Giovedì 11 giugno 2026
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Pasta Lidl e italianità ingannevole: la Corte UE conferma la multa AGCM da 1 milione

U.E. - ITALIA
Notizia · Redazione ·

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha messo la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria sulla pasta a marchio Lidl venduta come "italiana". Con la sentenza C-301/25, depositata il 30 aprile 2026, i giudici di Lussemburgo hanno confermato la legittimità della sanzione da 1 milione di euro inflitta dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a Lidl Italia per pratica commerciale scorretta.

Come riporta Alimentando, al centro della controversia ci sono le confezioni di pasta delle linee Italiamo e Combino, che richiamavano in modo evidente l'origine italiana del prodotto — attraverso colori, immagini tricolori e diciture legate al Made in Italy — mentre il grano utilizzato proveniva da paesi UE e non UE. L'indicazione sull'effettiva origine della materia prima era sì presente sulle confezioni, ma collocata in posizione laterale o sul retro e con caratteri grafici di dimensioni ridotte, insufficienti a bilanciare l'impatto comunicativo del fronte della confezione.

L'AGCM aveva avviato il procedimento nel 2019 (con provvedimento del 20 dicembre di quell'anno), ritenendo che questa modalità comunicativa potesse indurre il consumatore medio in errore su una caratteristica essenziale del prodotto, ovvero la provenienza del grano duro. Nella determinazione dell'importo della sanzione, l'Autorità aveva tenuto conto dell'elevato numero di consumatori interessati — solo nel 2018 erano state vendute decine di milioni di confezioni di pasta nei punti vendita Lidl — e della durata della pratica, attiva almeno dal gennaio 2017.

Gli altri operatori coinvolti nell'istruttoria avevano scelto di adeguare le proprie etichette, definendo il procedimento con una dichiarazione di impegni. Lidl Italia, invece, aveva contestato la sanzione sostenendo di aver rispettato formalmente il Regolamento UE 1169/2011 sull'etichettatura alimentare: secondo la sua tesi difensiva, le norme sulle pratiche commerciali scorrette non potevano applicarsi a condotte già disciplinate dalla normativa speciale sulle informazioni alimentari. La sanzione era stata confermata in primo grado dal TAR del Lazio nel 2023, e Lidl aveva quindi proposto appello al Consiglio di Stato, che ha sospeso il procedimento rimettendo la questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE.

I giudici europei hanno respinto l'impostazione di Lidl, chiarendo che il rispetto formale delle norme tecniche sull'etichettatura non è sufficiente se la comunicazione complessiva del packaging rischia di trarre in inganno i consumatori sull'origine reale delle materie prime. Le norme europee sulle etichette alimentari e quelle sulle pratiche commerciali scorrette non si escludono a vicenda: si completano. Le aziende, dunque, non possono più fare scudo con i regolamenti tecnici per sottrarsi alle sanzioni ben più pesanti previste dal Codice del Consumo — che oggi possono arrivare fino a 10 milioni di euro.

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