocenti. Chi per anni ha cavalcato il processo pubblico oggi denuncia un meccanismo che lo vede bersaglio.

Questa cancrena della società, in cui la realtà viene manipolata e distorta, non si limita alla politica, ma pervade ogni ambito. L’inquisizione mediatica subita dall’Inter nelle scorse settimane ne è l’ulteriore, grottesco sintomo.

 

Per settimane, l’infosfera ha messo il club alla gogna con un’accusa che coincideva già con la sentenza. Poi, la Procura di Milano ha archiviato il caso, smontando l’inchiesta senza sfumature: permangono solo “ipotesi, talvolta suggestioni, che, prive di base probatoria […], non hanno consentito neppure di elaborare compiute incolpazioni preliminari”. L’ipotesi di frode sportiva degrada “al rango della mera illazione”.

 

Di fronte a un’archiviazione netta, ipocriti “garantisti” e giornalisti si riscoprono colpevolisti, incapaci di elaborare il lutto per il collasso del loro teorema. La dissonanza cognitiva viene anestetizzata ricorrendo al bias dell’“Eh, va beh, però…”, tenendo in vita il sospetto.

Quando la fazione sostituisce i fatti, la verità giudiziaria diventa un’opinione scartabile.

Lo sdegno a reti unificate si trasforma in un sussurro invisibile nel momento esatto in cui l’opinione pubblica è chiamata a riconoscere i propri errori. Persino lo zelo giornalistico cessa di essere un metro oggettivo per rivelarsi una pura variabile dipendente dalle appartenenze politiche.

 

Il sipario cala in fretta, lasciandoci davanti a un interrogativo strutturale: in un ecosistema in cui l’illazione garantisce traffico e l’innocenza genera disinteresse, quale argine rimane per proteggere la realtà oggettiva dalla sua percezione emotiva?

 

Nota: «fa illazioni, dileggio, insinua e pratica la delazione» contiene un problema sintattico che non ho corretto per rispettare il testo. La resa più lineare sarebbe: «formula illazioni, dileggia, insinua e pratica la delazione».

 

( Alessandro Tedesco su Inoltre del 25/07/2026)

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