Domenica 6 settembre 2026
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Sony rifiuta di rimborsare i possessori di PS5 per i dazi Trump

AMERICHE - USA
Notizia ·

Dopo Microsoft e Nintendo, anche Sony ha deciso di non condividere con i consumatori i rimborsi ottenuti dal governo statunitense per i dazi doganali imposti dall'amministrazione Trump nel 2025 e poi dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema. L'azienda giapponese ha chiesto a un giudice federale della California di respingere l'azione collettiva promossa da un gruppo di possessori di PlayStation 5, che rivendicano una parte dei circa 508 milioni di dollari che Sony si aspetta di recuperare come rimborso.

 

Come riporta Game File, la causa era partita nel maggio 2026, quando un gruppo di giocatori aveva citato in giudizio Sony Interactive Entertainment in un tribunale federale della California, sostenendo che l'azienda si sarebbe arricchita ingiustamente non restituendo ai clienti i rimborsi sui dazi. Sony aveva alzato il prezzo della PS5 di circa 50 dollari nell'agosto 2025, citando genericamente "un contesto economico difficile" senza mai menzionare esplicitamente i dazi. Il prezzo della console standard è poi salito ulteriormente fino a 649,99 dollari nel marzo 2026, cinque settimane dopo che i dazi erano già stati aboliti. Secondo quanto confermato dal direttore finanziario di Sony, Lin Tao, l'azienda prevede di recuperare circa 508 milioni di dollari in rimborsi, di cui circa 356 milioni già incassati tra aprile e giugno 2026, e la maggior parte di questa somma sarà destinata alla divisione videogiochi del gruppo, contabilizzata come reddito operativo e non come fondo da restituire ai consumatori.

 

Nella causa consolidata Walker et al. v. Sony Interactive Entertainment LLC, i ricorrenti Amorey Walker e Bryce Foster-Quarles hanno sostenuto che Sony sarebbe stata "pagata due volte per lo stesso onere tariffario illegale: una volta dai clienti attraverso i prezzi maggiorati e una volta dal governo americano attraverso i rimborsi sui dazi". Gli avvocati di Sony hanno replicato, in una memoria depositata lunedì scorso, che "pagare il prezzo di mercato per un acquisto di beni di consumo effettuato volontariamente non costituisce un danno legalmente riconoscibile". Le difese legali dell'azienda hanno inoltre definito "speculativa e illogica" la tesi secondo cui i dazi sarebbero stati la causa dell'aumento dei prezzi, indicando invece fattori come inflazione, oscillazioni valutarie, costi dei componenti, logistica e dinamiche competitive.

 

Un argomento chiave usato dagli avvocati di Sony riguarda proprio la tempistica dei rialzi: se i dazi fossero stati realmente la causa dell'aumento iniziale, sostengono, l'azienda avrebbe dovuto abbassare i prezzi una volta che i dazi sono stati aboliti, invece di alzarli ulteriormente come è avvenuto in primavera. Questo, secondo la difesa, dimostrerebbe che il prezzo delle console PlayStation riflette "un insieme diversificato e dinamico di costi", di cui i dazi sarebbero solo una variabile tra molte.

 

La posizione di Sony ricalca da vicino quella già adottata da Nintendo, che a fine luglio aveva replicato a una causa analoga sostenendo che i clienti avessero ricevuto "esattamente ciò per cui avevano pattuito e pagato", a un prezzo concordato tra le parti. Anche Microsoft ha depositato il 21 agosto una mozione quasi identica contro la causa intentata dal giocatore Trevor Hastings, sostenendo che "non c'è nulla di ingiusto nell'acquistare una Xbox al prezzo pubblicizzato" e ottenere esattamente ciò per cui si è pagato, aggiungendo che non sarebbe possibile calcolare oggi quale quota del prezzo fosse effettivamente attribuibile ai dazi. Microsoft sta inoltre spingendo per spostare la causa in arbitrato.

 

Tra i produttori di hardware per videogiochi, l'unica eccezione resta Panic, l'azienda che produce la console portatile Playdate, che ha scelto di rimborsare ai propri clienti il 19% di sovrapprezzo dovuto ai dazi che era stato loro addebitato. Nessun giudice si è ancora pronunciato sulle richieste di archiviazione presentate da Sony e Microsoft.

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